tradimenti
Resurrezione di Donna - Cap. 16
25.06.2026 |
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"Che tutto quello che fanno è solo prendere in prestito qualcosa che mi appartiene..."
Renato stringeva il telefono tra le mani callose, i gomiti appoggiati sul tavolo della cucina mentre ascoltava la voce roca di Max all'altro capo della linea. La luce del mattino filtrava pigra attraverso le tende candide, illuminando quel modesto appartamento che Fabiola, con la sua cura, avevo reso caldo e accogliente."I miei ragazzi mi hanno confermato quello che già sapevamo," stava dicendo Max, con quel tono compiaciuto che Renato conosceva bene. "Fabiola è una fottuta macchina del sesso. Si fa scopare in tutti i buchi, prende cazzi come una troia professionista, non si tira indietro davanti a niente."
Renato annuì, anche se l'altro non poteva vederlo. Un sorriso gli attraversò il volto flaccido, piegando le labbra in una smorfia di soddisfazione. "Te l'avevo detto. È nata per questo."
"Però c'è un problema," continuò Max, e la sua voce assunse una sfumatura più pratica, più da uomo d'affari. "Non sa fingere. L'ho guardata tutto il tempo da dietro la parete e ho visto che si lascia scopare, certo, ma non mostra il piacere. Sta lì, prende il cazzo, ma non geme come deve gemere una puttana che si sta godendo l'uccello. Non inarca la schiena, non urla, non fa quelle facce che fanno venire voglia di sborrare solo a guardarla."
Il sorriso di Renato si attenuò leggermente. Si grattò la barba incolta, riflettendo. "È abituata a obbedire, non a godere. Suo marito la scopava come un dovere, senza mai pensare al suo piacere. Lei ha imparato a spegnersi."
"Appunto. E questo è un problema per i clienti. Un uomo che paga per scopare una donna vuole sentire che lei lo sta desiderando, che il suo cazzo la sta facendo impazzire. E nei film porno, poi, è ancora più importante. È la capacità di mostrare piacere che fa la differenza tra una sgualdrina qualsiasi e una pornostar. La gente non guarda i porno per vedere una donna che sta ferma come un cadavere. Vuole vedere passione, voglia, disperazione."
Renato si versò del caffè dalla moka che troneggiava al centro del tavolo. Il liquido nero e bollente riempì la tazza, diffondendo un aroma forte che si mescolava all'odore stantio dell'appartamento. "Quindi cosa suggerisci?"
"Dobbiamo addestrarla. Insegnarle a fingere, a mostrare quello che gli uomini vogliono vedere. Non è difficile, tutte le pornostar lo fanno. Si tratta di imparare a inarcare la schiena al momento giusto, a gemere con il tono giusto, a sgranare gli occhi come se ogni spinta fosse un'illuminazione divina." Max fece una pausa, poi aggiunse: "E l'alcol aiuta. Scioglie le inibizioni, rende tutto più naturale. Se continua a bere come ha fatto al club, non avremo problemi."
Renato bevve un sorso di caffè, sentendo il calore diffondersi nello stomaco. "Ci penso io. Le insegnerò tutto."
"Lo so. Per questo ho scelto te." La voce di Max si abbassò, assumendo un tono confidenziale. "Sabato sera c'è una festa privata. Voglio presentarla ad alcuni clienti importanti. Se si comporta bene, se mostra di saper godere come una vera puttana, potremmo avere un futuro nel settore. Soldi veri, Renato. Soldi che non hai mai visto."
La linea telefonica tacque per un istante, carica di promesse e possibilità. Renato sentì l'eccitazione crescere nel suo basso ventre, mescolandosi alla sensazione di potere che provava ogni volta che pensava a Fabiola e a tutto quello che poteva farle fare.
"Ci saremo," disse infine.
"Bene. Alle ventuno. Ti mando l'indirizzo."
La chiamata si interruppe. Renato posò il telefono sul tavolo, lo sguardo che vagava verso la finestra. Oltre i vetri perfettamente puliti, il quartiere di Mestre si svegliava lentamente, con i suoi palazzi grigi e le strade trafficate. Ma lui non vedeva nulla di tutto ciò. Vedeva solo il futuro che lo aspettava, un futuro fatto di soldi, potere, e una donna bellissima pronta a soddisfare ogni suo desiderio.
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Fabiola spinse il carrello lungo la corsia del supermercato, le ruote che cigolavano sul pavimento lucido. Le luci al neon bianche si riflettevano sui prodotti esposti, creando un alone quasi ipnotico. Si fermò davanti allo scaffale delle birre, cercando la marca che beveva Renato.
La sua mente vagava, ancora annebbiata dai ricordi della notte al club. Due sere prima, ma sembrava passata una vita. Ricordava la sensazione del prosecco che le scivolava in gola, il calore che si diffondeva nello stomaco, la leggera vertigine che aveva trasformato tutto in un sogno erotico. Per la prima volta nella sua vita, aveva capito perché le persone bevevano. Non per dimenticare, come aveva sempre pensato, ma per sentirsi libere.
Prese una confezione da sei birre e la posò nel carrello. Poi, quasi senza pensarci, si diresse verso la sezione dei vini. Le bottiglie erano allineate come soldati in parata, con le loro etichette colorate e i prezzi esposti. Fabiola ne sfiorò una con le dita, sentendo il vetro freddo sotto i polpastrelli.
Vino bianco. Lo stesso che aveva bevuto al club. Quello che le aveva fatto dimenticare le sue paure, le aveva fatto sentire bella, desiderabile, coraggiosa.
Ne prese una bottiglia, poi un'altra. Le posò nel carrello accanto alla birra, sentendosi stranamente colpevole e allo stesso tempo eccitata. Era come se stesse facendo qualcosa di proibito, di segreto. Ma Renato non avrebbe detto nulla. Renato la capiva. Renato sapeva di cosa aveva bisogno.
Mentre si dirigeva verso la cassa, Fabiola ripensò agli eventi delle ultime settimane. La sua vita era cambiata radicalmente da quando aveva conosciuto Renato. Prima c'era Marco, suo marito, con le sue umiliazioni, con l'indifferenza assoluta alla sua persona, come se fosse solo un buco in cui svuotarsi. Poi c'era stato l'abisso, la solitudine, la disperazione per il rifiuto del figlio. E infine c'era Renato, con le sue parole dolci e le sue mani forti, che l'aveva raccolta dal fondo e le aveva dato uno scopo.
Sapeva esattamente come fosse successo. Ricordava ogni singolo istante, ogni scopata nel retro della lavanderia e poi, un giorno, si era trovata nel suo letto, con le sue labbra sul suo corpo, e aveva capito che quello era il suo posto. Sottomessa a lui, ma non più vittima. Una scelta consapevole, non una costrizione.
Alla cassa, pagò senza guardare la cassiera negli occhi. Prese i sacchetti e uscì nel parcheggio, dove il sole di mezza mattina la accolse con i suoi raggi tiepidi. L'aria era fresca, quasi pulita, una rarità per Mestre.
Mentre camminava verso casa, la bottiglia di vino nel sacchetto sembrava chiamarla. Sentiva il bisogno di berne un sorso, solo uno, per alleviare la tensione che le stringeva lo stomaco. Accelerò il passo.
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Nei giorni che seguirono, Fabiola scoprì un nuovo ritmo di vita. Ogni mattina si svegliava accanto a Renato, preparava la colazione, sbrigava le faccende domestiche. Ma c'era una differenza fondamentale rispetto al passato: ora, ogni gesto era accompagnato da un bicchiere di vino bianco.
La prima volta era successo quasi per caso. Si era sentita nervosa, agitata, senza motivo apparente. Le mani le tremavano mentre rifaceva il letto, e il cuore batteva troppo veloce. Aveva aperto una bottiglia, ne aveva bevuto un sorso, e tutto era diventato più semplice. I pensieri si erano calmati, il corpo si era rilassato. Si era sentita leggera, quasi eterea.
Da allora, era diventata un'abitudine. Un bicchiere al mattino, mentre Renato leggeva il giornale o guardava la televisione. Un altro a pranzo, mentre preparava da mangiare. Uno ancora nel pomeriggio, quando il sole iniziava a calare e le ombre si allungavano sul pavimento. E infine la sera, dopo aver soddisfatto Renato a letto, quando il vino la aiutava a scivolare in un sonno profondo e senza sogni.
Renato la osservava senza intervenire. A volte le sorrideva, come se approvasse. Altre volte le versava personalmente il vino, riempiendo il bicchiere fino all'orlo.
"Bevi, amore," le diceva. "Ti fa bene. Ti rilassa."
E Fabiola beveva, sentendo il liquido freddo scorrerle in gola e diffondersi nel corpo come una carezza interiore. Il vino diventava il suo rifugio, il suo scudo contro i pensieri che la assalivano quando si fermava troppo a lungo su quello che stava diventando.
Perché c'era una parte di lei, piccola e debole, che le sussurrava che qualcosa non andava. Che la sua vita stava prendendo una direzione strana, pericolosa. Che Renato non era il salvatore che credeva.
Ma poi beveva un altro sorso, e quella voce si affievoliva fino a sparire del tutto.
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Una sera, circa una settimana dopo la telefonata con Max, Renato la prese con una foga che la sorprese. Erano sul divano del soggiorno, lei con un bicchiere di vino in mano, lui che guardava una partita in televisione. All'improvviso, Renato aveva spento il televisore e si era girato verso di lei, con gli occhi grigi che brillavano di desiderio.
"Spogliati," le aveva ordinato.
Fabiola aveva posato il bicchiere sul tavolino e si era alzata, lasciando cadere la vestaglia leggera sul pavimento. Sotto era nuda, come piaceva a Renato. A casa non indossava più biancheria intima, in modo da essere sempre pronta per lui.
Renato l'aveva afferrata per i fianchi, attirandola a sé. Le sue mani grandi e callose si erano chiuse sulle natiche, strizzandole con forza.
"Sei così bella," aveva mormorato, la voce arrochita dal desiderio. "La mia puttana perfetta."
Fabiola aveva sentito un brivido correrle lungo la schiena, un misto di eccitazione e sottomissione. Amava quando la chiamava così. Amava sentirsi sua, completamente e totalmente.
Renato l'aveva fatta voltare, spingendola contro il bracciolo del divano. Lei aveva appoggiato le mani sullo schienale, inarcando la schiena come sapeva che gli piaceva. Il suo culo sporgente era offerto a lui, pronto per essere preso.
"Ho voglia di scoparti forte," aveva detto Renato, slacciandosi i pantaloni. "Voglio riempirti di sborra."
Fabiola aveva chiuso gli occhi, aspettando. Sentiva il rumore dei vestiti che cadevano, poi il calore del corpo di Renato dietro di lei. Le sue mani le avevano afferrato i fianchi, posizionandola meglio.
Il primo affondo era stato brutale. Renato le era entrato dentro con un colpo secco, riempiendola completamente. Fabiola aveva spalancato la bocca in un gemito silenzioso, sentendosi aprire, prendere, usare.
"Ti piace, troia?" aveva chiesto Renato, iniziando a muoversi con un ritmo costante e potente.
"Sì," aveva risposto lei, la voce appena un sussurro. "Mi piace."
"Dimmelo. Dimmi quanto ti piace il mio cazzo."
"Mi piace tanto ... mi piace sentirti dentro ... scopami, ti prego, scopami forte."
Le parole uscivano dalla sua bocca quasi senza che lei le controllasse. Era come se un'altra persona parlasse al suo posto, una persona che sapeva esattamente cosa dire per far godere Renato. Forse era il vino che aveva bevuto, forse era l'esperienza accumulata nelle ultime settimane. O forse era semplicemente la sua natura che finalmente trovava espressione.
Renato aveva accelerato il ritmo, i suoi fianchi che sbattevano contro le natiche di Fabiola con un suono ritmico e osceno. Ogni spinta la faceva ondeggiare, i seni che dondolavano sotto di lei, i capezzoli che sfregavano contro il rivestimento ruvido del divano.
"Porca troia, quanto mi piace la tua figa," aveva ringhiato Renato, affondando le dita nella carne morbida dei suoi fianchi. "La tua figa è fatta per essere scopata."
Aveva ritratto il cazzo bagnato dei suoi umori e l'aveva posizionato contro l'apertura posteriore di Fabiola. Lei aveva trattenuto il respiro, sapendo cosa stava per succedere. Renato amava prenderla in quel modo, e lei godeva nell'accoglierlo senza resistere.
La pressione era stata intensa, quasi dolorosa all'inizio. Poi, lentamente, il corpo di Fabiola si era aperto, permettendo a Renato di scivolare dentro. Quando era stato completamente immerso, aveva emesso un gemito gutturale di soddisfazione.
"Ecco la mia troia," aveva detto, iniziando a muoversi. "Prendilo tutto, puttana. Prendi ogni centimetro del mio cazzo nel tuo culo."
Fabiola aveva abbassato la testa, lasciando che le sensazioni la travolgessero. Il dolore si mescolava al piacere in un modo che non avrebbe saputo descrivere. Si sentiva piena, posseduta, usata. E in quell'uso trovava uno strano tipo di libertà.
Renato l'aveva scopata a lungo, alternando momenti di furia ad altri più lenti e deliberati. Ogni volta che lei cercava di toccarsi, di cercare il proprio piacere, lui le afferrava le mani e le allontanava.
"No," le diceva. "Oggi no. Oggi devi solo prendere."
Finalmente, dopo quelle che erano sembrate ore, Renato era arrivato al limite. Aveva accelerato i movimenti, i respiri che diventavano affannosi, i gemiti più profondi.
"Sto per sborrare," aveva annunciato. "Dove vuoi la mia sborra, troia? Dove vuoi che ti riempia?"
"Nella mia figa stretta," aveva risposto Fabiola, la voce roca. "Riempi la figa della tua puttana."
Renato si era ritratto dal suo culo con un suono umido e osceno, poi l'aveva girata, facendola sdraiare sulla schiena. Le aveva aperto le gambe, posizionandosi tra di esse, e le era entrato nella figa con un unico affondo potente.
Fabiola aveva inarcato la schiena, sentendosi penetrare profondamente. Renato aveva continuato a scoparla con furia, gli occhi fissi nei suoi, le labbra tirate in una smorfia di piacere.
"Vengo!" aveva gridato, spingendo il più possibile dentro di lei. Il suo cazzo aveva iniziato a pulsare, riempiendola di getti caldi e densi di sperma.
Fabiola aveva sentito ogni spinta, ogni schizzo che la riempiva. Era una sensazione di possessione totale, di completa sottomissione. Quando Renato aveva finito, si era ritratto lentamente, osservando il proprio lavoro. La sua sborra colava dalla figa di Fabiola, scivolando tra le natiche e bagnando il divano sotto di lei.
"Sei bellissima così," aveva detto, accarezzandole una guancia con un dito. "Tutta piena di sborra. La mia troia perfetta."
Fabiola era rimasta distesa, il corpo che ancora tremava per lo sforzo, la mente annebbiata dal piacere e dal vino. Renato si era alzato, dirigendosi verso la cucina, e aveva fatto ritorno con due bicchieri di vino. Ne aveva dato uno a lei, tenendo l'altro per sé.
"Bevi," le aveva detto, sedendosi accanto a lei sul divano. "Ti aiuterà a rilassarti."
Fabiola aveva preso il bicchiere e bevuto un lungo sorso. Il vino bianco le era scivolato in gola, mescolandosi al sapore del sesso e del sudore che ancora aleggiava nell'aria. Si era sentita fluttuare, sempre più leggera, sempre più lontana dalla realtà.
Renato l'aveva osservata con attenzione, i suoi occhi grigi che studiavano ogni suo movimento. Poi, quando aveva visto che il vino stava facendo effetto, aveva iniziato a parlare.
"Sai, ho sempre avuto un sogno," aveva detto, la voce bassa e confidenziale. "Un sogno che non ho mai realizzato. Qualcosa che ho sempre voluto provare."
Fabiola aveva girato la testa verso di lui, i suoi occhi azzurri leggermente vitrei. "Cosa?"
Renato aveva preso un sorso di vino, lasciando che il silenzio si allungasse tra loro. Poi aveva ripreso: "Ho sempre voluto sapere cosa si prova a vedere degli uomini disposti a pagare per scopare la donna che amo."
Le parole erano rimaste sospese nell'aria, cariche di significati che Fabiola faticava ad afferrare. La sua mente, ottenebrata dal vino, cercava di processare quello che aveva appena sentito. Soprattutto quel “la donna che amo” le riempiva la mente.
"Uomini... che pagano, la donna che ami?" aveva ripetuto lentamente, rafforzando la voce sul “che ami”.
Renato aveva annuito, senza cogliere quella sfumatura e accarezzandole i capelli con un gesto tenero. "Sì. Immagina: tu sei lì, bellissima, nuda, pronta. E degli uomini pagano per averti. Pagano per poterti toccare, scopare, usare. Non perché devono, non perché è il loro diritto come mariti o fidanzati. Ma perché ti desiderano così tanto che sono disposti a sborsare dei soldi per averti."
Si era interrotto, fissando il suo viso per cogliere ogni reazione. "Sarebbe la prova definitiva del tuo valore. Del tuo potere come donna. Gli uomini non pagano per le cose ordinarie. Pagano per quelle speciali, quelle preziose, quelle che non possono avere in nessun altro modo."
Fabiola aveva sentito una strana sensazione nello stomaco, qualcosa che non riusciva a identificare. Non era disgusto, né paura, né rifiuto. Era più una sorta di disagio, come se una parte di lei stesse cercando di emergere, di dirle qualcosa di importante. Ma il vino soffocava quella voce, la rendeva debole e distante, lasciando aleggiare solo quel “la donna che amo”.
"È ... è come al club?" aveva chiesto, cercando di capire.
"Al club era solo l'inizio," aveva risposto Renato, la voce suadente. "Quelli erano amici, conoscenti. Ma immagina di più. Immagina uomini che non ti conoscono, che non ti devono niente, ma che ti desiderano così tanto da pagare per te. Sarebbe incredibile. Per te e per me."
Le aveva preso la mano, intrecciando le dita con le sue. "Io ti guarderei. Sarei lì, a osservare tutto. Vedrei questi uomini pagare per te, desiderarti, averti. E saprei che sei mia. Che alla fine della serata, tornerai a casa con me. Che tutto quello che fanno è solo prendere in prestito qualcosa che mi appartiene."
Fabiola aveva chiuso gli occhi per un istante, cercando di mettere ordine nei suoi pensieri. Le parole di Renato creavano immagini confuse nella sua mente: corpi nudi, soldi che cambiavano mano, volti sconosciuti che la toccavano. Il tutto mescolato al calore del vino nel suo sangue e al ricordo del sesso appena concluso.
"Io... non so," aveva mormorato, la voce incerta.
Renato si era avvicinato, posandole le labbra sull'orecchio. "Non devi decidere ora," aveva sussurrato. "Pensaci. Immagina come sarebbe. Sentire il valore del tuo corpo, il desiderio che susciti in uomini che non ti conoscono nemmeno. Essere desiderata a tal punto da valere dei soldi. Non sarebbe la prova definitiva di quanto sei speciale?"
Le sue parole erano come miele, dolci e appiccicose, che si insinuavano nei pensieri di Fabiola e li avvolgevano in una nebbia dorata. Lei aveva aperto gli occhi, guardando il viso di Renato, i suoi lineamenti brutti ma familiari, i suoi occhi grigi che la fissavano con intensità.
"Tu... tu vuoi questo?" aveva chiesto. "Vuoi che io ... che io faccia questo?"
Renato aveva sorriso, quel sorriso che la faceva sentire al sicuro e desiderata. "È il mio sogno," aveva confermato. "Ma solo se tu lo vuoi. Non ti costringerò mai a fare nulla che non desideri. Sei la mia donna sei … il mio grande amore. Qualsiasi cosa tu decida, ti sosterrò."
Fabiola aveva sentito le lacrime pungerle gli occhi, anche se non capiva esattamente perché. C'era qualcosa in quelle parole, in quella dichiarazione di amore e sostegno, che la commuoveva profondamente. Renato rispettava le sue decisioni. Renato voleva solo il suo bene. Ma soprattutto, per la prima volta, Renato le aveva detto che l’amava, e nessuno lo aveva mai detto. Non suo marito, neppure sua madre. Solo lui.
E allora perché quella sensazione strana non se ne andava?
Il vino le scorreva nelle vene, rendendo i contorni del mondo sfocati e morbidi. La sua mente cercava di aggrapparsi a qualcosa, un pensiero, una preoccupazione, ma tutto scivolava via come acqua tra le dita.
Alla fine, aveva sorriso a Renato, un sorriso che sperava sembrasse sincero. "Voglio esaudire tutti i tuoi desideri," aveva detto, la voce dolce e arrendevole. "Se questo è il tuo sogno, allora sarà anche il mio. Farò tutto quello che vuoi. Sarò tutto quello che vuoi."
Renato l'aveva attirata a sé, stringendola in un abbraccio che odorava di sesso, sudore e vino. "La mia puttana perfetta," aveva mormorato tra i suoi capelli. "La mia donna meravigliosa. Ti amo, Fabiola. Ti amo da impazzire."
Fabiola si era abbandonata contro il suo petto, ascoltando il battito del suo cuore. Le parole di Renato la avvolgevano come una coperta calda, proteggendola dalle domande che ancora cercavano di emergere nella sua mente annebbiata.
Mentre il sole tramontava oltre le finestre dell'appartamento, proiettando ombre lunghe sul pavimento, Fabiola chiuse gli occhi e si lasciò scivolare in un dormiveglia popolato di immagini confuse: volti sconosciuti, soldi che passavano di mano in mano, e Renato che la guardava con quel sorriso compiaciuto che aveva imparato a riconoscere.
Da qualche parte, in fondo alla sua coscienza, una voce cercava ancora di farsi sentire. Ma il vino era più forte, e la stava portando via, lontano, in un luogo dove non c'erano domande, solo sottomissione.
E mentre il buio avvolgeva la stanza, Fabiola si addormentò tra le braccia dell'uomo che l'aveva trasformata nella sua puttana, sognando di diventare tutto quello che lui desiderava.
La bottiglia di vino vuota sul tavolo rifletteva l'ultima luce del giorno, muta testimone di una promessa che non sarebbe stata mantenuta, di un sogno che nascondeva molto più di quanto lei potesse immaginare.
Ma per ora, Fabiola dormiva, e i suoi sogni erano fatti di oblio e resa.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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