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Gay & Bisex

Il nuovo mondo


di RoyAlk
13.03.2026    |    2.520    |    8 9.1
"Lui continuò a scoparmi mentre mi segava, finché uscì e venne sul mio uccello continuando a masturbarmi..."
Io sono Marco.
Elena è mia moglie, e sa già tutto. Probabilmente più di quanto immaginiate.

Quello che state per leggere è successo davvero, in accordo con lei, con la sua benedizione e con l'entusiasmo appena trattenuto quando le dissi che Franco aveva accettato.

Va spiegata una cosa, prima di tutto.
Elena e Anna, le nostre mogli, si eccitano moltissimo nel vedere il lato omosessuale tra me e Franco durante il gioco. Così come noi ci eccitiamo nel vedere loro insieme. Nessuno di noi quattro, nella vita di tutti i giorni, è attratto da persone del proprio sesso. Ma nel gioco è diverso. È sempre stato diverso. E quella differenza, col tempo, era diventata una curiosità che chiedeva di essere esplorata anche fuori dal nostro menage consolidato.

Così quella sera invitai Franco ad andare con me, per la prima volta, in un locale omosessuale che conoscevamo di nome.
Inutile descrivere le reazioni di Elena e Anna quando Franco disse di sì.

Ci demmo appuntamento in un parcheggio e proseguimmo con una macchina sola.
Eravamo timorosi ed eccitati insieme, per più ragioni. Per la nuova esperienza. Per il racconto che ne avremmo fatto alle nostre mogli. E anche perché viverlo insieme ci dava il coraggio che da soli non avremmo avuto.
Arrivammo al locale e mentre eravamo in coda per entrare mi chiamò Anna. Riattaccai senza rispondere, per il timore di essere giudicati in quell'ambiente. Feci vedere la chiamata a Franco, spensi il telefono ed entrammo.

La prima impressione fu straniante.
Per la prima volta ci trovavamo in un posto dove non esisteva discriminazione di quel tipo. Tutti erano lì per lo stesso motivo. Questo da una parte ci tranquillizzava, dall'altra ci esponeva a una logica nuova che non avevamo mai considerato davvero: scegliere dei partner con cui vivere la nostra prima esperienza omosessuale al di fuori del nostro gruppo.

Iniziammo a perderci nel labirinto del locale, nella penombra.
I corridoi erano volutamente stretti, pensati per favorire contatti fortuiti durante gli incroci. Questo ci procurava una certa ansia. Se è vero che c'erano persone con cui l'idea non dispiaceva, ve ne erano altre con cui avremmo fatto volentieri a meno.
Dopo diversi giri realizzammo che la logica di quel locale non era poi così diversa da quella di un club scambista tradizionale. La maggior parte delle persone girava per tutta la sera senza concludere nulla. Incrociavamo sempre le stesse facce.
La cosa ci deluse.

Avevamo immaginato un ambiente che favorisse la socializzazione, qualcosa di più accessibile. Invece musica alta, luce quasi assente e un caos difficile da gestire rendevano tutto più complicato di quanto sperassimo.
Uno sguardo tra me e Franco, senza parole, disse tutto.
Decidemmo di spingerci verso quello che ancora non avevamo esplorato: la dark room. Ce ne eravamo tenuti alla larga, immaginando chissà cosa. L'ansia superava ormai l'eccitazione, sostituita quasi dalla pura curiosità.
Spostammo la tenda nera e ci ritrovammo in un buio pressoché totale.
Silenzio. Presenza di altri corpi percepita più che vista. Stranamente non c'erano odori sgradevoli come avevamo temuto. La cosa ci rincuorò.

Trovammo una parete e la prendemmo come punto di riferimento. Ci appoggianmo di spalle, cercando di capire nel buio cosa stesse succedendo intorno a noi.
Il locale aveva appena aperto. Quasi nessuno stava ancora giocando.
Poi, piano piano, cominciammo a sentire sfioramenti leggeri. Mani maschili che toccavano le nostre, i nostri fianchi. Sulle prime ci terrorizzò. Non sapevamo chi fosse, non sapevamo come reagire.
Quando l'ansia ebbe il sopravvento, Franco si staccò dal muro.
Lo seguii verso l'uscita.
Uscimmo dalla tenda come se fossimo stati in apnea.

Continuammo a girare nel labirinto cercando qualcosa più alla nostra portata, finché notammo i glory hole in una delle stanze.
Franco si esaltò subito. Voleva provare. Io gli dissi che non era una pratica che mi apparteneva e così anche lui si trattenne, ma quando dall'altra parte del foro arrivò qualcuno con il cazzo già in tiro, Franco lo prese in mano e iniziò a masturbarlo massaggiandogli le palle da sotto. Dall'altra parte si sentiva che gradiva.
Io restavo a guardarlo.
Dopo un po' iniziai a toccarlo. Gli abbassai leggermente i pantaloni, gli presi le xxxxxx da sotto, il xxxxxx che cominciava a drizzarsi. Lui inarcò la schiena. Cominciai a stimolargli il buchetto con il pollice mentre con la mano correvo sullo scroto.
A un certo punto volli che lo facesse a me, invece che a quel cazzo anonimo che spuntava dal foro.
Lo tirai fuori e glielo misi davanti.
Il mio cazzo lo conosceva bene.

Trovammo un letto, lo pulimmo con cura. Franco iniziò a farmi un pompino con quella competenza che conosco bene, che sa come farmi venire durissimo.
A un certo punto gli feci notare che qualcuno era tornato al glory hole. Gli dissi che se voleva poteva avvicinarsi e mentre mi spompinava poteva segare anche quell'altra persona.
Lo fece.

Era in estasi con due cazzi in mano, e dall'altra parte della parete i gemiti lo confermavano.
Quando il cazzo di Franco divenne durissimo sapevo già come sarebbe andata a finire.
Mi appoggiai e lui da dietro iniziò a penetrarmi, prima delicato, poi sempre più forte, come gli piace. A un certo punto ci spostammo verso il letto e mi appoggiai alla parete per contrastare le spinte che producevano un suono cupo all'esterno.
Mi girai.
Lui continuò a scoparmi mentre mi segava, finché uscì e venne sul mio uccello continuando a masturbarmi.
Poco dopo venni anch'io con le sue mani.

Dovevamo aver fatto un bel po' di rumore perché quando uscimmo c'era una piccola folla fuori dalla porta. Ci guardarono con una sorpresa che non si aspettavano da noi.
Tornammo al bar. Un drink, il bagno, qualche parola inutile per riprendere fiato.
Decidemmo che come prima esperienza poteva bastare così.

In macchina, per strada, chiamammo Anna. Qualcosa a grandi linee, senza entrare nei dettagli. Franco avrebbe voluto raccontarle tutto di persona, come avrei fatto io con Elena.
Chiudemmo la telefonata e iniziammo a parlare fra noi.
In fondo lo sapevamo entrambi. L'intesa che c'è fra noi due è difficile da replicare con degli sconosciuti. Ma quella esperienza era stata bella. E valeva la pena averla vissuta insieme.

Ci salutammo al parcheggio.
Lui prese la sua macchina e sparì nel buio.
Io continuai verso casa.
Elena mi aspettava sveglia.
Le raccontai tutto, ogni dettaglio, e mentre parlavo sentivo tornare l'eccitazione nel racconto, nel ricordo, nel vederla cambiare respiro mentre ascoltava.
Quando finii, il silenzio della stanza aveva una consistenza diversa.
E non servì più nient'altro.
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