tradimenti
Al mare col fidanzato clandestino - Parte 2
18.03.2026 |
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"Si sedette su una sedia e disse a Marco e Riccardo di fare come se lei non ci fosse..."
Il viaggio di Marco (seguito de: Al mare col fidanzato clandestino)
Mi chiamo Marco.
Elena, mia moglie, era ancora abbronzata, il profumo del sole e del mare ancora addosso. Aveva appena finito di raccontare la sua avventura estiva al mare con il biker. Io aspettai un secondo, poi sorrisi.
"Anch'io ho qualcosa da dirti."
La trasferta era a Bologna.
Dieci giorni. Marco aveva portato la macchina fotografica. La portava sempre, anche quando non serviva.
Elena era partita due giorni prima di lui.
Non si erano detti molto. Si erano guardati in quel modo, quello che usavano quando le parole avrebbero rovinato tutto.
Poi era uscita.
Milena la incontrò il terzo giorno, in una libreria usata dove stava aspettando che smettesse di piovere.
Si sfiorarono davanti allo stesso scaffale.
Lei alzò gli occhi.
Grigi, quasi trasparenti, con dentro qualcosa di valutativo che non era diffidenza. Era il modo in cui certe persone guardano il mondo: come se stessero sempre decidendo se vale il loro tempo.
Marco capì immediatamente di essere sotto esame.
Capì anche, quasi subito, che stava passando.
Trentasette anni, capelli scuri portati come se pettinarli fosse una perdita di tempo, fisico asciutto ma ben tornito e delineato.
Faceva un lavoro creativo con le mani. Aveva le unghie corte e una specie di energia trattenuta, come qualcosa che non aveva ancora deciso se esplodere o restare ferma.
Parlarono un'ora sotto i portici con la pioggia che rigava la strada.
Marco disse che era sposato, presto, senza strategia.
Milena non batté ciglio.
«Anch'io», disse. «Felicemente.»
«Anche noi.»
Si guardarono.
Non servì altro.
Non successe niente quella sera.
Marco tornò in hotel, aprì la finestra, ascoltò la città che si rimetteva in moto.
Pensò a Elena. Si chiese cosa stesse facendo. Sorrise al soffitto.
Il giorno dopo Milena gli scrisse.
Cena stasera? Veniamo anche noi.
Marco si fermò sul pronome.
Rispose di sì.
Luca era esattamente quello che ci si poteva aspettare accanto a una donna come Milena.
Quarantadue anni, calmo, ironico, con uno sguardo che pesava le persone senza giudicarle. Lavoro manuale, pazienza da artigiano, mani grandi. Il tipo di uomo che non ha bisogno di riempire il silenzio.
Si strinsero la mano e nel giro di venti minuti era già chiaro che quella cena era un'altra cosa.
Non lo disse nessuno.
Mangiarono bene, parlarono di tutto, parlarono di coppie aperte con la stessa naturalezza con cui si parla del tempo.
Milena aveva una risata improvvisa che arrivava senza avvertire. Luca la guardava ogni tanto con quell'espressione precisa di chi ha trovato quello che cercava.
Marco li osservò e pensò che si riconosceva.
Poi Milena disse una cosa che cambiò leggermente la direzione della serata.
«Luca questa sera preferisce restare a casa.»
Lo disse senza enfasi, come un dato di fatto.
Luca annuì, con un mezzo sorriso che conteneva qualcosa di malizioso e qualcosa di tenero insieme.
«Porto a casa le storie», disse Milena. «Gli piacciono le storie.»
Marco la guardò.
Capì.
La prima volta fu in hotel.
Milena attraversò la stanza come se la conoscesse già, si sedette sul bordo del letto e lo guardò con quegli occhi grigi.
Non disse niente.
Marco si avvicinò e lei lo lasciò avvicinarsi fino a un centimetro, poi prese la sua mano e la posò sul proprio collo, con una pressione precisa che era metà richiesta e metà istruzione.
Lui capì.
La baciò tenendola ferma così, e lei aprì la bocca con una lentezza deliberata che aveva dentro tutta quell'energia trattenuta che lui aveva visto fin dal primo momento.
Quando finalmente esplose non fu graduale.
Milena non faceva le cose a metà.
Si tolse i vestiti con gesti rapidi e pratici, senza civetteria, come chi non ha tempo da perdere, e rimase in piedi davanti a lui con quella schiena dritta con le sue tettine dure, impertinenti e gli occhi che valutavano ancora, sempre, anche adesso.
La voglia piccola sull'anca. Il corpo asciutto con curve che si rivelarono solo sotto le mani.
«Adesso», disse.
Non era una preghiera. Era un ordine.
Aveva la vagina stretta e calda e si mosse subito con una sicurezza che tolse il respiro.
Non aspettava. Prendeva.
Si girò dopo poco, senza chiedere, appoggiò le mani alla testiera del letto e guidò Marco con un movimento della schiena che non lasciava spazio a interpretazioni.
Lui la tenne per i fianchi e lei spinse indietro, aprendosi da sola morbidamente e docile con una forza che non si aspettava da quel corpo asciutto.
Ansimava piano, con la bocca chiusa, come se anche il piacere fosse una cosa da controllare.
Poi a un certo punto smise di controllare.
La testiera del letto cominciò a battere contro il muro con un ritmo preciso e lei lasciò andare un suono basso e continuo che non era un gemito ma qualcosa di più animale.
Marco le portò una mano davanti, lei la prese e la tenne premuta su di sé con una pressione che diceva esattamente dove e quanto.
Venne sentendo i suoi fiotti caldissimi dentro di lei riempiendola e stringendo quella mano così forte che lui sentì le nocche scricchiolare.
Restò immobile per qualche secondo.
Poi si girò, lo guardò con quegli occhi grigi ancora più trasparenti del solito, e disse:
«Bene.»
Come se stesse approvando un lavoro fatto a regola d'arte.
Marco rise.
Lei rise anche, quella risata bassa e improvvisa.
Poi lo spinse di nuovo sul letto.
«Non ho finito.»
Quello che Marco non si aspettava era quanto Milena fosse brava a leggere le persone.
Non nel senso generico. Nel senso che capiva cosa voleva l'altro prima che l'altro lo capisse.
Nei giorni seguenti costruirono una cosa piccola e precisa.
Non una storia. Una coppia temporanea, funzionale, con le sue regole implicite.
Uscivano la sera insieme con quella naturalezza di chi si conosce da anni. Milena aveva un modo di muoversi in pubblico che attirava senza cercare attenzione. Occupava lo spazio con intenzione.
Sceglievano insieme.
Un uomo conosciuto a una mostra, tranquillo, con le mani belle e una curiosità genuina. Una coppia incontrata per caso, lui timido e lei no. Una donna sola, di passaggio in città, che Milena aveva adocchiato prima di lui.
Marco imparò a leggere i movimenti di Milena. Lei imparò quando lasciarlo guidare e quando riprendere il controllo.
Una collaborazione silenziosa e precisa. Come fotografare insieme senza mettersi nell'inquadratura dell'altro.
La donna di passaggio si chiamava Sara.
Trentadue anni, capelli rossi veri non tinti, un modo di ridere che prendeva tutto il viso.
Milena la portò verso di loro con la stessa naturalezza con cui avrebbe portato un bicchiere dal bancone.
Tornarono in hotel tutti e tre.
Sara era curiosa più che esperta, con quella qualità preziosa di chi non finge di sapere già tutto. Si lasciò guidare da Milena con una fiducia immediata che aveva qualcosa di bello da guardare.
Marco le stava dietro mentre Milena le stava davanti, e Sara teneva gli occhi aperti su Milena come se non volesse perdersi niente.
A un certo punto Milena alzò gli occhi su Marco sopra la spalla di Sara, con quell'espressione valutativa, e gli fece un cenno impercettibile.
Marco capì.
Quando Sara venne la prima volta aveva la bocca premuta contro il collo di Milena e le mani di Marco sui fianchi e non sapeva bene dove finiva una cosa e iniziava l'altra.
Disse: «aspettate» con una voce che non aspettava niente.
Non aspettarono.
Marco venne dentro di lei con un ritmo che non lasciava spazio a niente altro.
Sara si irrigidì, poi si sciolse, e nel momento in cui Marco si ritirò Milena era già lì, con quella precisione che aveva in tutto, e tenne Sara ferma mentre lui finiva su di lei, sul ventre caldo, guardando Milena che guardava lui.
Milena passò una mano lenta sul segno lasciato.
Come se stesse valutando anche quello, ma con la lingua.
L'uomo della mostra si chiamava Riccardo.
Quarant'anni, silenzioso, con una precisione nei movimenti che tradiva abitudine alla concentrazione.
Milena lo volle guardare prima.
Si sedette su una sedia e disse a Marco e Riccardo di fare come se lei non ci fosse.
Non era possibile fare come se Milena non ci fosse.
Ma ci provarono.
Riccardo era diverso da come Marco lo aveva immaginato. Aveva quella pazienza silenziosa anche in quel contesto, e una generosità nei gesti che sorprese.
A un certo punto Milena si alzò dalla sedia.
Disse: «adesso tocca a me» con una voce che non ammetteva repliche.
Non ce ne furono.
Riccardo era già venuto, silenzioso come tutto il resto, su Marco, il suo ventre ancora segnato.
Marco aspettò.
Milena lo guardò dalla posizione in cui si trovava, con quella schiena dritta irriducibile, e disse:
«Su di me.»
Non aggiunse altro.
Marco si avvicinò e lei rimase ferma, gli occhi grigi aperti su di lui, mentre lui veniva sul suo petto con una forza che non si aspettava nemmeno lui.
Milena abbassò lo sguardo un secondo.
Poi lo rialzò.
«Bene», disse.
La stessa parola di sempre.
Una sera, tornando, Milena gli disse:
«Luca mi ha chiesto di te.»
«Cosa voleva sapere?»
«Come guardi le cose.»
Marco non rispose subito.
«E tu cosa gli hai detto?»
«Che guardi come se volessi ricordare.»
L'ultima notte fu solo loro due.
Nessuna terza persona, nessuna collaborazione.
Milena arrivò in hotel con una bottiglia e nessuna fretta.
Si sedettero sul pavimento appoggiati al letto a parlare a lungo, finché la bottiglia fu quasi vuota e il caldo della notte era entrato dalla finestra aperta.
Poi lei lo guardò.
«L'ultima volta la voglio strana», disse.
«Strana come?»
«Non lo so ancora. Decidiamo mentre succede.»
Finirono sul davanzale della finestra aperta sul cortile interno, Milena seduta sul bordo con le gambe attorno a lui, la schiena verso il vuoto e le mani aggrappate alle sue spalle con una forza che lasciò i segni.
La città sotto di loro non sapeva niente.
Marco la tenne stretta con un braccio e con l'altro mano tenne il muro, e lei si abbandonò indietro quanto bastava per guardare il cielo, i capelli scuri che cadevano nel buio, la gola esposta, gli occhi chiusi.
Rimase così, sospesa, mentre lui si muoveva lento perché lento era l'unica velocità possibile in quella posizione.
Era una cosa al limite del ragionevole.
Erano entrambi perfettamente consapevoli.
Quando venne Milena si aggrappò a lui senza fare rumore, la fronte contro il suo collo, le unghie corte dentro le sue spalle.
Restarono fermi un momento con la città sotto e il cielo sopra.
Prima di quella conclusione, sul davanzale, Marco aveva sentito Milena stringersi intorno a lui con quella forza precisa e aveva capito che non aveva intenzione di lasciarlo andare.
«Dentro», aveva detto lei sottovoce, la fronte ancora contro il suo collo.
Non era una domanda.
Lui rimase dove era e lasciò che succedesse, con la città sotto e il fiato di Milena caldo sul suo collo e le sue unghie corte che non mollarono fino alla fine.
E rise.
Marco rise anche lui, con il cuore che batteva forte per almeno tre ragioni diverse.
La mattina dopo arrivò il messaggio di Elena.
Torno dopodomani. Ho tantissimo da raccontarti.
Poi:
Tu?
Marco guardò il soffitto.
Anch'io, scrisse.
Al momento di salutarsi Milena lo abbracciò. Schiena dritta anche così.
Gli disse qualcosa a bassa voce.
Marco non lo avrebbe ripetuto neanche a Elena. Alcune cose appartengono al posto in cui sono nate.
Guidò verso casa con la macchina fotografica sul sedile del passeggero.
Pensò a Milena. Agli occhi grigi, alla voglia sull'anca, alle unghie nelle spalle. Al modo in cui aveva detto porta a casa le storie come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Pensò a Luca che aspettava. Al mezzo sorriso malizioso e tenero.
Pensò che c'erano molti modi di stare in una coppia.
Elena era in cucina quando aprì la porta.
Raccontò tutto nell'ordine in cui era successo.
La libreria, la pioggia, gli occhi grigi. La cena, Luca, il mezzo sorriso. Milena che diceva porta a casa le storie. Sara dai capelli rossi e la sua curiosità aperta. Riccardo silenzioso e generoso. L'ultima notte sul davanzale con la città sotto.
Elena ascoltava senza interromperlo. A un certo punto gli era venuta vicina, spalla contro spalla, e lui sentiva il suo respiro cambiare.
Quando arrivò alla parte del davanzale Elena disse soltanto:
«Pazzo.»
Ma lo disse con una voce che non era un rimprovero.
Quando finì c'era silenzio.
Dopo, molto dopo, nel buio:
«Come si chiama il tuo?»
«Sandro», disse lei.
«Com'è?»
«Enorme», disse Elena. «E gentile. Una combinazione ingiusta.»
Marco rise.
«Milena aveva gli occhi grigi. Come il cielo prima della pioggia.»
«La rivedresti?»
«Non lo so. Tu?»
«Sì», disse lei senza esitare.
Marco annuì nel buio.
Era sempre stata brava a dare risposte giuste.
Si addormentarono quasi all'alba.
Bologna era lontana. Il mare era lontano. Milena e Luca esistevano da qualche parte, Sandro esisteva da qualche parte, ognuno nella propria vita.
Due fuochi accesi lontano.
Che non bruciavano niente.
Che tenevano caldo lo stesso.
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