Gay & Bisex
Giochi di luce
17.03.2026 |
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"Era una cosa viva, con i suoi ritmi, le sue abitudini, la sua grammatica specifica..."
La fotografia non ci aveva mai appassionati davvero.Marco la praticava, certo. Con quella serietà silenziosa che metteva in tutto ciò che amava. Ma i corsi, le serate con i fotoamatori, i circoli, no. Non erano roba nostra.
Quella sera eravamo lì per colpa di Renato.
Renato aveva la capacità rara di farti sentire in colpa per cose che non avevi fatto, e aveva usato quella capacità con precisione chirurgica nelle settimane precedenti. Venite, vi presento gente interessante. Così eccoci lì, in una sala al primo piano di un palazzo nel centro, seduti su sedie pieghevoli, con un fotografo che spiegava la differenza tra esposizione e diaframma a una decina di persone che fingevano di non saperlo già.
Mi guardai intorno.
E lo vidi.
Alto, moro, spalle larghe dentro una camicia chiara. Stava ascoltando con la stessa espressione che avevo io, quella di chi è presente per cortesia e lo sa, e non lo nasconde del tutto. Accanto a lui una ragazza giovane, forse vent'anni, che invece prendeva appunti con entusiasmo genuino.
Sua figlia, capii dopo. L'aveva accompagnata lei.
Incrociai lo sguardo di Marco. Lui aveva già notato la stessa cosa. Mi sfiorò un cenno appena.
Alla pausa caffè, fu lui ad avvicinarsi.
«Voi due sembrate altrettanto convinti di essere qui,» disse. Aveva un sorriso che arrivava prima delle parole.
«Siamo stati ricattati sentimentalmente,» risposi.
Rise. «Io almeno ho una scusa valida.» Indicò la figlia con un cenno del capo. «Lei invece sembra davvero appassionata.»
«Enrico,» disse, e ci strinse la mano a entrambi. Prima a me, poi a Marco, e tenne la mano di Marco un secondo in più del necessario, abbastanza da non essere casuale.
Marco non ritirò la mano subito.
Parlammo fino alla fine della pausa. Poi parlammo ancora dopo, quando la serata finì e la figlia di Enrico andò via con alcuni compagni di corso. Rimanemmo sul marciapiede tutti e tre, con quella sensazione precisa di non volersi ancora congedare senza avere un motivo dichiarato per restare.
«Domani sera,» disse Enrico alla fine. «Ho una casa qui vicino. Non è abitata, l'ho presa come investimento. Ma c'è tutto. Venite per un aperitivo.»
Tornando a casa, Marco guidava e io guardavo la strada.
«Ti è piaciuto,» disse.
«Anche a te.»
Sorrise senza rispondere. Aveva quella capacità, lasciar vivere le cose senza doverle nominare subito.
La casa era al terzo piano di un palazzo silenzioso, con un ascensore lento e un pianerottolo che odorava di legno vecchio.
Enrico aprì la porta e si scusò per il disordine. Ma non c'era disordine. C'era solo quella qualità particolare degli spazi non vissuti, tutto al posto giusto, niente fuori posto, eppure nessuna traccia di esistenza quotidiana. Niente scarpe vicino alla porta. Niente polvere o tazze sul lavandino. Niente.
Stavamo ancora bevendo quando Enrico posò il bicchiere sul tavolo e disse, senza preamboli: «Devo dirvi una cosa.»
Lo guardammo.
«Quella sera al corso vi ho notati subito. Entrambi.»
Marco sorrise piano. «Lo sapevamo.»
«Lo sapevo anch'io che lo sapevate.» Fece una pausa. «Volevo dirlo lo stesso.»
«Anche noi,» dissi. «Nel caso non fosse chiaro.»
Ci fu un silenzio breve, di quelli che non pesano.
«Bene,» disse Enrico. «Allora vi faccio vedere la casa.»
Ci fece fare il giro.
Salotto grande, cucina, un corridoio. Poi si fermò davanti a una porta semiaperta.
«La camera,» disse, senza aprirla del tutto.
Non so chi si mosse per primo.
Forse nessuno si mosse, forse ci trovammo semplicemente più vicini, come succede quando lo spazio cambia, quando un corridoio diventa stretto e i corpi si ricalibrano. Enrico era dietro di me. Marco era davanti.
Lo baciai.
Non Enrico, Marco. Prima Marco, come sempre, come il punto da cui tutto parte. Poi sentii le mani di Enrico sulle mie spalle, la sua bocca sul mio collo, e mi girai quanto bastava per incontrare anche lui. Il bacio si allargò, si moltiplicò, una cosa strana e naturale insieme, tre bocche che trovano una geometria senza averla discussa.
Poi vidi Marco e Enrico guardarsi.
Non dissi niente. Rimasi ferma.
Si baciarono.
Fu breve, la prima volta, quasi una verifica. Poi più lungo. Enrico aveva chiuso gli occhi. Marco aveva una mano sulla nuca di Enrico e l'altra ancora su di me, come a non perdere il filo.
Entrammo nella camera.
Ci spogliammo lentamente, ognuno nell'orbita degli altri due.
Enrico era come sembrava, fisico curato, pelle scura, una presenza fisica notevole. Quando rimase senza niente addosso capii perché aveva quel modo di muoversi, leggermente consapevole di sé senza essere vanitoso. Era dotato in modo notevole, e non lo nascondeva né lo ostentava.
«Madonna,» dissi sottovoce.
Rise. Anche Marco rise.
Quello che successe dopo fu lento all'inizio, poi sempre meno.
Enrico era dentro di me quando sentii Marco avvicinarsi da dietro di lui. Li guardai, li guardai davvero, cosa che non sempre riesco a fare perché mi perdo, e vidi il momento esatto in cui Marco entrò in Enrico. Il respiro di Enrico cambiò, si fece più corto, le sue mani sulle mie anche si strinsero.
Poi cominciarono a muoversi.
Il movimento si trasmetteva, ogni spinta di Marco diventava una spinta dentro di me, con un ritardo di un battito, come un'eco. Trovai quel ritmo prima con il corpo, poi con la testa, e quando lo capii davvero ebbi un orgasmo così violento che mi sorpresi da sola.
Ci fermammo. Ci spostammo. Trovammo altre posizioni, altre combinazioni.
A un certo punto fui io sopra a Marco, con tutta la foga di chi vuole sentire tutto in una volta sola, e Enrico si avvicinò di nuovo, stavolta diversamente. Si fermò. Mi chiese con gli occhi.
Annuii.
Ci volle un momento. Poi un altro.
Poi eravamo tutti e tre in un equilibrio che non avevamo cercato ma che sembrava inevitabile, e i movimenti trovarono un sincrono tacito, e capii che stavamo andando tutti nella stessa direzione. Marco sotto di me. Enrico dietro. La stanza silenziosa tranne i nostri respiri.
Venimmo quasi insieme, prima io, poi loro, a pochi secondi l'uno dall'altro, come se avessero aspettato.
Rimanemmo fermi a lungo.
«Sembrava che ci conoscessimo da anni,» disse Enrico alla fine, con la voce di chi sta ancora tornando.
Era esattamente quello.
Per circa un anno, fummo in tre.
Non so come definirlo altrimenti. Non era un'avventura, non era un accordo. Era una cosa viva, con i suoi ritmi, le sue abitudini, la sua grammatica specifica.
A cena insieme quasi ogni sera. Cucinavamo a turno. Enrico bene, con quella concentrazione metodica che metteva nelle cose pratiche, e Marco e io stavamo a tavola a guardarlo o ad aiutarlo, e parlavamo. Di tutto. Com'è nelle relazioni vere, quelle in cui non devi decidere cosa dire perché le parole vengono da sole.
«Stasera ho bruciato il soffritto per colpa tua,» mi disse una volta, indicando Marco.
«Io non ho fatto niente.»
«Esatto. Eri lì a non fare niente in modo molto distraente.»
Marco alzò le spalle con un sorriso che cercava di sembrare innocente.
Ci piaceva uscire insieme. Musei, mercati, qualche viaggio breve, una volta il lago, una volta la costa. Camminavamo in tre, e io passavo dal braccio di Marco al braccio di Enrico senza pensarci, e ogni tanto qualcuno ci guardava con quell'espressione perplessa che cercava di ricostruire la geometria di quello che vedeva.
«Quella signora non riesce a capire,» dissi una volta sottovoce.
«Lasciamola nel dubbio,» disse Enrico. «È più interessante.»
Marco rise. Aveva ragione.
C'era qualcosa di particolarmente bello in quei momenti pubblici, non per esibizione, ma per il contrario. Per la normalità con cui ci muovevamo. Tre persone che si volevano bene, punto. Il resto erano fatti di chi guardava.
Il sesso era libero, nel senso più semplice del termine.
Non c'erano turni, non c'erano regole. Se Enrico e io eravamo soli, stavamo insieme. Se Marco tornava, si univa, o no, se non aveva voglia, e non era mai un problema.
Una sera Marco rientrò prima del previsto.
Enrico e io eravamo nel letto nostro, il letto grande, quello con la testiera di legno scuro. Non stavamo facendo niente di tranquillo.
Sentimmo la porta. Una pausa. L'acqua della doccia.
Quando Marco ricomparve aveva ancora i capelli bagnati e un'espressione volutamente innocente.
«Avete bisogno di niente?» chiese.
«Di te,» dissi.
Non si fece pregare.
Si avvicinò al letto e rimase in piedi, e Enrico e io ci girамmo verso di lui quasi nello stesso momento, come per un accordo che non avevamo preso. C'è qualcosa di molto specifico in quel gesto, offrire la bocca a qualcuno mentre il corpo è occupato altrove. Una forma di attenzione multipla che non avevo mai sperimentato prima di quell'anno.
Poi Marco prese il posto di Enrico, e Enrico prese il posto di Marco, e trovammo di nuovo quel ritmo a tre che sembrava volersi ripetere ogni volta come se dovessimo dimostrare qualcosa a noi stessi.
Non dovevamo dimostrare niente.
Era solo bello.
Quello che mi piaceva di Enrico, oltre a tutto il resto, era una cosa fisica molto precisa: la forma del suo cazzo, leggermente curva, che in certi movimenti trovava punti che gli altri non trovavano. Non è facile da descrivere senza sembrare meccanica, ma il corpo sa riconoscere queste cose, e il mio le riconobbe subito.
Glielo dissi una volta.
Si illuminò come un bambino a cui fai un complimento inaspettato.
«È la prima volta che qualcuno me lo dice in questi termini,» disse.
«Strano,» dissi. «Perché è evidente.»
Marco annuì dal lato suo, come a confermare. Enrico ci guardò entrambi con quell'espressione, affettuosa, leggermente incredula, che aveva spesso quando non sapeva bene cosa fare della fortuna di essere lì.
Non fu una cosa che arrivò tutta in una volta.
Enrico aveva una vita che non conoscevamo bene, all'inizio. Poi la conoscemmo meglio. Poi la conoscemmo troppo.
Ce ne parlò lui stesso, in modo diretto, senza cercare di edulcorarlo. Tre figlie, tre madri diverse. Non convivenze finite male, non storie lunghe. Rapporti brevi, in certi casi molto brevi, con donne che non avevano niente in comune tra loro tranne lui.
«E tuo padre?» chiese Marco.
«Non mi parla,» disse Enrico. Lo disse piano, senza rancore ma senza dolore finto. «Ha smesso quando è nata la terza.»
Restammo in silenzio un momento.
«Lo capiamo,» dissi alla fine.
Lui mi guardò.
«Non nel senso che ti giudichiamo,» aggiunsi. «Nel senso che capiamo perché tuo padre ha fatto così.»
Fu onesto, in quella conversazione. Disse che non era sicuro di poter cambiare. Che aveva provato, o almeno si era detto che stava provando, e che ogni volta qualcosa si ripeteva. Non per malvagità. Per qualcosa di più complicato e meno scusabile al tempo stesso.
Cercammo di parlargli, nelle settimane dopo. Non con giudizio, o almeno cercammo di non farlo. Ma certe cose, quando le dici ad alta voce, prendono una forma che non si può ignorare.
Lui ascoltò. Annuì. Disse che capiva.
Poi scelse.
Non lo disse esplicitamente, non fu una rottura formale, non ci fu una sera di lacrime e porte che sbattono. Fu più lento di così. Le cene diventarono meno frequenti. I messaggi più corti. Finché un giorno ci fu solo silenzio, e il silenzio disse quello che le parole non avevano detto.
Marco era sul divano quando ne parlammo davvero.
Avevo le gambe sulle sue, un libro aperto in mano che non stavo leggendo.
«Mi manca,» dissi.
«Lo so.» Mi accarezzò il polpaccio, piano. «Anche a me.»
«Non nel senso che voglio che torni.»
«No, neanche a me. Nel senso che era bello quello che era.»
Rimasi in silenzio un momento. Fuori era già buio, e la luce della lampada faceva ombre morbide sul muro.
«Ci ha voluto bene,» dissi. «A modo suo, ma ci ha voluto bene davvero.»
«Sì,» disse Marco. «E noi a lui.»
«È sufficiente, no? Che sia esistito.»
Marco mi guardò, con quegli occhi che conosco da talmente tanto tempo da non riuscire più a descriverli, perché sono solo suoi, sono solo Marco.
«È più che sufficiente,» disse.
Posai il libro.
Mi avvicinai a lui sul divano, e lui mi aprì le braccia senza che dicessi niente, e restammo così un po', con la lampada accesa e la città fuori che non sapeva niente di noi.
Enrico era entrato nella nostra vita da una porta laterale, per colpa di una serata a cui non volevamo andare, in un corso di fotografia che non ci interessava. Aveva portato con sé una qualità rara: la capacità di stare dentro qualcosa senza pretendere di possederlo.
Con noi era stato presente. Generoso. Vivo.
Il fatto che la sua vita, fuori da noi, avesse una forma che non riuscivamo a condividere non cancellava niente di quello. Non lo rendeva meno reale.
Ci sono persone che attraversano il tempo con te. Altre che attraversano solo un tratto, ma lo attraversano così bene, con tale intensità, che quel tratto diventa parte di te per sempre.
Enrico era stato così.
E ogni tanto, quando Marco tira fuori la macchina fotografica e io lo guardo sistemarla con quella serietà silenziosa che mette in tutto ciò che ama, penso a una sala al primo piano di un palazzo nel centro, a sedie pieghevoli e un fotografo che spiegava il diaframma, e a un uomo alto e moro che ci aveva guardati con un sorriso che arrivava prima delle parole.
E sono grata.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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