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bdsm

Laureanda


di maura70
18.06.2025    |    601    |    4 9.2
"-Dai i numeri? Levami sto coso di dosso! Gli urlai approfittando del suo momento di vulnerabilità Lo vidi sgattaiolare via alla ricerca del fabbro..."
Mi raccomandai a Luca di riservare per il nostro soggiorno a Perugia, una stanza arredata con mobili chiari, laccati di bianco o grigio perla. Più scuri li trovavo sgradevoli.
Era al telefono con la reception dell’albergo e con un cenno del capo mi confermò la scelta.
Mi guardavo intorno per verificare se stavo dimenticando qualcosa a casa di Luca. Un rapido passaggio in bagno davanti allo specchio e poi all’ingresso, dove Luca già mi attendeva.
Lo noto che mi guarda mentre mi appropinquo, conosco quel suo sguardo.
Ogni volta che sente i miei passi sui tacchi si ferma e ne ascolta il timbro, afferma di intuire il mio umore da come cammino e io parimenti ho imparato dal suo sguardo, dai suoi occhi, dal ritmo dei battiti delle ciglia, a desumere i suoi pensieri.
-Sembri nervoso Luca, è colpa mia?- gli chiesi accarezzandogli la guancia
-Volevo dirti che ti ho verbalizzato l’esame di giovedì. L’ultimo esame che dovevi dare con me-
Rimase immobile e in silenzio per un breve istante e poi con un sorriso forzato ribadì: “L’ultimo capisci?”
Capivo eccome!
Diventai una delle giovani, numerose, amanti di Luca frequentando i suoi corsi.
Per laurearmi avrei dovuto dare tre esami con lui. In facoltà tutti lo descrivevano come un docente giovane capace, preparato, stimato dai colleghi ed esigente con i propri allievi. Circollocuzione, l’ultima, per dire che agli esami era una autentica carogna.
Studentesse dal pompino facile ne ebbe tante, ma per passare gli esami “esigeva di più dalle sue allieve”.
Tre passaggi in camera da letto erano sufficienti. Spesso se intuiva delle potenzialità in un’allieva, era solito pretendere più di un insipido amplesso in camera.
Si accorse di me durante una lezione, portavo sul polso destro un braccialetto con una breve catenina cui era attaccato un pendaglio dorato.
Prendevo appunti con rapidità come di consueto, finché non sentii il polso trattenuto dal bracciale. La catenina si era impigliata nella piattaforma su cui si appoggia il blocco degli appunti. Smisi di scrivere e appoggiai tutto sul pavimento, quindi iniziai a congetturare come liberarmi senza rompere il pendaglio.
L’inconveniente sembrava risolversi, ma Luca, fingendo fastidio proruppe in aula rivolto a me: “Signorina! è così perversa che si auto ammanetta durante una mia lezione? Oppure vuol protestare per la fame nel mondo?”
Abbozzai dalla vergogna una smorfia di comprensivo disappunto.
Mario lo studente accanto a me, con un gesto rapido ed elegante degno di un prestigiatore, sfilò senza sforzo il pendaglio e la lezione riprese.
Il giorno stesso Luca mi si presentò davanti in corridoio dicendomi che desiderava porgermi le sue scuse per avermi umiliata e che anzi si sarebbe messo a disposizione, qualora ne avessi avuto bisogno.
Tra alti e bassi, nuove umiliazioni, promesse d’amore e qualche immancabile tradimento, ho trovato in lui l’uomo ideale. Da più di tre anni.
“Che cosa devo capire Luca? Che adesso ,visto che non puoi più ricattarmi con gli esami posso lasciarti? “
“Oppure sei tu che mi stai mollando? C’è qualche nuova studentessa che è più puttana di me?”
Si fece serio quasi solenne. Impettito mi disse:” Ho organizzato il soggiorno a Perugia per te. L’ultimo esame universitario lo hai passato, ora devi passare quello per diventare la mia puttana personale”
Fece una pausa senza tradire emozioni e aggiunse: “Anche questo varrà per tutta la tua vita”
Trattenni il respiro per alcuni istanti e rimasi impietrita. Lo fissavo senza sapere che cosa fare.
Ti sei messa gli anelli? Mi chiese palpandomi il seno
Li puoi sentire tu stesso, gli risposi.
Voglio mostrare a tutti quanto sei bella…Andiamo! Poi soggiunse :”guida tu!” porgendomi la chiave dell’auto sportiva di cui era geloso proprietario.
Ci alternammo alla guida due volte, lungo il tragitto. Giungemmo alla Locanda del Patriarca, il nostro albergo, in tempo per la cena.
Prendemmo la camera e ci cambiammo d’abito. Avevo caldo e gli chiesi di aiutarmi a togliere i pesanti anelli ai capezzoli, me li stavano deformando e non mi andava di mostrarli sotto l’abito da sera.
-Solo per la cena! – si affrettò a chiarire.
Mangiammo a un tavolo sotto un filare di vite,
Luca aveva appetito, io presagivo il dopocena e mangiai pochissimo.
Non resistevo più, appoggiai le mani sul tavolo e con un gesto nervoso afferrai il mio bicchiere, quasi brandendolo. Fissai Luca sfidandolo. Deglutivo nervosamente.
Luca finalmente smise di ignorarmi e con un gesto affettuoso mi prese la mano sinistra.
-Tesoro! Ti ho riservato una serata speciale, rilassati.
-Subirai una tortura cui non sei abituata, ti farò male ma ti piacerà, ti conosco.
- Non sarai sola, altre due donne si consacreranno ai loro padroni, quando uscirete ne mostrerete i segni con orgoglio.
-Tortura nuova? Dissi con voce ctonia. - Non me ne avevi parlato, mi dicevi invece di una sorta di orgia…
-Andiamo a cambiarci, il boia ti aspetta.
Era indubbiamente una carogna ma lo amavo, forse proprio per questa sua detestabile caratteristica, un misto di arroganza, cinismo e sadismo.
In camera mi mostrò il vestito che avrei indossato nella segreta in cui sarei stata torturata.
Un abito mono spalla nero che mi esponeva completamente un solo seno, il destro.
Anche le calzature erano nere. Eleganti.
Splendidi sandali in pelle con la fibbia e un lucchetto satinati.
-il collare te lo mette il boia, adesso dammi un bacio e dimmi che mi ami!
Lo baciai trattenendolo il più a lungo possibile, non sapevo quando lo avrei baciato ancora. Questa sensazione di caducità si intensificò, quindi mi inginocchiai per succhiargli l’asta ancora una volta.
Il suo sapore mi sembrava più gradevole del consueto, lo presi con avidità e quando avvertii le sue inequivocabili pulsazioni, lo tirai a me con tutte le mie forze. Luca non si tirò indietro e mi dispensò il proprio seme caldo.
-Ora andiamo mia adorabile puttana! Non abbiamo altro tempo.
Mi bendò con una mascherina di cuoio
-Questo lo mettiamo quando saremo a destinazione. Disse. Malgrado la benda capii che era il ballgag che mi allacciò attorno al collo senza posizionarlo nella bocca
Deprivata della vista mi accompagnò lentamente alla macchina, mise la sua mano sulla mia testa per farmi accomodare sul sedile, mi allacciò la cintura, sentii il motore accendersi e per non barcollare alle curve mi spinsi nel sedile avvolgente della sportiva rossa di Luca.
Percepivo un profumo di sandalo e il caratteristico odore del latex del mio vestito. Ogni curva della strada mi consentiva di percepire l’inerzia dei pesanti anelli che portavo ai capezzoli.
Luca rallentò ,poco dopo fermò l'auto. Spense il motore.
C’era silenzio intorno ma avvertivo la presenza di altre persone.
Bendata venni accompagnata, camminando su un pavimento compatto e levigato. Le suole dei sandali nuovi scivolarono ad un tratto.
Luca mi sorresse quasi abbracciandomi. Voltando la testa verso di lui, istintivamente gli dissi:" Grazie amore ! "
Sentii allora un applauso. Diverse persone, quindi, mi stavano guardando e ascoltando fino ad allora silenti. Il clamore dell’applauso svanì e il silenzio fu nuovamente rotto da una voce
-Portate le vostre puttane nella fucina.
Sentii le mani di Luca che cercavano i miei polsi, io diligentemente portai le mani dietro la schiena.
Aveva già le manette pronte e me le chiuse ai polsi con un gesto che mi era familiare.
Ci avviammo, contai diciassette passi.
Luca mi sbottonò la benda e vidi davanti a me una fucina con i carboni ardenti, altre due coppie le cui donne erano smarrite come me e il fabbro, un giovanotto a torso nudo.
Luca allentò la fibbia del morso e lo posizionò con attenzione.
Non servì che mi ordinasse di aprire la bocca, mi bastò sentire le sue mani e spontaneamente abbassai la mandibola alzando il capo, in un gesto ormai usuale. Accolsi fra le labbra la pallina ,la strinsi coi denti, mettendovi sotto la lingua.

Appena il tempo di sentire le fibbie del mio morso tese e la donna della coppia alla mia sinistra venne accompagnata dal proprio uomo, con deferenza ,presso il fabbro che con un gesto eloquente indicò l’incudine. Mi voltai a guardare l'altra coppia sulla destra. Portavamo tutte lo stesso ball gag.
L’uomo si fermò e il fabbro raccolse da un banco il primo di tre collari di ferro. Intuii quello che intendeva farci, ma sembrava un’operazione più severa. Guardai i collari restanti, pensai che uno avrebbe presto circondato il mio collo.
Respirai a fondo inalai l'aria della fucina mista al fumo di carbone.
Provai il senso di sudore freddo.
Mise al collo della prima schiava il collare, lo chiuse e fece un nuovo cenno all’uomo, il quale spostò su un fianco i capelli della schiava. La giovane donna quindi venne fatta inginocchiare in maniera rude poggiandone il collo sull’incudine.
Scorsi il suo sguardo, sbarrato come il mio, quando il fabbro si avvicinò con un perno rosso rovente tenuto da una lunga pinza.
Posizionò con maestria il ferro rovente su un foro del collare, lo spinse con il martello fino a farlo sparire, la donna non batté ciglio forse dal terrore, poi con un colpo finale lo ribadì chiudendo in modo definitivo il pesante anello sul collo della donna.
Per raffreddare il collare l’uomo vi versò dell’acqua sopra bagnando anche la schiava
Ipnotizzata dalla scena, mi dimenticai che era già il mio turno.
Vidi allora dalla prospettiva della schiava, che altro non ero, la stessa scena, temevo mi bruciassero i capelli, ma non potevo parlare, avevo il morso.
Sentii il calore irraggiato dal ferro rovente sul collo, mi bruciava, poi il martello, così vicino ai miei occhi, il suono del colpo finale che mi stordì, tanto era acuto e amplificato dall'incudine poi l’acqua per raffreddare il collare, un odore di carbone bruciato e di zolfo mi si insinuò nelle narici. Compresi quanto il collare fosse greve appena mi rimisi in piedi.
Il pesante anello scivolò, rapido, fino alla base del mio collo incastrandosi.
Non avevo mai indossato un finimento così.
Io e Luca ci voltammo per lasciar posto all’ultima schiava e notai che eravamo tutte vestite uguali.
Pochi passi e fummo tutti in una sala di uno scantinato antico, al cui centro vidi un attrezzo insolito.
Rammentai le parole di Luca quando parlava di una tortura mai provata su di me.
Non sembrava nulla di inquietante, nessun arnese acuminato, non c’erano fruste, non scorgevo lame.
Indossammo tutte un guanto capace di contenere entrambe le braccia, legato come un corsetto dietro la schiena.
Oltre a Luca altri soggetti aiutarono.
La prima a sedersi su quella sorta di giostra fu l’ultima a subire la "collarizzazione" dal fabbro.
Una ragazza minuta, dal seno piccolo ma con grossi capezzoli.
Ciascuna di noi vestiva lasciando esposto un solo seno, tutte noi venimmo ammanettate insieme.
Dal centro della struttura pendevano dei supporti per i nostri pesanti collari, cui venimmo legate.
Ci vennero messe delle cinture attorno alle gambe assicurandoci in maniera definitiva.
Rimanemmo ferme per diversi minuti, la saliva iniziava a calarmi dai buchi del ball gag.
Non pensavo a nulla, sapevo che sarei stata torturata ma non sapevo come. Restando ferma pensai che quella fosse la tortura prevista.
Ma Luca dov’era? C’erano osservatori interessati a me sconosciuti, non mi disturbavano, ma se ci fosse stato il mio Luca…Perché loro mi guardano e lui no?

Ricomparvero i nostri tre uomini con un mantello nero, feci un respiro di sollievo!
Avevano in mano una custodia cilindrica gialla. Tornai a sentire il profumo di sandalo, e di cuoio, quello dei guanti.
Il collare alto mi reggeva la testa in maniera che potevo guardare negli occhi Luca, le manette che vincolavano noi schiave erano chiuse su di noi in modo che dovessimo inarcare la schiena esponendo il seno. Lo guardavo e con gli occhi gli stavo sorridendo
-Mi dispiace, ma ho aspettato tanto e finalmente ti ho qui!
Se solo avessi potuto parlare gli avrei chiesto se stava farneticando.
Mi dispiace?
Che cosa ti dispiace?
Alla propria donna non si dice mi dispiace e io ero la sua donna, la sua schiava, la sua puttana. Lui era il mio Luca, mio mentore, mio professore, Volevo urlargli che ero la madre di suo figlio, e che contavo di dirglielo dopo questo nauseabondo festino sadomaso !! Quel figlio che voleva!
Desideravo sorprenderlo dopo la festa, con una notizia speciale che avrebbe reso indimenticabile la serata.
Sbarravo gli occhi, ammutolita dal morso, emettevo una voce nasale per dirgli:" sono incinta!!"
Se perderò il bambino sarà colpa mia, avrei dovuto avvisarlo. Pensai.
Merito solo per questo, la più atroce delle torture ma devo restare viva a tutti i costi.
Intanto Luca aprì la custodia, ne uscì uno spillo con un manico. Pregai che lo infilasse sull’unico seno esposto. Il più lontano possibile dal mio ventre. Pregai affinché finisse in fretta.
Sentii scuotere le braccia delle altre due schiave, stavano patendo, la ragazza minuta mugugnava. L'altra emetteva un lamento acuto continuo, stava piangendo col morso stretto alla bocca.
Chiusi gli occhi.
Sentii il primo spillo solo passare da parte a parte, allargando il buco che reggeva l’anello al seno, pensai che mi era andata bene, riaprii gli occhi in tempo per vederne un altro pronto a trafiggermi .La mano di Luca, lo spillo brillante e sottile
poi solo la mano e il viso del mio uomo. In tempo per sentire la puntura dell'ago. La mia pelle che sembra opporre l'ultima resistenza per poi cedere di schianto, quasi subito, lasciando lo spillo penetrare nel mio seno. Richiusi gli occhi, non ricordo quanto tempo passò.

Vidi Luca ancora più inquieto, poco dopo mi accorsi che non era nemmeno Luca. Un capannello di persone si erano adunate per vedere la scena.
Un uomo mi stava disinfettando i fori e con i guanti estraeva gli spilli…Uno, due, tre, quattro...ma quanti erano?
Avrò la mammella devastata! Pensai
Mi sentii liberare le gambe e le braccia Luca mi tolse il morso e gli dissi:” diventerai papà!”
Sembrò non capire e continuò a liberarmi.
Il fabbro venne a fare i complimenti a noi donne e disse che si era divertito a vederci sottomesse Mi guardai il seno e i forellini degli spilli avevano i coaguli di sangue, ne contai otto.
Avevo ancora il collare di ferro.
-Luca, aspetto un figlio da te! Pensavo fosse una cosa più modesta questa sessione. Te lo volevo dire dopo la festa. Temevo di perdere il bambino mentre mi torturavi.
Vidi Luca per la prima volta piangere, mi chiese scusa, era sincero e costernato.
-Mi vergogno per averti trafitta, proprio il seno, poi ! Mi disse iniziando ad abbracciarmi. -Mi sento stupido a invocare il tuo perdono dopo averti ridotto il seno a un puntaspilli !! Luca portò la sua mano sul seno torturato come per prendersene cura. Sentii una carezza delicata , amorevole. Sentii anche una sua lacrima cadere sulla pelle del mio povero seno scoperto.
Quindi soggiunse: “dovrai avere i capezzoli liberi da quegli anelli!”
-Si li dobbiamo togliere per un po’
Da quanto tempo lo sai?
-Venerdì...Ho fatto le analisi.
Mi sentii subito meglio ,avevo dato un senso alla serata.
Indossavo ancora il collare di ferro.
Orpello ingombrante, ormai inutile a suggellare l'unione intima con Luca. Superato dal fatto che fossi incinta di lui.
-Come si toglie questo collare? Chiesi
Non si toglie mi rispose.
-Dai i numeri? Levami sto coso di dosso! Gli urlai approfittando del suo momento di vulnerabilità
Lo vidi sgattaiolare via alla ricerca del fabbro.

Mi si presentò il dottore che mi prestò soccorso, mi disse che erano spilli sterilizzati. Apposta erano sigillati e con l’impugnatura. Non fu rassicurante, erano pur sempre corpi estranei penetrati nei miei tessuti.

Tornai nella fucina col fabbro il quale, con un attrezzo, pazientemente iniziò a liberarmi.
Mi disse che era previsto fosse permanente, ma per me stava facendo un’eccezione.
Sarcasticamente gli chiesi di non distrarsi guardandomi seno mentre lavorava con un utensile sul mio collo.
Mi sorrise bonariamente e mi disse che ero fortunata a non essere la sua donna, perché mi avrebbe messo e tolto tre collari al giorno per il piacere di vedermi con la testa sulla sua incudine.

Alla fine del lavoro gli sorrisi, mi toccai il collo nuovamente libero e in uno slancio di gratitudine lo baciai sulle labbra.

Con Luca feci tanti sbagli.

Mi sbagliai anche quella sera perché mesi dopo invece di un maschio, nacque Leandra , la prima delle nostre due ragazze.

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