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Lui & Lei

Il paradosso dei numeri interessanti


di Membro VIP di Annunci69.it gleeden
08.09.2026    |    847    |    6 8.9
"Si rideva, si parlava, si scopava con la libertà dei corpi che si vogliono e si riconoscono..."
Quando i miei genitori mi diedero il nome di Primo, avevano in
qualche modo tracciato per me un futuro che sarebbe stato legato
al mondo dei numeri.
Nacqui negli anni ’70 in un piccolo borgo del Varesotto. Fin
dall'infanzia manifestai un amore incondizionato per la
matematica e le scienze in generale. Alle scuole elementari ero il
più veloce a fare le operazioni, e questo amore per le cifre mi
accompagnò per tutto il percorso scolastico, fino a portarmi, in
età adulta, a insegnare quell’amore per i numeri in un liceo della
provincia di Varese.
Come tutte le passioni, anche questa ha però influenzato il mio
rapporto con le persone, soprattutto con le donne. Noioso, rigido,
pedante, insopportabile... potrei fare una lista lunga un
chilometro con gli aggettivi negativi che ho accumulato nel corso
degli anni. Se vi dicessi che quella lista esiste davvero, salvata in
un file sul PC, ci credereste? Sì, credeteci: è in buona compagnia
insieme ad altri file dove tutto è annotato, classificato, ordinato
secondo una logica mentale che solo uno fissato con i numeri
come me poteva concepire.
Ho provato a risolvere questa mia ossessione con delle sedute di
terapia settimanali. Il risultato? La voce mi si spegneva tra le
labbra, mentre nella mia testa danzavano soltanto i numeri
dell’orologio digitale, proiettati come un respiro regolare sulla
parete muta dello studio del mio psicologo.
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Tutto è ordine: l’elenco dei libri che leggo, della musica che
ascolto, dei film che ho visto. Nomi, date, luoghi, e tanti numeri
in sequenza. Secondo il mio terapeuta si tratta di un disturbo
ossessivo-compulsivo. Sosteneva che da piccolo avevo subito
qualche “evento” poi rimosso. Ma a memoria non ricordo nulla di
traumatico. So solo che mi sono sempre piaciuti i numeri. Avevo
anche fatto una lista di tutti gli incontri con il mio terapeuta,
annotando per ciascuno il momento esatto in cui terminava la
seduta silenziosa: ore, minuti, secondi.
Liste su liste. E ho toccato il fondo quando ho creato una lista che
catalogava le liste. Follia pura, direbbe qualcuno. Ma non riesco
a fermarmi. Ne sono consapevole: se non catalogo tutto prima di
andare a dormire, il sonno non arriva. O, se arriva, la notte è un
continuo rigirarsi tra le lenzuola.
Svuotare la testa dai numeri che mi ossessionano è un gesto tanto
semplice quanto complicato. Perché nell’aggiungere una nuova
riga, l’ordine naturale dei numeri mi pone davanti il paradosso
dei paradossi per uno come me.
Il paradosso dei numeri interessanti: parte dal presupposto che
ogni numero abbia qualcosa di "interessante".
1 è il primo numero naturale diverso da zero;
2 è l'unico numero primo pari;
3 è il primo numero dispari;
4 è il numero composito più piccolo...
Una volta arrivati a un numero apparentemente privo di
interesse, questo diventerebbe interessante proprio in quanto
"primo numero privo di interesse". E questo è il paradosso!
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Io ho un numero nelle mie liste che salto sempre: il 19. Si trova
tra il 18, numero della maggiore età, e il 20, che per me
rappresenta il passaggio dall’adolescenza, “teen” per gli inglesi,
all’età adulta. Il 19, lì in mezzo, isolato, anonimo, è privo di
qualsiasi interesse. E proprio per questo è diventato il mio
numero preferito.
Ecco perché nelle mie liste, la riga 19 è quasi sempre vuota.
Difficile trovare qualcosa che non sia interessante, ma al tempo
stesso unica nella sua irrilevanza.
A scuola i miei studenti mi adorano. Riesco a far loro amare la
matematica, con tutte le sue regole e difficoltà. Dicono che
quando spiego, sembro circondato da un’aura di luce. Cerco di
portarli tutti più o meno allo stesso livello. Poi c’è chi, come me,
ha un’indole naturale per la materia, e chi fa un po’ più fatica. Ma
con il mio trasporto, con la mia passione, riesco a conquistare
anche le menti più refrattarie.
Anche con i miei studenti applico il paradosso dei numeri
interessanti. E puntualmente il diciannovesimo della lista
diventa quello a cui dedico maggiore attenzione. Che sia ragazzo
o ragazza poco importa: il 19 deve brillare più di tutti.
Lo so, dovrei trattare tutti allo stesso modo. Ma ognuno ha uno
zio preferito, un genitore preferito. La mia regola è semplice: non
si basa sull’aspetto, né sulle competenze. Se sei il numero 19, hai
la mia totale attenzione.
Insegno in questa scuola da più di vent’anni. Ne sono passati tanti
di numeri 19. Alcuni hanno persino seguito la mia stessa carriera
universitaria e ora insegnano matematica. Ma, per fortuna, senza
lasciarsi ossessionare dalle cifre come me.
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Tra il lavoro a scuola e il riposo a casa, cerco sempre di inserire
una moderata attività fisica in palestra. Anche lì i numeri
dominano: diciannove ripetizioni per diciannove attrezzi. So che
potrei migliorare le prestazioni se uscissi da questo schema
mentale rigido, ma è la fatica mentale, più di quella fisica, a
spaventarmi.
All’attività fisica abbino una certa cura per l’alimentazione. Riso,
pollo e verdure: tutto pesato in multipli di 19 grammi.
76 grammi di riso, 152 di pollo, 228 di verdure. Tutti i giorni
uguali, o quasi. Mangiare fuori in un ristorante è una sfida
mentale devastante.
Per questo, quando frequento qualche donna, la invito sempre a
casa mia e cucino io. La situazione è già emotivamente stressante
di suo, e mangiare in un ristorante dove i numeri sono fuori
controllo peggiorerebbe solo le cose.
Parlando di donne, il mio paradosso personale mi ha fatto
collezionare parecchie delusioni. Consapevole delle mie rigidità,
non sono riuscito a silenziarle nemmeno nella fase più dolce
dell’amore. Con qualcuna, nel momento più acuto della mia
ossessione, sono arrivato a contare i movimenti durante la
penetrazione, interrompendomi ogni diciannove colpi.
A volte, li contavo persino a voce, scatenando la furia
incontrollata della donna che stava condividendo con me quel
momento intimo.
Malato, maniaco del controllo, ossessivo... sono le ultime parole
collezionate che mi sono sentito rivolgere dopo coiti interrotti a
multipli di 19. Non sono convinto di essere così malato. Il sesso
mi piace, ma non riesco, mio malgrado, a separare l’emozione
dalla logica matematica.
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"A volte è più facile andare in guerra che tornare a casa", diceva
un mio caro zio. E io non riesco a fare pace con il mio mondo di
numeri. Sopravvivo a me stesso, ma vorrei non doverlo fare ogni
giorno. Vorrei lasciarmi andare, sentirmi amato per quello che
sono, senza pensieri in testa ma solo tanti battiti caldi nel cuore.
Vorrei essere amato con lo stesso amore con cui insegno la
matematica.
Vorrei vivere nell’aura luminosa dell’amore di una donna, e non
in quella delle operazioni e della statistica.
Parlando di numeri, ho frequentato 42 donne. Solo con 28 ho
avuto rapporti sessuali; con 18 di queste, il coito ha raggiunto
l’orgasmo. Le altre dieci mi hanno letteralmente mandato al
diavolo, rivestendosi furiose. Solo con cinque il rapporto è andato
oltre la classica scopata e via. Con nessuna l’incanto è riuscito a
sopravvivere più di due settimane.
Una tragedia ogni volta che aggiorno la lista. Nessun nome alla
riga 19. E io non sono mai stato il numero 19 per nessuna.
Tra le donne che ho avuto modo di amare, a modo mio, molte
erano colleghe fuori sede. Quasi tutte provenivano dal Sud Italia:
chi dalla Campania, chi dalla Calabria, tantissime dalla Sicilia.
Tra queste, e nella mia lista tutto è segnato, alcune erano anche
sposate. Io, uomo single, fisico asciutto e teso, con una bella
chioma nera, ero, e sono ancora, piacente. Ho la fortuna di non
avere nemmeno un capello bianco. E qualora mi spuntassero,
sarebbe bellissimo se comparissero a multipli di 19, ovviamente!
I miei occhi neri, profondi, riuscivano a compensare la mia
maniacale dialettica, che mi portava a parlare solo di numeri. Le
ammorbavo con le teorie statistiche, con numeri per ogni
argomento.
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Forse, il bisogno primario di un contatto fisico superava ogni
noiosa parola che usciva dalla mia bocca: alla fine, con alcune di
loro, si riusciva a combinare un incontro, e il sesso poteva anche
essere considerato di qualità... se non avessi rovinato tutto con la
mia ossessione.
Da qualche mese ho deciso, stanco di questa situazione, di dare
una svolta alla mia vita.
Là dove non è arrivata la terapia, per mia scarsa collaborazione,
sto cercando nuovi interessi che possano attenuare l’ossessione
per i numeri.
I risultati sono modesti, ma con piccoli accorgimenti riesco,
qualche giorno, ad andare a letto senza aggiornare alcuna lista.
Tutti da sempre mi chiamano “Il prof dei numeri”. I colleghi
ridacchiano, i bidelli sospirano, i ragazzi mi osservano come si
osserva una reliquia, un dio dell’antico Egitto. Non m’importa!
O almeno, non mi importava fino al giorno in cui entrò nell’aula
insegnanti una sconosciuta con i capelli ricci, gli occhi da
equazione irrisolvibile e un profumo che sapeva di primavera
appena scoppiata.
«Piacere, sono Marta. La nuova di matematica.»
La precedente collega era andata da qualche giorno in maternità
e Marta ora la sostituiva per tutto l’anno scolastico.
Aveva una voce bassa, densa come il vino rosso che non bevo più
da quando ho smesso con le cene fuori. Mi guardò. Io abbassai lo
sguardo sul mio sudoku. Un 9 fuori posto mi fece tremare un dito.
19 secondi dopo, rialzai la testa. Lei era ancora lì.
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Non mi aveva colpito solo il suo modo elegante di dire “sono
nuova”. Era come se avesse smontato il mio mondo di numeri in
un solo istante, con una variabile imprevista: la carne.
Perché Marta era bella, certo. Ma era anche... viva. Diversa. Non
portava il reggiseno, lo capii al secondo giorno, quando si chinò
per prendere il caffè dalla macchinetta. E io, con la mia
compulsione per il conteggio, rimasi lì a contare il battito dei miei
desideri. Uno. Due. Diciannove.
Qualche settimana dopo, mi trovai a entrare nella sala professori
19 minuti prima del suono della campanella. Lei era già lì. Seduta
sul divanetto, le gambe incrociate. La gonna di lino le lasciava
scoperto un ginocchio. Un ginocchio. Così banale. Così
maledettamente erotico.
«Ti piace arrivare prima, eh?» disse, sorridendo.
«Sempre. È questione di... abitudine.» risposi.
«O di controllo?»
Il silenzio fu più matematico di qualunque formula.
Lei si alzo in piedi. Mi si avvicinò. Il suo profumo mi disarmò.
«Ti va un caffè? Ma non da bidello. Uno vero.»
Andammo da lei. Un piccolo appartamento in centro. Ordinato,
caldo. Libri ovunque. Coperte morbide. E una moka sul fuoco.
Bevemmo in silenzio. Mi tremava la mano. Lei se ne accorse.
Prese la tazza, la posò. E mi baciò.
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Fu un bacio senza permesso, senza conteggio, senza preavviso. La
sua lingua entrò nella mia bocca come un’equazione che non
avevo mai risolto. Sapeva di caffè e di pelle.
Ci baciammo contro il muro della cucina. Le sue mani erano
ovunque. La sua bocca cercava la mia come se volesse divorarla.
Io mi lasciai fare. Il mio corpo, da troppo tempo silente, la
riconobbe subito.
La sollevai di peso. Lei ridacchiò. Era leggera, viva, bagnata. La
gonna si alzò senza che la toccassi. Non portava biancheria
intima. Aveva un sesso stretto, caldo, lucido come miele.
«Fammi tua, Primo. Ma senza contare.» sussurrò.
Le sue parole mi devastarono, aveva capito tutto di me in pochi
giorni, forse in appena 19 minuti. Questo fece accelerare ancora
di più il battito del mio cuore.
La stesi sul tavolo. Le leccai l’interno delle cosce lentamente. La
lingua trovò la sua fessura e ci si tuffò come un tuffatore pazzo.
Lei gemette. Le dita mi presero i capelli. Mi guidava, mi voleva
dentro.
Mi alzai, la guardai. Lei si morse il labbro.
Sfilai i pantaloni. Il mio sesso era teso, troppo duro per essere
ignorato.
La presi con forza e dolcezza insieme. Entrai in lei senza dire
nulla. Sentii la sua carne aprirsi per me. Lei gemeva. Io affondavo.
Lento, poi veloce, poi lento di nuovo.
Nessun numero. Solo suoni, odori, tremori.
Venne prima di me. Poi si lasciò cadere contro il mio petto. La
tenni stretta. Nessuna voce. Nessuna formula. Solo noi due.
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Quella notte restai da lei a dormire. Per la prima volta da anni
non contai le volte in cui spegnevo la luce. Marta mi abbracciò,
nuda, e si addormentò contro il mio petto.
E io mi addormentai con lei. Senza numeri. Solo amore.
La mattina dopo fu come svegliarsi in una stanza sconosciuta, ma
dove ogni oggetto aveva un posto perfetto. Marta dormiva
accanto a me, rannicchiata sul fianco, una ciocca di ricci scuri
sulla fronte. La luce filtrava dalla finestra in silenzio, come se
avesse paura di disturbarci. Io non avevo paura. O meglio, ne
avevo un po', ma era una paura nuova. Dolce, quasi sensata.
Guardai il cellulare: erano le 6:41. 6 più 4 più 1 fa 11. Niente 19.
Strano. Non mi dava fastidio.
Mi alzai in silenzio, le gambe ancora indolenzite. Lei si mosse,
emise un gemito di piacere, come se il suo corpo stesse
ricordando la notte appena passata.
Io la ricordavo tutta: ogni bacio, ogni morso, ogni spinta. Ma
quello che mi aveva disarmato di più era il modo in cui mi aveva
guardato subito dopo.
Come se vedesse in me qualcosa che io stesso avevo dimenticato.
Ci rivedemmo quella stessa sera. E quella dopo ancora.
Per un mese intero, Marta fu il mio nuovo rito. Ma non c'era nulla
di compulsivo in quello. Era un desiderio pulito, una fame che
non si sazia mai, ma che non brucia.
E il sesso… Dio, il sesso.
La seconda volta mi fece spogliare piano, uno ad uno. Non i
vestiti, i numeri.
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Mi fece sedere sul letto. Si inginocchiò davanti a me e, senza dire
nulla, mi prese il sesso in bocca con la lentezza di un'equazione
risolta con grazia. Lo succhiava come se fosse il suo unico scopo,
ma con devozione, non foga.
Ogni tanto alzava gli occhi e sorrideva, con la lingua che mi girava
intorno all'asta, lucida, lenta, perfetta.
«Non contare!» mi diceva, con la voce roca. «Sentimi!»
E io la sentivo. Sentivo la sua bocca diventare casa, la sua gola
stringermi come un abbraccio profondo.
E quando venni, con un gemito che sembrava un singhiozzo, lei
non si mosse. Mi bevve tutta la voglia, tutta la paura, tutto il
tempo che avevo sprecato a tenere il controllo.
Poi salì su di me, baciandomi con la bocca ancora calda di me, e
si sedette lentamente sul mio pene che pulsava ancora.
Non fu solo sesso. Era un inno. Un’elevazione, un nuovo
algoritmo da risolvere. La sua vagina mi accoglieva come una
promessa. Mi stringeva in modo perfetto. Muoveva il bacino
lentamente, poi veloce, poi si fermava per sorridermi e ripartiva.
Mi fece venire due volte. Una dentro, una dopo, con la lingua.
E dopo si accoccolò tra le mie braccia, come se fosse la cosa più
naturale del mondo.
Una sera, dopo un incontro particolarmente intenso, in piedi
contro la libreria, con i libri che cadevano e le sue urla che si
mescolavano al rumore del legno, mi accorsi che non avevo
acceso e spento la luce nemmeno una volta da quando ero
entrato.
«È da quando stai con me che non fai più i tuoi... conteggi?» mi
chiese, accarezzandomi il petto.
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«Non me ne sono nemmeno accorto.»
«È perché ora conti qualcos’altro, forse?
«Forse conto te.»
Lei sorrise. Ma non disse nulla. E quel silenzio mi parve la più
perfetta delle risposte.
A scuola, le cose cambiarono. Non per gli altri, per me.
Camminavo nei corridoi con meno tensione, ridevo di più,
parlavo con i colleghi. Ero diventato leggero. Marta lo era anche
a letto: non c’erano mai tensioni. Si rideva, si parlava, si scopava
con la libertà dei corpi che si vogliono e si riconoscono.
Il mese successivo stavo comprando il pane e del cibo fresco per
una cena improvvisata.
Guardai lo scontrino. 19 euro e 90 centesimi.
Sorrisi.
Poi rientrai a casa. Lei era sul divano, senza mutande, con solo
una camicia mia addosso.
Mi sorrise e mi disse:
«Sei in ritardo di 19 minuti.»
Io lasciai cadere la busta della spesa. E la presi lì, sul tappeto,
senza preamboli.
Con la foga di chi ha trovato finalmente una costante dentro il
caos.
Cominciammo a dormire insieme quasi ogni sera. Senza
deciderlo. Senza dichiararlo. Lei lasciava una spazzola nel mio
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bagno, io dimenticavo camicie nel suo armadio. Le cose
succedevano così: con naturalezza, come se il tempo stesso si
fosse arreso a noi.
Una sera, mentre cenavamo sul divano con una pizza fredda e due
bicchieri di birra, Marta mi guardò fisso e disse:
«Lo sai che non mi hai mai detto perché proprio il diciannove?»
Rimasi in silenzio. Avevo sempre evitato quella domanda. Poi
sospirai.
Le spiegai il paradosso dei numeri interessanti, cercando ad ogni
parola di cogliere in lei ogni emozione, cercavo di capire se la mia
follia mi avrebbe per l’ennesima volta lasciato da solo. Non
stavolta. Sembrava aver capito affascinata dalla mia teoria su
questo folle paradosso.
Lei non disse nulla. Mi prese la mano.
E in quell’attimo, sentii il cuore smettere di fuggire.
Aveva trovato un rifugio.
Il sesso, con lei, diventava sempre più… nostro.
Una lingua privata, fatta di pelle, sussurri e piccoli atti di resa.
Una notte, mentre fuori pioveva e il mondo sembrava rallentare,
lei mi disse:
«Voglio che mi prendi come non hai mai preso nessuna.»
Mi spogliò con lentezza, mentre io restavo immobile, lasciandomi
fare.
Mi fece sdraiare a pancia in giù sul letto. Poi salì sopra di me,
nuda, calda, viva.
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Sentii la sua lingua scorrere lungo la mia schiena. Mi baciava ogni
vertebra come se la conoscesse per nome. Ogni tanto
mordicchiava. Mi faceva fremere.
Poi mi sussurrò all’orecchio:
«Ti voglio tutto. Dentro e fuori.»
Mi voltò. Si mise sopra di me, il bacino che ondeggiava come un
ritmo tribale.
Non era sesso, era possessione. Aveva gli occhi socchiusi, i capelli
spettinati, le mani sui miei fianchi. Si muoveva lenta, poi
improvvisamente rapida. Mi faceva godere e poi si fermava, come
se volesse tenere tutto sotto controllo.
Poi perse il controllo, e fu lì che mi venne addosso con una forza
che mi squassò. Mormorò il mio nome, tremando, mentre il suo
sesso mi stringeva fino a togliermi il fiato.
E io venni con lei, dentro di lei, in un’unione che non aveva più
nulla di numerico. Solo carne. Solo verità.
Il giorno dopo a scuola, entrai in aula con un sorriso beato
stampato in faccia.
Uno studente mi guardò strano.
«Prof, tutto bene?»
«Perfettamente. Oggi interroghiamo.»
«Ma... è il 19, prof! Non interroga mai il 19!»
Mi fermai. Guardai il calendario. Avevano ragione. Risi. Forte.
«Oggi è un ottimo giorno per iniziare a cambiare idea.»
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Quella sera cucinai per lei. Pasta alla norma, il suo piatto
preferito, non pesai nulla, niente era più multiplo di 19 nel cibo.
La aspettai nudo sotto il grembiule, con una candela accesa e un
bicchiere di vino.
Quando arrivò, scoppiò a ridere. Poi mi si avvicinò piano.
«Sai che così nudo, con le melanzane, sei quasi commestibile?»
Mi baciò, mi tolse il grembiule, e mi fece inginocchiare. Poi si
tolse i pantaloni lentamente, le mutande e mi prese la testa e me
la spinse dolcemente tra le sue gambe. Le labbra del suo sesso mi
accolsero come una bocca affamata.
Le leccai piano, insistente, entrando con la lingua, muovendomi
in cerchi, salendo sul clitoride. Lei gemeva, con un suono
profondo, ruvido, bellissimo.
Mi afferrò i capelli, spingendomi contro di sé.
«Sì... così… ancora…»
Venni sulla sua voce. Sulla sua carne. Poi mi montò sopra,
inginocchiata, stringendomi dentro con forza. Le sue mani sul
mio petto, il suo corpo che ballava sopra di me come in trance.
Venne due volte e Io la seguii alla fine, esausto e felice.
Quella notte non dormimmo.
Parlammo. Di noi. Del futuro. Dei numeri.
«Sei ancora ossessionato dal diciannove?» mi chiese.
«No. Ora conto i giorni che ho passato con te. E quelli che voglio
ancora vivere.»
Lei mi guardò seria.
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«E quanti sono?»
«Uno. Sempre uno. Questo.»
Mi abbracciò forte.
E finalmente capii: non avevo più bisogno di contare.
Perché l’amore non si misura. Si sente.
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