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Gay & Bisex

Il tormento di un padre-La furia di Sahid - 2


di LuogoCaldo
08.08.2025    |    3.563    |    5 8.3
"» Le sue labbra erano vicine all’orecchio, le parole mi piovevano dentro come piombo fuso..."
Capital World.
Non pensavo sarei mai finito in un posto così.
Ci sono arrivato senza nemmeno accorgermene, come uno che si sveglia in una stanza d’albergo e non ricorda il viaggio.
La mia vita? Un fiume di pioggia torbida che ha corso dove voleva lui, spinto da curve storte e terra franata.
Ogni deviazione, ogni maledetta ansa mi ha portato qui.
Alla fine.
Alla foce.
E non è un bel posto.

Merito di trovarmi qui?
Sì, forse. Ma non cambia il fatto che fa un male cane.
Gli acquari - li chiamo così - sono le pareti di vetro della prigione.
Mi ci sento dentro come un pesce rosso sotto acido.
Tutti mi guardano.
Tutti sanno.
Sanno cosa mi fa Sahid, di notte.
Ho provato a parlare.
A sussurrare qualcosa, quando lui mi lascia solo per pisciare o per andare a farsi.
Ma non ascolta nessuno.
Nessuno vuole rogne.
Lui mi porta dietro come un’ombra.
Devo seguirlo dappertutto.
Fare la fila per lui alla mensa.
Tenere la poltrona calda per il suo show del cazzo.
Massaggiargli la schiena, strofinarlo, toccarlo.
Quando vuole.
Come vuole.
Sto diventando pelle e ossa. A volte non mangio neanche.
Quando finisco di servirlo, la mensa è già buia.
«Sta per chiudere», mormoro, cercando di non far tremare la voce.
Lui mi guarda appena.
«Mi piacciono magre», dice.
E poi quel suono.
Quel dannato schiocco osceno con la lingua.

Questa notte ha iniziato un nuovo gioco.
Un gioco che non mi piace.
Il gioco del possesso.
Mi ha legato alla spalliera del letto.
Nudo.
I polsi segati dalla corda ruvida dell’accappatoio.
Le caviglie prigioniere del lenzuolo annodato stretto.
«Diamo un po’ di spettacolo», ha detto, tirando fuori una penna e un accendino da sotto il cuscino.
La cannula dell’inchiostro brillava nel buio mentre la estraeva dal corpo di plastica.
Mi sentii gelare.
«Che cosa vuoi fare? Ti prego, non farmi del male».
Lui trascinò la sedia vicino al letto, all’altezza delle mie natiche. Le gambe stridettero sul pavimento.
«Non ti sei accorto che ti guardano il culo sotto la doccia, principessa?»
Voce calma. Troppo calma.
Intanto sfilava un ago sottilissimo da una fessura del materasso.
«Come hai fatto a farlo entrare?»
Domanda inutile. Come se la risposta potesse cambiare qualcosa.
«Io me ne sono accorto», ha proseguito, ignorando del tutto le mie parole.
«E la cosa non mi sta bene, per niente.»
La sua voce era piena di rimprovero. Ma sotto c’era altro. Qualcosa che strisciava.
«Non è colpa mia», ho provato.
L’ago ha graffiato la pelle come un artiglio.
«Ti prego, no… ti prego.»
«Se urli, ti ammazzo.»
Un sussurro che puzzava di verità.
Quando ebbe finito di scavare, accese l’accendino.
La fiamma danzò nell’oscurità.
Dalla mia posizione facevo fatica a girare il collo, ma lo vidi.
Aveva l’aria di un alchimista.
Uno stregone.
Scaldò il metallo finché diventò rosso.
Poi lo intinse nella cannula d’inchiostro.
«Devono saperlo tutti che la roba mia non si tocca», borbottava, ghignando.
Un attimo dopo, il punzone infuocato affondò nella pelle viva.
Potevo sentire l’odore.
Stavo friggendo.
E intorno un tanfo di bruciato si spandeva come velluto.
Morsi il lenzuolo.

«Ecco, così è perfetto.»
Sahid indietreggiò verso la parete, osservando il suo lavoro come un pittore che si allontana dalla tela per cogliere l’insieme.
«Ora nessuno potrà più dubitare.»
Gli oblò incassati nel muro mi fissavano come se fossero gli occhi di Capital World.
L’uomo si spogliò.
Con lentezza, come se si stesse togliendo la pelle.
Restò nudo.
La sua sagoma sfocata era incorniciata dalle spie della prigione che pulsavano come lucciole malate.
«È arrivato il momento», disse. Un sussurro secco, quasi un sospiro.
«Adesso posso fare quello che voglio. Ne ho diritto.»
Si mosse verso di me.
Il passo era sicuro. Troppo sicuro.
Qualcosa luccicava tra le sue mani.
Un’ombra scura.
La proboscide tesa come una spada.
Sentii le sue dita cercarmi lungo la schiena, esplorarmi come si fa con un oggetto che si possiede.
«Sei ancora caldo.»
Aveva la voce rotta, piena di una specie di stupore osceno.

Quando si abbassò, il letto scricchiolò appena.
Sentivo il suo peso addosso, il respiro sul collo, l’odore del sudore e del metallo bruciato.
«Ci stanno fissando tutti.» Le sue labbra erano vicine all’orecchio, le parole mi piovevano dentro come piombo fuso. «Vorrebbero essere al mio posto, lo sai?»
Tremavo. Ancora una volta ero un filo d’acqua che non sapeva più dove scorrere.
«Ti prego… non farlo.»
Ma fu come parlare al cemento.
Quel demonio si fece strada nelle viscere come se fossero burro.
Affondò senza preavviso.
Sulla schiena la pelle del suo ventre era calda, appiccicosa, viva.
Il cuore, un tamburo in gabbia.
«Non devi fiatare, piccola ... Non fiatare», sussurrò, come un disco rotto.
Qualcosa mi attraversò da parte a parte.
Le palpebre tremarono pesanti come ali sotto la pioggia.
«Finalmente… mmmmh.»
Il peso del bacino premette dentro la pancia.
Un movimento lento, preciso, calcolato.
Nessuna fretta.
Nessuna premura.
Solo controllo.
«Che fichetta… che fichetta.» La voce era carta bruciata.
Il sudore colava dalla fronte e un goccio mi colpì la guancia.
Sahid piantò i pugni sopra le mie spalle. Le punte dei piedi raschiarono il materasso.
Attese ancora un attimo e il sesso sibilò come un coltello che esce dal fodero. Il glande ancora serrato dentro al culo.
Poi disse: «Tu non li vedi, ma sono tutti aggrappati ai vetri. Ci osservano dagli oblò. I cazzi tra le mani. I visi appannati. Qualcuno… spinge.»
Rideva divertito.
«Ne svuoterai molte stanotte.»

Infine, accadde.
Sahid cominciò a scoparmi.
Forte.
Non come un uomo.
Come qualcosa che aveva dimenticato cosa voleva dire esserlo.
La branda scricchiolava sotto i colpi.
Lo scheletro di ferro gemeva come ossa vecchie.
«Ti prego… fai più piano…» Un sussurro. Un filo d’aria tra le labbra rotte.
Ogni affondo era un terremoto.
Una crepa che si apriva dentro e poi si richiudeva.
Una voragine.
Una lacerazione.
«Zitta, troia… zitta che stai facendo sborrare tutto il penitenziario.»
Dietro al vetro, le spie erano svanite.
Solo una sagoma. Due occhi famelici.
Il labbro della guardia spariva sotto i denti come se volesse divorarsi.
La mano — quella sinistra — scivolava sotto la cintura.
Lenta.
Non mi guardava come si guarda un essere umano.
Mi contava i respiri.
Sono perduto, pensai. Non mi salverà nessuno.
Sahid tremava.
La bocca cercò la mia pelle per soffocare i suoni.
Non i miei, i suoi.
Il cazzo si fece foga.
Poi febbre.
Poi qualcosa che non voleva più tornare indietro.
Lo tenne dentro.
Gonfio come dinamite.
Frugava tra le viscere.
Come se cercasse un rifugio.
E alla fine esplose, con un gemito sordo che rimbalzò sui vetri di Capital World.
Scomposto.
Fuori controllo.
Come se stesse espellendo una rabbia sepolta da troppo tempo.

Quando ebbe finito, se ne tornò sulla branda sopra di me.
Non mi slegò.
Mi lasciò in quella posizione tutta la notte, esposto agli sguardi degli altri detenuti, mentre fuori albeggiava.
Mi liberò al mattino, quando dovevamo uscire per la conta.
Mi guardai allo specchio.
Non riconobbi il mio volto.
Ero un altro.
Gli occhi cerchiati. Invecchiato di dieci anni.
La schiena graffiata come se un animale selvatico mi avesse aggredito.
E in fondo, sulle natiche, quel nome scritto a lettere di fuoco.
Una firma.
Un sigillo.
Un marchio di proprietà esclusiva.
Gli occhi si riempirono di lacrime.
Capii che non appartenevo più a me stesso.
Sahid. — ripetei leggendo.
Appartengo a Sahid.
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