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Al mare col fidanzato clandestino


di RoyAlk
16.03.2026    |    2.846    |    12 9.4
"Io stavo leggendo sul letto con la schiena contro la testiera rattoppata e le gambe nude allungate..."
Successe anni fa.
Non saprei dire quanti con precisione, e forse è meglio così.
Marco lo sa tutto, adesso. Ma per un bel po' fu solo mio.

Lo conobbi su uno di quei social che non nascono per fare quello che finiscono per fare.
Niente di erotico nell'interfaccia, niente di ambiguo nel tono. Gente che parlava di musica, di viaggi, di libri. Io cercavo qualcosa da leggere o qualcuno con cui lamentarmi del lunedì mattina.

Trovai Sandro.
Alto un metro e novanta, calvo, senza barba. Biker. Abitava al mare, a centinaia di chilometri da me.
La distanza era la sua innocenza.
Parlammo per mesi. Di tutto. Del suo lavoro, del mio. Di moto e di quadri. Di musica che avevamo in comune e di cose su cui non eravamo d'accordo. Poi cominciammo a parlare anche di altro.
Lui era bravo. Sapeva come accendere una conversazione senza sembrare che ci stesse provando.
Io sapevo benissimo che ci stava provando.
E non lo fermai.

A Marco non dissi niente. Non perché volessi nasconderlo, mi dicevo. Ma perché non c'era niente da nascondere. Sandro stava al mare. Io stavo qui. Era solo una chat.
Me lo ripetei per mesi.

Poi Marco dovette partire per lavoro.
Proprio nel periodo in cui io avevo le ferie.
"Peccato", disse. "Avresti potuto stare al mare."
Mi guardò con quella sua espressione mezza ironica mezza dispiaciuta, e io annuii.

Quella sera scrissi a Sandro.
"Sto pensando di prenotare qualcosa da quelle parti."
Ci fu una pausa.
"Mio zio ha uno stabilimento balneare. Con l'hotel annesso."
Un'altra pausa.
"Se ti interessa."
Rimasi a fissare lo schermo.
Era assurdo. Era fuori luogo. Era esattamente il tipo di cosa che non avrei dovuto fare.
Prenotai il giorno dopo.

Il viaggio fu un disastro magnifico.
Sandro faceva da navigatore al telefono e ogni indicazione che dava era sbagliata o arrivava tardi. Svoltai a destra quando dovevo andare a sinistra, imboccai una strada senza uscita, tornai indietro due volte.
"Gira qui."
"Dove, qui? Non c'è niente qui."
"Sì che c'è, vai avanti."
"Sandro, c'è un campo."
"Un campo?"
Rideva. Ridevo anch'io.

Quando finalmente arrivai al punto stabilito ero già sudata, stanca e di ottimo umore.
Non feci in tempo a spegnere il motore.
Aprì lo sportello, mi prese in braccio come se pesassi niente, e mi baciò.
Aveva le mani grandi e calde e sapeva di sole.
Ridemmo ancora delle indicazioni stradali. Mi accompagnò all'hotel, aspettò che facessi il check-in, portò su la valigia.
Non era bellissimo. Ma il modo in cui mi guardava era difficile da ignorare.

Non posai nemmeno la borsa.

La porta non era ancora chiusa che lui era già lì, e io ero già sul letto, e i vestiti rimasero addosso a tutti e due perché non ce ne fu il tempo.
Aveva una bocca paziente e delle mani che sapevano esattamente dove andare. Mi assaporò con la lingua dalla nuca alle ginocchia dicendomi sottovoce che era tanto che aspettava quel momento.
Poi lo vidi.
"Oddio."
Rise piano. "Va bene così?"
Per la stazza che aveva si muoveva con una delicatezza che non mi aspettavo. Mi chiese più volte se stavo bene. Aveva paura di farmi male.
Quella paura mi piacque.

Il suo cazzo era enorme e duro da subito e quando finalmente entrò in me rimasi senza fiato per qualche secondo, ferma, con le dita strette sulle sue spalle.
"Aspetta", dissi.
Aspettò.
Poi non ci fu più bisogno di aspettare.

Dormì con me quella notte.
Non era nei piani. O forse sì, e nessuno dei due lo disse ad alta voce.
Si svegliò prima di me, andò a lavorare, tornò a pranzo. Mangiammo insieme ogni sera, in posti che sceglieva lui. Locali sul porto, tavoli all'aperto, pesce fresco e birra fredda.
La mattina andavo in spiaggia da sola.

Lui lavorava allo stabilimento di suo zio, ma stava dall'altra parte e non si vedeva. Al mio ombrellone c'era il bar, e al bar c'era il barista.
Ricciolino, moro, un sorriso che sapeva usare.
Ogni volta che andavo a prendere qualcosa aveva una battuta pronta. Non volgare, mai. Solo abbastanza brillante da farmi alzare gli occhi dal libro.
Quando passava tra gli ombrelloni mi cercava con lo sguardo.
Lo raccontai a Sandro una sera.
Si irrigidì.
"Il barista."
"Sì."
"Quello ricciolino."
"L'unico barista che c'è, sì."
Silenzio.
"Ti piace?"
"È simpatico."
"Non ti ho chiesto se è simpatico."
Risi. Era geloso. Genuinamente geloso, con le mascelle strette e gli occhi che evitavano i miei.
Lo trovai tenero e assurdo e lo baciai finché non si sciolse.

Di giorno leggevo, nuotavo, lasciavo che il sole mi facesse quello che voleva.
Di sera ero sua.
Ogni sera, ogni notte. A volte anche nel pomeriggio se riusciva a staccare.
Una notte la testiera del letto andò contro il muro con un colpo secco.
Poi si sentì un crack.
Ci fermammo.
Guardammo il letto.
"L'hai rotto", dissi.
"L'abbiamo rotto."
"No. Eri tu che—"
"Eravamo in due."
Ci mettemmo a ridere come scemi nel mezzo della notte con il letto storto e le lenzuola per terra.

Una sera ci portò in moto a vedere il paese dell'entroterra.
Palme, strade strette, ulivi, il mare che si vedeva da lontano come una riga lucida all'orizzonte.
Tenevo le braccia intorno a lui.
Mi mostrò una torre medievale, un belvedere, una chiesa sconsacrata che usavano per le mostre d'arte. Mi spiegò la storia del posto con una cura che non mi aspettavo da lui.
Pensai: questo mi piace.
Non lui. Il modo in cui stava nella sua terra.

Una notte ci fu una notte bianca sulla spiaggia.
Musica, gente ovunque, luci basse. Ci mescolammo alla folla, camminammo vicini, poi lui mi prese per mano e mi portò lontano dalle luci, verso il punto in cui la spiaggia diventava buia e la musica arrivava attutita.
"Qui si vede poco", disse.
"Si vede abbastanza", dissi io.
La sua mano trovò la mia gonna.
La mia trovò lui.
Ci guardammo mentre lo facevamo, piano, nascosti dal buio e dalla distanza. A pochi metri passava gente che rideva e ballava e non sapeva niente.
Fu stranamente intenso.
Più di molte cose fatte in privato.

Una notte provò a prendermi dietro.
Lo voleva, e capivo perché.
Ma mi fermò proprio lui.
"Sei sicura?"
Non lo ero.
Con quella dimensione non me la sentii.
Non insistette. Tornò dove stava bene a tutti e due, e la notte continuò senza rimpianti.

Un pomeriggio rientrò prima del solito.
Io stavo leggendo sul letto con la schiena contro la testiera rattoppata e le gambe nude allungate.
Si fermò sulla porta.
"Cosa fai?" dissi.
"Guardo."
Rimase lì qualche secondo. Poi si tolse la maglietta e io chiusi il libro.
Quella volta fu lenta. Senza fretta, senza rumore. Mi tenne i polsi fermi sopra la testa e si mosse in modo quasi crudele per quanto era controllato.
Quando venne mi tenne stretta come se dovesse tenermi ferma lui e non io.
Dopo restammo sdraiati in silenzio con il rumore del mare che entrava dalla finestra aperta.
"Devi tornare a lavorare?" dissi.
"No."
"Bene."

Le vacanze finirono.
Feci le valigie mentre lui era allo stabilimento. Lasciai un biglietto sul cuscino, tre parole, niente di letterario.
Quando venne a salutarmi al parcheggio non ci dicemmo molto.
Mi abbracciò forte, mi tenne un momento.
Poi partii.

Marco tornò dal suo viaggio di lavoro due giorni dopo di me.
Lo sentii dalla chiave nella serratura, poi i suoi passi, poi la borsa posata in corridoio.
Entrai in salotto.
"Ciao", disse.

"Ciao."
Mi guardò. Quel modo che ha lui di guardare, che non è mai solo uno sguardo.
"Come sono andate le vacanze?"
Mi sedetti sul divano. Lui rimase in piedi.

"Siediti", dissi. "Ci vuole un po'."
Qualcosa cambiò nella sua espressione. Non preoccupazione. Qualcos'altro.
Si sedette.
Cominciai dall'inizio. Dal social, dai mesi di chat, dalla prenotazione. Dal viaggio con le indicazioni sbagliate, dal bacio nel parcheggio, dalla camera d'hotel.
Parlai lentamente. Non omisi niente.

Marco non mi interruppe.
Lo guardavo mentre raccontavo. Lo vedevo ascoltare, vedere, costruire le immagini nella testa. Lo vedevo cambiare.
Quando arrivai alla notte del letto rotto rise piano.
"Il letto."
"Il letto."
"Quanto era grande?"
"Enorme."
Silenzio. Mi guardò.
"Enorme il letto o enorme lui?"
"Tutte e due."

Allungò una mano e mi sfiorò il ginocchio. Non disse niente.
Continuai a raccontare.
Quando finii la stanza era silenziosa. Fuori era buio da un pezzo.
Marco mi guardava con quella luce negli occhi che conosco bene. Non era gelosia. Non lo è mai.
Era qualcosa di più difficile da nominare.
Si avvicinò.

"Quanto mancava dal barista", disse sottovoce, "che restavi con lui invece che con Sandro."
Risi. "Tantissimo."
"Peccato."
Mi prese il viso tra le mani.
Lo baciai.
Quella notte fu lunga, e non dormimmo molto, e quello che successe appartiene solo a noi due.

Lo rividi, Sandro. Altre volte, in altri posti, sempre per una notte sola.
Ma quella prima volta al mare rimase diversa da tutto il resto.
Forse perché era clandestina ancora.
Forse perché il letto era rotto.
Forse perché c'è un finale a quella storia che non ho ancora raccontato.

La racconterà Marco.
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