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Il tormento di un padre-Era mio figlio-5-End
14.08.2025 |
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"Lo accompagnava lentamente alla punta e poi se lo ricacciava tra le cosce, fino infondo alle tonsille..."
Annibale s’era fatto un uomo ormai.I capelli ricci e lucenti, la pelle chiara come marmo e gli occhi dello stesso azzurro del mare in primavera.
L’ultima volta che ci eravamo visti avevamo fatto l’amore, prima che la polizia venisse a prendermi.
Quando me lo trovai davanti il cuore esplose di gioia.
Ci stringemmo a lungo. Posò la testa sul mio petto e scoppiò a piangere mentre gli riempivo la fronte di baci.
“Il mio ometto”. Mormoravo. “Il mio ometto”.
“Mi sei mancato, pà”. Disse lui singhiozzando. “Torna a casa ti prego”.
La Guardia coi capelli rossi ci fece firmare dei moduli.
In quella fogna funzionava così: se un familiare decide di entrare negli acquari, Capitalworld declina ogni responsabilità.
Se nuoti nella vasca degli squali te la sei andata a cercare.
“Quindi questa è la famosa prigione dei diritti umani”. Esclamò Annibale. “Fuori non si parla d’altro!”. Aggiunse. “Il Governatore sta basando tutta la campagna elettorale su questo nuovo modello rieducativo. Una società di vetro in cui tutti ti osservano e l’uomo controlla l’uomo per prevenire la violenza. Dovresti sentirlo. Sembra un invasato”.
Annuii, ma dentro urlavo: qui nessuno controlla nessuno. Ti spiano, e mentre lo fanno si sparano le seghe se qualcuno viene abusato.
“Ho un nuovo ragazzo”.
Sentii la lama della frase che si piantava nel petto. “Lavora nel penitenziario … Credo che faccia il giardiniere o qualcosa del genere. Non so se lo conosci! Da quando gli ho detto che ti hanno rinchiuso qui non fa raccontarmi degli acquari”.
Aveva uno sguardo triste.
“Credo sia il suo modo per farmi sentire che mi è vicino”.
“Un nuovo … ragazzo?”. Domandai con la voce scavata nella delusione.
Lui mi guardò senza capire. “Si … Uno con cui mi vedo”.
“Ma come … Io pensavo …”
Ma mi morsi la lingua.
Cosa avrebbe dovuto fare? Aspettare che uscissi di galera?
Almeno non è solo, mi dissi.
Del resto dovevo immaginarlo: con la voglia di cazzo che ha era assurdo pensare che si sarebbe conservato per me.
Non avevo dimenticato il modo in cui, quell’unica volta che eravamo stati insieme, m’aveva prosciugato lo scroto.
Lo sfintere che arpionava il sesso, si contraeva, sbucciava il prepuzio e risucchiava l’asta come una ventosa.
Dio mio, ho la minchia di ferro solo a pensarci.
Ero così preso dai racconti di Annibale che quasi dimenticai il pericolo, fino a che la Guardia non si avvicinò.
“Mostragli l’acquario”. Mi disse. “Fa parte del programma. È qui per questo”.
Provai a protestare ma fu mio figlio ad insistere.
“Ti prego, voglio vedere dove passi il tuo tempo”. Esclamò.
E non mi fu più possibile dirgli di no.
La porta della cella si aprì con un soffio dell’ingranaggio.
Era piccola, certo, ma era tutta di vetro: un gioiello trasparente agli occhi di un visitatore.
Aveva già attirato più volte l'attenzione di Capitalworld.
Sahid, come al solito, era in piedi davanti al lavello.
La canotta aderente a ogni muscolo e il cazzo esposto sotto l’acqua corrente.
“Che maniere”. Disse. La voce graffiava come pietra pomice. “Avvisami che abbiamo ospiti!"
Allungò la mano nella direzione di Annibale senza ricomporsi.
Mio figlio arrossì ma non distolse lo sguardo.
Ammirava senza pudore lo spettacolo di quell’uomo che lo accoglieva così, sfacciatamente nudo.
Il batacchio penzolava sopra i coglioni pesanti e attirava tutta la sua attenzione.
Iniziai a sudare freddo.
Le vene sulla tempia pulsavano come se stessero per esplodere.
“Va bene, andiamo …” Dissi afferrando il braccio di Annibale.
Ma qualcosa che avrei dovuto prevedere accadde.
“Prataioli, vieni con me”. La Guardia parlò alle mie spalle come se fosse sempre stata lì.
“C’è mio figlio”. Protestai, ma quello mi strattonò con forza.
“Torno subito”. Urlai. “Ehi fa piano … piano”.
Lo sguardo di Annibale mi seguiva mentre il ragazzo mi spingeva lungo l’emiciclo dell’acquario oltre una porta di ferro che dava su una rampa di scale buia e stretta.
Credevo non ci fosse nulla sopra gli acquari.
Il soffitto delle celle era l’unica parete non trasparente
“Dove mi stai portando”. Chiesi.
Ma quello puntò il manganello verso di me e m’intimò di salire.
Ciò che un detenuto era destinato a non vedere mai si aprì davanti ai miei occhi: la cabina di controllo.
Al centro una postazione informatica e, intorno, una rete ampia quanto tutto il penitenziario che correva sul pavimento di vetro.
Sotto i piedi, ignari di essere spiati, i miei compagni conducevano le loro solite esistenze.
Qualcuno fumava, qualcuno tirava coca, due si succhiavano il cazzo presi da un’eccitazione improvvisa.
Percorsi il locale alla ricerca del punto corrispondente al soffitto della mia cella. Poi, d’un tratto, mi sentii chiamare.
“Qua, principessa”. Il Guercio sedeva in terra con la schiena appoggiata alla rete.
Un’ombra appena riconoscibile.
“Ma che diavolo …?”
La Guardia si mise davanti al computer.
“Sta qua sotto tuo figlio ...” Insistette il detenuto, facendomi segno di raggiungerlo.
Quello che vidi attraverso il vetro mi gelò il sangue.
Annibale e Sahid erano seduti sullo stesso letto e la mano massiccia dell’uomo indugiava sulla gamba del ragazzo in un gesto che non lasciava spazio a fraintendimenti.
“Fatemi scendere”. Urlai furioso.
Il Guercio mi fissò col suo unico occhio e rise canzonatorio, mostrando la dentatura disordinata.
Poi scoccò le dita e si rivolse alla Guardia “Rosso, fai il miracolo!”
Il ragazzo armeggiò al terminale e la voce di mio figlio riempì la stanza.
“Quindi … hai mangiato tua madre?” Diceva Annibale con un tono a metà tra la curiosità e il disgusto. “ Che sapore aveva?”.
Sahid non sembrava affatto felice di rivangare il passato.
“Che razza di domanda è?” Ribattè irritato. Poi si ricompose e adottò un tono più calmo.
“Ormai sono qui”. Disse. “Sto pagando. E non è una passeggiata. Dicono che in questo posto si sta bene, ma la verità è che ci annoiamo a morte. Ci manca tutto: il cibo buono, la palestra, i libri, l’alcool …Neppure il caffè possiamo bere!”.
Annibale annuì “…e la figa”. Aggiunse allusivo.
La conversazione stava prendendo una piega sinistra.
Che stai facendo? Pensai pieno d’ansia.
Sahid rise di gusto. “Si, anche quella … Ah-ah-ah!”.
“Deve’ essere difficile”. Proseguì il ragazzo.
Pareva seriamente interessato al tema delle privazioni. “Io non ci riuscirei … A stare senza il cazzo, intendo”.
“Prataioli! Hai capito che troia tuo figlio …” Commentò il Guercio avvicinandosi col capo chino verso il pavimento.
“E infatti non ci riesco”. Confessò Sahid. “Non sai quanto mi manca ...”. E mentre parlava gli prese la mano delicatamente e se la portò tra le cosce. “Considera che sto sempre così”.
Mi sentii crollare dentro.
Mio figlio … no. Non di nuovo.
Sposta quella mano, cazzo. Spostala!
Ma Annibale non si sottrasse. Accostò le labbra all’orecchio dell’uomo e prese a mormorare parole incomprensibili.
“Che bestia …”. Udii. E poi: “Ma qui, si può …?”.
Intanto, per mantenere la connessione, apriva e chiudeva la mano sulla patta del maiale.
Sahid rovesciò la testa all’indietro e rivolse lo sguardo verso il soffitto.
Sapeva che li stavo osservando.
Figlio di puttana, urlai.
Poi inclinò il capo e puntò gli occhi dentro ai suoi: “L’hai mai preso un cazzo nero?” Disse.
Il suo gesto incendiò il ragazzo.
Non rispose, si inginocchiò tra le cosce del porco e gli aprì la patta.
L’uccello teso come ferro gli colpì la guancia.
Davanti al viso delicato di Annibale quel simbolo totemico mi parve ancora più imponente.
Mi inginocchiai e presi a sbattere i pugni contro la superficie.
“Fermati”. Urlai con tutto il fiato che avevo in gola. “Non lo fare!”.
Ma mio figlio non poteva sentirmi.
“È davvero … buono”. Disse Annibale.
La voce arrivava carica di eccitazione.
Il ragazzo era chino su Sahid e faceva scorrere la lingua lungo l’asta bruna dell'aguzzino.
Leccava i coglioni con gusto, attento a non trascurare neppure uno spazio, come se volesse lavarli, e percorreva l’uccello fino al glande.
“Guardate com’è bravo…” Sibilò l’uomo. La voce incrostata di crudeltà.
Serrò le dita sui capelli di mio figlio, come si afferra una cosa che non ha più volontà, e prese a muovere il capo a suo piacimento, senza dignità.
Lo accompagnava lentamente alla punta e poi se lo ricacciava tra le cosce, fino infondo alle tonsille.
La cagna emetteva gemiti striduli.
Aveva abbassato ogni difesa.
I pantaloni erano scesi a metà coscia e il corpo era offerto al pubblico di Capitalworld come carne da esporre.
Proprio come lo era stato il mio.
Il Guercio rideva, con la divisa stropicciata e la mano che si muoveva sotto la cintola. “Che scena, eh? Altro che i soliti giorni qui dentro...”
Sahid si alzò di colpo, con uno scatto che sembrava preludere a qualcosa di definitivo.
Trascinò con sé Annibale.
Estrasse la verga dalle fauci strabordanti di saliva e prese a schiaffeggiare le guance.
La scrofa era fuori controllo.
Mugolava come se non avesse mai visto un cazzo in vita sua.
“Ti prego, sfogati dietro di me”. Mormorava. “Non ne ho mai avuto uno così grosso”
E intanto gli accarezzava le cosce quasi che volesse levigarle.
Lo vidi accadere e non ero pronto a quello spettacolo.
Sahid prese mio figlio sul letto come un cacciatore che ha perso ogni parvenza di razionalità.
I movimenti erano rapidi, affamati, carichi di brutalità.
Il cazzo duro martellava il culo come se volesse sfondarlo.
La pianta del piede saldamente ancorata sulla faccia.
“Fottimi, ti prego. Fottimi!”.
Il porco era carico come un’arma.
“Che puttana … “. Urlò. “Sei proprio una puttana … E come sei largo, mmmmh! Tanti ne hai presi”.
“Si”. Rispose Annibale. “Ma come il tuo mai … Me lo sento dentro alla pancia, Cristo santo.”
“Se lo sapesse tuo padre …” Proruppe l’uomo mentre sbatteva il tallone sulla guancia di mio figlio.
Il ragazzo gli afferrò la caviglia e cominciò a leccarlo.
“Lo sa”. Mormorò. “Lo sa benissimo … Me l’ha messo pure lui …”
Sahid si fermò un istante, come se volesse conferma di quello che aveva sentito.
“Che cazzo stai dicendo …? Maurizio Prataioli … ? L’avvocato?”.
“Si”. Gemette la troia. “L’avvocato mi ha scopato … Hai capito bene”. Il suo viso era trasfigurato dal piacere.
Faceva scorrere la lingua tra le dita del maiale e se li ciucciava ad uno ad uno come se fossero caramelle.
Il Guercio mi guardò come si guarda un sacco di immondizia.
Aveva l’uccello completamente teso nella mano e stava per esplodere: “Fai schifo …” Mormorò soffiandomi in faccia.
Il Rosso, invece, rideva dietro il terminale.
La mia intimità, esposta come segreto morboso, eccitò il detenuto.
L’uomo piantò entrambe le cosce sulla branda inferiore e, appoggiando i gomiti sul materasso del piano di sopra, prese a montarsi Annibale come se fosse una giumenta.
Non c’era più limite.
Né verbale, né fisico.
Gli affondi erano pesanti come colpi d’ariete e la reazione di mio figlio sempre più scomposta.
La troia stava provando un piacere talmente inteso che vidi i suoi piedi tremare e le punte serrarsi per trattenere l’orgasmo.
“Ti prego sborrami in culo”. Mormorò appena. “Sto venendo senza neppure toccarmi …”
Quella confessione innocente influocò Sahid che non riusci' più a trattenersi.
Sollevò il volto verso il soffitto e, con gli occhi capovolti nel bianco dell'estasi, venne con un gemito profondo, quasi animalesco.
Il suono che emise non era pensato per l’altro, ma per chi osservava.
Il bastardo voleva che tutta Capitalworld fosse testimone del dominio assoluto che aveva esteso da me a mio figlio, senza soluzione di continuità.
Mi tennero rinchiuso in quella gabbia per un tempo che non saprei dire.
Potevano essere ore o giorni, non importava.
Ero distrutto.
Tutto il mio mondo si era sbriciolato sotto quella lastra di vetro.
Vidi Annibale stringere Sahid in un abbraccio, la testa posata sul suo petto, le dita che gli scorrevano sul torace come se cercassero conforto.
“Non lasciare che nessuno decida per te”. Gli sussurrava il demonio. “Nemmeno la tua famiglia. Io non l’ho mai permesso”.
“Cosa intendi?” Chiese Annibale, spaesato, ancora confuso dal piacere e dal senso sfuggente di quelle parole.
Ma l’uomo lo avvolse con dolcezza, gli sfiorò l’orecchio con le labbra e, mentre lo baciava piano, gli soffiò dentro qualcosa che non riuscii a cogliere.
Un veleno che non faceva rumore.
Annibale annuiva, colpito come se gli avessero appena svelato un segreto immenso.
Quando rientrò in cella sembrava già un’altra persona.
Distanza negli occhi, nei gesti, nelle parole.
Per tutto il giorno fu assente, vuoto, scollegato da me.
Ai miei tentativi di avvicinarmi non rispose.
Poi sparì.
Per quasi due mesi non lo vidi né ricevetti più sue notizie. Niente lettere. Niente telefonate.
Alla fine, un giorno, la sirena della prigione cominciò a suonare.
“Ne arriva uno nuovo”. Commentò il Guercio senza staccare gli occhi dal solito show del cazzo.
Il Rosso entrò scortando un ragazzo a capo chino.
"Ne ho sentito parlare. E' un mostro". Disse qualcuno.
Camminava lentamente, gli occhi fissi sul pavimento.
I capelli dorati come quelli di un angelo.
Lo fissai, come si guarda una lama che ti sta per colpire.
E, quando lui alzò lo sguardo, fu come se mi travolgesse un’onda.
I suoi occhi azzurri mi attraversarono con la forza di un’alluvione.
E il cuore esplose in un urlo di disperazione.
Era accaduto.
Il veleno di Sahid aveva attecchito.
Dio mio, che cosa ha fatto? Chiesi. Che cosa ha fatto?
Il nuovo non era un mostro.
Lo conoscevo bene.
Io stesso l'avevo generato.
Era mio figlio.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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