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Gay & Bisex

Il tormento di un padre - La vendetta - 3


di LuogoCaldo
10.08.2025    |    3.468    |    3 8.4
"Rispose il mio compagno mentre scioglieva i nodi dell’alcova attorno allo scheletro di ferro..."
Va bene, facciamo un passo indietro, mi dissi.
Sahid si è preso il tuo culo.
L’ha marchiato a lettere di fuoco con la perizia di un alchimista.
Del resto, lo sapevi.
Quell’uomo è il demonio.
O avevi dimenticato che s’è mangiato la madre e ha messo in congelatore il padre per Natale?
In ogni caso, tu devi sopravvivere, cazzo!
Devi farlo per te stesso, perché verrà il momento in cui riuscirai a vendicarti di quel bastardo.
Ma soprattutto devi farlo per Annibale.
Glie l’hai promesso.
Devi uscire da Capitalworld e ricongiungerti all’amore della tua vita.
Il suo profumo, la sua pelle di velluto, la consistenza del corpo che hai posseduto una volta sola.
Reagisci, Maurizio. Reagisci.

Il cambio di passo iniziò l’indomani.
Sahid pretese la mia presenza, come sempre. Ma non ero più l’animale spaventato che si portava dietro fino al giorno prima, no.
Mi mostrai sfacciatamente desideroso di compiacerlo.
Gli portai il pranzo come avrebbe fatto una moglie, non come uno schiavo.
In fila alla mensa feci cadere il vassoio e, nella confusione, ne approfittai per infilarmi una forchetta nella manica della divisa.
Era plastica, certo, ma meglio di niente.
Spezzata avrebbe avuto una punta.
E una punta avrebbe perforato la carne.
“Guardala”. Disse il mio aguzzino ridendo appena mi vide arrivare. “Cammina con le cosce aperte … Avrà tre litri di sborra nel culo” Aggiunse assestando un colpo di gomito al Guercio, il musulmano col quale condivideva la tavola.
Lo chiamavano così perché gli mancava un occhio.
Il fratello gli aveva piantato un chiodo nella testa mentre lo strangolava.
L’uomo mi puntò addosso due occhi affamati.
Non era cibo quello che voleva.
Si appoggiò il palmo contro l’inguine e lo strinse in un pugno, mostrandomi il rigonfiamento osceno che aveva tra le gambe.
Sahid si rabbuiò.
Lo vidi conficcarsi le dita nel pugno serrato e sono certo che sarebbe esploso se non fossi intervenuto.
“Stai a cuccia stallone”. Risposi mentre posavo il vassoio. “Ce l’ho già un padrone”. E conficcai lo sguardo lascivo direttamente dentro a quello del mio aguzzino.
“Posso mangiare anche io?” Chiesi, lasciandolo di stucco. “O non vado ancora bene”.
Il mio compagno di cella parve esitare.
Aprì la bocca e la richiuse incerto.
Poi parlò: “Ancora no”. Rispose. “Forse stasera”.
Annuii senza protestare.
“Aspetto nell’acquario allora?”
Lui si portò una coscia di pollo tra i denti e, con un cenno, mi congedò.

Dovevo farlo, mi dissi.
Non c’era via di scampo.
Spezzai la forchetta in centro, in modo tale che la scheggia fosse abbastanza robusta per fungere da pugnale. Poi la nascosi nel bordo tra la branda e il materasso.
Afferrai il lenzuolo e lo legai ai piedi del letto. Questa volta almeno mi sarei risparmiato il peso dello sguardo di Capitalworld.
Mi denudai, mi disposi a pancia in giù e attesi che Sahid facesse ritorno.
Il sedere esposto.
Il suo nome inciso a lettere di fuoco.
Ci caco sopra al tuo nome, Sahid, pensai.
Il ragazzo tornò poco dopo. Era su di giri, doveva appena essersi tirato qualcosa.
Il vetro si chiuse alle sue spalle con un soffio.
Mi fissò perplesso.
“Che c’è, non ti va più?” Domandai sfidandolo.
Aggrottò le sopracciglia. “A che gioco stai giocando, fighetta?” Mi chiese.
“Nessuno …” Risposi correggendo il tiro. “Nessuno. Ho solo capito che sono qui ormai … Tanto vale che me lo faccia andare bene, no?”. E intanto mi portai le dita sul culo e presi ad accarezzarmi il buchetto con movimenti circolari.
Lo sfintere bruciava per l’attrito notturno e intorno la pelle graffiata non s’era ancora chiusa.
“Che c’è … Hai fatto tanto per rimarcare la proprietà e adesso che mi arrendo è un problema?”
M’infilai l’indice e il medio su per il retto e cominciai a stantuffare.

Sahid era confuso.
Non capiva cosa stesse accadendo.
Venne verso di me e mi accarezzò come si accarezza un animale con le spine.
Seguì la linea dorsale e quando raggiunse la rosetta emise un soffio con la bocca e socchiuse gli occhi.
“È calda e bagnata, principessa”. Disse. La voce tremava come carta vetrata.
Posai il dorso delle dita sotto al suo ginocchio e risalii lentamente.
Sentivo la pelle d’oca attraverso la stoffa dei calzoni.
Quando raggiunsi la patta era talmente gonfia che pensai che avrebbe potuto strapparsi.
“Ti ricarichi presto”. Lo provocai. “Perché non vieni qua sotto … Come dico io però stavolta …”
Era ipnotizzato.
Scivolò dentro al letto ancora vestito, pesante come la piena di un fiume.
In fondo siamo due correnti che si uniscono, pensai.
Mi voltai verso di lui con difficoltà. Quel corpo ciclopico occupava tutto l’abitacolo.
Mentre spalancavo le gambe aprì la patta e liberò il sesso più grosso che avessi mai visto.
Per la prima volta lo prendevo durante il giorno. Era ancora più scuro e ancora più gonfio di quanto ricordassi.
Sahid avvicinò il suo viso al mio.
Mi soffiò addosso un respiro eccitato. Odorava del cibo della mensa, ma anche della carne di sua madre.
Rabbrividii.
Poi avvertii il glande che puntava contro l’ingresso delle mie viscere. Duro come ferro bruno.
Si fece strada tra le mucose in modo inaspettatamente delicato.
“Oggi sei stata buona, principessa”. Disse. “Vedrai che posso farti divertire”.
Salì fino all’ombelico.
Ce l’avevo tutto addosso.
Mi afferrò i polsi e li portò sopra alla testa.
Il suo torace aderì completamente al mio.
Era immobile. Solo il bacino oscillava come se fosse dotato di vita propria.

“Voglio starti solo un po' dentro”. Sussurrò. “Finisco stanotte”. La sua voce mi cadde nell’orecchio come metallo liquido.
Ho dentro un uomo che si è mangiato la madre, pensai.
“Adesso”. Risposi. “Vieni adesso”. Liberai le mani dalla presa e gli accarezzai la nuca, avvicinando le labbra alle sue. “Voglio che ti senti bene quando stai con me”.
Feci scorrere l’altra mano sul dorso del ragazzo, sotto la casacca cercai la pelle di velluto che ricordavo dalla notte precedente, l’accarezzai fino al dorso, lungo i lombi e afferrai a mala pena uno dei suoi glutei, premendolo con decisione verso di me.
Era caldo. Il volto imperlato di sudore.
“Vuoi che papà faccia forte?” Chiese ridendo.
Avvicinai le labbra alle sue e, ancora una volta, lo tirai tra le gambe.
Era la mia risposta.

L’uomo non si fece pregare.
Iniziò a colpirmi come se volesse sfondare la branda.
“Ti piace così puttana?”
Era teso. Capii che se non avesse temuto di essere scoperto si sarebbe abbattuto come un tornado.
“Mi fa impazzire”. Gemetti mentre distoglievo le dita dai glutei e le avvicinavo al bordo del letto. L’altro braccio stretto attorno alla nuca sudata del mostro.
“Mi stai facendo sentire i coglioni sul buco”. Gli soffiai nell’orecchio.
Il ragazzo iniziò a mugolare.
“Ti do il cazzo tutti i giorni” Diceva.
Mi sentivo annaspare. Frugavo tra le lenzuola come un epilettico ma non riuscivo a trovare il mio pugnale di plastica.
Poi un colpo deciso fece tremare il vetro dell’acquario.
Sahid si sflilò più veloce della luce e si richiuse l’uccello dentro alla divisa.
IL tessuto era ancora incredibilmente teso.
“Solo un fiato e sei morto”. Disse abbandonando i modi gentili di un secondo prima.
Feci appena in tempo a coprirmi col lenzuolo che il portale della cella scivolò di lato come stoffa.
Riconobbi gli occhi che la sera prima s’erano posati su di me.
Due lucciole nell’oscurità.
“Nulla capo … Nulla”. Rispose Sahid schioccando la lingua tra i denti. “Il nuovo si sente poco bene e gli stavo rimboccando le coperte …"
La guardia sorrise sornione.
Il volto pallido incorniciato dai riccioli rossi.
“Ammirevole”. Rispose compiacente.
Poi indicò il lenzuolo annodato ai piedi del letto. “Questo non può stare così".
"Va bene capo, va bene”. Rispose il mio compagno mentre scioglieva i nodi dell’alcova attorno allo scheletro di ferro.
Il puntale di plastica cadde per terra.
Un suono cristallino mi risuonò dentro come una detonazione.
“Che cazz …” Sbottò Sahid. “Ma si morse immediatamente la lingua”.
La guardia si piegò cupa e raccolse l’oggetto.
Ci fissò come se volesse incenerirci. “Questo lo prendo io”. Disse. “E la prossima volta che trovo qualcosa del genere qui dentro vi spedisco in isolamento”.
“Certamente capo …”. Replicò Sahid. “È che si era rotta mentre mangiavo e evidentemente mi è rimasta attaccata addosso”.
La sua voce era distratta.
Gli occhi due lacrime di petrolio piantate dentro alle mie.
“Qualcos’altro?” Aggiunse rivolgendosi al rosso.
“Si”. Rispose quello esitando.
“Ti prego non lasciarmi qui dentro, non lasciarmi qui dentro”. Avrei voluto urlare.
Poi proseguì: “Domani hai visite”. Disse, rivolgendosi a me. “Tuo figlio, Annibale”.
Il cuore saltò un battito.
“Puoi avere un colloquio privato o farlo entrare qui, nell’acquario. Il programma speciale lo prevede. I familiari si rendono conto di dove vivete”. Aggiunse. “Non devi deciderlo adesso … Pensaci, ce lo fai sapere domani stesso”.
Annuii.
Il nodo in gola era così stretto che le parole non uscivano.
Girai il capo verso Sahid. Lentamente, come se avessi paura di quello che potevo vedere.
Mi fissava. Il buio sul suo viso era completamente scomparso.
Le labbra dischiuse in un sorriso aperto mostravano una fila di denti bianchissimi e scintillanti.
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