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Prime Esperienze

il "mio" bullo


di femboyinesperto
10.07.2026    |    1.031    |    3 9.4
"«Ora», mi disse, con quella voce pacata che ormai mi faceva ribollire il sangue, «puoi finire di raccogliermi i fogli»..."
Lo riconobbi appena varcò la soglia del mio ufficio.
I capelli erano più radi, segno degli anni passati, ma quel sorrisetto beffardo era rimasto esattamente lo stesso. Era lui, il mio vecchio incubo, il bullo che mi aveva reso la vita un inferno a scuola. Quanti anni erano passati? Eppure, la memoria non mi aveva mai concesso tregua. Ricordavo bene le sue spinte nei corridoi, le storie meschine che inventava su di me, i colpi che a volte mi infliggeva senza un motivo.

Ora era lì, dieci anni dopo davanti a me, in carne e ossa. Il cuore prese a battere più forte, come se fossi tornato all'improvviso quel ragazzino indifeso. Abbassai lo sguardo, sperando che decidesse di rivolgersi a uno dei miei colleghi. Chiunque, ma non a me. Cercavo di rendermi invisibile dietro la scrivania, ma non servì.

Con passo deciso si avvicinò. Sentii il peso del suo sguardo ancor prima di alzare gli occhi. E lì, di fianco alla mia scrivania, c'era di nuovo quel sorriso. Mi fissava con divertita superiorità, come se il tempo non fosse mai passato. Mi aveva riconosciuto. Non c'erano più spintoni o insulti, ma le sue domande insistenti, le continue richieste di precisazioni, le deleghe da firmare, erano altrettanto implacabili. Mi tenne incollato alla sedia per ore, ben oltre l'orario di chiusura.

Sono bravo nel mio lavoro, anzi, bravissimo. Sempre preciso, diligente. Ci vollero ore, ma alla fine riuscimmo a terminare tutto. Era ormai tardissimo quando lui prese gli incartamenti con una calma esasperante, lanciandomi uno sguardo di sufficienza. «Speriamo sia tutto giusto», disse con un tono che trasudava malizia, insinuando chiaramente il contrario.

Era troppo. Sentii il sangue affluire al volto, il cuore accelerare. Non riuscii a trattenermi e, con la voce incrinata dalla rabbia, esplosi. «Certo che è giusto: io sono preciso, sempre. Sono diligente e sono anche molto... servizievole».

Mi bloccai. Quella parola, "servizievole", risuonò nell'aria con una nota stonata, quasi ridicola. E infatti lui scoppiò a ridere, una risata amara e crudele che riempì l'ufficio. «Servizievole, eh?» disse, fissandomi con quello sguardo che conoscevo fin troppo bene. «Mi sa che ci avevo visto giusto su di te... servizievole».

Poi, con un gesto rapido e sprezzante, fece scivolare i fogli per terra, come se non avessero alcun valore. Li guardai cadere uno dopo l'altro, sentendo la rabbia ribollire, ma anche un senso di impotenza che mi bloccava. Non avevo alcuna intenzione di raccoglierli, di assecondare quel gioco malato, ma lui continuava a insistere.

«Cos'è, uno non può nemmeno essere sbadato? Aiutami a raccoglierli, no?»

«Raccogliteli tu! Io non li raccolgo», risposi con tutta la fermezza di cui ero capace.

Lui mi osservò con un sorriso sottile. «Se non li raccogli, vuol dire che anche tu pensi che il lavoro sia stato fatto male».

Le sue parole erano come spine. Non riuscivo a crederci, ma soprattutto non riuscivo a credere a me stesso e a quello che stavo per fare. Senza capire bene perché, mi chinai. Cominciai a raccogliere i fogli, uno per uno, come se la mia volontà fosse stata risucchiata da quella situazione assurda.

Mentre ero ancora chino, lui si stiracchiò, alzandosi lentamente dalla sedia, dove era rimasto comodamente seduto per tutto il tempo. Solo allora alzai lo sguardo. I nostri occhi si incrociarono e in quell'istante feci l'errore irreparabile: rimasi a guardarlo troppo a lungo. Una frazione di secondo di troppo.

Lui sorrise. Un sorriso che non lasciava spazio a dubbi. Aveva capito quello che non doveva capire.

Con gesti lenti e misurati, si sbottonò il polsino della camicia e avvicinò il dito indice al mio viso. All'inizio non capii cosa stesse facendo. Lo seguii con lo sguardo mentre il suo dito si fermava appena davanti al mio naso, senza indicare nulla.

Si avvicinava lentamente, quasi con una strana dolcezza. Sentii il cuore fermarsi per un attimo. Mi spostai leggermente all'indietro, confuso, ma lui continuò ad avvicinarsi, con calma, come se tutto fosse perfettamente normale. Non sapevo cosa fare.

Chiusi gli occhi per un istante, una reazione istintiva, e quando li riaprii, mi trovai a fare qualcosa che mai avrei immaginato: aprii la bocca e, senza nemmeno pensarci, presi il suo dito tra le labbra.

Lui lasciò il dito lì, fermo, immobile. Non mi spinse, non fece alcun gesto brusco, ma permise che fossi io a prendere l'iniziativa. Sentivo il suo dito freddo tra le labbra, e l'assenza di pressione rendeva tutto più surreale, come se mi stesse mettendo alla prova. Ero io a decidere: la mia bocca si mosse lentamente attorno al dito, inumidendolo di saliva a ogni movimento, su e giù, con una lentezza quasi esasperante. Il silenzio tra noi si fece pesante, rotto solo dal mio respiro affannato, mentre la sensazione di quel dito nella mia bocca diventava sempre più intima, sempre più intensa.

Dopo qualche secondo, che sembrò un'eternità, lui fece un passo avanti, accorciando la distanza tra di noi. Potevo sentire l'odore del suo corpo: anche dopo tanti anni continuava a non usare deodorante. Con l'altra mano, mi sfiorò delicatamente la nuca. Le sue dita scivolarono tra i miei capelli, accarezzandomi in modo quasi affettuoso, mentre la tensione cresceva a ogni tocco. Ora sentivo una leggera pressione sul dito, un movimento impercettibile ma deciso, che mi spingeva a succhiare più forte. E io lo facevo, senza neanche pensarci. Il ritmo aumentava, e ogni volta che mi stringeva la nuca, la mia bocca seguiva il suo impulso, succhiando avidamente. La consapevolezza di quel gesto mi schiacciava, ma allo stesso tempo era come se non potessi fermarmi.

A un certo punto la mano di lui mi si spostò dalla nuca alla fronte e andò a coprirmi gli occhi, continuavo a succhiare il dito ma sentivo una certa resistenza, vedevo che voleva uscire dalla mia bocca e subito capii cosa aveva in mente. Allora, pur con una certa reticenza, lo lasciai uscire ma tenni bene aperta la bocca.
Rimasi lì ad aspettare, senza vedere nulla ma con la bocca aperta. Mi accorsi in quel momento che ero ancora in ginocchio sui fogli che aveva lasciato scivolare a terra, la rabbia mi stava per pervadere ma scelsi di non farmi prendere dalla rabbia, di accettare la mia condizione... servizievole.
Però mi sentivo frustrato nella mia condizione, visto che ero lì pronto ma la mia bocca era ancora vuota.

«Tieni gli occhi chiusi», mi disse mentre mi toglieva la mano dagli occhi.

Fu in quel momento che sentii il familiare suono e odore di un cazzo che veniva mosso rapidamente all'altezza del mio naso.
Forse aspettava un invito più evidente per sbattermelo in bocca: rimanendo in ginocchio raddrizzai la schiena e tirai fuori la lingua.

«Allora», mi disse con la voce un po' rotta dal ritmo della sua sega, «vuoi che ti metto in bocca il cazzo o le palle?»

Era una domanda che non mi aspettavo, ma d'istinto risposi: «Le palle».

«Le palle... come?», rispose subito.

Questa era una domanda che non capivo, così dissi:

«Le palle sulla mia lingua?»

«No, troietta. Le palle sulla tua lingua... come si dice?»

«Ah... per favore»

Subito sentii il primo colpo caldo e denso schizzarmi sulla guancia destra, una spruzzata improvvisa che mi fece sussultare, seguita quasi istantaneamente da una seconda che mi colpì le labbra, bagnandomi il mento con una consistenza viscosa che iniziava già a colare. L'odore salmastro e acre mi invase le narici, un profumo animale che mi fece girare la testa mentre il calore mi si spandeva sulla pelle. Poi arrivò il colpo finale, diretto sulla lingua che avevo stupidamente tesa in segno di sottomissione: la sborra mi colpì il palato con forza, riempiendo la mia bocca di un gusto amarognolo e metallico che mi fece rabbrividire.

Non ebbi neanche il tempo di deglutire che lui già mi stava pulendo col suo cazzo, strofinandomelo prima su una guancia e poi sull'altra, raccogliendo ogni goccia caduta con la punta del glande per poi spingerla tra le mie labbra. Mi obbligò a leccare via ogni residuo, passando lentamente la cappella sulla mia guancia destra dove il liquido si stava raffreddando, facendomi sentire la sua consistenza appiccicosa contro la pelle, poi ripeté lo stesso rituale sul lato sinistro, costringendomi ad aprire la bocca per accogliere il suo sesso umido di sborra. La lingua mi si mosse quasi autonomamente, raschiando via ogni traccia con movimenti circolari obbedienti, assaporando quella mistura di salato e amaro che mi riempiva la bocca mentre lui mi guidava con la mano sulla nuca, stabilendo il ritmo delle mie leccate. Continuò così per quella che sembrò un'eternità, spostando il cazzo da una guancia all'altra, sulla fronte, sul mento, costringendomi ogni volta a ripulire con la lingua ogni centimetro di pelle che aveva macchiato, finché non rimase più nulla da raccogliere se non il mio viso lucido e appiccicoso di umori. Si lasciò pulire con una calma esasperante, senza mai accelerare il respiro o mostrare fretta, godendo visibilmente di ogni istante della mia umiliazione, e solo quando fu completamente soddisfatto della mia opera, quando ebbi ingoiato ogni residuo e ripulito ogni millimetro del suo cazzo con la lingua, si ributtò sulla sedia con un sospiro di soddisfazione, osservandomi dall'alto con quel sorriso beffardo che mi fece sentire più sporco di quanto non fossi già fisicamente.

«Ora», mi disse, con quella voce pacata che ormai mi faceva ribollire il sangue, «puoi finire di raccogliermi i fogli».

Ero già in ginocchio e non mi restava altro che obbedire. Li afferrai uno a uno, con le mani leggermente tremanti, e glieli porsi. Quando i fogli furono in ordine tra le sue mani, lo guardai, e in quel momento sentii che ormai non mi era rimasta alcuna dignità da proteggere. Decisi di parlare, anche se sapevo che forse avrei peggiorato la situazione.
«Qual era la parola che dovevo usare?», chiesi con la voce spezzata, nonostante un barlume di speranza che ancora mi restava.

Lui mi guardò, fingendo di non capire.
«Per fare cosa?», rispose, con un sorriso sottile che mi fece sentire piccolo, insignificante: il mio volto diventò ancora più rosso, il calore della vergogna mi avvolse completamente, ma a quel punto che importanza aveva? Ero già in ginocchio davanti a lui.
«Per... prenderti le palle in bocca», sussurrai, appena udibile, sentendo il nodo in gola che si faceva più stretto.

Lui mi fissò per un istante, poi sorrise.

«Dovevi dire per favore», rispose con una leggerezza che sembrava quasi divertita.

«Sì, ma l'ho detto!», esclamai, quasi implorante, come se cercassi una qualche giustificazione per la mia resa, per il mio comportamento.

Lui rise, una risata profonda che mi trafisse.
«Ah sì?», disse, con un tono sardonico. «Ma vedi, diversamente da te, io non faccio quello che mi viene detto. Io non sono...»
e qui fece una lunghissima pausa «...servizievole».
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