Sottomessa al Piacere -Thailandia-Cap11-P2di3
giorgal73
*** DANIELA ***
«Samai. Portaci il pranzo in camera. Quattro donne affamate e nude ti aspettano in Terrazzo. La porta è aperta, non bussare, entra direttamente.» Il sì nella voce trema. Bene. Chiudo. «Michela, non ti coprire quando arriva. Voglio che veda la catena prima del pesce. Jennifer, Francy, stesso patto. Il terrazzo è esposto. Oggi lo usiamo.»
*** SAMAI ***
Spingo il carrello. Pesce grigliato, citronella, riso. Vaniglia della divisa e sudore mio. Le trovo nude. Tutte e quattro. La mora ha una catena sui capezzoli e una scritta sul pube. Sul seno destro un viso, lo stesso della bionda. Le francesi hanno i culi ancora rossi, si vede anche da qui. Le mani mi tremano sui piatti. «Apparecchio», dico, e la voce non è ferma.
*** DANIELA ***
Mi avvicino prima che finisca di mettere i piatti. La bacio. Lungo. Umido. Lingua. Sa di caffè del turno e di paura buona. «Ieri sera. Ti sei presentata
fuori dal bungalow? Raccontami tutti i dettagli. Cosa hai sentito, visto, provato, desiderato.
Tutto. Non saltare niente.»
*** SAMAI ***
«Sì. Dopo mezzanotte. Ho eseguito i tuoi ordini. Non sono entrata.»
Poi racconto tutto di seguito, senza fermarmi. «Il sentiero era buio, salsedine e frangipane nell’aria umida. Ho sentito i gemiti prima ancora di vedere il bungalow.
Michela che urla «Siiiiiii, Padrona!» con una voce rotta che mi è entrata nella pancia. Il clap umido dello strap-on a ogni spinta, il legno del letto che scricchiolava, il ronzio costante del plug blu che lampeggiava e si sentiva anche da fuori. Il tintinnio degli anelli a ogni movimento. Mi sono fermata a tre metri dalla porta, esattamente come mi avevi detto. Non ho bussato. Non ho messo la mano sulla maniglia. Ho solo ascoltato e spiato dalle ombre sulla tenda. Ho visto i corpi muoversi. Ho sentito l’odore della fica di Michela che squirtava, caldo, salato, umido, che usciva dalla finestra aperta e mi arrivava addosso. Mi sono bagnata subito sotto la divisa. Ho aperto le gambe quanto la gonna me lo permetteva, ho messo la mano tra le cosce e ho premuto forte sul clitoride. Pulsava come se volesse uscire.
Ho infilato due dita nella fica. Ho spinto più a fondo e ho dovuto mordermi il labbro per non gemere forte.
Volevo entrare. Volevo bussare e dire “usatemi”. Volevo inginocchiarmi e leccare prima i tuoi piedi, poi la fica di Michela ancora aperta e lucida di squirt. Volevo restare fino all’alba, nuda, sul pavimento, se me lo avessi permesso. Ho sentito Jennifer gemere in francese, Francy che chiedeva ancora con la voce rotta, il serpente tatuato che immaginavo muoversi sulla pelle sudata. Ho immaginato di essere al posto di Michela. Il telefono ha vibrato. Mio marito. Non ho risposto. L’ho spento. Sono rimasta ferma contro l’albero fino a quando i gemiti sono diventati bassi, il clap è rallentato e il plug ha smesso di ronzare forte. Poi me ne sono andata. Sulla via del ritorno mi sono fermata due volte, ho rimesso le dita dentro e mi sono toccata pensando a tutto quello che avevo sentito. Non sono venuta. Ho tenuto la voglia tutta intera. Le gambe mi tremavano. La fica era gonfia e dolorante.
*** DANIELA ***
«Alzati la gonna e togliti gli slip. Michela vuole leccartela.» Non è una domanda. Samai obbedisce, le dita tremanti all’orlo della stoffa. La gonna di cotone leggero sale sopra le ginocchia, rivela cosce pallide con venature bluastre. Gli slip scendono lungo le gambe, un movimento goffo, e cadono in un mucchietto bianco ai suoi piedi. E c’è un cespuglio: peli scuri e ricciuti che coprono completamente il monte di Venere, spessi come erba dopo la pioggia. Un odore emerge, caldo e muschiato, terroso, diverso dall’odore pulito delle nostre fighe depilate e profumate. Le altre restano ferme, statue al sole. Io no.
Mi avvicino, studio la vegetazione. «Così non va bene.» La voce è piatta. «Ti dobbiamo depilare. Torna a prendere i piatti vuoti. Se vuoi, vieni tu. Altrimenti manda qualcun altro.» Pausa. Lo sguardo scende di nuovo tra le sue gambe. «Liscia, o non si lecca. Se torni tu, sai cosa accadrà.»
*** SAMAI ***
La voce mi si spezza, un filo che si rompe in gola. Guardo la mora, la catena che le scende dai capezzoli tirati, le lettere SLAVE nere e nitide sul suo pube glabro. Vorrei la sua bocca adesso, calda e umida, anche così—con questo cespuglio scuro e riccio che mi copre, con questo odore di terra e desiderio che sale tra le mie cosce. «Ma come lo dirò a mio marito.» Le parole escono basse, strozzate. «Quando tornerò a casa stasera, sotto la luce del bagno, si accorgerà che non ho più i peli. Mi toccherà lì e chiederà il perché.»
*** DANIELA ***
«Questi sono problemi tuoi. Io non ti impongo nulla. Se vieni, vieni depilata da noi e usata solo se lo chiedi. Se non vieni, manda un altro per i piatti e dimentica il terrazzo. Scegli adesso, non stanotte.» Samai si scusa. Si gira. Dimentica gli slip su una sedia.
*** MICHELA ***
Il pesce grigliato è salato sulla lingua, la citronella punge le narici. Il riso scotta il palato e devo soffiare su ogni forchettata. I miei occhi tornano sempre agli slip bianchi abbandonati sulla sedia di plastica, e sento la fica pulsare umida sotto il calore del sole. Quando mi chino per prendere un boccone, la catena d’argento sui capezzoli si tende, tirando la carne sensibile. Jennifer ride a denti stretti, un suono basso che sa di complicità. Francy si muove inquieta sulla sdraio, incapace di stare seduta diritto dopo ieri sera, e mangia appoggiata su un fianco, la forchetta tremula in mano. Daniela sorride con quel suo sorriso che significa calcolo e piacere insieme. Prende il telefono dal tavolo, lucido di olio solare, e compone il numero di Omar. Sento solo metà della conversazione— «Porta il necessario», «rasoio», «forbici» — ma è abbastanza perché un nuovo flusso caldo mi scenda tra le cosce.
*** DANIELA ***
«Vieni fra mezz’ora. Dalla spiaggia, non dal sentiero—non voglio che Samai ti veda arrivare. Porta tutto il necessario per depilare una fica e un culo: la crema bianca e densa dell’armadietto, il rasoio nuovo con la testa rotante, le forbici dalla punta arrotondata per tagliare via il groviglio più folto. E ci sono due culi che aspettano il tuo cazzo—rossi e ancora aperti dal lattice di ieri, ma non il mio, non quello di Michela, a meno che non sia io a dirtelo. Sono le francesi. Se accettano. Tu chiedi, con quella voce bassa che usi quando non vuoi spaventare. Non prendere nulla che non ti venga offerto.»
*** JENNIFER ***
Catturo solo le ultime parole, taglienti come vetro nel sole del terrazzo. «Volete del cazzo? Non vi bastano i nostri corpi?» Un brivido mi corre lungo la schiena, mescolando sorpresa e una punta di offesa. La curiosità però è più forte, un prurito umido tra le cosce. L’idea di un cazzo vero—caldo, vivo, non di gomma—mi fa colare lungo le gambe. «Se è una sorpresa, che sia grossa.» Guardo Francy, immobile sulla sdraio. «Lei decide per sé. Io all’ultimo.» Poi ricordo. «E Michela non la tocca, se è il vostro patto.» Fisso Daniela, sfiorando con le dita il segno della catena sul mio collo.
*** DANIELA ***
«Sarà una sorpresa.» La sua voce è bassa, un filo di seta che si tende sotto il sole. «Michela, tu oggi non prendi cazzo. Mani, se te lo chiedo. Lingua, se serve. Omar guarda te e non ti dona il suo cazzo—lo guardi anche tu, ma non lo tocchi, non lo chiedi, non lo prendi in bocca anche se cola e la catena sui tuoi capezzoli tira fino a farti male. È un ordine, hai compreso? Dillo adesso, forte, perché lo sentano tutte.»
*** MICHELA ***
«Sì, Padrona. Oggi niente cazzo per me. Mani, se me lo ordini. Lingua, se Samai tornerà e verrà depilata.» Le parole mi escono di bocca come un rito imparato a memoria. Il cuore fa un salto contro le costole, un picchio secco che coincide con il ronzio improvviso del plug dentro di me. Vorrei il cazzo, lo sento come un peso caldo e insistente in fondo alla pancia,ma sono anche sollevata che oggi non mi sfonderà, che la carne avrà tregua. Le due cose insieme, il desiderio e la paura, si mescolano come sempre, un groviglio umido tra le cosce.
Non passa mezz’ora.
Omar appare dal lato della spiaggia, emergendo dallo scintillio accecante del mare. La pelle gli luccica di sudore e cristalli di sale, i calzoncini aderenti tradiscono la forma del cazzo già mezzo in tiro. Si ferma, immobile, gli occhi che scavano nel terrazzo: quattro nude distese al sole, il carrello dei piatti abbandonato, gli slip bianchi di Samai ancora appoggiati sulla sedia come un promemoria silenzioso. Resta a bocca aperta, il respiro sospeso.
*** OMAR ***
Quattro donne nude sul terrazzo, sdraiate come offerte al sole. Il cazzo mi diventa duro del tutto, un peso improvviso e familiare contro la stoffa dei calzoncini. «Ho portato il necessario per depilare.» Apro la borsa di tela, mostrando gli strumenti allineati sul fondo: il tubo della crema bianca e densa, il rasoio con la testa rotante ancora sigillata nella plastica trasparente, le forbici dalla punta arrotondata. «Chi è?» Vorrei dire: tutte. Non lo dico. «E i due culi da sfondare di chi sono?»
*** DANIELA ***
«Aspetta e vedrai chi dovrà essere depilata.» Le mie labbra sfiorano il suo orecchio, il calore del mio respiro contro la sua pelle salata. «Una barca per domani. Saremo nude sotto il sole, distese sul ponte come offerte. Niente complicazioni, a meno che non alzi io la mano. I barcaioli guarderanno da lontano—occhi scuri che brillano nel riflesso dell’acqua—ma non salgono, se non li chiamo per nome.» La mia voce si fa più bassa, un fruscio appena udibile sopra il frangersi delle onde.
«E procurami due plug in acciaio, freddi e pesanti. Uno verde smeraldo, uno blu oceano. Minimo quattro centimetri di diametro. Regali per i culi nuovi che hanno appena imparato ad aprirsi.»
*** OMAR ***
Annuisco, il mento che fa un piccolo cenno secco verso il petto.
«Mal che vada, i barcaioli si faranno una sega guardandovi da lontano, con le mani sotto le ascelle sudaticce.» La mia voce è raschiata, pratica. «La barca c’è. Un amico. Parte all’alba, rientra quando alzi il braccio.»
Rido, un suono breve che non raggiunge gli occhi, ma il cazzo no, lui non ride, rimane teso e pesante come un arpione. «I plug li trovo. Verde smeraldo, blu oceano. Acciaio chirurgico, lucido come coltello da pesca. Li porto stasera se il negozio di Patong ha la serranda ancora alzata. Quattro centimetri di inserto, non di decorazione. Ho capito bene?»
Mi spoglio. I calzoncini scivolano giù lungo le cosce abbronzate, il tessuto umido di sudore si incastra un attimo ai talloni prima di cadere sul legno del terrazzo. Il cazzo si erge libero, un’ombra lunga e scura contro la luce accecante del mare. L’odore sale immediato: pelle calda, sale essiccato, un fondo acre di eccitazione trattenuta.
Quattro paia di occhi mi fissano, due scure e calme come quelle della padrona, due più chiare, spaventate e curiose come quelle della giovane Michela. Ma io ne cerco soprattutto due: quelli di Daniela, che concedono il permesso con uno sguardo solo, e quelli di Michela, che rifiutano senza aver parlato. È il divieto, non il consenso, che mi tiene così duro—un filo teso tra ciò che posso avere e ciò che mi è proibito toccare.
*** JENNIFER ***
Lo fisso. È un animale a sé stante, vivo e pulsante, che cattura la luce del pomeriggio e la restituisce in un’ombra lunga e scura contro il legno chiaro del terrazzo. Le vene si sollevano come corde sotto la pelle, segnando un percorso che il mio sguardo segue fino alla punta, lucida di umidità. Non ha la fredda perfezione di lattice di ieri, questo respira, trema leggermente, porta con sé il calore del suo corpo e l’odore di sale e pelle abbronzata.
«Non ancora», penso, sentendo il battito improvvisamente accelerato del mio cuore.
«Prima Samai, se ha il coraggio di tornare. Poi voglio vedere come Francy prende quel peso dentro di sé, come si piega sotto la spinta, come gratta il legno con le unghie mentre lui la riempie. Io deciderò solo alla fine, quando il sole sarà più basso e i nostri corpi lucidi di sudore, se farmi aprire a mia volta o restare a guardare con la fica che cola sulla sdraio.»
*** FRANCY ***
Il mio sguardo scivola su quel cazzo e sento il culo contrarsi da solo, una stretta immediata che mi fa immaginare il dolore profondo che proverò. Le parole mi escono a fatica, basse, rivolte solo a Jennifer: «Se Michela resta qui vicino, forse ce la faccio. Se mi lascia sola con lui, no». Jennifer annuisce, un movimento piccolo e preciso della testa. Non serve altro. È già un ordine.
*** MICHELA ***
La pelle si appiccica al tessuto della sdraio, calda di crema e sudore. Il sale asciuga in strisce bianche sulle mie cosce. Il saw duang da un bungalow vicino si alza di volume, un lamento acuto e persistente che scava nelle tempie. A un metro, il cazzo di Omar pende pesante e scuro contro la luce del mare, un’offerta che non mi appartiene. La catena d’acciaio tira sui capezzoli ad ogni respiro troppo profondo, un promemoria fisico del divieto.
Desidero avvicinarmi, inginocchiarmi, leccare quella pelle salata solo perché mi è stato ordinato di non farlo. La proibizione eccita più del permesso. Sulla sedia di plastica, gli slip bianchi di Samai aspettano, un fantasma di cotone.
«Se torna» dico, voce roca, «la lecco io. Liscia, dove il rasoio è passato. Davanti a lui, se vuoi che guardi.» Le dita di Daniela accarezzano l’anello della catena attorno al mio collo, un gesto che è insieme carezza e controllo.
«Se torna. E se lo chiede. Fino ad allora, resta aperta. Non venire. La fame serve più della sazietà.» Annuisco, sentendo il ronzio basso del plug dentro di me come un secondo cuore. I resti del pesce sulla griglia fumano ancora, ma l’attesa no—quella è appena iniziata.
*** OMAR ***
Mentre aspettiamo, mi siedo sul bordo caldo del terrazzo, nudo, il cazzo pesante in mano—non mi masturbo, voglio solo sentire il peso familiare del mio cazzo. «Se la cameriera non torna entro dieci dei miei respiri, vi prendo i culi subito.» Guardo Jennifer, poi Francy, lasciando deliberatamente fuori Michela dal giro degli occhi. Lei lo sa. La guardo senza toccarla, sentendo il divieto come un filo teso tra i nostri corpi. «Il plug verde lo voglio addosso a una francese domani in barca. Quello blu all’altra. Se li trovo a Patong prima che chiudano.»
*** DANIELA ***
Conto i suoi respiri, lenti e profondi, un ritmo che si perde nel frangersi delle onde sotto il terrazzo. Anch’io aspetto, il respiro fermo in gola, le dita che stringono appena il bordo caldo della sedia. «Michela» dico, e la mia voce è più bassa del solito, carica di quello che verrà. «Raccontagli ogni dettaglio. Di come le aprirai la fica con le dita, di come leccherai via il sale dalla sua pelle nuova di rasoio. Voglio che arrivi già duro sapendo esattamente dove metterlo.»
*** MICHELA***
«Le lecco la fica nuova di rasoio, le apro con le dita, due, tre, ma il culo no, se è stretto come sembra.» La voce mi esce a brandelli, umida e rotta. «Jennifer le morde i seni fino a lasciare il segno dei denti. Francy le mette la fica in faccia, le obbliga a leccare finché non si bagna tutta.» Mi fermo, deglutisco aria calda.
«Tu guardi. Io non prendo il tuo cazzo. Lo ripeto perché la Padrona vuole che tu lo senta due volte, che ti resti in testa mentre aspetti.» Un tremito mi percorre dalla gola alle ginocchia. Sento la mia fica colare sulla stoffa della sdraio, un rivolo caldo che scivola lungo la coscia. Gli slip bianchi di Samai sono ancora lì, sulla sedia di plastica, un fantasma di cotone sotto il sole.
Il saw duang da un bungalow vicino continua il suo lamento acuto, monotono come il ronzio delle mosse sul pesce avanzato. Mi sembra che qualcuno bussi alla porta-legno che scricchiola, o forse è solo il vento che spinge una persiana. Daniela alza lentamente la testa, gli occhi scuri che cercano oltre la ringhiera.
*** NOTE ***
---ANNO 2000---
Dopo la meravigliosa avventura del Natale 1999, vi presento una nuova storia, tutta ambientata in Thailandia che vi terrà compagnia per i prossimi mesi. Anche questo è un romanzo basato su personaggi veri e storie autentiche. Come, vi ho abituato, ogni settimana pubblicherò un capitolo suddiviso in tre parti. Quanti capitoli saranno? Non ve lo dico, lo scoprirete voi!
---La Musa e lo Scrittore---
Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.
---A Voi la Mossa---
Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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