tradimenti
Da fidanzati
17.03.2026 |
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"Le prese il viso tra le mani e la baciò, e la sentii emettere un suono basso, e capii che aveva ancora dentro di lei quello che avevo lasciato io..."
Erano altri tempi.Non nel senso che fossimo diversi, ma nel senso che certe cose accaddero in un periodo preciso, con quella luce specifica che hanno i ricordi quando li guardi da lontano e li trovi ancora caldi.
Con Alessio e Gianna ci conoscevamo da anni.
Avevamo condiviso serate, viaggi, feste con altre coppie, letti e divani e terrazze al mattino con il caffè in mano e la soddisfazione silenziosa di chi ha trascorso una notte che vale più di molte notti normali. Eravamo amici nel senso pieno della parola: ci si raccontava tutto, ci si prendeva in giro, ci si voleva bene.
Fra me e Gianna, però, c'era qualcosa in più.
Non era un segreto. Era una di quelle cose che tutti sanno e nessuno nomina per necessità, solo per scelta. Alessio la chiamava la tua fidanzata quando mi telefonava. Elena sorrideva con quella piega ironica che ha quando trova una situazione insieme divertente e leggermente irritante, il che per lei coincide spesso con l'eccitazione.
Fidanzati, forse, lo eravamo davvero.
Non nel senso che ci mancasse qualcosa delle rispettive vite. Nel senso che con Gianna mi concedevo qualcosa di diverso: una certa attenzione, una certa cura, un piacere che aveva la consistenza di qualcosa di scelto ogni volta da capo.
Proposi a Elena di organizzare una serata soltanto per noi due.
«Solo voi due», disse lei.
«Solo noi due.»
Silenzio. Non un silenzio di peso, ma il tipo di silenzio che Elena usa quando sta pensando e vuole che tu lo sappia.
«C'è quell'opera», disse poi. «Quella di cui Gianna mi ha parlato mesi fa. Diceva che avrebbe voluto vederla.»
«Lo so.»
«Hai già i biglietti.»
Non era una domanda.
«Da una settimana», dissi.
Elena rise. Una risata breve, schietta, con quel mezzo sbuffo che le viene quando la situazione la diverte contro la sua volontà.
«Vai», disse. «E raccontami tutto.»
Alessio aprì la porta con un canovaccio in mano e la faccia di chi stava sparecchiando.
«Il fidanzato è arrivato», disse ad alta voce, rivolto verso il corridoio.
Dal bagno arrivò la voce di Gianna, squillante e ironica: «Digli che arrivo.»
Alessio mi fece accomodare, poggiò il canovaccio sulla spalla e mi guardò con quell'espressione che aveva quando stava per dire qualcosa di malizioso.
«Sai che neanche con me va a teatro», disse.
«Lo so.»
«Con te ci va volentieri.»
«Evidentemente ho qualcosa che tu non hai.»
Scosse la testa ridendo. «Sì, purtroppo sì.»
Poi abbassò la voce di un tono, non per nascondere nulla ma per il gusto di farlo: «Stammi a sentire. Quella stasera è in forma. Non so cosa le è preso ma si è preparata come se dovesse sposarsi. Fai attenzione.»
«A cosa?»
«A non fare tardi», disse. Poi aggiunse, con lo sguardo che si fece più scuro di qualche grado: «O a fare tardissimo. Dipende da come va.»
Alzai la voce verso il corridoio: «Gianna, non vengo a vederti. Preparati con calma.»
«Bugiardo», rispose lei.
Aveva ragione.
Quando uscì dal bagno mi alzai senza accorgermene.
Abito nero, aderente, che non gridava nulla ma diceva tutto a chi sapeva ascoltare. Un soprabito scuro da cui il vestito emergeva come una promessa mantenuta. Le curve che conoscevo bene avevano quella sera una precisione diversa, come se il tessuto fosse stato scelto per dirle qualcosa di specifico al corpo.
Il trucco saltava fuori dagli occhi color ghiaccio con una violenza controllata. Li sapeva usare, quegli occhi. Li aveva sempre saputi usare.
Mi si avvicinò e mi accarezzò la guancia con le dita. Poi mi diede un bacio leggero, appena una pressione, e fece una piccola smorfia.
«Il rossetto», disse.
«Non importa.»
«No», concordò. «Non importa.»
Alessio ci guardò dalla soglia del soggiorno con le braccia conserte e un sorriso che era metà orgoglio e metà qualcos'altro che non aveva bisogno di nome.
Ci salutammo. Uscimmo di casa tenendoci per mano.
In macchina le rifeci i complimenti perché li meritava tutti e perché era giusto.
Il vestito era salito nella seduta. Dalla sua coscia emergeva il pizzo sottile di una calza autoreggente, e io posai la mano lì, lentamente, con il palmo aperto.
Gianna mi guardò. Prese la mia mano. Aprì le gambe quanto bastava e fece salire le mie dita verso il pizzo delle mutandine.
Erano già calde. Già umide.
«Il teatro», dissi.
«Il teatro», ripeté lei.
Ci guardammo.
«Conosco un posto migliore», dissi.
Rise piano, con quel ridere basso che aveva quando era già altrove. «Lo sapevo che non ci saremmo andati.»
La macchina si fermò in una strada buia, isolata, con il chiarore della luna che entrava obliquo dai finestrini.
Non ci fu tempo per sistemare i sedili.
Le spostai le mutandine ancora addosso e la scopai lì, in quella posizione storta e perfetta, con il vestito ancora su di lei. Poi Gianna lo sganciò da sola, lo tirò giù dalle spalle, e il seno uscì senza reggiseno, bianco nella penombra, con una precisione quasi geometrica.
I vetri si appannarono in fretta.
La guardai godere. Aveva quel modo di abbandonare la testa all'indietro che conoscevo, e gli occhi che si socchiudevano non per stanchezza ma per eccesso. La luce della luna disegnava il profilo del suo corpo con una generosità che sembrava intenzionale.
Venni su di lei.
I fiotti di sperma finirono sul vestito nero.
Ci fu un momento di silenzio. Poi Gianna guardò il vestito, guardò me, e rise.
«Beh», disse. «Al teatro non ci andiamo più.»
«No.»
«Peccato.»
«Sì.»
Poi si abbassò, prese il mio cazzo tra le mani, e cominciò a pulirlo con la bocca con quella calma precisa che aveva quando non stava facendo un favore ma qualcosa che le piaceva fare.
Sentii la nuova erezione arrivare quasi con fastidio, come un ospite inatteso che però hai sempre il piacere di ricevere.
«Gianna.»
«Dimmi.»
«Voglio scoparti di dietro.»
Non rispose subito. Si girò, si mise a pecorina sul sedile, il vestito che era ormai soltanto un ricordo di forma, e disse: «Sì» mentre con una mano scivolò tra le proprie cosce.
La sentii masturbarsi mentre entrai in lei da dietro, lentamente, con la cura che quella posizione richiede. Il suo respiro cambiò quasi subito. Le dita si mossero più in fretta. Poi l'orgasmo arrivò con una velocità che mi prese di sorpresa, e mi trascinò con sé: venni dentro di lei mentre Gianna era ancora scossa.
Restammo così, fermi, per un tempo che non seppi misurare.
Poi lei si risistemò, o provò a farlo, e io cominciai a ridere.
«Cosa c'è?» chiese.
«Il vestito.»
Lo guardammo entrambi. Era macchiato, sgualcito, spostato in modi che non tornavano.
«È un bel ricordo», disse Gianna.
«Per chi?»
Mi guardò con quegli occhi chiari che sapevano essere feroci quando volevano.
«Per Alessio», disse. «Torniamo a casa.»
Alessio aprì la porta e la guardò dall'alto in basso.
Non disse niente per un momento.
Poi: «Il teatro era già finito?»
«Non ci siamo andati», disse Gianna.
«Lo vedo.»
Entrò in casa senza fretta, posò la borsa, e si girò verso di me con quell'espressione che aveva quando cercava di capire quanto le cose fossero andate nel verso che immaginava.
«Tutto bene?» mi chiese.
«Benissimo.»
«Sì, si vede anche da qui.»
Gianna era già in mezzo al soggiorno. Si tolse il soprabito e rimase nell'abito macchiato, e Alessio la guardò come si guarda qualcosa che si possiede e che qualcuno ha appena usato, il che per lui non era una diminuzione ma una forma di piacere precisa.
«Sei una cosa indecente», le disse. Con affetto.
«Marco è d'accordo.»
Alessio si voltò verso di me. «Quanto?»
«Abbastanza.»
Si avvicinò a lei. Le prese il viso tra le mani e la baciò, e la sentii emettere un suono basso, e capii che aveva ancora dentro di lei quello che avevo lasciato io.
«Alessio», dissi.
Si girò.
«C'è ancora qualcosa per te, lì dentro.»
Rimase un secondo immobile. Poi rise, con quella risata piena che aveva quando una cosa lo sorprendeva nel modo giusto.
«Figlio di puttana», disse. Senza alcuna ostilità.
Gianna lo prese per mano e lo portò verso il divano, e io restai in piedi con le mani in tasca mentre lei si inginocchiava davanti a lui. Alessio mi guardò da sopra la sua testa.
«Come faccio a essere geloso», disse, «di qualcosa che mi piace così tanto?»
«Non lo so», dissi. «Chiedilo a lei.»
Gianna alzò gli occhi verso di lui senza smettere quello che stava facendo e disse soltanto: «Zitta.»
Alessio rise ancora. Poi smise di ridere perché ce n'era un motivo migliore.
Li guardai per un po'.
Alessio a un certo punto mi guardò di nuovo, gli occhi semichiusi, la mascella tesa.
«Sei contento di te?» disse. Era metà domanda e metà qualcos'altro.
«Abbastanza.»
«Lei ha goduto?»
«Chiediglielo.»
Gianna rise senza alzare la testa.
«Non è una risposta», disse Alessio.
«È l'unica che conta», dissi.
Lui scosse la testa, prese Gianna per le spalle e la girò, e da quel punto in poi smisi di fare parte della scena ma continuai ad assistere, e fu una cosa che aveva la sua dignità precisa.
Poi presi la giacca.
«Vado», dissi.
Alessio alzò una mano a salutarmi senza voltarsi.
Gianna disse, con la voce che aveva quando era altrove: «Salutami Elena.»
«Glielo dico.»
Chiamai Elena dall'auto.
«Sei già fuori?» disse. Nella sua voce c'era una sorpresa genuina.
«Sì.»
«Il teatro era corto?»
«Non ci siamo andati.»
Silenzio. Poi: «Ah.»
«Non ti anticipo niente. Arrivo.»
«Marco.»
«Cosa.»
«Vieni in fretta.»
Elena mi aspettava sul divano con le gambe piegate sotto di sé e un libro aperto che non stava leggendo. Lo chiuse appena entrai.
Mi sedetti vicino a lei. Cominciò a togliermi la giacca prima ancora che parlassi.
«Dimmi tutto», disse.
Cominciai dall'inizio. Dalla porta aperta da Alessio con il canovaccio sulla spalla. Da Gianna che usciva dal bagno. Dal vestito nero. Dal pizzo delle calze nel buio della macchina.
Elena ascoltava con la testa appoggiata alla mia spalla e le dita che lentamente si muovevano. Non mi interruppe mai. Fece soltanto piccoli suoni bassi nei momenti giusti, come chi legge e incontra un passaggio che lo prende.
Quando arrivai alla parte del vestito macchiato rise.
«E lui?» chiese.
«Alessio?»
«Sì.»
«Era contento. Nel suo modo.»
«Cioè?»
«Gelosia e eccitazione nello stesso posto.»
Elena rimase zitta un momento.
«Sì», disse poi. «Capisco.»
La guardai.
«Ah sì?»
Mi guardò con quegli occhi verdi che quando sono così non ammettono replica.
«Racconta ancora», disse.
E io raccontai ancora, e lei ascoltò, e la notte andò avanti nel modo in cui va avanti certe notti quando le parole sono già una forma di intimità e quello che viene dopo è soltanto la sua continuazione naturale.
Con Alessio e Gianna continuammo a lungo.
Altre serate, altri incontri, altre coppie coinvolte in avventure che avevano ognuna la propria luce. Alessio mi telefonava ancora, e ancora usava quella parola, e ancora la cosa ci faceva ridere tutti e quattro.
La gelosia non andò mai via del tutto.
Ma era una gelosia che sapeva trasformarsi, e questa è una dote rara, e vale più di molte certezze.
La gelosia che non trova dove mordere diventa qualcos'altro. Non scompare: si sposta. E quando trova la forma giusta può diventare il motore più onesto del desiderio. Il segreto non è non provarla. È capire dove vuole andare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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