Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Racconti Erotici > bdsm > il verginello e la signora vogliosa parte 8
bdsm

il verginello e la signora vogliosa parte 8


di Membro VIP di Annunci69.it PaoloTrieste89
17.04.2026    |    1.314    |    0 9.0
"Durante tutto il pasto, io e mio padre eravamo praticamente muti, mentre mia madre e Samanta chiacchieravano amabilmente come fossero amiche da sempre..."
Questa è una storia di pura fantasia; ogni riferimento a persone o luoghi realmente esistenti è puramente casuale. Vi informo che sin dalla prima parte ho iniziato a mettere dei particolari indispensabili per gli sviluppi futuri.

I mesi si susseguirono uno all’altro; il mio fisico e la mia mente erano ormai stati plasmati secondo il volere di Samanta. I miei muscoli erano cresciuti in maniera decisamente visibile in pochi mesi. Non ero certo un culturista, ma Matteo si era rivelato un ottimo istruttore e ammetto che, guardandomi allo specchio in palestra, mi sentivo davvero un figo.
Quello però era l’unico momento in cui la mia autostima cresceva. Samanta aveva iniziato a depilarmi completamente, non più con la ceretta (non aspettava che i peli crescessero abbastanza da poter essere fatti con quel sistema), ma con un aggeggio infernale che, con una ruota, li strappava via in maniera dolorosa, anche se corti.
Capitava spesso che si formassero peli incarniti da liberare con l’ausilio di un ago e i brufoli generati dai suddetti peli si sommavano alla grande quantità di quelli che mi erano comparsi (soprattutto in faccia, ma ovunque nel corpo).
Inoltre, in tutto questo tempo io non ero mai venuto davvero, né il mio pene era entrato dentro la figa di Samanta o dentro la sua bocca. Lei si limitava a immobilizzarmi, togliere la gabbietta, stimolarmi in certe occasioni anche intensamente, ma senza mai concedermi di venire, portandomi ogni tanto molto vicino (ma non abbastanza) al punto di non ritorno, per poi rinchiudermi dentro la gabbietta. La cosa che per me più assomigliava a un orgasmo erano le sessioni che lei definiva di mungitura, dove io mi mettevo a quattro zampe e lei, massaggiandomi la prostata da dentro il culo, mi svuotava le palle gonfie e doloranti.
All’inizio aveva continuato a legarmi durante queste sessioni, ma poco a poco non era stato più necessario; io, infondo, desideravo la mungitura. Più passava tempo tra una mungitura e quella successiva, più la desideravo, pur sapendo che a fine del trattamento avrei dovuto leccare dalla ciotola per cani il mio disgustoso latte.
Fino a quando le mie palle erano belle piene, il desiderio era così forte da convincermi che avrei bevuto tutto addirittura volentieri, ma poi, al momento di dover leccare dalla ciotola, con le palle sgonfie l’impulso veniva a mancare e faceva spazio al disgusto.
Le prime volte, Samanta aveva dovuto colpirmi le palle per incentivarmi, ma ormai avevo imparato e, per paura, mi costringevo a obbedirle. Nelle ultime mungiture, Samanta non aveva dovuto nemmeno liberare il mio cazzetto dalla sua gabbia, anche perché durante la procedura il mio pene non era sempre eretto; anzi, nella maggior parte delle volte s’induriva solo per brevi istanti.
Samanta, invece, aveva almeno due orgasmi ogni giorno, dati con la bocca, le mani o con il dildo che ormai tenevo in gola anche per lunghi periodi senza alcun problema (se non il rischio di soffocare, ovviamente).
Un pomeriggio, a seguito del pranzo, Samanta, dopo essersi spogliata, mi disse di seguirla in bagno e di portare una sedia con me.
Mi fece posizionare la sedia in centro al bagno e ci si sedette sopra a gambe divaricate.
Quasi fosse un automatismo, mi ero inginocchiato ai suoi piedi e mi stavo avvicinando alla sua foresta per assaporare il suo nettare e donarle un orgasmo; ma venni bruscamente fermato.
Mi disse di prendere la macchinetta per tagliare i capelli e il rasoio e poi di mettermi in ginocchio ai suoi piedi.
Incominciò a tagliarmi i capelli a zero; pensai che l’unica cosa che mi rimaneva sarebbero state le sopracciglia e chiesi se era proprio sicura di volermi pelato.
Samanta mi rispose che i miei allenamenti in palestra stavano aumentando il mio testosterone e che stavo diventando troppo stempiato, oltre che un campo di battaglia di brufoli, e che lei aveva deciso fosse meglio rasarmi a zero.
Dopo aver passato la macchinetta, mi passò il rasoio, praticamente a secco, inumidendolo appena con un po' d’acqua. Una volta finito, mi disse di inginocchiarmi in doccia, che mi avrebbe levato i capelli che, per elettricità statica, erano sulla testa e sulle spalle.
Mi aspettavo l’acqua gelida; ultimamente mi ero abituato a fare le docce fredde, come da sua istruzione, persino in palestra quando non poteva controllarmi.
Samanta, invece, posò il suo sesso sopra la mia testa e incominciò a urinarmi addosso. Il getto caldo scese prima sulle spalle, poi lungo la schiena e il petto; una parte s’incanalava tra le mie chiappe, l’altra lungo il mio pube scendeva lungo la gabbietta e le palle fino a pavimento. Tenevo gli occhi chiusi, la bocca serrata; facevo di tutto per non bere il suo piscio e, con mio enorme sollievo, non mi costrinse ad alzare lo sguardo.
L’odore era intenso, impregnava le narici, ma non osavo respirare con la bocca per paura che l’urina vi entrasse; il sapore era peggiore dell’odore, a mio avviso.
Quando Samanta finì, con i peli della figa ancora imbevuti di piscio e gocciolanti, mi ordinò di leccargliela. “Ti prego, Samanta, sciacquati prima; non pretendo per forza col sapone, ma almeno con acqua!” Uno schiaffo improvviso mi colpì sul volto. “Tu non sei nella condizione di pretendere proprio niente, obbedisci e basta!!!” Iniziai a leccarle le grandi labbra, facendo del mio meglio per entrare con la lingua il prima possibile dentro il suo sesso.
L’operazione fu notata e mi venne ordinato di leccare e succhiare il suo pelo intriso d’urina e solo dopo leccare il suo sesso.
Così feci; il gusto era schifoso, anche peggio del mio sperma, ma feci il possibile per obbedire.
Alcuni peli pubici di Samanta mi rimasero incastrati tra i denti, dandomi enormemente fastidio, ma soprattutto preoccupandomi oltremodo d’averglieli strappati; se le avessi fatto male, non osavo pensare a quale sarebbe stata la punizione.
Poi mi dedicai a darle un orgasmo, concentrandomi sul clitoride per cercare di far finire la cosa il prima possibile. Quando provai ad aiutarmi con un dito, Samanta gemette e disse: “Usa solo la lingua, cucciolo, dai così, bravo!” e pertanto ritrassi la mano.
L’orgasmo arrivò dopo lungo tempo; le cosce di Samanta tremarono più a lungo del solito, quasi cercasse di rimandare l’orgasmo, che arrivò particolarmente intenso e copioso, con Samanta che mi premette forte l’intera faccia contro il suo sesso, impedendomi di respirare durante l’orgasmo. Poi, una volta allontanatasi da me, prese il soffione e mi passò acqua gelida addosso, fino a che non iniziai (senza lamentarmi) a tremare vistosamente per il freddo.
Prese un asciugamano e me lo buttò addosso dicendo di asciugarmi e di raggiungerla in salotto, e uscì dal bagno senza farsi un bidet o sciacquarsi la passera; questo non prometteva per nulla bene. Appena uscito, mi asciugai velocemente e mi tolsi i peli incastrati tra i denti, che mi stavano dando davvero fastidio.
La raggiunsi in salotto, trovandola sul divano a gambe divaricate a guardare la televisione. Proprio in quel momento, il mio cellulare incominciò a squillare dalla mia stanza; ultimamente la mia vita sociale era a zero, i miei amici avevano smesso anche di provare a chiedermi di uscire, tanto rispondevo sempre di no. “Beh, non rispondi, cucciolo?” corsi immediatamente in stanza per trovare il telefono ormai silente. Era una chiamata di mia madre; non la sentivo praticamente da quando mi ero trasferito da Samanta, probabilmente era preoccupata, ma decisi che l’avrei sentita più tardi e tornai in salotto.
Mi venne chiesto, appena entrato, chi fosse e io risposi con noncuranza: “Nessuno, era solo mia madre.”
La reazione fu inaspettata: “NESSUNO? Tua madre sarebbe nessuno? Come ti permetti, piccolo ingrato impotente, d’offendere la donna che ti ha generato?” Samanta continuò: “Tua madre, dopo di me certo, è la donna più importante della tua vita. Prendi il cellulare e portalo qui, la chiameremo assieme!” Ero terrorizzato all’idea, ma presi il cellulare e lo portai in salotto.
Selezionai il contatto e richiamai mia madre; Samanta spense lo schermo (probabilmente aveva trovato uno spettacolo più entusiasmante).
“Ciao mamma, scusami se non ti ho risposto, ho sentito tardi il cellulare che era in stanza; io ero in salotto con la padrona di casa.”
Mia madre mi chiese come stavo, che non mi ero più fatto sentire, non che la cosa la stupisse particolarmente, ma era preoccupata per me. Voleva sapere se avevo bisogno di soldi; aveva paura che non osassi chiederglieli ma mi trovassi in ristrettezze economiche.
Le dissi che la padrona di casa mi aveva trovato un'occupazione che mi dava una piccola entrata e che in qualche modo me la cavavo. Mentre parlavo con mia madre, Samanta mi accarezzava i capezzoli, punto che era già erogeno prima, ma che ultimamente era diventato sempre più intenso; il dolore al cazzo e alle palle si fece sentire prepotentemente.
Mentre mi concentravo per non far trasparire nella telefonata il mio dolore o la mia eccitazione, mia madre mi chiese se poteva parlare con la fantomatica padrona di casa. Io trasalii: cosa voleva dire mia mamma a Samanta? Cosa avrebbe potuto dire Samanta a mia madre? Come rispondere a mia madre senza che Samanta capisse cosa mi aveva chiesto?
“Non credo sia il caso, mamma,” ma lei, testarda come un mulo, insistette talmente tanto che non riuscivo più a dirle che non era una buona idea, per cui mi arresi e dissi a Samanta che mia madre voleva parlare con lei e se la cosa le dispiaceva.
Samanta, fulminandomi con gli occhi e torcendomi forte un capezzolo, disse a voce alta: “Ma certo che puoi passarmi tua madre, Massimo! Ogni tanto fai delle domande davvero sciocche!” Non venivo chiamato col mio nome da parecchio; la cosa mi destabilizzò per un istante, ma mi tranquillizzò anche. Evidentemente, Samanta non voleva far trasparire il nostro rapporto con mia madre, anche se mi stava torturando durante la telefonata.
Le passai il cellulare:
“Buongiorno signora, sono Samanta, molto piacere.” Poi una lunga pausa di silenzio.
“Non si preoccupi, signora. È vero che Massimo non è autonomo, ma mi sta aiutando in mansioni che, a causa di età, peso o pigrizia, non farei volentieri. Inoltre, non abbiamo ancora fatto i conti del cibo e di altre spese che gli ho anticipato, ma gli ho trovato un lavoretto e sono certa di non rimetterci; quindi, da questo punto di vista, non deve preoccuparsi.”
Un fulmine mi attraversò il corpo; io non avevo mai pensato di doverle ripagare il cibo che mangiavo. Pensavo fossimo in pari, visto che pulivo casa, cucinavo e tutto il resto.
“Inoltre, con la sua mansione è compreso l’accesso gratuito alla palestra dove lavora e dovrebbe vedere com’è diventato suo figlio: praticamente un’altra persona! Prima o poi dovrò mettere il filo spinato intorno a casa mia per tenere lontane le sue pretendenti!” e rise intensamente. Poi, nuovamente silenzio per un periodo.
“Ma certo, signora, la trovo una splendida idea. Lei quando potrebbe?”
“Lo davo per scontato, si figuri, anche lui è invitato.”
“Le andrebbe bene a pranzo?”
Samanta stava invitando a pranzare i miei genitori in un ristorante per conoscersi?
“Non si preoccupi, nessun disturbo, cucinerà Massimo.”
Ancora peggio, li stava invitando a casa sua!
“No, signora, non ho intenzione di avvelenarla. Massimo è diventato proprio un bravo ometto di casa; all’inizio era carente sia come cuoco che nelle pulizie, ma ora devo dire che sono abbastanza soddisfatta del suo operato.”
“Nessuna bacchetta magica, signora. Una madre non può sempre educare adeguatamente i figli; si tende sempre a viziarli. Poi tocca alla moglie educare il marito, ma spesso le cattive abitudini si sono ormai incastonate nella pietra. Massimo, invece, ha imparato velocemente e credo sia proprio diventato quello che potremmo definire un buon partito!”
“Ma certo, signora. Il lavoro è quello che è, ma Massimo è tanto giovane; ha tempo per fare carriera anche in futuro e i soldi non sono tutto nella vita!”
“Ora la saluto, signora. Arrivederla a domenica!”
“Sì, anche io non vedo l’ora di conoscere lei e suo marito.”
Detto questo, chiuse la chiamata senza nemmeno passarmi mia madre. Poi, con gli occhi che le brillavano, mi disse che il giorno dopo avremmo fatto la spesa al supermercato assieme per comprare gli ingredienti dei piatti preferiti dei miei genitori. Io pensai che non ero nemmeno sicuro di sapere quali fossero i loro piatti preferiti.
“Samanta, se i miei genitori vengono qui a casa, io come devo essere vestito?” chiesi preoccupato. Lei rispose: “Jeans blu e t-shirt bianca attillata vanno benissimo, voglio che venga esaltato il tuo nuovo fisico.” Tirai un sospiro di sollievo; evidentemente non avrei dovuto aprire la porta ai miei genitori nudo come un verme, come avevo invece fatto con le sue amiche. Lei aveva certamente notato la mia preoccupazione, ma non aggiunse altro. “Riguardo ai conti economici del cibo, mi scuso, avrei dovuto propormi prima. Quando vuoi che facciamo i conti di quanto ti devo?”
“A fine mese, cucciolo, tranquillo!” Considerato che era appena iniziato il mese e che ne erano già passati parecchi da quando mi ero trasferito, non capivo perché non avesse alcuna fretta, ma decisi di non pormi domande in merito; in fondo, non doveva trattarsi di grosse cifre.
La mattina dopo andammo a fare la spesa; al momento di pagare alle casse, mi offrì di pagare io, ma Samanta pagò col suo bancomat.
In auto, poi, mi disse che se proprio volevo pagare io avrei dovuto darle il mio bancomat e lei avrebbe pagato con quello, ma che l’azione del pagare era una sua prerogativa, non mi era concessa.
Mettere tutto il cibo tra congelatore, frigo e dispensa non si rivelò affatto facile; forse avevamo esagerato: i miei erano in due, non uno sciame di locuste.
Quel giorno in palestra l’allenamento fu particolarmente intenso; nonostante il bibitone di Matteo mi desse un sacco di energie, mi sentivo spossato.
In spogliatoio, come ormai consuetudine, feci molta attenzione a non farmi vedere; intorno a me vedevo tutti quegli uccelli liberi che sballonzolavano felici, mentre il mio era compresso nella sua gabbietta.
La doccia fredda aiutava; mi concentravo sulle sensazioni di freddo e non sull’invidia della libertà altrui. Mentre mi cambiavo, un signore a fianco mi urtò e mi disse: “Scusa, minimo, queste panche sono decisamente troppo piccole”. Risposi che non c’era problema; non provai nemmeno più a ribadire che il mio nome era Massimo e non minimo. Ormai il soprannome affibbiatomi da Matteo aveva preso piede e in palestra tutti si riferivano a me in quel modo; oramai mi ero arreso.
Tornai a casa pedalando velocemente; nonostante fossi già stanco, avevo voglia di scopare o almeno di una mungitura che alleviasse un pochino il mio irrefrenabile desiderio.
Samanta, invece, non sembrava per niente interessata; voleva assolutamente fare una bella impressione sui miei genitori e, nei giorni seguenti fino a domenica, mi chiese pochissimi orgasmi; figuriamoci concederne a me.
Domenica mattina mi svegliai con il sesso di Samanta sulla mia faccia; senza nemmeno provare a spostarla, incominciai a leccarla con pazienza, dolcezza, ma sempre più ritmicamente, fino alla sua esplosione di piacere, che tardò ad arrivare più del solito.
Con la faccia ancora sporca dei suoi umori, preparai la colazione mentre lei era in bagno; poi facemmo colazione e, dopo, andai in bagno per i bisogni mattutini e per lavarmi il viso.
Tornato in cucina, passai buona parte della mattinata a preparare il menù concordato con Samanta sotto il suo occhio vigile, fino al momento in cui sentimmo suonare il campanello.
Rabbrividì, ero ancora nudo, con solo la gabbietta addosso. Samanta mi disse che andava ad aprire lei e di mettermi i jeans e la maglietta che trovavo sulla scrivania. Aggiunse che non occorreva che mettessi le mutande o le ciabatte; potevo mettermi solo i jeans e la maglietta.
Corsi a mettermi i due indumenti autorizzati e, mentre Samanta accoglieva i miei, tornai in cucina per evitare che il pasto si bruciasse.
Sentivo le voci dei miei genitori e di Samanta che chiacchieravano mentre gli mostrava una a una le stanze della casa. Arrivati in cucina, i miei genitori mi fissarono impietriti.
Mia madre esclamò: “Massimo, ma sei proprio tu?”; “No, mamma, sono un alieno,” le risposi con tono decisamente sarcastico.
Mia madre disse: “I tuoi capelli… la tua faccia… il tuo fisico…” poi, dopo una pausa, continuò: “Samanta mi aveva detto che eri cambiato, ma sinceramente non credevo che un cambio così radicale potesse avvenire in così poco tempo! Vederti sui fornelli, poi…” guardando verso Samanta, aggiunse: “magari dovrei lasciare qui tuo padre qualche giorno; evidentemente io non sono capace di educare i maschi di casa mia. Tuo padre è capace di fare a malapena una pastasciutta e nemmeno tu eri meglio fino a poco fa. Inoltre, negli ultimi anni ha messo su pancia e nemmeno prima di sposarci ha mai avuto un fisico nemmeno lontanamente possente quanto il tuo adesso!”.
Mio padre, in evidente imbarazzo, disse: “IO, HO UN LAVORO e mantengo la famiglia. Non ho tempo da perdere per imparare a cucinare o andare in palestra. Se voglio offrirti una cena, posso portarti in ristorante e pagare un cuoco che prepari delle prelibatezze e un cameriere a servire entrambi!”.
Mia madre, con tono bonario, si limitò a dire che non intendeva sminuirlo, che i suoi erano complimenti a me e non offese a lui.
Poi si avvicinò a toccarmi il volto e mi disse che dovevo però fare assolutamente qualcosa per i brufoli e l’acne che mi tempestavano il viso. Samanta s’intromise dicendo che aveva già pensato di portarmi da una sua amica estetista per dei trattamenti; io, a quell’affermazione, cercai di fare mente locale se una delle sue amiche perverse facesse l’estetista, senza riuscire però a ricordarlo.
Spenti i fornelli, apparecchiai la tavola col servizio buono in salotto, solo dopo aver servito un aperitivo alcolico ai miei e a Samanta, che si misero a chiacchierare sul divano. Quando ebbi portato i piatti già pieni in tavola, si spostarono e si sedettero con me a mangiare.
Durante tutto il pasto, io e mio padre eravamo praticamente muti, mentre mia madre e Samanta chiacchieravano amabilmente come fossero amiche da sempre. Di tanto in tanto, coglievo mia madre guardarmi estasiata, salvo poi distogliere lo sguardo.
A tavola, il vino venne consumato abbondantemente, soprattutto dai miei genitori, che risultavano più allegri di quanto avessi mai visto. Finito il pasto, Samanta e mio padre si rimisero sul divano a parlare; mia madre mi chiese se poteva darmi una mano a sparecchiare. Al mio rifiuto, mi disse a bassa voce: “Allora forse posso farti compagnia? Vorrei parlarti faccia a faccia in privato, noi due soli.” Le feci un cenno di sì col capo e andammo insieme in cucina.
Mentre lavavo a mano, mia madre continuava a sfregarsi le mani una con l’altra, a giocare con i suoi capelli; iniziava un discorso e poi lo interrompeva. Voleva dirmi qualcosa, ma evidentemente non sapeva come.
Poi si fece evidentemente coraggio e mi chiese: “Dimmi Massimo, tu e Samanta non siete semplici coinquilini, vero? C’è qualcosa tra di voi!”
Io diventai viola, non sapevo assolutamente come rispondere, non sapevo cosa potessi rispondere.
Per cui non dissi nulla, mi limitai a continuare a sfregare le stoviglie con il sapone.
Mia madre aggiunse: “La situazione era strana per me e tuo padre e abbiamo pensato entrambi che questa signora da cui sei andato a vivere potesse essere… insomma… ma poi siamo venuti qui e io ho visto come sei cambiato; cambiamenti così radicali si fanno solo per… Inoltre vedo come lei ti guarda e come tu guardi lei, solo un ceco non se ne accorgerebbe.”
“Sia io che tuo padre eravamo fortemente contrari all’idea, speravamo potesse essere solo una nostra paranoia o una fase, un'infatuazione passeggera. Ma ora che vi ho visti assieme, ora che ho visto come sei cambiato per lei… Io voglio solo che tu sia felice; certo, vorrei dei nipotini, ma… Non posso parlare per tuo padre, ma anche lui ti vuole bene e vuole solo il meglio per te.”
Non riuscivo a parlare, le lacrime mi sgorgavano sulle guance; abbracciai mia madre d’impulso.
Lei, dopo un po’, mi disse di lasciarla e ribadì che voleva che mio padre facesse palestra come me.
Poi raggiunse mio padre e Samanta in salotto e, quando ebbi finito le mie faccende, li raggiunsi anche io.
Chiacchierammo del più e del meno, senza mai affrontare l’argomento di che tipo di relazione legasse me e Samanta, fino al tardo pomeriggio, quando i miei decisero di partire, visto che non abitavano propriamente vicini.
Al momento dei saluti, mia madre abbracciò Samanta e le disse: “Grazie per quello che stai facendo per il mio bambino”. Mio padre, invece, in evidente imbarazzo, si limitò a un saluto semplice e a raccomandare a me di cercare un lavoro vero.
Appena chiusa la porta di casa, Samanta mi spinse contro la parete e mi baciò intensamente, mentre mi toccava e accarezzava dolcemente ovunque.
Continuando a baciarmi, con la sua lingua che entrava prepotentemente nella mia bocca, incominciò a sbottonarmi la patta dei jeans; una volta sganciati tutti i bottoni, le sue mani entrarono dentro i pantaloni, accarezzandomi e palpandomi le chiappe.
Sentivo la gabbia tirare le palle, il pene dolorante chiedeva pietà, ma io volevo che continuasse.
Incominciai a carezzarle anche io, prima la schiena, poi il suo abbondante fondoschiena, con la differenza che io carezzavo i tessuti dei suoi vestiti, non la sua nuda pelle.
Mentre mi carezzava e tastava le natiche sode, un dito si fece largo tra esse e mi entrò nell’ano; bruciava, ma non quanto mi sarei aspettato vista l’assenza della crema lenitiva.
Comunque, mi staccai dal suo bacio e, scusandomi, le dissi che mi bruciava parecchio e che non credevo di meritare una punizione in quel momento, quindi le chiesi di usare la crema.
Samanta mi bisbigliò all’orecchio: “Il pranzo è andato molto meglio di quanto mi aspettassi; non è certo merito tuo, ma se ti comporterai bene oggi avrai un VERO orgasmo, come un VERO uomo; non una semplice mungitura.”
Detto questo, le sue mani uscirono dal mio culo e dai miei jeans e lei andò verso camera sua, dicendomi di posare i vestiti al loro posto e di raggiungerla.
Quando la raggiunsi, la trovai nuda, già con le corde in mano; mi fece mettere a stella e mi legò molto stretto. Uscì dalla stanza e tornò con la chiave e subito mi liberò il cazzetto, che finalmente poteva prendersi lo spazio che gli era stato finora negato.
Con una salvietta umida, incominciò a pulire dove fino a poco prima c’era l’anello a cui la gabbia veniva appesa. Bruciava; poi passò anche la cappella, dove il bruciore e il fastidio si fecero più intensi.
Una volta finito, Samanta incominciò a baciarmi e succhiarmi le palle, massaggiarle con la lingua, quasi ingoiarle dentro la sua bocca vorace. Il mio pene era durissimo, pulsava di desiderio, ma lei continuava a concentrarsi sulle palle, finché non incominciarono a scendere lungo l’asta alcune goccioline di liquido prespermatico; a quel punto, lei le asciugò con la lingua per poi ingoiare dapprima la mia cappella, poi tutta l’asta. Sentivo le sue labbra toccare le palle e il pube; anziché ritrarsi, Samanta rimase in quella posizione e fece uscire la lingua, che leccava le mie palle mentre il mio pene era nella sua gola.
Tremavo, tremavo dal piacere, non riuscivo a tenere fermo alcun muscolo, mi sembrava vibrasse persino la mia faccia. Samanta incominciò a fare un pompino estremamente lento, ma intenso, succhiava forte.
Quando ero vicino all’orgasmo ma non abbastanza da venire, lei smise e si mise a quattro zampe sopra di me.
Sentivo il suo peso, i rotoli di grasso che si strusciavano sul mio corpo ancora fremente.
Leccò e succhiò prima un capezzolo, poi l’altro; in vita mia non credo siano stati mai così sensibili.
Poi, con la faccia davanti alla mia, mi chiese: “Mi ami?” Risposi di sì, un sì deciso, ma al contempo implorante.
Mi sorrise, si mise al mio fianco e incominciò a farmi una sega lenta e leggerissima, come solo lei sapeva fare. Poi incominciò a parlarmi e, con voce calma e suadente, mi chiese di cosa avessi parlato con mia madre in cucina.
“Lo sanno, sanno che non sei solo la mia padrona di casa!”
Mi rispose che era ovvio, ma che voleva la conferma che mia madre approvava il nostro rapporto.
“Non lo so! Credo fosse contraria, ma che ora stia rivalutando l’idea.”
Samanta rise, mi disse che mia madre sicuramente approvava il nostro rapporto e che la cosa la riempiva di gioia.
Aggiunse che mio padre non sembrava altrettanto intelligente, ma che (esattamente come me) era solo un omuncolo senza spina dorsale, un sottomesso la cui opinione importava poco.
La sua mano incominciò a stringere più forte, ma senza accelerare il ritmo.
“Dimmi cucciolo, visto che i tuoi approvano, mi vuoi sposare?” Non ero nelle condizioni di farle notare che non era propriamente vero che i miei approvassero; inoltre, la loro opinione non avrebbe dovuto contare più di tanto in quel frangente, ma mi limitai a rispondere affermativamente.
“Quindi, visto che mi vuoi sposare domani, mi regalerai un anello di fidanzamento?” e, dicendolo, incominciò finalmente ad accelerare la sua mano.
Ero completamente in estasi; se così non fosse stato, probabilmente avrei accampato scuse, come ad esempio dirle che lunedì gli orafi sono chiusi, ma in quel momento pensavo solo e unicamente all’orgasmo che aspettavo da mesi.
Le risposi affermativamente, con la mia voce tremante e implorante che tradiva il misto d’eccitazione e desiderio. Samanta, con gli occhi che le brillavano di luce propria, smise immediatamente di stimolarmi e mi disse che mi ero finalmente meritato una vera scopata.
Mi liberò dalle corde e si mise a pecorina sul letto; la sua pancia toccava il materasso, le sue chiappone piene di cellulite facevano appena intravedere la sua foresta.
Divaricai le sue natiche e ficcai il mio pene dentro la sua figa, che era fradicia per l’eccitazione. Incominciai a scoparla, stringendo le sue voluttuose chiappe con le mani.
Non credo di esser durato nemmeno 10 secondi; alla quinta o sesta spinta stavo già venendo con l’orgasmo più intenso della mia vita. Non riuscì a tenermi eretto sulle ginocchia e le crollai sulla schiena di Samanta, con il mio cazzetto che tornava rilassato ancora dentro la sua vagina, bagnata dai suoi umori e dal mio seme.
Uscì da Samanta e mi sdraiai nel letto esausto. Lei mi guardava con aria seccata e mi disse: “Cazzetto piccolo e eiaculazione precoce, non sei proprio adatto a soddisfare una donna come amante, ma non preoccuparti, mi soddisferai ampiamente come maritino!” E detto questo, si mise seduta sulla mia faccia.
Leccandola, sentivo distintamente anche il sapore del mio sperma, che ormai avevo imparato a conoscere, ma continuai senza alcuna esitazione. Samanta aveva avuto pochi orgasmi ultimamente; volevo che ne avesse uno bello quanto il mio, era evidentemente molto eccitata.
Il suo orgasmo fu invece normale, come tanti altri che le avevo dato con la lingua fino a quel momento.
Si sdraiò a fianco a me, abbracciandomi, e si addormentò senza lavarsi i denti e nemmeno rimettermi la gabbietta.
Forse, visto il fidanzamento, non mi avrebbe più ingabbiato? Ero felice di stare con lei? Mi andava davvero bene sposare una donna così matura e così grassa? Cosa avrebbero pensato gli altri parenti? E gli amici? Avrei mai avuto dei figli?
Con questo turbinio di quesiti, m’addormentai esausto.


Fine dell’ottava parte. Ho già deciso di continuare la storia, che verrà pubblicata con calma appena troverò il tempo di scriverla e di correggerne la grammatica. Sono sempre aperto a critiche costruttive.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
9.0
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per il verginello e la signora vogliosa parte 8:

Altri Racconti Erotici in bdsm:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni