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Una moglie per bene nell’abisso della completa sottomissione (28)


di sesamoandmia
23.10.2023    |    6.612    |    6 9.7
"” La donna mi scosse dai miei pensieri e accettai di indossare quello che mi porse: un corsetto in tulle bianco quasi trasparente, chiuso sul davanti con..."
MIA
La mattina dopo mi svegliò quella donna che mi aveva tagliato i capelli, aveva con sé sapone e asciugamano e mi disse di seguirla in cortile, dove mi aspettava il solito tubo da cui usciva solo acqua fredda. Come le altre volte ero pronta a subire quest’altra “tortura” anche se le giornate iniziavano a farsi sempre più calde e l’acqua che usciva da quel tubo era sì fredda, ma non gelida come la prima volta. Mi lavai per bene e mi sciacquai sotto il getto che dirigeva quella donna sul mio corpo, poi mi avvolsi in quell’asciugamani che avevo appoggiato a un chiodo piantato in un palo lì vicino.
Seguii quella donna verso l’isolato dove c’era quella stanza in cui tanti e tanti uomini mi avevano presa la sera precedente e parte della notte. Ebbi un attimo di esitazione perché pensavo che dovessi soddisfare chissà quanti altri uomini e il riposo non era stato sufficiente per farmi essere pronta a un’altra giornata di sesso senza sosta.
Entrammo in quella saletta dove mi avevano preparata la sera prima passando per quel corridoio dove c’era quella fila infinita di uomini che mi aspettavano. Stranamente però non incontrammo nessuno, per cui tirai un sospiro di sollievo pensando però che forse qualcuno dovesse ancora arrivare.
Mi fece sedere alla poltroncina della sera prima e per prima cosa controllò se fosse già cominciato a crescermi qualche capello e poi iniziò a truccarmi, ma questa volta in maniera più marcata della sera prima. Usò del mascara e dell’ombretto più scuro per cerchiarmi gli occhi che divennero così più profondi, ma di una volgarità che anche in quell’occasione mi sembrò davvero eccessiva. Per le labbra, ancora tese per il silicone che mi avevano fatto lo stesso giorno in cui mi avevano tatuata a mia insaputa, usò un rossetto abbastanza simile facendomi così diventare ancora più volgare di quanto non lo fossi stata la sera prima. Accettai comunque senza nessun tentativo di ribellione quello che mi facevano. In fondo, pensai, quello che stavo subendo restava comunque rinchiuso in quel perimetro ristretto del cortile e dei quattro isolati attorno, dove in molti mi avevano vista truccatissima e dove tutti avevano goduto del mio corpo ed io nonostante tutto non ne ero stata da meno.
“No puoi restartene nuda tutto il giorno.”
La donna mi scosse dai miei pensieri e accettai di indossare quello che mi porse: un corsetto in tulle bianco quasi trasparente, chiuso sul davanti con dei laccetti che non nascondeva, anzi metteva in risalto la forma del seno e i capezzoli trapassati dai piercing che premevano sulla stoffa disegnandosi in modo volgare.
Sotto una gonna in vinile che mi fasciava i fianchi evidenziandone le forme, cortissima, che superava i limiti della decenza, che arrivava alla base delle natiche. Sotto la gonna un perizoma piccolissimo, praticamente un triangolino anch’esso semitrasparente che a stento mi copriva il pube e tenuto da laccetti sottilissimi che risultavano quasi invisibili. Indossai poi delle autoreggenti a rete molto sottili e sandali con tacco altissimo, forse 15 centimetri che mi facevano stare in precario equilibrio.
Quella donna mi squadrò da capo a piedi con espressione soddisfatta, era evidente che il suo lavoro doveva essere riuscito esattamente come doveva essere.
“Specchiati – mi ordinò – e dimmi cosa sembri.”
Con molta titubanza mi misi davanti allo specchio.
Ebbi un tuffo al cuore e per un attimo le gambe non ebbero la forza di tenermi in piedi, ma mi ripresi subito. Davanti a me non c’era più la prof di una volta, la signora Mia tanto rispettabile, non c’era più forse nemmeno quella signora molto particolare che era uscita la prima volta a Parigi in compagnia di suo marito. Vidi davanti a me una donna che non riconoscevo nemmeno più, una donna di una volgarità talmente eccessiva da farmi quasi mancare. Credo che la più infima delle puttane al mio confronto sarebbe apparsa come una vera signora.
Mio dio come era stato possibile abbassarmi a tanto. Passare di mano in mano a degli sconosciuti di un’estrazione sociale non definibile, gente che arrivava da chissà dove, stranieri clochard che avrei evitato fino a poco tempo prima. Già fino all’arrivo a Parigi per questa vacanza ero una agiata borghese una posizione sociale invidiabile, un lavoro di professoressa universitaria una moglie fedele una donna di classe. Ed ora? Ero diventa la schiava del mio vicino di casa e la puttana di Jamaal ceduta ad un essere come Bet, un bestione che mi aveva offerta a l’abbatage come più volte mi aveva detto e nonostante fossi stata penetrata in tutti i miei orifici avevo goduto nella vergogna più totale.
Ecco perché non mi ribellavo ed accettavo tutto chiedendomi fin dove avrei accettato di sprofondare in quell’abisso. Mi guardavo nuda, calva, col mio sesso rasato, truccata come la peggiore delle prostitute da una perfetta sconosciuta quasi aspettando che la seria professoressa sicura di sé ora potesse continuare ad essere l’oggetto sessuale di chiunque il suo padrone la volesse cedere, pronta ad acconsentire a qualunque richiesta, anche la più abietta e quel che era peggio, accettavo la mia nuova condizione senza ribellarmi.
Pensai a come era iniziato tutto. Pensai a come avevo ceduto alle voglie di Rodolfo ma non avrei mai immaginato che sarei arrivata a tanto.
Ma la cosa, come avevo pensato in precedenza, era ancora accettabile, visto il posto dove ci trovavamo e visto che mi sarei dovuta esibire tra persone che comunque mi avevano già vista nuda e che comunque mi avevano avuta come e quando volevano.
Mi chiese nuovamente, ma con tono più severo, cosa potessi sembrare.
“Un puttana” risposi a bassa voce.
“Sì, questo è evidente – disse sorridendo ancora – ma volevo sapere per chi ti prostituisci”
Per la prima volta mi sentii morire il gioco era una realtà, mi stavo veramente trasformando in una prostituta cos’altro avrei potuto essere. Mi vergognavo, mi sentii disperata, avrei voluto che Rodolfo fosse lì per portarmi via.
La porta si aprì e comparve Bet sulla soglia con in mano una macchina fotografica. Mi scattò alcune foto ed io restai paralizzata.
“Sollevati la gonna” mi ordinò.
Incapace di reagire scoprii il mio sesso glabro e quei tatuaggi indecenti sopra il monte di venere “esclav esalope” lasciandomi immortalare nuovamente.
“Ora rispondi alla signora”
Restando in quell’ignobile posizione, sbiascicai quasi impercettibilmente.
“Sono la puttana di Jamaal.”
Bet mi corresse
“Sei solo una delle puttane di Jamaal, non dimenticarlo.”
In quello stato non avevo alcun mezzo per oppormi, non ero più la seria professoressa Mia, ma solo una delle prostitute di Jamaal e ne ero completamente cosciente. Era una sua proprietà, ma per quanto tempo avrei dovuto sottomettermi alle sue richiesta? Per tutta la nostra vacanza o, peggio, mi avrebbe potuto spingerea prostituirmi anche al ritorno in Italia.
“Io … io devo tornare a casa, ho il mio lavoro” obiettai.
“Ti ho trasformata come mi ha chiesto Jamaal e non credo che vorrà privarsi di una puttana come te. I tatuaggi che porti sono il segno che gli appartieni quindi…”
Rimasi senza parole aspettando il seguito che non avrei mai voluto sentire.
“Ormai gli appartieni e se ti ribellerai lascerà che la polizia ti arresti e trasmetta il verbale alle autorità del tuo paese con le prove che ti prostituivi e non credo che ti farebbe molto piacere. Ora scendi, ti aspettano per ricondurti dal tuo padrone.”

Scendemmo di nuovo in cortile, passeggiando lungo il vialetto.
Se veramente mi avessero voluto condurre dal mio padrone… oddio anche solo col pensiero lo chiamavo inconsciamente padrone, quindi accettavo la sua e la mia posizione … mi avrebbero fatta uscire da quel posto. Mi sentii rabbrividire. Li seguii all’esterno di quello che poteva anche essere un piccolo parco mal tenuto, anche se, in realtà, era semplicemente un insieme di costruzioni popolari per i meno fortunati.
Non pensai a nulla fino a quando non fummo avvicinati da una grossa berlina nera dalla quale uscirono due grossi individui che mi affiancarono. Parlarono fittamente e velocemente con la donna che mi accompagnava, tanto velocemente che non riuscii a capire nulla di quello che si stavano dicendo. Ogni tanto mi arrivò all’orecchio la parola Salope e Paris, ma nulla mi faceva pensare a quello che sarebbe avvenuto in seguito.
Bet mi salutò tirandomi una manata sul culo. Fui fatta salire su quella macchina.
Mi fecero sedere sui sedili posteriori.
Partimmo, e quel viaggio mi sembrò lungo, quasi infinito, non avevo la minima idea di dove mi stessero portando e immaginai un sacco di cose, persino che mi volessero portare in un altro quartiere malfamato ed offrirmi quindi ancora ad altri.
Ma ai bordi della strada gli edifici cominciarono ad infittirsi sempre più fino a quando non fu chiaro che stavamo entrando a Parigi. A quel punto iniziai a pensare che mi volessero condurre in qualche locale di prostitute oltre la periferia. Ma la periferia era ormai quasi passata e fu chiaro che stavamo entrando proprio verso il centro. Le strade iniziavano a diventare più pulite, le case più eleganti e il traffico più caotico.
Quando entrammo in uno di quei parcheggi a più piani quasi nel centro di Parigi iniziai a tremare per la vergogna. Di certo non saremmo rimasti in quel parcheggio e quindi saremmo dovuti uscire. Uscire per le strade di Parigi che brulicavano di persone, uscire e camminare tra la gente. Vestita e truccata in quel modo! La macchina si fermò al primo piano del parcheggio.
“Non posso scendere vestita in questo e modo e di giorno, mi vergogno” dissi candidamente: non potevano farmi questo.
Uno dei due mi strattonò obbligandomi a scendere dall’auto.
Le gambe mi tremavano. Ero praticamente nuda, coperta solo nei punti più intimi, vestita peggio di una puttana di periferia. Dio mio, non mi avrebbero risparmiato nulla, proprio nulla!
Scendemmo le scale ed infine uscimmo in strada.
Incrociai lo sguardo di un passante che scrutandomi sorpreso mi sorrise.
Ancora di più mi sentii una bambola da esibire e la mia testa calva ed il collare attorno al collo mi facevano vergognare ancora di più.
Passando davanti alle vetrine vedevo la mia immagine riflessa e quello che vedevo cercavo di scacciarlo immediatamente. Passerà. Pensai, tutto passerà e tutto sarà solo un ricordo. Cercavo nei riflessi di riconoscere quello che era rimasto della prof Mia, la prof tanto temuta e rispettata dagli studenti e anche dai colleghi dal preside della facoltà che, come voci di corridoio mi avevano sussurrato, mi avrebbe voluta tutta per lui… a me faceva schifo solo l’idea che quell’ometto buffo mi potesse mettere le mani addosso.
Se mi avesse vista in quello stato: la prof tutta d’un pezzo tanto integerrima che si scandalizzava solo se al suo orecchio arrivava una parolaccia, anche se non di quelle volgari. Eccola quella prof, riflessa nelle vetrine e osservata da mille occhi per strada, eccola lì: la prof puttana, o la prof salope come oramai ero stata battezzata. Eccola, quella vogliosa di essere sbattuta di continuo, pronta a offrire i suoi buchi a tanti cazzi, ora basta solo dirglielo, ma forse non ce ne sarebbe nemmeno bisogno, lei è sempre pronta per tutti i cazzi che la vogliono. Ed ora eccola lì, quella signora, quella donna dalla doppia personalità, quella che fino a qualche giorno fa era rispettabile e la chiamavano signora, eccola lì ora quella puttana, quella troia, quella cagna, sì anche quella cagna, perché ormai sarebbe stata pronta ad accettare di tutto anche le peggiori nefandezze che aveva sottoscritto firmando quel contratto.

Rividi tutte le scene che mi avevano segnato in quei pochi giorni di “vacanza”, tutti i momenti, da quando offrii agli avventori del ristorante la mia intimità allargando le gambe a quando fui presa in contemporanea da quei tre neri superdotati, all’enorme sesso di legno del Fauno durante l’asta, al nano e poi ceduta a Bet e sbattuta in quelle case a offrirmi a tutti quegli individui che nella mia vita avevo sempre evitato. Ed ora venivo esposta in quel modo per le strade affollate di Parigi e realizzai che Gaston aveva mantenuto quello che mi aveva promesso la sera in cui mio marito gli aveva permesso, per la prima volta di accarezzarmi: da domani ti prometto che ti farò andare in giro vestita sempre da troia. Eccomi qui a passeggiare come aveva voluto e quel che era peggio il mio vicino di casa, Cosimo, aveva visto tutto ed aveva voluto che Jamaal mi portasse a quella sottomissione estrema.
Camminavo a testa bassa, come se la mia prossima meta dovesse essere un patibolo, un’alta ghigliottina che avrebbe posto fine a quel tormento che ormai mi stava facendo tremare come una foglia.
Evitai di guardare davanti a me e di lato, non volevo vedere gli sguardi della gente che incrociavamo, non volevo più vedere il mio riflesso nelle vetrine, volevo solo che quel supplizio finisse al più presto.
Ma lo volevo davvero? Volevo davvero tornare ad essere la rispettabile signora che ero? Man mano che scendevo più in basso mi rendevo conto che quella vergogna, quel supplizio, quell’essere diventata schiava e puttana mi faceva godere sempre di più, come se fosse quello il mio vero modo di vivere, la mia essenza, e l’essere stata messa all’asta, essere venduta come una vera schiava, mi faceva tremare non tanto per la vergogna, quanto per il piacere, un piacere che non avevo mai provato prima e che ora desideravo di continuo.
Finalmente finì ma fu anche peggio: ci trovammo dinnanzi l’albergo in cui avevo alloggiato con Rodolfo all’arrivo a Parigi.
“Entra e di al portiere che sei la puttana di Jamaal, lui saprà indicarti cosa fare” fu l’ordine secco del mio accompagnatore che girandosi, se ne andò lasciandomi sola in mezzo alla strada.
Non ebbi altra scelta. Entrai velocemente.
Una coppia elegante mi squadrò con disprezzo sorpresa che una donna così volgare, come ero io in quel momento, potesse entrare in un ambiente così riservato. Il portiere mi squadrò sorridendomi facendomi rabbrividire, era la stessa persona a cui mi ero quasi offerta la famosa sera in cui Rodolfo mi spinse fuori dalla camera dell’hotel. Mi avvicinai al banco.
“Sono la puttana di Jamaal” ripetei velocemente a bassa voce piena di vergogna.
Mi squadrò.
“Madame Mia D…, quasi irriconoscibile, ti aspettavamo. In genere le puttane come te non possono entrare qua dentro ma visto chi ce l’ha chiesto faremo uno strappo”.
Mi prese per mano e mi accompagnò nel retro dove recuperò un carrello di servizio per le camere su cui appoggiò un vassoio con due flûte e una bottiglia di champagne.
Non capivo. Salimmo sull’ascensore di servizio fino al terzo piano. Uscimmo nel corridoio che avevo fatto insieme a Rodolfo al nostro arrivo e mi rividi vestita tutta seria lasciare la mancia al cameriere quasi con sufficienza.
“Ti aspettano alla 329. Quando avrai finito con loro ti aspettano alla stanza 328”.
“Ma ...ma cosa devo fare?” Chiesi intimidita.
“Bussi e dici che sei la cameriera puttana dell’hotel e che sei lì per soddisfare le loro richieste. Poi non credo di doverti insegnare altro.”
La risposta mi gelò ed ancora di più la richiesta successiva.
Non stava scherzando voleva che,vestita in quel modo indecente servissi da bere a chissà chi, entrando in quella che era stata la camera che avevamo preso Rodolfo ed io al nostro arrivo.
Era umiliante, mi tremavano le mani e mi sentivo venir meno, così le appoggiai sul carrello per riprendere l’equilibrio. Così facendo mi piegai in avanti ed offrii a quell’uomo la vista del mio sedere.
Sentii le sue mani sulla mia pelle e mi strappò il perizoma dicendo:
“Una puttana dev’essere sempre nuda sotto la gonna.”
Non ebbi la forza di reagire, la vergogna di trovarmi in quelle condizioni in quello che avrebbe dovuto essere l’hotel della nostra vacanza prendeva il sopravvento in quel momento.
Ed ancora più umiliante fu quello che mi disse prima di lasciarmi sola in quel corridoio.
“Guardati. Quando sei entrata nel mio hotel con tuo marito, seria e sostenuta, non avrei mai immaginato che avrebbero fatto di te una squallida puttana, ora però sbrigati che ti aspettano”.
Strinsi ancor più il carrello e lo spinsi fino alla camera 329 lasciando che il portiere continuasse ad ammirare le rotondità del mio fondo schiena. Lo sentii sbiascicare qualcosa ripetendo quello che leggeva tatuato sulla mia pelle “Salope de Jamaal”.
Bussai alla porta e risposi alla voce femminile dall’interno.
“sono la cameriera puttana dell’hotel”
Una ragazza ben vestita mi aprì la porta ma non mi fece entrare, spinse solo il carrello dentro la stanza e mi bendò guidandomi poi all’interno della stanza.
In silenzio e obbediente come lo ero stata sempre nei giorni passati, feci qualche passo barcollando.
“Resta lì – disse in modo perentorio – e presentati al mio uomo.”
Chiunque fosse, quello che offrivo era di certo uno spettacolo eccitante per loro ed altrettanto umiliante per me. Eppure, senza ritegno, le ubbidii.
“Sono la cameriera puttana dell’hotel – ripetei completamente succube a quella voce – sono qui per soddisfare le vostre richieste.”
Cosa stavo dicendo? Non ero più io e come un flash, mi rividi in quella stanza la prima sera a Parigi, alle prese con l’abito che Rodolfo mi aveva acquistato. Cortissimo, da portare senza nulla sotto tranne reggicalze e calze nere velate con una volgarissima riga nera e i sandali dal tacco a spillo. Mi sentivo a disagio, praticamente nuda, dovevo essere davvero indicente. Mi confrontai con quello che ero in quel momento nella stessa stanza. Ripensai quando nella hall chiesi a Rodolfo che avrei voluto ritornare in camera a cambiarmi. Mi ero sentita fuori luogo con quel vestito e gli avevo rimproverato di volermi come una prostituta.
Ed ora? Ora in quella stessa stanza lo ero realmente diventata.
Lo sconforto che mi prese si trasformò velocemente e facilmente in panico e un grosso nodo alla gola mi costrinse a fermarmi. Non riuscii a trattenere una lacrima che si asciugò dentro la benda che mi copriva gli occhi.
All’improvviso sentii la voce di Nadine che, con tono perentorio, mi disse:
"Sei il regalo per il mio uomo, adesso spogliati, puttana."
In silenzio e obbediente come lo ero stata sempre nei giorni passati, feci qualche passo in avanti e iniziai a spogliarmi. Sfilai il corpetto e, sganciata la gonna lasciai che mi scivolasse ai piedi.
Mi sentii più laida di quanto non lo fossi stata nei giorni precedenti offrendomi a tutti quegli uomini nel regno di Bet.

RODOLFO
Eravamo entrambi distesi nel letto. Nadine rispose al trillo del telefono. Poco dopo bussarono alla porta.
Pensai alla sorpresa di Nadine come colazione in camera.
Nadine mi baciò alzandosi dal letto “ vado a prepararti il regalo”.
Restai di sasso vedendo comparire nella nostra stanza Mia bendata con Nadine che la guidava davanti al letto.
Della seria prof non era restato più nulla. Indecorosamente e vergognosamente vestita anche se mattino ben identificabile per quello che era, una puttana. Mi ricordai le parole di Alfred tua moglie sarà sempre vestita , così era la mia dolce e tenera compagna alle 10 del mattino in una stanza di un hotel senza nessun ritegno. Indossava un corsetto in tulle semitrasparente che si allacciava davanti lasciando in bella mostra le pieghe del seno e una minigonna in vinile che le fasciava i fianchi e arrivava a filo dei glutei lasciando apparire il bordo delle calze . Restava in un perfetto equilibrio su dei sandali con un rialzo e dei tacchi di almeno 15 centimetri, avrei detto, rossi come la gonna in contrasto con e calze grigio antracite.
Gli orecchini che conoscevo a forma di fallo in erezione pendevano da sotto la benda. Intorno al collo un collare di metallo chiuso da un grossolano lucchetto con una medaglietta.
Vederla così sottomessa presentarsi come la puttana dell’hotel capii quei giorni senza di me in quella specie di bordello si fosse sentita abbandonata cogliendo che non era un gioco ma una laida realtà di quello che stava accettando di diventare.

" sei il regalo per il mio uomo , adesso spogliati, puttana ."
Nadine si stese sul letto ed infilando la mano sotto il lenzuolo iniziò a masturbarmi.
Provavo piacere e al punto da accettare il piacere che Nadine mi stava dando come se fosse lei la mia donna.

Si slacciò la gonna che le cadde ai piedi sulle sue chiappe nude mettevano in evidenza la sua condizione di schiava con il tatuaggio EV625. Il suo corpo era laidamente trasformato: la testa ed il sesso completamente glabri, le due manette tatuate su un seno con le iniziai di Jamaal e Cosimo, sulla spalla il marchio del suo macro “salope de jamaal” che faceva pari con quello impresso sul monte di venere : schiava e puttana”

Tutti quei tatuaggi ormai facevano parte del suo nuovo essere mettendo in mostra quello che era diventata, una schiava,una puttana. Anche se avessi voluto pensare diversamente era chiaro che quella sarebbe stata la sua nuova vita nel degrado di una totale ed umiliante sottomissione che sarebbe durata anche dopo la fine di quella vacanza. I segni delle scudisciate che aveva ricevuto in quei giorni lasciavano capire che il tunnel che si era aperto non si sarebbe più chiuso mia moglie era diventata una schiava pronta a sottostare alle richieste dei suoi padroni Cosimo Jamaal o chiunque altro, educata al punto di accettare di prostituirsi in quella camera d’albergo.



NADINE E MIA

NADINE: “Schiava e puttana – esclamò leggendo il tatuaggio ed accarezzandomi il sesso – e le iniziali tatuate qua sopra – sembrava si rivolgesse all’uomo che era nella stanza – “J” e “C” di chi sono?”
MIA: “Sono di Cosimo, che mi ha comprata ad un’asta e di Jamaal… io sono una…una delle sue puttane”
NADINE: “Lo so chi è Jamaal ,mi ha detto che prima di venire a Parigi eri una professoressa universitaria integerrima, persino severa e con la puzza sotto al naso.”
MIA: “Sì, è vero – riuscii a dire sottovoce e con il capo chino – insegnavo all’università.”
NADINE: “Ne hai fatta di strada.Bei vestiti, gioielli, ammirata e adesso cosa sei diventata?”
MIA: Abbassando ancora di più lo sguardo, con un nodo alla gola, con la voce tremante e quasi piangendo dissi: “Ora sono una puttana, sono una delle puttane di Jamaal.”
NADINE: “Farti scopare non ti bastava più – disse infierendo – tu volevi essere sottomessa, dominata da un padrone, un magnaccia che ti potesse umiliare e trattata come una cagna davanti a tutti, anche chi ti conosceva. Non è così?”
MIA: Alzando leggermente la testa sguardo “Non volevo questo, solo una serie di momenti particolari, qualcosa di strano che ho sentito dentro di me. No, non volevo tutto questo, ma non sono riuscita a fare diversamente… si ,lo volevo…ma …ma .”

NADINE: “Ma in questi giorni questa troia ha superato sé stessa – rivolta all’uomo che non aveva ancora parlato – sei stata prostituita solo per 2 o tre euro, lo sapevi?”
MIA: “Non lo sapevo, Signora – dissi scossa dai brividi sentendomi umiliata per quello che credevo di aver fatto solo per un mio piacere – non sapevo di essere prostituita né quanto avessero chiesto per il mio corpo, ma io volevo solo ubbidire in quel degrado.”
NADINE: “se non ubbidivi c’era il pozzo? La seria professoressa immersa in un lago di escrementi.”

MIA: “La prego, non mi faccia ricordare quei momenti, forse lo avevo meritato, forse avevo disubbidito a un ordine, forse era la giusta punizione, ora non ripeterò più quell’errore, ora farò tutto quello che mi sarà ordinato, ora non mi farò più punire.”
NADINE: “E se ora ti vedesse tuo marito?”
MIA: “Oddio no, non voglio, anche se ora sono così perché lui mi ha spinto, sono così perché lui voleva una moglie più puttana, ma non voglio che mi veda in questo stato, non voglio che veda come mi sono trasformata.”
NADINE: “Tuo marito magari sta con un’altra donna e non credo tu potresti fargli nessuna colpa.”
MIA: Ci fu qualche momento di silenzio, una riflessione sull’ultima frase di Nadine, in fondo poteva essere vero, anche se ero diventata una puttana ed era forse quello che mio marito voleva, cercai di scacciare questa possibilità, amavo ancora Rodolfo e lui di certo mi amava, non poteva essere successo tutto questo, a bassa voce parlai “No, no, no, non può essere, non può farmi questo, non ora che ho ancora bisogno di lui. Lo so, se mi vedesse così, se mi vedesse per quella che io sono diventata …” Non finii la frase.
NADINE : “Togliti la benda e servici da bere.”

MIA. Fui presa da uno sconforto tale da trasformarsi presto in panico mentre un grosso nodo alla gola mi costrinse a fermarmi. Non riuscii a trattenere le lacrime. Solo un filo di voce mi fece pronunciare con voce rauca il suo nome:
“Rodolfo!”



Ci spiace per il ritardo nella pubblicazione,ma vi promettiamo di essere più celeri e che arriveremo presto alla fine.
Mia e Master Sesamo.












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