trans
Fame sporca
travperte
15.06.2025 |
4.228 |
14
"Uno ha pisciato sulle mie tette finte, l’altro mi ha schizzato dentro l’occhio..."
Lo sentivo da giorni, quel prurito in mezzo alle gambe, quella fame che saliva dalla pelle, che mi stringeva dentro come una morsa. Avevo bisogno di farmi usare, di essere sporcata. Di sentirmi piccola, umiliata, persa.Così sono andata lì.
Una fabbrica abbandonata fuori città. Nessun cartello, nessuna luce, solo un portone arrugginito socchiuso e un odore denso che arrivava da dentro, fatto di muffa, piscio, cemento e umanità marcia.
Sotto il trench beige, stretto in vita, ero vestita solo per essere presa.
I miei seni finti, tondi, perfetti, gonfi sotto il body trasparente.
Le autoreggenti nere, lucide, tirate fino a metà coscia.
Il perizoma nero, striminzito, che conteneva a fatica il mio cazzo già in tensione.
E i tacchi, 13 centimetri, neri, a spillo, che suonavano sull’asfalto come un richiamo di puttana.
Quando sono entrata, loro erano già lì.
Otto. Forse nove uomini. Sporchi. Alcuni ubriachi. Magliette sudate, pance fuori, facce incrostate di barba e fumo. Uno si stava pisciando addosso ridendo. Un altro fumava una canna mentre si grattava le palle.
Mi hanno guardata come si guarda un pezzo di carne che puoi mordere.
Uno ha riso.
«Ma guarda che troia elegante ci è venuta a trovare…»
Mi sono aperta il trench piano, senza dire nulla.
Li ho lasciati vedere. Il mio petto da bambola porno, il mio cazzo che premeva contro il perizoma bagnato, il ventre depilato, le calze lucide sulle cosce tese.
«Fai di me quello che vuoi», ho sussurrato.
Uno mi ha afferrata per il collo e mi ha spinta contro un muro. Il cemento era freddo. Lui puzzava. Alito rancido, ascelle acide.
«Una bocca come la tua serve solo a una cosa.»
Mi ha aperto il perizoma di lato. Il mio cazzo è scattato fuori, teso, palpitante. Ma non gli interessava.
Mi ha ficcato il suo cazzo in bocca, sporco, salato, mentre due altri uomini si masturbavano guardando.
Poi è cominciata la discesa.
Mi hanno presa in tre, poi in cinque. Uno ha pisciato sulle mie calze, lentamente. L’urina calda colava lungo i talloni, riempiendomi le scarpe di plastica.
«Sta bevendo, la cagna», dicevano.
E io bevevo.
Mi hanno messa a quattro zampe sul pavimento unto. Il perizoma strappato. Il mio buco aperto, sputato, penetrato a secco.
«Apre bene, la principessa.»
Ridevano.
Uno si è chinato e mi ha scoreggiato in faccia. Forte. Calda. Umida.
Gli altri si sono piegati dalle risate.
«Ecco il tuo profumo, troietta.»
Il mio cazzo veniva senza toccarlo. Il mio sperma schizzava sul pavimento mentre loro mi usavano ancora.
Uno mi ha preso la testa e ha detto:
«Facciamo il pieno.»
Hanno iniziato a venirmi addosso. In faccia. Sulla bocca. Nelle calze. Sul seno. Uno ha pisciato sulle mie tette finte, l’altro mi ha schizzato dentro l’occhio.
Mi colava tutto addosso. Urina, sborra, sudore, saliva. E io gemevo.
Amo tutto.
Ogni umiliazione. Ogni odore.
Quando hanno finito, ero lì: per terra, coperta di liquidi, con le autoreggenti lacerate, il cazzo molle appiccicato alla coscia, il perizoma a metà gamba.
Uno si è avvicinato con una birra in mano.
«Lasciamola nel container, stanotte. Vediamo se qualcuno la trova domattina.»
Io ho sorriso.
«Lasciatemi qui. Lasciate che mi scoprano… tutta… così.»
E sono rimasta sola.
In una fabbrica sporca.
Con il mio corpo disfatto.
E il cuore che batteva forte.
Perché io non voglio amore.
Voglio che mi si usi.
Che mi si svuoti.
Che mi si sporchi.
E lo rifarei. Domani. E ancora.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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