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Compagni di scuola


di Stefy_Mant
28.01.2026    |    2.869    |    7 9.5
"Ci sistemammo, tornammo a baciarci sdraiati per un po’, ma lui aveva una giornata pesante l’indomani e presto tornò in camera sua a preparare del lavoro..."
Era dalle superiori che non vedevo M.
Sapevo che facevamo lo stesso lavoro – cosa piuttosto inaspettata – ma, a parte colleghi comuni che ogni tanto ce lo facevano notare, non ci eravamo mai incrociati.
Quel giorno, però, arrivò. Lavoravamo in squadre diverse e per aziende diverse, ma entrambi eravamo a Roma per lo stesso evento. Ci stringemmo la mano in fretta durante il sopralluogo nella location, poi in pausa pranzo ci fermammo a chiacchierare un po’.
Le solite conversazioni tra ex compagni di scuola: chi sentivamo ancora (nessuno, in realtà), come eravamo finiti in quel lavoro e, alla fine, come andava la vita. Per me tutto bene; lui era messo peggio. Poco tempo prima aveva fatto a botte con un collega che, per disattenzione, lo aveva quasi ferito sul serio; l’altro era stato licenziato, ma i restanti non l’avevano presa bene – il collega stava passando un periodo nero – e da allora lo ostracizzavano un po’. Gli chiesi, con una certa ipocrisia, se volesse che mettessi una buona parola nella mia azienda; lui rifiutò, perché un trasferimento a Bologna, in quel momento, non gli era comodo.
Non ci badai più di tanto. Alle superiori, verso la fine, ci stavamo parecchio sulle palle, anche se il gruppo si era un po’ compattato sapendo che dopo la maturità ci saremmo persi di vista. Mi sorprese solo quanto poco fosse cambiato: la stempiatura ce l’aveva già a quindici anni, ma per il resto l’unica differenza era una barba più convincente, le braccia completamente tatuate e un accenno di pancia.
Finito il sopralluogo e il pranzo, andai in hotel a fare check-in. Come sempre, quando le camere non bastavano per tutti nello stesso albergo, mi offrivo volontario di stare altrove – per motivi evidenti e anche perché spesso era un posto migliore. Con mia grande sorpresa, ci trovai M: era lì per gli stessi motivi che mi aveva raccontato.
«Beh, tu non andavi d’accordo con i tuoi colleghi?» scherzai vedendolo arrivare.
Gli spiegai la situazione.
«Cercherò di pensarla così anch’io,» rispose, dirigendosi verso la sua stanza.
Mi riposai un attimo, poi controllai i piani dei colleghi per la cena: alla fine, complice la giornata pesante che ci aspettava e l’abbuffata di pranzo, decidemmo di restare in hotel. Ne fui felicissima.
Mi chiusi in bagno per far uscire Stefania: il piano era allenarmi un po’ con il mio dildo preferito, poi mettere un annuncio su A69 e vedere con chi avrei passato la serata.
Una volta pronta, accesi il pc… e qualcuno bussò alla porta.
Feci finta di niente, ma il bussare diventò più insistente. Andai ad aprire.
Era M, con qualche birra in mano, in cerca di compagnia.
Provai a dissuaderlo: stanchezza del viaggio, lavoro per il giorno dopo… ma lui insisteva.
Anche se sul lavoro nascondo questo lato di me più che mai, alzai bandiera bianca e lo feci entrare.
Non sembrò particolarmente scioccato. Mi squadrò dalla testa ai piedi, poi disse:
«Wow. Ti va una birra?»
Il suo aplomb mi spiazzò. Lo invitai a sedersi.
«Sai, un po’ me lo immaginavo,» disse accomodandosi ai piedi del letto.
«Prego?» ribattei, sorpresa.
«Ti avevo visto suonare con il tuo gruppo, da ragazzini. A differenza dei tuoi amici, eri l’unico truccato bene e con vestiti che non sembravano rubati di fretta dal reparto donne. Ricordo ancora quel look: maglietta in lycra con solo i capezzoli coperti, gonna lunga…»
«Collant a righe e anfibi con la zeppa,» conclusi io.
«Esatto. Ci avrei provato con te prima di riconoscerti,» scherzò.
«E scoprire che ero un uomo?» scherzai anch’io.
«No: scoprire che eri quella testa di cazzo del banco accanto.»
Ridemmo entrambi.
Venne fuori che anche lui era bisex, e mi batté addirittura di due anni per il primo rapporto con un uomo (lui, però, solo attivo).
Parlammo a lungo di percorsi che, a sorpresa, ci accomunavano. Finché lui non mi baciò all’improvviso.
«Wow…» feci, colta alla sprovvista.
«Scusa, forse dovevo chiedere se tutto questo,» indicò il mio look, «fosse per qualcun altro.»
Gli spiegai i miei piani per la serata e conclusi con un bacio anch’io.
Presto finimmo sdraiati sul letto a pomiciare come avremmo potuto fare a sedici anni, se ci fossimo conosciuti davvero. Le mani cominciarono a esplorare, poi lui prese l’iniziativa: mi alzò l’abito, rivelando reggicalze e perizoma.
Me lo sfilò e, con mia grande sorpresa, iniziò a lavorare sul mio cazzetto e sulle palle. Lo guardai stupita, lasciando uscire qualche gemito.
«Ho lavorato sei mesi in Thailandia, quindi mi sono allenato bene con ragazze come te,» disse, prima di riprendere a succhiarmi e passare al mio buchetto.
Dopo minuti intensi sotto le sue cure, lo invitai a spogliarsi per ricambiare. In poco tempo avevo il suo cazzo a pochi centimetri dal viso. Era nella norma – lui stesso scherzò vedendo il mio dildo sul comodino – ma tutta la situazione e i suoi preliminari mi avevano mandato talmente in orbita da non badare alle misure.
Lo presi in bocca e lo vidi godere, sorpreso.
«Venti anni da troia mi hanno allenata bene, come vedi.»
Dopo quel reciproco scambio di preliminari, lui prese il controllo e io mi lasciai andare completamente. Ogni posizione eseguita con esperienza, un’alternanza perfetta tra dolcezza e rudezza, baci appassionati e schiaffi peccaminosi.
Chissà come sarebbe stato se ci avesse provato davvero, da adolescenti. Se il mio percorso fosse sbocciato con un compagno di classe che viveva gli stessi dubbi, le stesse curiosità. La mente vagava, ma lui, a suon di colpi decisi, mi riportava sempre al presente, in quel turbine di passione inaspettata.
«Hai preferenze per la venuta?» chiese con voce rotta, annunciando l’arrivo imminente dopo una scopata lunga e intensa.
«Sì,» risposi anch’io provata. «A tuo piacimento.»
Fece quel sorriso che un tempo detestavo e che ora mi faceva battere il cuore forte.
Mi prese per mano, mi fece mettere in ginocchio davanti a lui.
«Allora facciamo che la bevi tutta?» propose, sfilandosi il preservativo.
Aprii la bocca, tirai fuori la lingua.
Si masturbò per pochi secondi e venne: lenta, densa, calda, tutta sulla mia lingua e in bocca.
Ci giocai un po’, feci finta di sciacquarmi i denti, poi ingoiai. Lo divertii.
Ci sistemammo, tornammo a baciarci sdraiati per un po’, ma lui aveva una giornata pesante l’indomani e presto tornò in camera sua a preparare del lavoro.
Io aprii comunque l’annuncio, e nonostante le risposte di un cubano molto focoso, avevo la testa completamente fissa su di lui.
Ci rivedemmo il giorno dopo, sempre in pausa pranzo: qualche sguardo complice, qualche timido sorriso interrotto da un mio collega.
«Oh, allora avete fatto serata insieme, visto che siete nello stesso hotel?» scherzò.
«Ma sì, dai, un paio di birre a sparlare degli ex compagni,» rispose M, ridendo.
Io sorrisi, cercando di non lasciar trapelare tutto quello che davvero mi aveva fatto provare.
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