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Prime Esperienze

La prima gang bang di Rosa


di RoyAlk
13.03.2026    |    2.911    |    22 9.7
"Poi disse, senza aprire gli occhi, con una voce che non avevo mai sentito prima: «Lo so..."
Io mi chiamo Marco, mia moglie Elena.
La storia è vera, I nomi no, ovviamente.
Certe esperienze cambiano il modo in cui guardi le persone. Non nel senso che le sminuiscono. Nel senso che le rendono più vere, più intere, più libere di essere quello che sono sempre state, senza saperlo.
Rosa era così. E io ho avuto il privilegio di esserci. La trovai sui social per caso. Un profilo curato, poche foto scelte bene. Il tipo di presenza di chi sa quello che vale e non ha bisogno di dimostrarlo.
Le scrissi. Rispose con un'ironia leggera che avrei imparato a conoscere bene.

Rosa aveva qualcosa di difficile da definire. Non era solo bella, anche se lo era. Alta, con quella presenza fisica di chi occupa uno spazio senza doverlo conquistare. I vestiti che sceglieva non erano mai casuali, tessuti ricercati, tagli precisi, abiti che esaltavano quello che aveva con una raffinatezza che non scadeva mai nel volgare. Un seno perfetto che si faceva sentire anche sotto i tailleur più sobri. Ma era il resto a colpirti.

Il sorriso arrivava all'improvviso, pieno, e per un momento ti faceva dimenticare quello che stavi per dire. Gli occhi scuri avevano qualcosa dentro che sembrava una luce propria. Quando ti guardava, eri l'unica persona nella stanza.
Divorziata, imprenditrice, abituata a decidere e a non tornare indietro. Una donna che sapeva quello che voleva. O almeno, lo sapeva nella parte di vita che conosceva.

Al primo appuntamento parlammo ore senza accorgercene. Al secondo ci fu il primo bacio. Al terzo andammo a letto, e fu naturale come le cose che devono succedere.
Cominciammo a vederci con regolarità, senza dare un nome a quello che eravamo. Poi una sera, sul divano, con la bottiglia quasi finita, mi chiese:
«Come sei adesso?»
Mi fermai un secondo.
Poi decisi di risponderle davvero.

Ho una vita che, vista dall'esterno, non ha niente di straordinario. Lavoro, amici, qualche viaggio. Le cose che ha chiunque.
Come la maggior parte su questo sito ho una doppia vita, condiviso con mia moglie Elena. Nel senso del nostro libertinaggio nel mondo swinger che pochi conoscono, che non racconto al bar né ai colleghi né ai parenti nelle cene di Natale.
Sono sposato con Elena, siamo una coppia swinger ed aperta che si concede spazi reciproci alla luce del sole pur mantenendo il matrimonio nel sentimento genuino e nel rispetto reciproco.

A questo punto, potei parlarle del mondo libertino, dei Party swinger.

Rosa mi ascoltò senza interrompermi. Con quegli occhi luminosi fissi su di me, il bicchiere fermo in mano.
Quando finii rimase in silenzio qualche secondo.
«Quindi adesso vai ancora a questi... incontri?»
«Sì» risposi. «Quando capita. Non è una cosa che programmo, ma fa parte della mia vita.»
Un altro silenzio.
«E le persone che frequenti in questo... contesto. Le vedi anche fuori?»
«Alcune sì. Sono amici veri.»
Rosa posò il bicchiere sul tavolo. Si alzò e andò alla finestra. La guardai da dietro, la schiena dritta, le spalle che portava sempre con quella compostezza naturale.
«Non me l'aspettavo» disse.
«Lo so.»
«Ma non mi spaventa» aggiunse, voltandosi. «Mi sorprende, sì. Ma non mi spaventa.»
Tornò a sedersi. Mi guardò a lungo.
«Come sono, questi posti?»
Glielo spiegai. Senza abbellire e senza spaventare. La realtà di quegli ambienti, quando sono fatti bene, è più rassicurante di quello che si immagina dall'esterno.
Discrezione assoluta. Persone selezionate. Luoghi curati. Un codice non scritto ma rispettato da tutti, fatto di rispetto, di consenso, di libertà reale.
Rosa ascoltò tutto. Fece qualche domanda precisa, come faceva sempre quando voleva capire davvero una cosa.
Alla fine disse: «Potrei venire con te, una volta?»
Non me l'aspettavo.
«Sei sicura?»
«No» rispose con onestà. «Ma sono curiosa. E mi fido di te.»

Cosi, in accordo con Elena, le proposi di formare coppia per l’occasione, io e Rosa per andare insieme alla prima festa utile.

L'occasione arrivò a luglio.
Un party in una proprietà privata fuori città, organizzato da vecchi amici con cui avevo condiviso molto negli anni. Un posto che conoscevo bene.
Glielo dissi qualche giorno prima. Rosa mi ascoltò, annuì, poi disse: «Va bene. Andiamo.»

Non sapevo bene cosa aspettarmi da lei e come avrebbe reagito ma la cosa incuriosiva anche me e lei non sapeva cosa aspettarsi arrivando alla festa.
Ci andammo una sera di estate con la sua macchina, quella lucida berlina scura e silenziosa che guidava con la stessa naturalezza con cui faceva tutto il resto.

Arrivammo quando il buio era già calato, ma non era ancora tardi.
La proprietà era isolata, raggiungibile solo da una strada bianca che attraversava la campagna. Ulivi dappertutto, il profumo secco dell'estate, il rumore dei grilli.

All'interno, luci basse, musica soffusa, persone che si conoscevano o si stavano conoscendo con quella calma rilassata dei posti dove nessuno ha niente da dimostrare.
Rosa camminava al mio fianco con la sua andatura ferma. Abito lungo color crema, scollato ma non esibito, sandali alti. Guardava tutto con quella sua espressione attenta, il sorriso trattenuto di chi non vuole sembrare troppo colpito ma lo è.

«È diverso da come me l'ero immaginato» disse sottovoce.
«In meglio o in peggio?»
«In meglio» rispose, con quel mezzo sorriso. «Molto in meglio.»

Prendemmo qualcosa da bere, parlammo con qualcuno che conoscevo. La presentai semplicemente come Rosa, senza spiegazioni, come si fa in quei contesti.
Lei tenne il passo senza difficoltà. Era brava con le persone, Rosa. Entrava nelle conversazioni con sicurezza, sapeva ascoltare, sapeva rispondere.

Ma sotto la compostezza sentivo che la serata non stava decollando nel modo che avevamo entrambi immaginato.
Certi incontri in quei contesti nascono da un'alchimia spontanea che quella sera faticava ad arrivare. Rosa era lì, presente, curiosa. Ma era anche la prima volta. E certe cose, la prima volta, richiedono il ritmo giusto.

A un certo punto mi avvicinò e mi disse sottovoce: «Possiamo stare un po' solo noi?»
Capii.
Fuori, in giardino, lungo il perimetro degli ulivi, c'erano alcune postazioni.
Letti veri, non brande. Materassi buoni, lenzuola bianche, strutture in ferro scuro. Ognuno illuminato da una torcia che teneva lontani gli insetti e dava una luce calda, raccolta, che non arrivava lontano.

Tutto intorno, il buio della campagna.

C'era anche un lettino da massaggio, leggermente più basso, con una luce orientata che lo isolava dal resto.
Ci avviammo lì.
Il silenzio era quasi completo tranne per i grilli e il vento basso tra le foglie degli ulivi.
Rosa si voltò verso di me.
Il sorriso era cambiato. Non era più quello della conversazione, quello sociale, quello brillante.
Era qualcosa di più privato.
Mi prese per la cravatta e mi avvicinò a sé.

Iniziammo lentamente, come sempre.
Rosa aveva quel modo di stare vicino alle persone che rendeva tutto naturale. Non c'era niente di meccanico nei suoi gesti. Le mani, la bocca, il modo in cui si muoveva. Tutto parlava di qualcuno che era presente davvero, non altrove.

L'abito scivolò via presto.

E Rosa, al buio degli ulivi con solo quella luce calda addosso, era qualcosa che non dimentichi.
Il corpo che aveva era il corpo di una donna che si curava con rispetto e con piacere. Seno alto e sodo, la vita stretta, i fianchi larghi al punto giusto. La pelle che assorbiva la luce delle torce e la restituiva dorata.

Stavamo bene insieme, lo eravamo già da settimane. Ma quella notte c'era qualcosa in più. Il posto, l'aria, il buio intorno.
I suoi respiri salirono presto.
Non urlava. Rosa non era il tipo. Ma i suoi gemiti avevano una qualità precisa, bassa, profonda, che portavano lontano nel silenzio della campagna.

Fu dopo un po' che mi accorsi del primo.
Un uomo solo, fermo a qualche metro, immobile tra gli ulivi. Ci guardava senza avvicinarsi.

Poi un secondo, qualche passo più in là.
Poi un terzo.

In quei contesti è normale. È parte delle regole non scritte che tutti rispettano. Si osserva, ci si avvicina solo se è gradito, non si forza niente.
Continuai quello che stavo facendo senza cambiare ritmo.
Rosa aveva gli occhi chiusi.
Quando fummo in otto intorno a quel lettino mi fermai un momento e le dissi sottovoce vicino all'orecchio, mentre lei aveva ancora gli occhi chiusi e il respiro caldo e irregolare:
«Rosa.»
«Mmm.»
«Ci sono delle persone intorno a noi. Ci guardano.»
Un silenzio di un secondo.
Poi disse, senza aprire gli occhi, con una voce che non avevo mai sentito prima: «Lo so.»
«Ti dà fastidio?»
Rimase in silenzio ancora un secondo.
«No» disse. «No, non mi dà fastidio.»
E poi aggiunse qualcosa che non mi aspettavo.
«Mi piace.»

Sentii cambiare qualcosa in lei mentre lo diceva. Non era solo una risposta. Era una scoperta.
Continuammo.

Uno dei singoli si avvicinò lentamente.
Si fermò al bordo del lettino. Alzò una mano con un gesto interrogativo verso il suo seno, lento, visibile, senza ambiguità.

Mi abbassai su Rosa e le dissi sottovoce: «Uno di loro vorrebbe accarezzarti il seno. Lo vuoi?»
Silenzio. Poi un cenno lentissimo con la testa, verso il basso e verso l'alto, senza aprire gli occhi.

La mano dell'uomo scese con cautela. Una carezza leggera, aperta, sul seno di Rosa.
Lei sussultò. Non di spavento.
Di piacere.

Un suono basso, involontario, che uscì da sola.
Dopo quel momento qualcosa si aprì.

Uno alla volta, con la stessa delicatezza del primo, gli altri si avvicinarono. Per ciascuno feci la stessa cosa: le dissi sottovoce cosa stava per succedere, le chiesi se era d'accordo, aspettai il suo cenno.

Non aprì mai gli occhi.
Si affidava completamente a me per quella parte. E io ero lì esattamente per quello.

Le mani su di lei moltiplicarono i punti di contatto. Il seno, i fianchi, le cosce, la vita. Mani diverse, ritmi diversi, pressioni diverse.

Rosa smise quasi di ragionare.
Il suo respiro era diventato qualcosa di continuo, una corrente, una cosa che non si interrompeva mai del tutto.

Poi uno dei singoli si avvicinò alla sua testa e le offrì la mano. Lei la prese. Seguì il gesto di lui e capì.
Senza che io dicessi niente, senza che nessuno dicesse niente, le dita di Rosa si chiusero intorno a lui.
Cominciò a muovere la mano lentamente, gli occhi ancora chiusi.

Dall'altro lato, un secondo uomo fece lo stesso.
Lei ripeté il gesto anche con lui. Istintiva, sicura, come se avesse sempre saputo come stare in quel momento.

Mi avvicinai al suo orecchio di nuovo.
«Rosa.»
«Sì» disse, e nella sua voce c'era qualcosa di nuovo. Una pienezza.
«Vuoi provare?»

Non le spiegai oltre. Lo sapeva già cosa stavo chiedendo.
Rimase in silenzio un secondo lungo.
Il respiro che saliva e scendeva.
Poi disse: «Sì.»

Mi sfilai da lei con delicatezza.

Il primo era già vicino. Prima di lasciarlo avanzare mi avvicinai e controllai in modo diretto e discreto che avesse le precauzioni necessarie. Lo dissi a Rosa sottovoce.
Lui prese il mio posto con una lentezza rispettosa.
Era eccitato oltre misura, la tensione di tutta la serata addosso. Durò poco, ma con quella intensità compressa che lascia comunque il segno.

Quando finì mi avvicinai di nuovo a Rosa.
«C'è un altro» le dissi. «Anche lui con le precauzioni.»
Senza rispondere a parole, Rosa alzò leggermente il mento.

Il secondo era diverso dal primo. Aveva una calma che portò con sé un ritmo più lungo, più costante.
Continuai a starle vicino, la mano sua in mano mia, i capelli che le spostai dal viso.
Fu lui a portarla per la prima volta oltre quella soglia in modo pieno, forte, con un orgasmo che la scosse e che lei non trattenne, la testa che andava indietro, le dita che stringevano le mie.

Nel frattempo, accanto al suo viso, un terzo uomo si era avvicinato. Lei girò la testa senza aprire gli occhi e lo accolse con la bocca, naturale, senza esitazione, come se fosse una cosa che faceva parte già di quella notte dall'inizio.

Così continuò.
Per ognuno dei singoli rimasti feci la stessa cosa. Il controllo, la comunicazione, il consenso chiesto sottovoce, il suo cenno.

Ogni volta Rosa disse sì.
Ogni volta con meno esitazione della precedente.

Gli orgasmi si moltiplicarono, diversi tra loro, ognuno con una sua forma. Alcuni brevi e intensi, come scosse. Altri lunghi, come onde che arrivano e non finiscono mai del tutto.
Io restai lì per tutta la notte. Accanto a lei. La mano sua in mano mia quando aveva bisogno di tenersi a qualcosa. La voce sua vicino all'orecchio quando aveva bisogno di sentire che ero lì.
Ero lì.
Sempre.

Quando tutto finì il silenzio tornò lentamente.
Gli uomini si allontanarono uno alla volta, silenziosi come erano arrivati.
Rosa rimase immobile per un po'.
Il respiro che si calmava.
Poi mi cercò con le braccia.
Mi abbracciò forte, le mani sulla mia schiena, la testa contro il mio collo.
Rimasi fermo, le braccia intorno a lei, senza dire niente.

Non c'era niente da dire.

Dopo un po' disse, con la voce di chi sta ancora tornando da qualche parte lontana: «Grazie.»
«Non devi ringraziarmi.»
«Sì che devo» disse. «Non avrei mai saputo come farlo da sola. Non avrei mai nemmeno saputo di volerlo.»
Si tirò su un poco e mi guardò.
Gli occhi luminosi, quelli con il riflesso dentro, erano diversi adesso. Non so come spiegarlo. Erano gli stessi occhi ma più larghi, più aperti, come se avessero visto qualcosa che aveva allargato il confine di quello che si aspettavano di vedere.

«Com'è che mi sento così bene?» disse, con una piccola risata incredula.
«Perché eri pronta» risposi. «Solo non lo sapevi ancora.»
Ci rivestimmo lentamente, la notte ancora calda intorno, gli ulivi fermi nel buio.
Tornammo verso le luci della casa.
Rosa camminava al mio fianco con la stessa andatura di prima, dritta, composta. Ma c'era qualcosa di diverso. Una leggerezza che prima non c'era.
Come chi ha posato qualcosa che portava da tempo senza accorgersene.

La nostra frequentazione continuò ancora per qualche mese.
Bella, com'era sempre stata.
Ma qualcosa cominciò a muoversi sottotraccia che non riuscivo a ignorare.
Rosa era una donna intera, risolta, che sapeva cosa voleva nella vita. E quello che voleva, alla fine, era una cosa sola.
Un uomo accanto. Non qualcuno con cui uscire. Non qualcuno con cui stare bene. Un uomo suo.
Me lo disse con quella sua chiarezza diretta, senza giri.
Le risposi con la stessa onestà.
Non ero lì. Non per mancanza di rispetto, non per mancanza di affetto. Semplicemente non ero nel posto giusto per darle quello che lei meritava.
Ci salutammo con quella malinconia composta che hanno le cose finite bene ma finite.

Ogni tanto ci sentiamo ancora.
Una chiamata, ogni qualche mese. La sua voce che ha ancora quella qualità precisa, quella ironia leggera.
E quasi sempre, a un certo punto della conversazione, arriva.
Un silenzio di un secondo.
Poi: «Ti ricordi quella sera?»
«Sì» rispondo. «Me la ricordo.»
«Non l'ho più rifatto, sai.»
«Lo so.»
«Ma me la ricordo sempre» dice. «Con immenso piacere.»
Una pausa.
«Grazie» aggiunge ogni volta.
E ogni volta le rispondo la stessa cosa.
«Non devi ringraziarmi, Rosa.»
Ma lei lo fa lo stesso.
E forse ha ragione.
Certe notti restano. Non per quello che è successo.
Per come ti hanno lasciato.
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