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trio

Io, Elena, singola di una coppia


di RoyAlk
12.03.2026    |    1.615    |    12 9.8
"È diventata una cosa naturale, come lo era stata fin dal primo pomeriggio al bar, con i tavoli uniti e i drink all'ombra..."
Io sono Elena.

Certe intese fra coppie, una volta trovate, non si perdono più. Con Franco e Anna lo sappiamo bene, dopo anni che ci ritroviamo con quella stessa naturalezza di chi non ha niente da dimostrare e niente da nascondere.

Ma all'inizio non sapevamo niente di loro. Sapevamo solo che era agosto, che faceva caldo, e che avevo trascinato Marco fuori con quell'abitino leggero senza reggiseno, la stoffa sottile che non faceva nulla per nascondere i capezzoli e le gambe abbronzate, lisce e tornite che facevano capolino dallo spacco nella luce piena del pomeriggio.

Ci eravamo seduti al tavolino di un bar all'aperto, all'ombra, con i nostri drink. Accanto a noi, a un altro tavolino, un'altra coppia faceva lo stesso.

«Secondo me anche loro sono giochini» dissi a Marco, indicandoli senza guardarli. Il loro aspetto curato li distingueva dalla massa dei turisti, e si vedeva.

«Credo anche io» rispose Marco, con quel sorriso sornione che conoscevo bene.

«Proviamo a conoscerli?»

Con il più banale dei pretesti attaccammo bottone.

La conversazione decollò da sola, anche troppo, perché i discorsi si intrecciavano fra i quattro e bisognava alzare un po' la voce per capirsi.

«Che ne dite se uniamo i tavoli?»

Neanche finita la frase, Franco si era già alzato e aveva accostato il loro tavolino al nostro.

Lei si presentò come Anna.

I sorrisi presero campo da soli, e la piacevolezza di quella nuova conoscenza si allargò per tutti e quattro.

Franco era alto, muscoloso al punto giusto, senza eccessi. Pizzetto e capello castano corto, occhi neri, magnetici.

Anna era meno alta di lui, elegante, con un tubino che fasciava le forme armoniose ed esaltava i fianchi stretti, il culetto sodo, ritto e uno sguardo intelligente ed un sorriso che sprizzava energia e allegria.

La conversazione proseguì naturale, mai banale, come fra vecchi amici.

Le lancette volarono e ci ritrovammo all'imbrunire ancora seduti lì, tutti e quattro, a lasciarci andare a confidenze reciproche che ci portarono inevitabilmente all'argomento più piccante.

Con una risata generale calammo la maschera. Scambisti tutti e quattro. Anche loro avevano capito di noi, per gli stessi motivi per cui noi avevamo capito di loro.

Franco era carismatico quando parlava, e lo sorprendevo spesso a sbirciarmi le gambe dal vestito un po' tirato su e nella scollatura.

Marco e Anna parevano assorti nella loro conversazione e a gustare i dettagli fisici reciproci.

In tutti e quattro cresceva qualcosa di difficile da ignorare.

Quella sera però non erano liberi. Ci promettemmo di rivederci presto.

Ci alzammo e ci incamminammo verso il parcheggio.

Le due coppie si erano già "scambiate" in modo naturale.

Franco mi cingeva il fianco con una mano, parlavamo e passeggiavamo davanti, Marco e Anna lo stesso, a pochi passi dietro.

La mano di Franco scivolò dal mio fianco fino a carezzarmi leggero il culo in modo discreto ma fermo, lento, senza fretta.

Da lì a un bacio fu naturale.

Mi girai e vidi che loro stavano facendo la stessa cosa.

Nel parcheggio buio ci salutammo con baci appassionati e poco più. Peccato, essendo per strada.

Ci scambiammo i numeri di telefono di tutti e quattro e ognuno prese la propria strada.

Il giorno dopo Franco mi mandò un messaggio, scrisse che gli ero piaciuta tanto e che voleva rivedermi presto.

Ne parlai con Marco e programmammo un incontro in un giorno in cui saremmo stati tutti liberi, ma scoprimmo improvvisamente poi che Marco quel giorno non poteva venire per ragioni improvvise di lavoro.

«Pazienza, rimandiamo ad una data migliore» dissi.

«Ma no» rispose Marco. «Sono così rari i momenti in cui possiamo essere liberi tutti e quattro che sarebbe un peccato rinunciare quando almeno qualcuno può. Mi sembrano persone a modo. Potreste incontrarvi voi come prima volta. Sentiamo cosa ne pensano anche loro.»

Accettarono.
Si presentarono con dolci e bollicine. Un gesto semplice, ma che diceva già tutto sul tipo di persone che erano.

Un po' di conversazione e un drink, il dispiacere formale per l'assenza di Marco.

Era una scena che durava poco, e tutti e tre lo sapevamo.

Iniziammo a baciarci quasi subito. Senza troppa cerimonia e ci spostammo in camera.

I vestiti caddero lentamente, ognuno di noi toglieva un capo all'altro, le mani che esploravano mentre scoprivano.

Sul letto, nudi tutti e tre, i baci e le carezze continuarono senza fretta.

Anna e io ci baciammo. Franco ci guardava con il cazzo già duro in mano, muovendola su e giù lentamente, gli occhi che non si spostavano. La cappellona sempre più gonfia e rossa.

Si avvicinò e ci prese per mano invitandoci a distenderci sul letto.

Mi ritrovai in mezzo a loro, i due corpi caldi che mi stringevano da ogni lato.

Sentivo il calore di entrambi.
Era una sensazione densa, reale, impossibile da ignorare.

Franco e io ci baciammo, mentre sentivo la lingua di Anna scendere su di me, lenta e precisa, sempre più giù, aprendomi le gambe.

Poi io e Anna ci spostammo su di lui.
Le nostre bocche si alternarono sul suo cazzo sul punto di esplodere, i nostri sguardi che si incrociavano ogni tanto con un mezzo sorriso e un bacio.

Anna approfittò di quella durissima erezione, salì su Franco disteso sul letto e cominciò a scoparlo piano.

Alla vista del movimento sinuoso di quel suo culetto mi avvicinai da dietro, la abbracciai, stringendomi a lei, facendole sentire i capezzoli sulla schiena e strusciando il mio clitoride sul suo perfetto culetto sodo e liscio.

Bastò poco.

Anna venne quasi subito con un grido soffocato, il corpo che cedeva in un fremito lungo.

Poi toccò a me.

Franco mi prese sotto di lui e sentii il suo cazzo ancora umido di lei, largo e duro, farsi strada sapiente e inesorabile dentro di me, tutto, mentre Anna scivolava sotto di lui, la sua lingua sulle sue palle, lenta e devota.

Andammo avanti così per un po', cambiando posizioni, mescolandoci, senza fretta e senza schema.

Io e Anna ci ritrovammo a 69, le bocche di ognuna fra le gambe dell'altra, le lingue precise, spietate e golose.

Franco ci interruppe per scoparci a turno entrambe, potente, alternandosi, mentre io e Anna continuavamo a baciarci e intrecciarci le lingue, gli occhi chiusi, i corpi che si rispondevano.

Gli orgasmi arrivarono forti per me e per lei, uno dopo l'altro, ondate lunghe che lasciavano poco fiato, intrecciando i nostri respiri e le nostre gocce di sudore.

Alla fine anche lui venne, disteso, mentre le nostre bocche lo accoglievano insieme, avide, fra sguardi di intesa e di malizia.

Restammo sul letto a chiacchierare, i dolci aperti fra noi, le bollicine che facevano le bolle nel bicchiere.

Quella leggerezza naturale di chi ha condiviso qualcosa e non ha bisogno di commentarla.

Si fece tardi.
Si alzarono, si rivestirono, ci salutammo con la stessa semplicità con cui erano arrivati.

Sulla porta, Franco sorrise.
«La prossima volta in quattro.»

Non era una domanda.

Sono passati anni da quella sera.

Ci ritroviamo spesso anche con Marco in quattro, quando ci va, o a due a coppie scambiate quando l'occasione lo permette.

Senza programmi rigidi, senza gelosie, senza dover spiegare niente a nessuno.

È diventata una cosa naturale, come lo era stata fin dal primo pomeriggio al bar, con i tavoli uniti e i drink all'ombra.

Ogni volta è più bello del precedente.

Forse perché ci conosciamo davvero, ormai.

O forse perché certe intese, una volta trovate, non si perdono più.

Ma quella prima volta, Marco non c'era.

Marco tornò dal lavoro tardi.

Lo sentii dalla chiave nella serratura, dal modo in cui appoggiò la borsa nell'ingresso, da quel mezzo secondo di silenzio prima di chiamarmi.

Lo conoscevo a memoria, mio marito.

Ero in cucina.
Il vino era già sul tavolo.

Si sedette di fronte a me senza togliersi la giacca e mi guardò con quella sua aria da chi finge di essere paziente.

«Allora.»

Sorrisi. «Allora cosa?»

«Elena.»

Versai il vino. Iniziai a raccontare.

Gli raccontai tutto, dall'inizio.

I dolci e le bollicine, il drink, il dispiacere formale per la sua assenza che durava poco e tutti e tre lo sapevamo.

Gli raccontai i baci quasi subito, i vestiti che cadevano, le mani che esploravano mentre scoprivano.

Marco ascoltava con gli occhi attenti, il bicchiere fermo in mano.

Non interrompeva.
Non faceva domande.
Aspettava.

Gli raccontai Franco che ci guardava con il cazzo duro in mano mentre io e Anna ci baciavamo.

Anna che scendeva su di me con la lingua, lenta e precisa. Le nostre bocche che si alternarono su di lui, i nostri sguardi che si incrociavano con un mezzo sorriso.

Marco posò il bicchiere.

Gli raccontai Anna che saliva su Franco e io che mi eccitavo a vederla muovere su di lui e la stringevo a lei da dietro, i capezzoli sulla sua schiena, il mio clitoride sul suo culo fino al suo orgasmo improvviso e soffocato.

Gli raccontai Franco dentro di me, largo e inesorabile, mentre Anna era sotto di lui con la lingua.

Il respiro di Marco era cambiato.
Lo conoscevo anche quello.

Gli raccontai il 69, io e Anna, le lingue precise e golose.

Franco che ci scopava entrambe, forte, alternandosi.
Gli orgasmi uno dopo l'altro, i respiri intrecciati, il sudore.

«E alla fine» dissi, «lo abbiamo accolto insieme.
Con gli occhi che si parlavano.»

Marco rimase in silenzio un momento.

Poi si alzò, mi prese per mano e mi portò in camera senza dire niente.

Quello che c'era fra noi non aveva bisogno di spiegazioni.

Non era gelosia, quella di Marco.
Non era mai stata gelosia.

Era qualcosa di più raro e più solido, una complicità profonda che si nutriva anche di questo, di raccontarsi, di condividere, di tornare sempre l'uno verso l'altra con qualcosa di nuovo da aggiungere a quello che eravamo già.

Certi matrimoni si reggono sulle certezze. Il nostro si regge anche sulla curiosità.

Mentre continuavo a raccontare ogni dettaglio, ogni respiro, ogni gesto di quel pomeriggio, facemmo l'amore con quella familiare intensità che aveva il sapore di tutto quello che eravamo insieme.

Anni, abitudini, desideri, libertà scelta ogni giorno.

Quando finimmo, restammo immobili nel buio, il suo respiro che tornava lento.

«Franco» disse alla fine, con quella voce bassa che aveva quando stava trattenendo qualcosa.

«Cosa?»

«La prossima volta voglio esserci.»

Sorrisi nel buio.
«Lo so.»

«Non era una domanda.»

Risi piano.

Era la stessa frase di Franco sulla porta.
Glielo dissi.

Marco rise anche lui, soddisfatto, caldo, con quella malizia dentro che amavo da sempre.

Fuori era notte fonda. E non vedevamo l'ora che arrivasse la prossima volta.




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