Gay & Bisex
Il vicino - 1
20.09.2025 |
8.124 |
6
"Le sue mani mi accarezzavano le spalle, scorrevano lungo le clavicole e mi grattavano dietro la testa, effondendo dai polpastrelli scariche calde di adrenalina..."
Sono tornato in paese poco prima di Ferragosto.Luglio è stato insolitamente afoso e il cemento caldo della città mi ha avviluppato nel velluto spesso delle sue esalazioni quasi ogni notte, come se la stessa terra avesse incominciato a sudare.
Così, rassicurati i clienti, avevo deciso di chiudere lo studio legale e allontanarmi per tutto il resto del mese.
Mia madre era morta in primavera.
A marzo.
Aveva vissuto con me dall’inizio dell’anno, nell’appartamento in centro per cui ancora sto pagando il mutuo: due stanze, lo spazio necessario per un single, scelto apposta per mantenere le distanze, per prevenire le richieste e evitare le aspettative di tutti.
Alla fine, invece, mi sono lasciato assorbire dal flusso stanco della vita che si esauriva.
Ho dormito sul divano e ho lasciato a lei la camera da letto, dove si è spenta come il moncherino esausto di una candela, ritirandosi in sé stessa e attenta a non invadere i miei spazi.
Consumata da un male che l’ha asciugata dall’interno.
Un veleno denso e amaro come uno sciroppo.
“Vattene da qualche parte, Edo. Hai bisogno di staccare”. Mi avevano suggerito caritatevolmente gli amici. “Prendiamo un biglietto per Cuba, ti va?”
Ma avevo già fissato un appuntamento con la ditta dei traslochi.
“Passeranno poco dopo Ferragosto”. Avevo replicato. “Devo sgomberare casa di mia madre, inscatolare in pochi giorni le cose che lei ha accumulato in tutta la vita … Mettere via il passato”.
Sono stanco di gestire le precarietà di tutti, pensavo.
“Ho bisogno di sfoltire. Di aggrapparmi all’essenziale e di viaggiare leggero su questa terra, senza pensieri, libero da responsabilità che non hanno davvero importanza”.
Così ho guidato di notte, con i finestrini aperti e il sudore che si asciugava addosso nella penombra, e sono tornato al paese.
Mentre giravo la chiave di metallo nella toppa, l’odore dell’infanzia ha invaso le narici: caffè ed erba bagnata, basilico e polvere, mura umide, porte aperte e vulnerabilità esposta.
Compiuti diciotto anni ero fuggito da quell’edificio con gli ingressi spalancati come bocche prive di denti.
Una casa in cui chiunque entrava e usciva senza bussare.
Una casa di tutti meno che mia.
Mi ero allontanato per studiare, certo, ma anche perché avevo molto da tenere nascosto sotto la sabbia dell’insicurezza e tanto ancora da sperimentare.
Al paese non avrei potuto vivere una vita che fosse solo mia. Avere un compagno, una famiglia, un’utilitaria acquistata a rate, una felicità fatta di cose semplici, senza bisogno di giustificarmi e senza attirare le chiacchiere delle cicale annoiate, i pettegolezzi, le occhiate, le allusioni, i giudizi e le opinioni.
Così avevo seppellito i residui dell’infanzia in fondo a una valigia molto capiente, come ci si libera da un destino scomodo, e sulla corriera delle sette che mi portava via mi ero sentito sollevato.
Finalmente anch’io avrei potuto scartare l’esistenza.
Nulla di tutto questo è accaduto.
Il mese scorso ho soffiato su una torta con quaranta candeline gocciolanti di cera azzurra in un locale del quartiere in cui vivo, una zona di movida dove la gente esce la sera.
"Ho una casa elegante, un buon lavoro, un discreto stipendio". Riflettevo nella concitazione del motivetto augurale intonato dagli amici. "Ma poco altro".
“E realmente”. Mi domandavo. “Che cosa faccio, io, nella vita?”
Lavoro tutto il giorno e dopo cena, con gli infradito e lo spago dei sacchi dell’immondizia tra le dita, scendo le scale del palazzo e faccio il giro lungo per guardare gli avventori.
Credo di essermi così tanto abituato alle immagini di quei volti ignoti che, rischiatati dal pallore della luna e dei lampioni, si attraggono e si baciano senza pudore, mangiano il gelato e vanno a dormire insieme, che non provo neppure più dolore mentre mi ritiro nel mio appartamento.
Li invidio, certo, e, per non farmi asciugare dall'invidia, mi racconto che li disprezzo.
Resto ai margini, come relegato a distanza di sicurezza.
E in effetti, da quando sono salito sulla corriera che mi ha portato via dal paese sono sempre stato troppo impegnato per uscire con qualcuno, per fare viaggi, per andare a ballare.
Ho rimandato, declinato inviti, annullato appuntamenti, evitato cene.
“Verrà il mio tempo. Farò tutto dopo”. Mi sono sempre detto sollevato all’idea che non stavo propriamente rinunciando. “Quando sarò più centrato, più arrivato, più appetibile”.
Ma ora so che il mio tempo semplicemente non è arrivato.
E che non arriverà più.
So che il disagio che provavo nella casa senza porte mi è rimasto attaccato addosso come una cicatrice sulla pelle.
Il marchio severo di una ferita che si è chiusa ma che continua a definire la mia figura.
Un segno che il destino ha conservato senza cancellare, congelato come si congela un morbo che non si riesce a sradicare.
Esattamente come i medici hanno cercato di congelare il male di mia madre.
Ho spalancato tutto, aperto le finestre e fatto scorrere la zanzariera sul retro.
Senza la sua proprietaria l’orto era cresciuto selvaggio come un bosco. Le piante dei pomodori in terra sembravano architetture bombardate.
Sono rimasto al centro del salone, esposto alle correnti che piegavano la camicia.
E da quella prospettiva l’ho visto.
Oltre il corridoio, al di là dell’ingresso principale, dall’altra parte della strada.
Alto come quando eravamo piccoli.
Ancora magro ma possente.
I capelli scuri leggermente argentati, come se il tempo temesse d’increspare una superficie troppo brillante.
Danilo.
Con una mano cercava di aprire il portone di casa, con l’altra tratteneva un bambino che stringeva un palloncino volante a forma di dinosauro.
Percorsi lo spazio che mi separava dall’uscio, col cuore che batteva in gola come un tamburo esiziale in una notte di pioggia.
Lui guardò nella mia direzione e per un istante la via che ci separava scomparve come se si fosse liquefatta attorno a lui, e ugualmente fecero le macchine che stavano passando, le chiavi metalliche rifulgenti sotto il sole di mezzogiorno, il piccolo tenuto per mano e il dinosauro proteso sul crinale dell’infinito.
Ci ritrovammo in soffitta, in un agosto di molti anni prima: lui seduto sul letto, con le gambe coperte di peluria che sbucavano sottili dai pantaloncini estivi io in terra appoggiato contro lo schienale ligneo.
Le sue mani mi accarezzavano le spalle, scorrevano lungo le clavicole e mi grattavano dietro la testa, effondendo dai polpastrelli scariche calde di adrenalina.
Il fumo della prima sigaretta si spandeva nella stanza con volute morbide simili a velluto.
“Mi sta facendo un effetto strano”. Dissi mentre lasciavo che la nicotina mi invadesse le fauci e, senza respirare, gli passavo il mozzicone ardente.
Lui lo prese e aspirò a sua volta. “Non l’avevi mai fatto?” Chiese.
Scossi la testa. Gli occhi mi bruciavano.
Non sapevo se il sapore denso del fumo fosse di mio gradimento.
Poi li rivolsi all’indietro, quasi a far scivolare la pupilla dietro alla faccia congiuntivale, serrai le palpebre e aspettai che il filtro calasse.
Fu allora che Danilo si avvicinò.
Posò la sua bocca sulla mia e vi soffiò dentro un respiro caldo con un retrogusto d’uva bruciata.
Feci scivolare la lingua oltre la fenditura, tra i denti e il solco della gengiva.
Un viluppo nero ne uscì quasi che fosse un tessuto gassoso.
Mi sentivo confuso e, insieme estremamente leggero.
Morsi il labbro del mio compagno e passai le dita tra i capelli oleosi in un gesto di abbandono incerto.
Per entrambi era difficile allontanarsi, come se un campo magnetico avesse sigillato le nostre bocche.
Ci concedevamo millimetri e poi li recuperavamo, aggrappati all’intensità del momento.
Infine, lui si coprì il volto madido di stupore e, lento come se l’aria dietro la schiena fosse densa di materia, tornò a sdraiarsi, simile a un drago che soffia dalle narici.
Io, invece, appoggiai la guancia al suo ginocchio e per un tempo che non so quantificare non me ne andai.
Aspettai il tramonto, con gli occhi persi nel vuoto e l’ansia di tornare nella casa senza porte che mi serrava lo stomaco.
Lo squillo del telefono mi riscosse.
Era il titolare della ditta.
L’indomani sarebbero venuti a portare via tutto.
Mangiai la pizza che avevo comprato al drive-in durante il viaggio.
Non la riscaldai neppure.
Poi mi preparai un caffè e mi sedetti sul divano.
In TV stavano parlando di guerra. Qualcuno pretendeva territori non suoi, qualcun altro, che neppure li possedeva, glieli prometteva.
I nastri della tenda fecero rumore sui battenti spalancati.
“Edo”. Mi sentii chiamare dal fondo del corridoio. “Edo, ci sei?”
Un moto di stizza ancestrale, simile a quello che provavo da bambino quando qualcuno si insinuava in casa, tornò a galla.
Lo riconobbi e lo misi a tacere.
Sporsi il capo dal divano e vidi Danilo che si avvicinava percorrendo il tappeto all’ingresso.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Il vicino - 1:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
