Gay & Bisex
Il loft del fotografo
25.03.2026 |
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"Luca lo succhiò fino a farlo venire di nuovo, poi lo baciò: «Non avere paura di desiderare..."
Marco aveva quarantadue anni e una vita costruita come una delle sue foto: perfetta, controllata, in bianco e nero. Barba curata ma sempre un po’ incolta, occhiali che gli scivolavano sul naso quando si concentrava, studio a via Tortona pieno di modelle e clienti che lo chiamavano “maestro”. Dentro, però, era un uomo che aveva smesso di guardarsi allo specchio da tempo. «Il nudo maschile? Non è il mio campo. Troppo crudo, troppo esposto», ripeteva come un mantra. Eppure, da mesi, nei messaggi privati c’era Luca.
Luca, ventitré anni, studente di filosofia, capelli neri sempre spettinati, occhi verdi che sembravano leggerti dentro. Scriveva poesie brevi e taglienti che Marco leggeva di notte, al buio del loft, con il telefono che illuminava solo il suo viso. «Il corpo è solo un guscio», gli aveva scritto una volta. «Ma dentro c’è un fuoco che nessuno vede.» Marco rispondeva con frasi brevi, prudenti: «Forse. Ma io fotografo gusci, non fuochi.» Ogni risposta era una piccola crepa nella sua armatura.
Si incontrarono prima online, poi al caffè sotto casa di Marco. Luca parlava piano, con frasi lunghe che si srotolavano come pensieri mai detti. Marco rideva nervoso, giocherellando con la tazzina: «Sembri uscito da un libro.» Luca lo guardava dritto negli occhi: «E tu sembri uno che ha paura di aprirlo.» Non c’era ancora sesso, solo parole che pesavano. Marco sentiva il cuore accelerare e si ripeteva: È solo curiosità. È solo un ragazzo. Domani tornerò alla mia vita.
Dopo tre caffè, Marco lo invitò nello studio. «Solo un test. Solo luce, solo forma.» Luca sorrise: «Solo forma… o anche desiderio?» La domanda rimase sospesa tra loro come una promessa non ancora fatta.
Entrarono nel loft. Luci fredde, specchi ovunque. Marco sistemò la macchina con mani che tremavano appena. Luca si tolse la camicia lentamente, rivelando il petto liscio, i muscoli sottili tesi sotto la pelle. Non si spogliò del tutto subito. Si avvicinò, sfiorò il polso di Marco: «Ti fa paura?» Marco deglutì: «Mi fa pensare.»
Si baciarono per la prima volta: un bacio goffo, incerto, labbra che si sfioravano come se temessero di bruciare. Marco si ritrasse, il respiro corto: «Non sono gay.» Luca gli accarezzò la guancia: «Non ti sto chiedendo di esserlo. Ti sto chiedendo di guardarmi davvero.»
Luca si abbassò i jeans, restò in mutande. Il rigonfiamento era evidente. Marco lo guardò, bocca asciutta, e sentì qualcosa rompersi dentro. Si inginocchiò, lo toccò sopra la stoffa prima di osare di più. Lo succhiò piano, imparando il sapore, la consistenza calda e viva, mentre Luca gli accarezzava i capelli: «Sei bravo… anche se non lo sapevi.»
Luca lo alzò, lo spinse sul tavolo con dolcezza. Gli abbassò i pantaloni, gli spalancò le natiche, lo preparò con saliva e olio, un dito, poi due, lentamente, sussurrando: «Respira. Non è una resa, è una scelta.» Marco gemette: «Fa male… ma non fermarti.» Luca entrò dentro di lui, lento ma deciso, ogni spinta una domanda silenziosa. Marco si aggrappava al bordo del tavolo, sudato, mentre Luca gli mordeva il collo e sussurrava: «Guardami. Non è solo sesso. È riconoscersi.»
Vennero quasi insieme: Marco senza toccarsi, schizzando sul legno; Luca dentro di lui, caldo e abbondante. Dopo, Marco prese la macchina e scattò. Luca nudo, sudato, con lo sperma che ancora gli colava lungo la coscia. «Questa è la foto vera.» Luca sorrise: «E tu sei il soggetto.»
Nei giorni successivi Marco non riuscì a smettere di pensarci. Ogni sera, solo nel loft o a casa, si toccava ricordando non solo il corpo di Luca, ma il modo in cui i suoi occhi lo avevano tenuto fermo. Veniva in silenzio, poi si sentiva in colpa. Ho quarantadue anni. Lui ventitré. Sembro suo padre. Non sono all’altezza di quel fuoco. Non aveva il coraggio di chiamarlo. Temeva che una volta detto sì, non sarebbe più potuto tornare indietro.
Luca gli scrisse: «Non mi chiami?» Marco: «Sto pensando.» Luca: «Pensa troppo. Vieni domani. Niente macchina. Solo noi.»
Marco andò. Si spogliarono piano, con tocchi che duravano minuti interi. Luca lo succhiò con passione, prendendolo fino in gola, ma senza fretta. Poi si fece cavalcare: si sedette su di lui, scese lento sul suo cazzo duro, lo cavalcò guardandolo negli occhi, come se volesse imprimersi ogni respiro. Marco venne dentro di lui con un gemito lungo. Dopo, abbracciati, Luca gli baciò la fronte: «Non devi capire tutto stasera. Basta che senti.»
Da quel momento le loro vite si intrecciarono in segreto.
Marco di giorno era il professionista impeccabile: studio a via Tortona, clienti, caffè nero, cene solitarie. Di notte si masturbava guardando le foto nascoste di Luca. Luca viveva in un monolocale caotico a Lambrate, scriveva poesie, usciva con amici queer, ma tornava sempre pensando a Marco.
Una sera Luca lo invitò a una festa “un po’ fuori di testa” in un magazzino a Lambrate. Marco accettò dopo ore di dubbio interiore: Voglio vedere fino a dove posso spingermi. O forse voglio solo che lui mi fermi. Alla festa c’erano corpi mezzi nudi, musica elettronica bassa, luci rosse e viola, odore di incenso, erba e sudore. Luca lo baciò davanti a tutti. Marco ballò, bevve, si lasciò toccare. Luca gli infilò una mano nei jeans, gli strinse il cazzo duro in mezzo alla pista, sussurrando: «Qui nessuno finge.»
Poi Marco vide due ragazzi che scopavano apertamente su un divano e altri che si succhiavano in pubblico. Il panico lo prese: Questo non sono io. O forse sì? Scappò sul terrazzo freddo, respirando affannosamente: «Che cazzo sto facendo? Ho quarantadue anni…»
Luca lo raggiunse: «Scusa, ho esagerato.» Marco: «Mi sono divertito… e poi mi sono spaventato da morire.» Luca: «Allora torna dentro solo con me.»
Si chiusero in una stanza laterale, più tranquilla. Si spogliarono lentamente. Luca lo preparò con olio, entrò piano. Si mossero insieme, occhi negli occhi, senza fretta. Marco venne dentro Luca con un sospiro profondo. Dopo, abbracciati, Marco sussurrò: «Ho avuto paura di perdermi.» Luca: «E invece sei tornato. Questo conta.»
La settimana dopo, al lavoro, qualcosa cambiò per sempre. Marco cominciò a notare i clienti uomini. Un assistente giovane con jeans stretti: immaginò di abbassargli la zip e prendergli il cazzo in bocca mentre la modella posava. Un architetto maturo, camicia aperta: fantasticò di succhiarglielo fino in gola. Un personal trainer muscoloso in boxer: si immaginò di farsi sbattere forte sul fondale bianco. Si eccitava tutto il giorno, ma non agiva. Tornava a casa e si toccava pensando a loro, poi a Luca. Non è tradimento. È fame. E Luca è l’unico che può saziarmi.
Quella sera, sdraiati nudi sul divano del loft, Marco confessò a Luca, voce tremante: «Oggi ho fantasticato sui clienti uomini. Sui loro cazzi. Su come li avrei succhiati, su come mi avrebbero scopato. Ho paura che tu ti ingelosisca.»
Luca sorrise, gli strinse il cazzo già mezzo duro. «Non sono geloso. Mi eccita da morire.» Gli masturbò lentamente mentre Marco gli raccontava ogni dettaglio: il rigonfiamento dell’assistente, il pacco dell’architetto, il culo sodo del personal trainer.
Luca: «Dimmi tutto. La prossima volta che ti viene duro per un cliente, mandami un messaggio. Raccontami esattamente cosa vorresti fargli… e io ti dirò cosa vorrei farti io mentre tu pensi a lui.»
Marco gemette, eccitato e sollevato. Luca lo succhiò fino a farlo venire di nuovo, poi lo baciò: «Non avere paura di desiderare. Basta che torni sempre qui. Da me.»
Quella stessa notte, dopo la confessione, Luca lo fece sdraiare sul letto del loft. Lo baciò a lungo, lingua lenta, mani che esploravano ogni centimetro. Lo preparò con dita oliate, guardandolo negli occhi: «Voglio vederti mentre ti prendo.» Marco annuì, il cuore che batteva forte.
Luca gli alzò le gambe, si posizionò tra le sue cosce, entrò piano da davanti. I loro sguardi si incatenarono. Luca cominciò a spingere, prima lento, poi sempre più forte, con passione feroce ma controllata. Ogni colpo era profondo, deciso. Marco gemeva, le mani aggrappate alle spalle di Luca, gli occhi fissi in quelli verdi del ragazzo. «Guardami», ordinò Luca, la voce roca. «Non chiudere gli occhi.»
Lo scopò così, faccia a faccia, sbattendolo con forza, il letto che cigolava, i corpi che sbattevano uno contro l’altro. Luca accelerava, sudato, gli occhi che non lasciavano mai quelli di Marco: «Sei mio. Non solo il corpo. Tutto.» Marco venne senza toccarsi, schizzando tra i loro addomi, tremando. Luca lo seguì poco dopo, riversandosi dentro di lui con un gemito basso, continuando a spingere fino all’ultimo spasmo.
Dopo restarono così, ancora uniti, occhi negli occhi. Marco sussurrò: «Non ho più paura.» Luca gli baciò le labbra: «Bene. Perché non finisce qui.»
Marco chiuse gli occhi. La porta che aveva aperto quella prima sera nel loft non si sarebbe più chiusa.
Ora vedeva gli uomini ovunque.
E ogni volta che lo faceva, correva da Luca a raccontarglielo, nudo, sudato, vivo, complice.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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