Gay & Bisex
Il vicino - 2
20.09.2025 |
5.257 |
6
"Lui la strinse delicatamente e, con un gesto carico di esitazione, se la portò tra le gambe..."
Sul divano dell’ingresso Danilo non era più il ragazzo esile di vent’anni prima.Alto e robusto, indossava un paio di calzoni corti dai quali spuntavano gambe spesse e pelose come se fossero coperte di erba bruna.
Con le cosce spalancate, mi sorrideva pieno di energia e sotto la cintola, esibiva un pacco tronfio d’ abbondanza. “Dovrebbe acquistare una taglia in più”. Pensai. “Sta straripando …”
Parlava con fervore e la sua passione era contagiosa.
Io invece non riuscivo a staccare gli occhi da quella protuberanza che non ricordavo così manifestamente prepotente.
“Ho pensato a te appena ho sentito della morte di tua madre”. Disse con voce morbida ma decisa. “Volevo telefonarti, ma non avevo il tuo numero e non sapevo come recuperarlo”.
Aveva un modo di fare schietto, quasi infantile.
Mi attirava come un vecchio neon potrebbe attirare una falena morente sicché ben presto, mentre ancora parlava a raffica, mi ritrovai seduto accanto a lui, con le ginocchia vicine alle sue e un calore improvviso che mi infuocava l’inguine.
“Era così orgogliosa di te, Edo”. Esclamò con tono nostalgico, accarezzandomi una gamba con un gesto lento e consolatorio. Il suo tocco mi trasmise piccole scariche di adrenalina. “Diceva a tutti che il figlio faceva l’avvocato in città”.
Avrei voluto stringerlo in un moto di gratitudine, ma allo stesso tempo mi sentivo punto.
Io, mia madre, l’avevo evitata come si evita un luogo in cui l’aria è pesante.
“Non siamo fatti della stessa pasta”. Ripetevo a chiunque mi chiedesse di lei. “Io libero, lei radicata come una quercia”.
Ma dentro di me sapevo che mi ero tenuto distante da quella donna per non soffrire e perché nei suoi occhi avrei trovato la stessa delusione che io per primo provavo per me stesso.
La delusione di ogni omosessuale.
Ero stato un debole, ma ora, varcata la soglia dei quarant’anni, non avevo più paura ad ammetterlo e riconoscevo di aver sprecato molte occasioni.
Troppe.
“Dio mio!” Proseguì Danilo mentre si sistemava i coglioni per l’ennesima volta. La rotondità dello scroto era evidenziata dal tessuto attillato. “Ma ci pensi che un tempo passavamo intere giornate insieme?”
Si guardava intorno come se stesse vagando dentro a un museo della memoria.
“Qui, proprio in questa stanza, abbiamo costruito un trenino enorme con i Lego. Ti ricordi? Per me eri più che un amico, Edo …” dichiarò. “E poi … non so che è successo …”
Mi strinse la mano nella sua e cercò una vicinanza che mi creava imbarazzo, nostalgia, eccitazione, confusione.
Non stava facendo una domanda; eppure, quella era una domanda.
Avrei voluto posare la testa sulle sue gambe.
Rispondere: “Non è successo niente”. E poi, piangendo, confessare: “Sono rimasto nascosto fino ad oggi”.
Tuttavia, vedendo che non proferivo verbo, Danilo riprese a parlare.
Era sposato con la figlia della fornaia.
“Elena, quella con due minne che fanno provincia, te la ricordi?”
Annuii. Si da quando era giovane era ossessionato dai seni duri delle donne. Più erano cadenti più lo entusiasmavano, come se fossero enormi grappoli d’uva o perle pesanti d’una collana.
Le sue giornate trascorrevano monotone tra l’odore di pane fresco al mattino, le corse per accompagnare i figli a scuola, il lavoro davanti al computer e una scopata silenziosa la domenica, quando andava bene.
“È un generale”. Disse. “Mi comanda a bacchetta! Decide pure quando posso sborrare”
Mi sorrise mostrando la fila di denti bianchissimi.
“Tu, piuttosto, che combini? Sei ancora single? Chissà quanto si chiava in città!” Chiese in tono cameratesco.
Rideva con un suono autentico e gutturale che mi rassicurava.
Poi, d’un tratto, si infilò la mano in tasca e prese a rimestare. La stoffa dei pantaloni seguì la linea dei genitali e aderì al cazzo come una seconda pelle.
Un fruscio di chiavi e monete rimbombò nell’aria carica d’attese.
Danilo estrasse un pezzo di carta piegato, tutto stropicciato e ingiallito dal tempo.
Lo aprì come si schiude un segreto, lo appoggiò sul gomito per stirarlo col palmo della mano e me lo porse.
Era una foto.
Sfocati, mescolati ai toni caldi del colore migrato ai lati della diapositiva e diluito in uno stagno di seppia, c’eravamo noi due in soffitta, sul letto dove ci eravamo scambiati il primo bacio.
L’uno con il braccio sulla spalla dell’altro.
Immortalati in un istante che dal passato era ritornato su quel divano.
“L’ho trovato un po' di tempo fa, mentre cercavo una vecchia grammatica per mio figlio … ormai neppure i testi scolastici li fanno più buoni”. Disse.
Lo guardai come si guarda un fantasma. Con gli occhi invasi dalle lacrime e un fiume di parole sospeso sulla punta della lingua.
Iniziai a tremare.
Lui mi accarezzò la guancia con una delicatezza che strideva con le dimensioni delle sue mani.
“Ehi”. Sussurrò. “Non fare così …”
L’argine crollò.
Scoppiai a piangere singhiozzando.
Perché me ne ero andato.
Per tutto il tempo perso.
Per il dolore che avevo dato a mia madre.
Per la sua morte.
Perché non ero più tornato al paese.
Perché avevo lasciato andare Danilo.
“Ho rovinato tutto”. La voce rotta arrivava da lontano, come se non fossi io a parlare.
“Scusami”. Ripetei. “Ho rovinato tutto”.
Lo pensavo davvero.
E non riuscivo più a fermarmi.
Fu in quell’istante che le sue labbra si posarono sulle mie, leggere, come per sigillare le crepe lasciate dalle lacrime.
“Calmati”. Sussurrò. “Non fare così …”
Il bacio di Danilo era calore fuso.
Scivolava lungo la gola e avvolgeva il cuore.
Di colpo avevo quindici anni e nella bocca sentivo il sapore dell’amore.
Lui era sullo stesso divano dove mia madre aveva passato gli ultimi anni.
L’intimità e la tenerezza del momento si palesarono come un dono: una benedizione che scendeva dalla casa stessa.
Un segno silenzioso da parte di chi mi aveva dato la vita e che approvava finalmente la mia felicità.
“Dio mio, quanto mi sei mancato”.
Danilo continuava a baciarmi, zampillando parole sussurrate quasi fosse fiume privo di argini. “Non vedevo l’ora che tornassi …”
La sua saliva aveva il sapore della menta fresca dell’orto e di erbe balsamiche.
La mano scivolò lungo il collo, sfiorò la spalla e, toccando il braccio nudo, raggiunse la mia. Avvertii un piccolo flusso elettrico sui polpastrelli.
Lui la strinse delicatamente e, con un gesto carico di esitazione, se la portò tra le gambe.
L’inguine era fuoco, si muoveva quasi fosse magma in ebollizione.
Danilo mi guidava in un movimento studiato di pressione e rilascio, morbido come se dovessi accarezzare una spugna asciutta.
Ero attirato verso la sua fisicità come una calamita dal ferro.
Mi parve addirittura di sentire un rumore proveniente dall’ingresso, ma lo liquidai come un fruscio trascurabile.
Il porco gemeva in modo scomposto, simile a un animale che sta per terminare l’ossigeno.
Tremava per l’emozione e fremeva ad ogni tocco.
L’erezione, dura come acciaio, cresceva potente, addirittura più grossa di quanto il gonfiore dei calzoni m’avesse fatto credere.
“Non posso aspettare un minuto di più”. Mi dissi. “Devo averlo”.
Vent’anni di attesa stavano letteralmente per esplodermi tra le dita.
Cercai la zip senza staccare la lingua dalla sua.
Avevo bisogno di succhiare quella minchia, sentire il sapore della nostra storia interrotta nella soffitta di casa sua.
La cappella impolverata di ricordi, il tronco solido come una radice, i testicoli gonfi come risacche di promesse tradite.
Mi parve di nuovo di avvertire un movimento in fondo al corridoio.
“Maledetta casa …”. Pensai.
Il mio amico prese a trafficare con la cerniera nel tentativo di aiutarmi a liberare il sesso.
La sua impazienza alimentava la mia.
Stava finalmente per sbottonarsi emettendo un sospiro di liberazione quando il suono giunse in modo distinto.
Le catene della zanzariera risuonarono cristalline contro le ante della porta di ferro e ,la fronte si imperlò di sudore.
Guardai Danilo come se qualcuno ci avesse colto in flagranza.
“È il vento, non ti fermare”. Mormorò.
Mi ricordai quello che mi aveva confessato: “Una scopata a settimana, quando va bene …”
“È strapieno”. Pensai.
Ero così eccitato che salivavo.
L’idea di svuotare il mio vicino mi esaltava come una troia.
“Me lo devi sbattere in culo”. Sussurrai mentre chiudevo il pugno sul glande.
Poi, d’un tratto, il rumore all’ingresso si fece nitido.
Quasi imprecai per il fastidio.
“È permesso? Edo … Edo, sei qui?” Una voce di donna si avvicinò lungo il corridoio della casa di mia madre.
“Non può essere”. Pensai, colto da un moto di panico.
Mi ripresi immediatamente, sorridendo della mia stessa ingenuità.
“È mia moglie, cazzo!” Esclamò Danilo mentre si staccava e cercava di ricomporsi.
Incrociò le gambe per nascondere l’erezione.
La donna che fece irruzione nella cucina era ancora la ragazza bassa e formosa che mi vendeva i tranci di pizza il giorno del mercato.
“Sei qui!” Disse distrattamente al marito, rivolgendomi il più sincero dei sorrisi.
“Elena …”
“È così bello vederti, Edo”. Mi interruppe. “Dio, non sai quanto m’è dispiaciuto per tua madre. È stata bene fino alla fine, però!” Concluse.
Poi, in modo asciutto, guardò Danilo: “Devo andare al forno, hai dimenticato? Resti tu con i bambini?”.
Sembrava una domanda, ma la sua voce non ammetteva repliche.
Mi tornarono in mente le parole che s’era fatto sfuggire poco prima: “È un generale. Mi comanda a bacchetta!”
Ridacchiai mentre lui scattava sull’attenti per obbedienza e senso di colpa.
“Mi dispiace interrompervi, ma sono in ritardissimo”. Si scusò Elena. “Ma perché non vieni a cena da noi stasera?” Propose, spingendo il coniuge verso l’uscita.
Lo guardai terrorizzato.
“Non ti aspettare nulla di che, ti avviso. Stacco tardi. Porto la pizza, ti va?”
Impiegai un attimo di troppo per rispondere.
“Ci vediamo alle otto, allora”. Concluse lei dall’ingresso.
Cercai le parole per declinare educatamente, ma loro avevano già superato la zanzariera.
“A dopo”. Urlò la donna dalla strada.
“A … a dopo”. Risposi in un sibilo, ma erano già troppo lontani per sentirmi.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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