tradimenti
Lo spacco del vestito nero
08.07.2026 |
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"A un certo punto mi staccai da lui con un piccolo passo che sembrava una piroetta, mi divincolai dall'ultimo lembo di vestito e mi diressi verso il letto senza voltarmi..."
Per mesi rimandai.Non perché non volessi. Perché volevo troppo e non sapevo ancora cosa farmene di quel desiderio.
Andrea scriveva con una costanza che non diventava mai pressione — un invito a cena, una proposta per un aperitivo, una serata a teatro.
Ogni volta trovavo un motivo valido per rimandare. Il lavoro, gli impegni, la settimana sbagliata. Lui accettava senza insistere, e quella compostezza rendeva tutto più difficile da ignorare.
Poi il silenzio.
Settimane senza messaggi.
Mi sorpresi a controllare il telefono più spesso del solito, senza ammetterlo nemmeno a me stessa.
Quando scrisse di nuovo, la proposta era diversa.
Le terme.
Una giornata. Niente cena, niente aspettative dichiarate. Solo acqua calda e qualche ora fuori dal mondo.
Non risposi subito.
Marco sarà via in quel periodo, pensai, come se fosse rilevante.
Come se avessi bisogno di una giustificazione che in realtà non cercavo.
Gli scrissi che forse ce la facevo.
Fissai una data.
Arrivai al parcheggio e non lo vidi da nessuna parte.
Entrai, mi cambiai, mi incamminai verso la piscina termale esterna.
L'acqua era esattamente come me l'ero immaginata — quella temperatura che avvolge senza bruciare, costante, quasi materna.
Entrai piano, lasciando che salisse lungo il corpo lentamente.
Mi guardai intorno.
Nessuna traccia di lui.
Forse aveva cambiato idea, pensai.
Forse era meglio così.
Chiusi gli occhi e mi lasciai andare al silenzio dell'acqua.
«Ciao.»
La voce arrivò dal nulla, a pochi centimetri dal mio orecchio.
Aprii gli occhi.
Andrea era lì, accanto a me, con quel sorriso di chi sa di averti sorpresa e ne è soddisfatto.
«Mi scuso per il ritardo.»
«Non ti avevo visto.»
«Ti ho vista io.»
Abbassò appena lo sguardo.
«Volevo guardarti camminare.»
Sorrisi senza rispondere.
C'era poco da aggiungere.
Parlammo di cose leggere — il posto, l'acqua, quanto tempo fosse passato dall'ultima volta che ci eravamo visti. Ma le parole erano già diventate un pretesto.
Quello che contava stava accadendo sotto la superficie dell'acqua, dove nessuno poteva vedere.
La sua mano trovò il mio fianco.
Non lo strinse.
Si posò, appena.
Come una domanda a cui non richiedeva risposta immediata.
Non mi ritrassi.
Le parole si interruppero.
Le mani continuarono — ora sul suo corpo, ora sul mio, nel modo prudente e preciso di chi è in un luogo pubblico e sa esattamente cosa sta facendo.
Quando mi sussurrò "ceniamo insieme" lo fece come se fosse la cosa più naturale del mondo.
«So che qui cucinano bene», risposi.
«Ci vediamo tra un'ora?»
«Tra un'ora.»
Tornai in camera e restai qualche minuto davanti all'armadio.
Scelsi il vestito nero di seta, lungo fino ai piedi.
Lo spacco laterale arrivava a metà coscia — abbastanza per dire qualcosa senza dichiarare niente.
I sandali di vernice nera, tacco alto, cinghietta sottile alla caviglia.
Niente sotto.
Mi guardai allo specchio prima di uscire.
Sì, pensai.
Lo trovai ad aspettarmi nel corridoio.
Mi venne incontro con quello sguardo che avevo imparato a riconoscere mesi prima, attraverso lo schermo del telefono. Da vicino era più intenso.
«Sei bellissima.»
Non risposi.
Sorrisi appena, come si sorride a una cosa vera.
Al ristorante mi scostò la sedia con una cura che sembrava fuori moda nel senso migliore.
Mi sedetti cercando di gestire lo spacco che scivolava più su di quanto avessi previsto.
Lui fingeva di non guardare.
Non ci riusciva.
Il tavolo era troppo largo per quello che avremmo voluto.
Le sue mani cercavano le mie gambe a intervalli, e ogni volta che ci riusciva la sua espressione cambiava di qualcosa di impercettibile.
Mangiammo bene.
Parlammo.
Ma sotto le parole c'era sempre quella corrente che c'era stata in acqua — silenziosa, costante, impossibile da ignorare.
A un certo punto lo guardai.
«Speriamo che questa cena non sia troppo lunga.»
Chiamò il conto senza dire una parola.
Quando la porta della sua camera si chiuse alle nostre spalle, fui io a baciarlo.
Non aspettai.
Lo presi per la camicia, gli morsi le labbra, sentii le sue mani trovare la mia vita con una precisione che tradiva quanto avesse aspettato quel momento.
Mi prese il viso tra le mani e si staccò un secondo per guardarmi.
Restammo così, i respiri che si facevano più corti, gli occhi che si dicevano tutto quello che i mesi precedenti avevano soltanto abbozzato.
Poi mi baciò lui.
Con impeto, senza la timidezza del primo bacio.
Gli occhi mi si chiusero da soli.
La testa andò all'indietro.
Le spalline scivolarono via dalle spalle — le sue dita le avevano già trovate senza che me ne accorgessi.
Il seno che aveva immaginato era lì, finalmente.
Lo sentii nella voce soffocata con cui disse il mio nome prima di coprirlo di baci — le labbra, la lingua, le mani che lo tenevano come qualcosa di prezioso e non fragile.
Gli stringevo i capelli tra le dita, li tiravo verso di me, poi tornavo a baciarlo sulla bocca.
Il vestito scivolò a terra.
Sentii i suoi palmi riempirsi dei miei glutei con una avidità che non cercava di nascondersi.
Cominciai a sbottonargli la camicia nera, lentamente, mordicchiandogli i capezzoli man mano che il tessuto cedeva. Arrivai alla cintura.
La slacciai senza alzare gli occhi dal suo petto.
Ero ancora con i sandali ai piedi.
A un certo punto mi staccai da lui con un piccolo passo che sembrava una piroetta, mi divincolai dall'ultimo lembo di vestito e mi diressi verso il letto senza voltarmi.
Lo sentii seguirmi — lo sentivo nei suoi passi, nel modo in cui il silenzio della stanza era cambiato.
Si spogliò lungo il tragitto.
Si inginocchiò sul letto accanto a me, mi prese i polsi delicatamente sopra la testa e scese con la bocca lungo il collo, il petto, l'addome, l'attaccatura delle cosce.
Mi aprii senza che me lo chiedesse.
La sua lingua trovò la vagina già umida e vi si perse con una avidità che non aveva niente di meccanico — sembrava avesse fame, non fretta.
Intanto si masturbava, godendo di quello che assaporava.
Lo tirai su per i capelli.
Avanzò su di me.
Presi il suo pene con la mano e lo guidai, poi con un piccolo gesto secco lo feci entrare da sola.
Lui socchiuse gli occhi.
Non si trattenne.
Iniziò a muoversi in modo selvaggio, le anche che battevano contro le mie con una urgenza che aveva aspettato troppo per essere dolce.
Gli presi la testa, lo tirai verso di me, iniziammo a baciarci.
I suoi movimenti si fecero più misurati. Più profondi.
Poi disse sottovoce che stava per venire.
Lo guardai negli occhi.
«Non ancora.»
Si sfilò. Si distese accanto a me, il respiro pesante.
Andai sopra di lui, portai la vagina sul suo viso. La sua bocca mi prese con la stessa avidità di prima — le labbra, la lingua, le mani che mi tenevano i fianchi.
Dopo un po' mi abbassai verso di lui.
«Voglio sentirti anch'io.»
Ci girammo in sessantanove.
Presi i suoi testicoli in bocca, poi tornai sul pene, poi di nuovo giù.
Lui cercava di tenermi ferma ma continuavo a sfuggirgli, tornando quando volevo.
Mi girai sopra di lui e iniziai a cavalcarlo — le lenzuola tra i pugni, gli occhi chiusi, il bacino che trovava il suo ritmo. Sentii quando l'orgasmo di lui arrivò — lui cercò di trattenerlo, non ci riuscì.
Un grido soffocato con la mano.
Mi inondò.
Mi accasciai sul suo petto.
Lo sentivo perdere consistenza dentro di me, scivolare fuori insieme a quello che aveva lasciato.
Restai immobile qualche secondo con la guancia sul suo sterno, ascoltando il suo respiro tornare lento.
Poi mi animai.
Scesi sull'inguine e iniziai a pulire tutto con la bocca — le cosce, le palle, il pene, il pube.
Quando ebbi finito rimasi con il viso appoggiato sulla sua coscia a giocare con il glande tra le labbra, pigra, senza intenzione precisa.
Lui godeva a occhi chiusi, le mani abbandonate sul materasso.
Quando lo sentii completamente rilassato, scivolai accanto a lui.
I miei seni contro il suo petto.
Lui non resistette — la lingua scese piano, i capezzoli, l'addome, le ginocchia, le caviglie, le dita dei piedi.
Una devozione silenziosa che non chiedeva niente in cambio.
Risalì verso di me con la lingua e si perse in un tempo che smisi di misurare.
Un orgasmo, poi un altro, poi un altro ancora, fino a che lo tirai su sopra di me.
«Sono ancora fuori uso», disse sottovoce, quasi scusandosi.
Scossi la testa.
Presi il suo glande e iniziai a giocare con lui sulla vagina — avanti e indietro, con una pazienza che avevo imparato aspettando.
Lo sentii crescere lentamente, riprendere forma.
Nel momento in cui la consistenza lo permise, lo guidai dentro.
Restammo immobili a sentirlo tornare pienamente.
Quando l'erezione fu completa, lo estrasse.
Lo puntò più in basso.
Chiusi gli occhi.
Strinsi le lenzuola.
Entrò piano, con una lentezza che non lasciava spazio al dolore.
Solo quel piacere nuovo, diverso, che sale da un posto che non si aspetta di essere raggiunto.
Il mio orgasmo arrivò da lì, da quella profondità inaspettata.
Lui non si trattenne — lo sentii inondarmi ancora una volta, questa volta nell'altra direzione.
Uscì con la stessa delicatezza con cui era entrato.
La doccia fu lunga.
Pelle scivolosa, baci sotto l'acqua calda, nessuna fretta di uscire.
Poi il letto di nuovo, le lenzuola fresche, il suo braccio che mi cercava.
Mi sistemai di fianco, schiena contro il suo petto.
Mi avvolse.
Dormimmo così.
Mi svegliai di colpo nel buio.
Guardai l'orologio.
Era tardissimo.
Lo lasciai dormire.
Raccolsi i sandali, il vestito, uscii in silenzio.
In camera mia rimasi sveglia ancora un po', seduta sul bordo del letto, con quella sensazione addosso di chi ha fatto una cosa che voleva fare da molto tempo e non si pente di niente.
Il giorno dopo chiamai Marco.
«Come stai?» chiese.
«Bene», dissi. «Ho una cosa da raccontarti.»
«Cosa?»
«Non te lo dico adesso.»
«Perché?»
«Perché voglio raccontartelo mentre facciamo l'amore.»
Un silenzio breve.
«Non vedo l'ora di tornare.»
«Nemmeno io», dissi.
E lo intendevo in tutti i sensi possibili.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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