Prime Esperienze
La coppia neofita
17.03.2026 |
1.613 |
10
"La presi per i capelli sul serio, stavolta, e lei fece lo stesso con me, e scopammo con quella ferocia specifica di chi ha già superato il punto del controllo e non ha nessuna intenzione di..."
Le coppie alle prime armi non facevano per noi. Troppa energia spesa a rassicurare, a spiegare, a gestire ansie che non ci appartenevano. Preferivamo chi sapeva già dove mettere le mani, nel senso letterale e in quello figurato.Con Deborah e Claudio facemmo un'eccezione.
Ce ne accorgemmo leggendo il loro annuncio. Lei scriveva con una franchezza disarmante, quasi sfacciata. Lui si nascondeva dietro una foto del torace che non diceva niente. Ma erano a dieci minuti da casa nostra, e quella cosa ci sembrò più divertente di quanto avremmo dovuto ammettere.
Elena rise quando glielo dissi.
«Vicini di casa. Come i segreti peggiori.»
«O i migliori.»
Lei ci pensò su un secondo. «Scriviamo.»
La casa affittata per la serata era impossibile da trovare.
GPS impazzito, strada sterrata, una serie di svolte che sembravano portare altrove ogni volta. Quando finalmente arrivammo, Deborah era già sulla soglia. Capelli scuri a mezza lunghezza, occhi neri che non stavano fermi, un sorriso travolgente.
Le foto non le rendevano giustizia. Di molto.
Claudio era dietro di lei, un mezzo passo indietro, come se stesse ancora decidendo se aprire del tutto la porta.
Ci stringemmo la mano. Ci guardammo. Ci fu quella cosa che succede a volte, quella valutazione silenziosa e reciproca che in pochi secondi dice già quasi tutto.
Prometteva bene.
L'aperitivo scivolò veloce.
Le domande rituali del primo incontro fra scambisti le conoscevamo a memoria, ma ascoltavamo lo stesso con attenzione perché le risposte cambiano sempre da coppia a coppia.
«Da quanto giocate?» chiese Deborah, con la curiosità di chi prende appunti mentalmente.
«Anni,» dissi io. «Abbiamo perso il conto.»
«Chi ha proposto all'altro?»
Elena sorrise. «Domanda trabocchetto. Ce lo diciamo ancora adesso, a turno, a seconda di chi ne ha più voglia.»
Deborah rise. Claudio quasi.
Poi vennero le regole. Le loro.
Niente stanze separate. Tutto insieme, tutto visibile. Niente baci sulla bocca con gli altri. Un recinto preciso, costruito con cura, probabilmente nelle settimane precedenti, probabilmente con qualche discussione.
Elena annuì senza giudicare. Io dissi che per noi le stanze separate erano una possibilità aperta, ma che giocare insieme non era un problema.
Deborah si illuminò.
Claudio si irrigidì.
Si scambiarono uno sguardo lungo, di quelli che contengono una conversazione intera senza aprire bocca.
«Usciamo un attimo,» disse lui.
Presero i cappotti. Fuori si accesero una sigaretta.
Elena mi guardò. Sollevò un sopracciglio.
«Scommetto che torna con meno regole di prima,» mormorò.
«Scommetto che lei gliene ha già smontate due sul pianerottolo.»
Quando rientrarono, Claudio aveva ancora la faccia di chi ha ceduto su qualcosa ma non vuole darlo a vedere del tutto. Deborah aveva la faccia di chi ha vinto, e cercava di non mostrarlo.
La cena andò bene.
Arrivati al dolce, Elena posò la forchetta, guardò Claudio, e gli prese la mano sul tavolo.
Una cosa semplice. Naturale.
Lui la guardò come se non si aspettasse che fosse così facile.
Lei si alzò. Lui si alzò con lei.
Salirono le scale.
Io e Deborah restammo seduti. Il dolce davanti a noi, il rumore dei loro passi sul legno, poi silenzio.
Deborah mi guardò.
«Allora,» disse.
«Allora.»
Prese un cucchiaino. Lo immerse nella torta. Me lo avvicinò alla bocca, poi lo deviò all'ultimo e se lo leccò lei, lentamente, senza smettere di guardarmi.
Capii che il dolce non si sarebbe mangiato in modo convenzionale.
Lo spalmò sul mio collo. Lo leccò via con la lingua piatta, lenta, con quella avidità precisa di chi sa esattamente quello che fa.
Io presi la ciotola con la crema avanzata, la sdraiai sul tavolo, e mangiai il dolce direttamente dalla curva del suo ventre, scendendo piano verso il pube, indugiando, sentendola trattenere il respiro.
Dal piano di sopra arrivò il primo gemito di Elena.
Deborah alzò gli occhi al soffitto con un sorriso.
«Sembra che si stiano trovando bene.»
«Elena sa mettere a proprio agio le persone.»
«Anche tu,» disse lei.
Si avvicinò. Prese il mio cazzo con entrambe le mani, ci spalmò sopra l'ultimo cucchiaio di crema, e se lo portò alla bocca con una concentrazione assoluta, leccando via ogni traccia con la lingua, succhiando con una lentezza che era già una risposta a tutto.
Il tavolo, il pavimento, i nostri corpi — tutto era diventato un disastro appiccicoso e magnifico.
Al piano di sopra, Elena mi raccontò dopo, era andata così.
Claudio si era spogliato con le mani che tremavano appena. Lei lo aveva aiutato, piano, senza fretta. Si erano sdraiati. Lui aveva iniziato dai piedi, le aveva baciato le caviglie, le ginocchia, le cosce, aveva preso tutto il tempo del mondo prima di arrivare fra le sue gambe.
Lei era venuta quasi subito.
Poi si erano invertiti. Elena gli aveva preso il cazzo in bocca, lo aveva sentito irrigidirsi ancora di più, lo aveva sentito smettere di pensare.
Quando lei gli era salita sopra, Claudio aveva chiuso gli occhi e non li aveva riaperti per un bel pezzo.
Io e Deborah avevamo finito il dolce da tutt'altra parte.
Eravamo appiccicosi dalla testa ai piedi, il pavimento era un rischio per l'incolumità pubblica, e la torta era distribuita in modo creativo su entrambi.
«Doccia,» disse lei.
«Doccia,» confermai.
Per arrivare al bagno bisognava passare dalla stanza da letto.
Aprimmo la porta senza bussare, perché non sembrava il momento della discrezione. Elena e Claudio erano al centro del letto, occupavano tutto lo spazio disponibile con una disinvoltura che Claudio, un'ora prima, non avrebbe creduto possibile.
Ci videro.
«Il bagno è vostro?» dissi.
Elena rise. Claudio rise anche lui, con una faccia che non era più quella dell'uomo timoroso dell'aperitivo.
«Noi per dispetto prendiamo il letto,» disse Deborah.
«Prima finite voi in bagno,» disse Elena.
Entrammo nella doccia. Una tenda di plastica traballante, acqua bollente, spazio per uno e mezzo. Ci infilammo in due lo stesso.
Ci insaponammo a vicenda. Ci baciammo sotto l'acqua. Lei si appoggiò alla parete, io le presi i fianchi, e scopammo sotto il getto caldo con l'acqua che ci entrava dappertutto e la tenda che sbatteva contro le piastrelle.
Poi uscimmo, lei si appoggiò al bordo del lavandino, io mi misi dietro di lei, e ripresi da dove avevamo lasciato.
Nello specchio vedevamo la stanza. Sul letto, Elena e Claudio si erano accorti di noi. Ci guardavano. Noi guardavamo loro.
Nessuno disse niente.
L'acqua intanto continuava a scorrere.
Ce ne accorgemmo quando il pavimento del bagno era già un lago.
L'acqua aveva attraversato la soglia, aveva raggiunto il parquet del corridoio, stava valutando le scale.
Ci fermammo.
«Merda,» disse Deborah.
«Merda,» confermaii io.
Chiamammo gli altri. Elena comparve con un lenzuolo avvolto addosso e una faccia che cercava di sembrare seria. Claudio dietro di lei, capelli arruffati, con l'aria di chi ha vissuto più cose nell'ultima ora di quante ne abbia vissute nell'ultimo anno.
Recuperammo asciugamani, strofinacci, quello che trovammo. Asciugammo per venti minuti buoni, ridendo in modo sempre più incontrollato man mano che il pavimento tornava praticabile.
Poi il tavolo di sotto, ripulito dai resti della torta con una serie di commenti sempre meno adatti a una serata di primo incontro.
Fu Deborah, mentre strizzava l'ultimo strofinaccio, a dire quello che tutti stavano pensando.
«Abbiamo infranto ogni regola che ci eravamo dati.»
Claudio non rispose subito.
«Stanze separate,» disse poi. «Niente baci. Restare vicini.»
«Tutte e tre.»
«Tutte e tre,» ripeté lui. Piano.
Elena li guardò entrambi. Non disse niente di retorico, non cercò di alleggerire.
«Come state?» chiese, semplicemente.
Deborah alzò gli occhi su Claudio. Lui soffiò fuori l'aria, passò una mano tra i capelli.
«Bene,» disse alla fine. «Stiamo bene.»
«Però,» aggiunse.
«Però?» disse Deborah, con un filo di apprensione.
«Però dovremmo parlarne.»
«Lo so.»
«Non adesso,» disse lui. E lo disse in un modo che non era accusatorio. Era solo onesto.
Deborah annuì. Gli prese la mano. Lui non la tolse.
Io ed Elena ci guardammo di traverso. Quel gesto valeva più di qualsiasi discorso.
Il tavolo era pulito da neanche dieci minuti quando Elena vi si sedette sopra, afferrò Claudio per il colletto della camicia che si era rimesso a metà, e lo trascinò a sé.
Lui non oppose resistenza.
Nessuna.
«Pensavo che dovevate parlare,» disse Deborah.
«Più tardi,» disse Claudio, e sparì tra le gambe di Elena con una determinazione che nessuno di noi aveva previsto.
Io presi Deborah per i capelli, piano, abbastanza da farle capire dove stava andando la serata, e lei sollevò lo sguardo su di me con un sorriso che era già una risposta.
«Su,» dissi.
Salimmo le scale.
Il letto era grande. Lo prendemmo tutto.
La presi per i capelli sul serio, stavolta, e lei fece lo stesso con me, e scopammo con quella ferocia specifica di chi ha già superato il punto del controllo e non ha nessuna intenzione di tornare indietro.
Dal piano di sotto arrivavano i suoni del tavolo rimesso in discussione e di Elena che non si tratteneva per niente.
Quando scendemmo, il tavolo aveva retto.
Elena aveva l'aria soddisfatta di chi ha condotto la situazione esattamente dove voleva. Claudio aveva l'aria di uno che ha smesso del tutto di fare i conti con le regole e si è accorto che il mondo non è finito.
Sistemammo il resto della casa in silenzio operoso, con quella familiarità strana che si crea dopo certe serate, quella sensazione di conoscersi da molto più tempo di quanto sia effettivamente vero.
I saluti furono lunghi.
Deborah abbracciò Elena forte. Claudio mi strinse la mano, poi cambiò idea e mi abbracciò anche lui.
«Ci rivediamo presto,» disse Deborah.
«Presto,» dissi io.
In macchina, sulla strada di casa, Elena si girò verso di me con le ginocchia sul sedile.
«Racconta.»
«Prima tu.»
«No, prima tu. Io voglio sapere del tavolo.»
«Il tavolo è stato una vittima collaterale.»
«Marco.»
Risi. «Il dolce finì ovunque tranne che nei piatti. Deborah ha una lingua che non ti dico. La doccia è diventata un'alluvione. Poi il lavandino. Poi il letto.»
«Il letto era nostro.»
«Ve lo siete preso voi per primi.»
«Claudio,» disse Elena, e nella sua voce c'era una cosa calda e divertita insieme, «Claudio è un'altra persona quando smette di avere paura.»
«L'ho visto.»
«Ha passato i primi venti minuti a tremare.»
«E poi?»
«E poi non tremava più per niente.» Fece una pausa. «Ha una pazienza enorme. Si è preso tutto il tempo. Non aveva fretta di niente.»
«Ti è piaciuto.»
«Molto,» disse, semplicemente. «E Deborah?»
«Deborah sa quello che vuole e non ci gira intorno.»
«Quindi vi siete trovati.»
«Diciamo che il pavimento del bagno può testimoniare.»
Elena rise forte, appoggiò la testa al finestrino, guardò fuori nel buio.
«Claudio era un po' triste per le regole,» dissi.
«Lo so. L'ho visto quando ne parlava. Ma non era arrabbiato. Era solo spaventato di quanto gli fosse piaciuto comunque.»
«È una bella paura da avere.»
«La migliore.»
Restammo in silenzio qualche minuto. Fuori sfilavano le luci delle strade.
«Li rivediamo?» chiese Elena.
«Deborah ha già scritto mentre eravamo ancora in macchina.»
Elena sorrise verso il finestrino.
«Vicini di casa,» disse. «Come i segreti migliori.»
Fu l'inizio di qualcosa che non avevamo previsto.
Deborah e Claudio tornarono. Spesso. Le regole che si erano dati sparirono una a una, non per costrizione ma per scelta, col ritmo di chi scopre che il recinto che si era costruito era più stretto del necessario.
Claudio smise di tremare alla seconda serata. Alla terza rise per tutta la notte.
Deborah non aveva mai finto di avere paura di niente.
Ogni volta fu diversa. Ogni volta fu selvaggia e calda e disordinata nel modo giusto.
Le coppie neofite, di solito, non facevano per noi.
Con loro avevamo fatto bene a fare un'eccezione.
Le regole che ci diamo prima di varcare certe soglie servono a farci sentire al sicuro, non a governare quello che accade dopo. Il confine vero non è quello che scriviamo nei messaggi prima di incontrarci — è quello che troviamo dentro di noi quando la porta è già aperta. Claudio lo scoprì quella notte sul pavimento allagato di una casa in affitto, con le mani di Elena ancora addosso e le sue regole già lontane. Deborah lo sapeva da prima, e aspettava solo che lo capisse anche lui.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per La coppia neofita:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
