tradimenti
L'impressionista
15.03.2026 |
1.306 |
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"Gli orgasmi si inseguirono finché non ci fermammo a riprendere fiato, sudati, con il letto disfatto intorno a noi..."
Io sono Elena.Capelli corti e biondi, occhi verdi, un'anima che ascolta gli U2 ma si ferma davanti a Monet senza trovare contraddizione.
Marco lo sa. È una delle cose che ama di me.
Quella mattina mi ero recata alla mostra da sola. Una collezione di impressionisti francesi, una sala silenziosa, la luce giusta.
Lo notai accanto a me prima di accorgermi che stavo guardando lo stesso quadro da troppo tempo.
Cinquantina. Capelli brizzolati, occhi celesti chiari, abbronzato. Giacca buona, portamento da chi non ha bisogno di dimostrare niente. Stava guardando la tela con quella concentrazione che riconosci solo in chi guarda davvero.
Ci presentammo sottovoce, come si fa in certi luoghi.
Si chiamava Gianni.
Ci scambiammo i numeri prima di uscire, con quella naturalezza di chi ha trovato qualcosa di raro e non vuole perderlo. C'era un'altra mostra in programma. Mi chiese se avessi voglia di andarci insieme.
Dissi di sì prima ancora di pensarci.
La sera lo raccontai a Marco.
Mi ascoltò senza interrompere, il mento appoggiato alla mano, gli occhi che tradivano più di quanto volesse mostrare.
Quando finii si alzò, aprì il frigo, tornò con due birre e me ne mise una davanti.
«Quindi vi rivedete?.»
Rise piano. Quella sera il discorso non andò oltre. Non era detto che sarebbe successo qualcosa. Non era detto niente.
Ma entrambi lo sapevamo già.
Decisi di non dire a Gianni che ero sposata. Non per nascondergli qualcosa, ma perché mi piaceva quel margine di libertà, quella zona sospesa in cui ero solo Elena, con i suoi occhi verdi e la sua passione per i quadri.
Marco trovò la cosa divertente. Intrigante.
Nel mese che seguì ci furono messaggi e telefonate. Brevi, brillanti, con quella leggerezza di chi condivide qualcosa di preciso. Parlavamo di arte, di pittori, di luce. Ogni tanto di altro.
Poi arrivò l'invito per la settimana successiva.
Ne parlai con Marco quella sera, seduti sul letto con il telefono fra noi. Iniziammo a pensare su come presentarmi. L'abbigliamento, il make up, l'intimo. Optammo per il nero, gonna stretta e camicia scollata, reggicalze e calze velate, intimo trasparente e minimo.
Uscimmo a fare shopping insieme il giorno dopo. Quella leggerezza frizzante di una cosa condivisa, un segreto a due che non era un segreto. Quando tornammo a casa Marco volle che indossassi tutto subito.
Facemmo l'amore in piedi contro il muro di camera nostra, con i vestiti comprati per un altro ancora addosso.
Il giorno dell'appuntamento mi preparai da sola.
Marco non c'era. La doccia durò più del solito, l'acqua calda, i pensieri che andavano dove volevano. Le mani che seguivano.
Durante il viaggio Marco mi tenne compagnia per telefono. Mi chiese dell'intimo.
Gli dissi che avevo scelto di non mettere il reggiseno. Volevo sentirmi libera, la seta nera della camicia che si muoveva ad ogni passo.
Rimase in silenzio qualche secondo. Un silenzio denso, caldo, che conoscevo bene.
Mi tenne compagnia fino all'arrivo.
Gianni mi aspettava al parcheggio. Pantaloni marroni, giacca in tono, camicia bianca. Mi salutò con un baciamano, senza ironia, con quella naturalezza elegante che aveva in tutto.
Salimmo sulla sua macchina. Musica in sottofondo, un'ora di strada davanti.
Dopo qualche minuto la sua mano era sulle mie calze, leggera, esplorativa. La mia trovò la patta dei suoi pantaloni. Lo sentii già eccitato sotto il tessuto.
Gli slacciai la cintura. Mi chinai su di lui.
Era scomodo, la strada che scorreva fuori, la posizione difficile. Ma lo sentivo godere piano, trattenersi. Eravamo quasi arrivati quando si ricompose, le mani nei capelli per un momento prima di tornare al volante.
La mostra era bella. Lui la sapeva raccontare, si muoveva fra le sale con quella sicurezza quieta di chi ha guardato molti quadri e sa ancora sorprendersi. Camminammo mano nella mano. Ogni tanto le sue labbra vicino al mio orecchio, parole basse su quello che avrebbe voluto fare se non ci fosse stata tutta quella gente intorno.
Uscimmo con l'intenzione di andare a cena.
Ci ritrovammo davanti a un hotel.
Il portiere aveva quel mezzo sorriso di chi ha visto tutto e non giudica niente. Compilammo i documenti, prendemmo la chiave.
Nell'ascensore non aspettammo oltre. Le bocche già appiccicate, le mani sotto i vestiti, il piano che saliva troppo lento.
In camera non perdemmo tempo.
Ci lanciammo l'uno verso l'altra con quella furia di chi ha aspettato abbastanza. La penetrazione arrivò subito, focosa, senza cerimonie. Gli orgasmi si inseguirono finché non ci fermammo a riprendere fiato, sudati, con il letto disfatto intorno a noi.
Decidemmo di fare una doccia.
L'acqua calda, il sapone, le mani che continuavano a esplorare con la calma che non avevamo avuto prima. Gli accappatoi bagnati sul pavimento quando tornammo sul letto.
Questa volta con tutta la lentezza che meritavamo.
Il sessantanove, le posizioni che si alternarono. Lui sopra di me, io sopra di lui, lui dietro. Ogni orgasmo più lungo del precedente.
Alla fine venne sul mio seno.
È la cosa che prediligo di più.
Restammo nudi sul letto ad abbracciarci e parlare. Fu allora che mi disse di essere sposato, con quella semplicità di chi toglie un peso.
Gli dissi che lo ero anch'io.
Non gli dissi di Marco. Non gli dissi di quanto Marco sapesse, di quanto Marco aspettasse.
Era una cosa mia. Una cosa nostra.
Ci rivestimmo, mi riaccompagnò alla macchina. Entrambi ancora su di giri, ancora caldi di quella sera. Ci rivedemmo molte volte, negli anni che seguirono.
In macchina chiamai Marco.
Capii subito, anche se non lo diceva, che voleva sapere tutto. Ogni dettaglio, ogni respiro.
Ma raccontare per telefono era impersonale, freddo, non all'altezza di quello che era stata quella sera.
«Aspetta che torno» dissi.
Aspettò.
Quando aprii la porta di casa lui era lì con quello sguardo che aveva quando tratteneva qualcosa da troppo tempo.
Non mi lasciò lavare. Volle il profumo di quella sera ancora sul mio corpo, tra le mie gambe, sulla mia pelle.
Ci stendemmo sul letto e iniziai a raccontare.
Gli raccontai tutto, dall'inizio. Gianni al parcheggio con il baciamano, la sua mano sulle mie calze, la mia bocca su di lui in macchina. Le sale della mostra, le sue parole nell'orecchio. Il portiere con il sorriso sornione, l'ascensore, la furia di quella prima mezz'ora.
La doccia. La lentezza del ritorno sul letto. Il sessantanove, le posizioni, gli orgasmi.
Il suo venire sul mio seno.
Il respiro di Marco cambiava mentre raccontavo. Lo conoscevo a memoria, mio marito.
Quando finii non disse niente.
Si mosse verso di me con quella familiarità assoluta di chi conosce ogni centimetro e trova ancora qualcosa di nuovo, e mentre le sue mani tornavano su di me sentivo ancora l'eco di quella sera mescolarsi a tutto quello che eravamo noi, da sempre.
Alla fine esplose dentro di me.
Ci abbracciammo forte nel buio, il respiro che tornava lento.
Certi matrimoni si reggono sulle certezze. Il nostro si regge anche su questo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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