VITA DA SINGLE cap. 3: ALLE TERME OLIMIA
Shoganai65
Il lavoro, intanto, mi stava consumando. Così prenotai un weekend alle terme Olimia, in Slovenia: acqua calda, vapore, silenzio. Volevo staccare. Non cercavo niente.
Il sabato pomeriggio ero nel bagno turco, avvolto in una nuvola densa che sapeva di eucalipto. Dal vapore emerse un uomo sui sessantacinque anni, grosso, pelato, il corpo morbido e massiccio di chi ha mangiato bene tutta la vita. Si sedette di fronte a me con un asciugamano sui fianchi e un sospiro di piacere.
«Ettore» disse, tendendomi la mano bagnata. «Mi sembra di averla vista prima, in area relax, con un libro.»
«Simone. Un libro che non sto leggendo.»
Rise. Parlammo di lavoro, lui aveva un’azienda di serramenti a Padova, di quanto la città sia piccola, di quanto sia difficile fermarsi. Poi, a un certo punto, abbassò la voce, anche se eravamo soli.
«Posso dirle una cosa, Simone? Mia moglie l’ha notata. Ieri, nella jacuzzi. E io ho notato che lei notava lei.»
Sentii il cuore accelerare. «Sua moglie è una donna bellissima.»
«Lo so.» Si asciugò la fronte. «Le confido una cosa che non dico a nessuno. Sabrina ha cinquantasei anni e non ha nessuna intenzione di sprecare un giorno della sua vita. Io... non sono più quello di una volta. Ma mi piace guardarla desiderata. Mi piace da morire. Sono quello che si dice un cuckold, e non me ne vergogno.» Mi fissò con uno sguardo serio e limpido. «Non le chiedo niente. Le dico solo che stasera ceniamo al ristorante dell’hotel e che mi farebbe piacere se si unisse a noi. Poi, se la serata prende una certa piega, nessuno qui sarà offeso.»
Non risposi subito. Il vapore si alzava tra noi.
«Sarò onorato» dissi.
Quando scesi per la cena, Sabrina era già seduta. Mi avvicinai per salutarla e lei mi porse la mano senza alzarsi, con un sorriso lento. Cinquantasei anni portati con una cura quasi sacra: i capelli castano chiaro in un taglio morbido sulle spalle, la pelle luminosa, gli occhi nocciola truccati con precisione. Indossava un abito di seta color vino, scollato, che modellava un seno ancora alto e pieno. Le gambe accavallate sotto il tavolo erano lunghe e perfette nelle calze velate. Il profumo era ambrato, caldo.
«Mio marito mi ha parlato molto di lei» disse. La voce era bassa, un po’ roca, da donna che sa il fatto suo.
«Spero bene.»
«Ha detto che è un uomo che sa ascoltare. Una rarità.»
Ettore fece da regista senza darlo a vedere: ordinò il vino, si lasciò andare in aneddoti, e ogni tanto si assentava a metà frase per una telefonata che durava più del necessario. In quei minuti io e Sabrina restavamo soli, e la tensione cresceva come una corda.
Cominciai piano. «Sa cosa ho pensato quando l’ho vista ieri in acqua? Che avesse la grazia di una donna che non ha mai avuto bisogno di dimostrare niente.»
Sorrise, abbassò gli occhi, poi li rialzò. «E poi?»
«Poi ho pensato che dovrebbe essere illegale portare tanta bellezza in un posto pieno di uomini.»
«Un posto pieno di uomini che non guardano» replicò. «A parte uno.»
Le sfiorai la mano sul tavolo. Lei non la ritirò. Quando Ettore tornò, ci trovò con le dita intrecciate sotto la tovaglia. Sorrise, versò altro vino e disse: «Bene.» Solo quello.
Durante il dolce Sabrina si tolse una scarpa, e sentii il suo piede nudo, caldo, risalirmi lungo il polpaccio, poi più su, all’interno della coscia, sotto lo sguardo placido del marito che mescolava lo zucchero nel caffè. Rimase ferma contro di me, a premere piano, a sentire quanto mi stava facendo diventare duro. Non staccò gli occhi dai miei.
«Peccato che la serata finisca» disse con finta innocenza.
«Finisce solo se lo decidiamo noi» disse Ettore. «Perché non saliamo tutti assieme a bere qualcosa in camera? Ho una bottiglia di cognac che merita compagnia.»
La suite era grande, con un letto matrimoniale, una poltrona di pelle in un angolo e una vetrata sul bosco buio. Ettore chiuse la porta e andò al mobile bar. «Si accomodi, Simone.» Mi sedetti sul divano. Sabrina, con un sorriso, sparì in bagno.
Ettore versava il cognac in tre ballon e parlava di niente, con una voce un po’ più rapida del normale. Aveva le guance accese. Io fissavo la porta del bagno.
Quando si aprì, il mondo si fermò.
Sabrina stava sulla soglia con una vestaglia trasparente di chiffon nero, aperta davanti, che lasciava tutto a metà tra mistero e dichiarazione. Sotto, una guêpière di raso nero con le stecche che le stringevano la vita sottile e le sollevavano il seno, il reggiseno a balconcino con i capezzoli scuri che premevano sul pizzo, i reggicalze che tiravano le calze autoreggenti con la balza di merletto a metà coscia. Le scarpe col tacco, ancora. Era un corpo da donna matura e consapevole, morbido dove doveva esserlo, e ogni curva sembrava scelta.
«Allora?» disse con un filo di voce. «Posso unirmi a voi?»
Posai il bicchiere. Mi alzai. Attraversai la stanza senza dire niente e le presi il viso tra le mani. La baciai. Sabrina rispose con una fame che non aveva niente di esitante: la bocca aperta, la lingua cercava, le unghie lunghe mi si piantarono nelle spalle.
Dietro di noi sentii Ettore posare la bottiglia, poi un fruscio di stoffa. Quando mi voltai un istante, era sulla poltrona, completamente nudo, il corpo pesante e pallido abbandonato sul cuoio, una mano posata sul bracciolo e l’altra in grembo, già eccitato. Gli occhi gli brillavano di una gioia quasi infantile.
«Non fate caso a me» disse piano. «Fate come se non ci fossi. O meglio: fate come se io ci fossi, e vi guardassi.»
Sabrina rise contro la mia bocca, un suono gutturale e felice.
«Vedi?» mormorò. «Mi vuole felice. Rendimi felice.»
La spinsi indietro, verso il letto. Le sfilai la vestaglia dalle spalle e la lasciai scivolare a terra. Le baciai il collo, la clavicola, il bordo del reggiseno. Slacciai i gancetti sulla schiena e i suoi seni si liberarono, pieni, un po’ pesanti, i capezzoli larghi, scuri, duri. Li presi in bocca uno dopo l’altro, succhiando, mordendo piano, e lei gettò indietro la testa e affondò le dita nei miei capelli.
«Ah, sì, così. Non ricordavo più quanto fosse bello.»
La feci sdraiare. Mi spogliai in fretta, le mani che quasi mi tremavano, sentendo addosso lo sguardo di Ettore come una carezza. Quando mi vide nudo, Sabrina si morse il labbro e sussurrò: «Dio, quanto mi sei mancato, e non ti conoscevo.»
Le tolsi i reggicalze ma lasciai le calze, perché la vista di quella pelle bianca sopra il merletto nero mi faceva impazzire. Il perizoma era già fradicio. Le baciai l’interno delle cosce, risalendo con la lingua lungo la seta, finché la mia bocca non la trovò. Era liscia, calda, gonfia, profumata di sé. Cominciai piano, con la lingua piatta, poi con colpi più precisi sul clitoride. Sabrina inarcò la schiena. «Sì... sì... proprio lì...» Le infilai due dita, curvandole, e la sentii serrarsi intorno a me, scivolosa, voracissima. Veniva a ondate, e il suo grido salì nella stanza, e da qualche parte dietro di me sentii un gemito basso di Ettore, e il rumore ritmico della sua mano.
Mi tirò su per i capelli. «Vieni dentro di me. Adesso.»
Mi sistemai tra le sue gambe, le calze ancora addosso, e la penetrai lentamente, guardandola negli occhi. Era stretta, calda, e mi accolse con un sospiro che sembrava un ringraziamento. Cominciammo piano, con lunghe spinte profonde, e lei mi avvolgeva i fianchi con le gambe, i tacchi contro la mia schiena. La sua bocca sulla mia, i seni che sobbalzavano a ogni colpo.
«Più forte» ansimò. «Voglio sentirti tutto.»
Accelerai. Il letto cominciò a battere contro la parete. Le presi i polsi e glieli tenni sopra la testa, e lei si abbandonò, gli occhi lucidi, la bocca spalancata. Girai la testa un istante e vidi Ettore, le guance rosse, la mano che si muoveva lenta, gli occhi fissi sul punto in cui i nostri corpi si univano. Sabrina seguì il mio sguardo e sorrise, una smorfia di piacere pieno, quasi crudele.
«Guarda, amore» gli disse. «Guarda come mi scopa.»
Ettore gemette. «Sì. Sì, tesoro. Non smettete.»
La girai. Lei si mise in ginocchio, i gomiti sul materasso, la schiena inarcata, il culo alzato in una offerta che mi tolse il fiato. La guêpière le segnava la vita come un violino. Mi misi dietro di lei e la presi con un colpo solo, fino in fondo. Sabrina urlò e affondò il viso nel cuscino. Le tenevo i fianchi, le tiravo indietro il bacino a ogni affondo, il rumore bagnato e secco dei nostri corpi che riempiva la suite. Le infilai una mano sotto, trovai il clitoride, lo accarezzai a tempo, mentre con l’altra le tiravo i capelli, facendole alzare la testa.
«Dimmi cosa sei» le sussurrai all’orecchio.
«Tua» ansimò. «Stasera sono tua. Scopami, Simone, scopami come se avessi vent’anni.»
La scopai con tutta la fame che avevo, e lei veniva e veniva, con spasmi che mi stringevano come un pugno, e le gambe le cedevano. Quando crollò sul letto, ancora tremante, la voltai sulla schiena e mi stesi su di lei. Mi accolse di nuovo, con un sospiro lungo. Ci muovemmo a lungo così, in un ritmo lento e profondo, le fronti unite, i respiri mescolati. Mi disse cose sporche e tenere insieme, mi morse la spalla, mi graffiò la schiena. Poi mi spinse di lato e salì sopra di me.
Cavalcava con una grazia sapiente, il bacino che disegnava cerchi lenti, le mani sul mio petto, i seni pesanti che oscillavano nella luce soffusa. Le mani le strinsi sulle natiche, le allargai, la guidai su e giù sul mio sesso, e vidi il suo viso trasformarsi: gli occhi chiusi, la bocca aperta, la fierezza di una donna che si riprende quello che le spetta.
«Ettore» chiamò, senza fermarsi, con la voce spezzata. «Vieni qui.»
Lui si alzò dalla poltrona, goffo e commosso, e si avvicinò al letto. Si fermò accanto a noi, a pochi centimetri, a guardare il mio sesso che spariva dentro sua moglie, la sua pelle dorata che si alzava e si abbassava. Sabrina gli prese la mano e se la portò al seno. «Senti com’è bello» mormorò. «Senti come sto bene.»
«Sei meravigliosa» disse lui con la voce incrinata. «Sei la donna più bella del mondo.»
Lei sorrise e tornò a muoversi più veloce. Sentii salire il piacere dalla base della schiena. «Sto per venire» le dissi.
«Vieni» ansimò. «Dentro. Voglio che lui veda.»
Fu quello a farmi esplodere. Spinsi in alto, con un ringhio, gli occhi nei suoi, e mi svuotai dentro di lei in lunghe pulsazioni, mentre lei si irrigidiva e veniva con me, con un grido che si spezzò in un singhiozzo di piacere. Accanto a noi sentii Ettore tremare, trattenere un gemito e abbandonarsi con un sospiro rotto, a occhi chiusi.
Rimanemmo così, un groviglio di corpi sudati e respiri che si placavano. Sabrina si lasciò cadere sul mio petto, le calze strappate a un ginocchio, il rossetto sbavato, i capelli appiccicati alla fronte. Rideva piano, senza fiato. Ettore si sedette sul bordo del letto, ancora arrossato, e le accarezzò i capelli. «Grazie» disse, e non sapevo a chi dei due.
Più tardi, quando le luci erano basse e il bosco fuori si faceva grigio, ricominciammo. Questa volta fu lei a condurmi, a spingermi sul fianco, a prendermi in bocca con una lentezza esperta, mentre Ettore, tornato sulla poltrona, ci osservava in silenzio con gli occhi pieni di tenerezza. Poi tornai su di lei, e poi ancora, per tutta la notte, tra il vino e il sudore e le risate, tre adulti che non dovevano niente a nessuno, e che per una volta non fingevano di essere altro da ciò che volevano.
All’alba, sulla porta, Sabrina mi baciò con una dolcezza inaspettata. «Torna a trovarci» sussurrò.
Scesi le scale con il corpo svuotato e leggero, e capii una cosa che mi sembrò, in quel momento, definitiva: il piacere non ha età, e chi lo cerca senza paura lo trova ovunque.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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