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Gay & Bisex

Il tormento di un padre - La prigione - 1


di LuogoCaldo
07.08.2025    |    5.873    |    8 8.9
"Non ero nato per certe regole, ma capii in quell’istante che avrei dovuto impararle in fretta..."
Disclaimer:
Questo racconto, sviluppato in cinque episodi, rappresenta un sequel in senso lato della saga del 2022, da cui riprende personaggi e retroscena. Pur mantenendo riferimenti al materiale originale, la narrazione si sviluppa però su un piano del tutto autonomo, adottando toni e tematiche proprie di un genere pulp e fortemente disturbante.


Il penitenziario di massima sicurezza di Capitalworld si ergeva come un alveare di vetro su un fondale di acciaio.
Dall’esterno, pareva un centro congressi o un acquario monumentale in cui sfilavano uomini rotti invece di squali.
Nessuna sbarra.
Solo pannelli trasparenti che scorrevano silenziosi, inghiottendo chiunque ci finisse dentro.
Bastava un soffio del sistema di sicurezza e quelle lastre si chiudevano come sarcofagi.
Di notte, quando le luci azzurre si accendevano sul soffitto, le celle diventavano lanterne opache, piene di ombre che si muovevano a scatti.
Una passerella di ferro battuto correva al centro, sospesa su due piani di loculi come una ragnatela arrugginita.
Lì sotto si aprivano gli spazi comuni: divani color grigio piombo, sempre tiepidi di corpi sudati; televisori a muro che gracchiavano immagini in loop; tavoli da gioco su cui si consumavano piccole guerre.
Il Governatore sorrideva nei notiziari chiamandolo l’avanguardia della dignità umana.
Ma chi varcava quelle porte capiva in fretta che per restare vivo bisognava fare amicizia con qualcosa che abitava dietro le costole.
Qualcosa di sporco e famelico.

Io ci arrivai con le nocche ancora gonfie.
Il sangue di Iryl mi si era seccato tra le dita come resina nera.
Aveva diciott’anni o forse meno.
La stessa età di mio figlio Annibale.
Dopo un ultimo amplesso l’avevo lasciato sul ciglio della strada col suo sguardo di smeraldo che mi fissava dal buio, largo e tremante di paura.
Il ragazzo mi aveva rovinato la vita.
O così avevo pensato prima di scoprire che era stato usato a sua volta.
Per colpa sua avrei perso tutta la mia credibilità professionale. La mia posizione. E, soprattutto, avrei perso Annibale, il frutto dei miei lombi e la mia ossessione inconfessabile.
Il pubblico ministero era un amico.
Mi ricevette in un ufficio spoglio, una lampada al neon che faceva sfrigolare l’aria.
Mi guardò come si guarda un cane che ha morso un bambino.
“Maurizio…”. Esitò ma si corresse subito.
“Avvocato Prataioli.” Deglutì, la voce incrinata. “In considerazione della sua posizione, abbiamo deciso di destinarla a Capitalworld. È un esperimento sociale, ma… le offrirà vantaggi che altrove non avrebbe. Mi dispiace. Non posso aiutarla oltre.”
Lì compresi che nessun privilegio avrebbe tolto l’odore di colpa che mi seguiva.
Era un tanfo che non si lavava via.
Annuii, con la certezza che quella condanna non finiva in un fascicolo.
Mi si era cucita addosso come un rivestimento.

“Sveglia, biondo!”
La guardia premette un tasto accanto alla lastra trasparente. La porta scivolò di lato con un sospiro, come un animale che annusa.
Tra lenzuola tirate a lucido, un corpo nero e smisurato si stiracchiò, riempiendo la branda inferiore del letto a castello.
Il ragazzo si sollevò appena e i suoi occhi mi arpionarono con un riflesso spento.
“Chi cazzo sarebbe?” domandò senza cambiare tono.
“Il nuovo coinquilino.”
“Quello della TV?”
Le labbra del gigante si piegarono in un sorriso storto.
“Visto? Sei già una celebrità, bello.” Ridacchio' il mio accompagnatore.
Mi spinse dentro.
La soglia si richiuse dietro di me con un colpo secco.
“Comportatevi bene,” disse la guardia allontanandosi. “Fate amicizia.”

Si chiamava Sahid.
Era partito per le Maldive e il sistema elettrico aveva smesso di funzionare.
Gli avevano trovato pezzi di carne umana nel freezer.
Aveva sbranato la madre e conservato il padre per le feste, come se fosse un tacchino.
Il telegiornale ci aveva sguazzato per mesi. La follia esplosa tra giardini recintati e piscine riscaldate.
Una favola nera ambientata in un quartiere elegante, dove tutto sembrava più pulito.
Sahid si alzò.
La sua schiena toccò quasi il bordo superiore della cella.
L’avevano battezzato l’angelo caduto.
Era alto, solido come un armadio.
Le spalle larghe parevano scolpite.
La faccia aveva linee regolari e una strana grazia che rendeva più inquietante quel sorriso vuoto.
Il ventre era piatto, coperto da un velo di peli che calavano verso l’elastico degli slip, sparendo dentro alla stoffa tesa.
Là sotto si intuiva un rigonfio bestiale, come un'arma.
Non era il mio genere, eppure restai a fissarlo un battito di troppo.
Sahid se ne accorse.
Gli occhi gli si strinsero in un lampo.
“Sta’ a cuccia, bocconcino. Non ti scopo.” Sospirò.
“Non oggi, almeno.”
Afferrò un cuscino e me lo tirò contro lo stomaco.
“Tu dormi sotto.” La voce non ammetteva repliche. “Questo è il mio spazio. Io decido. Tu chiudi quella fogna e fai come dico. Chiaro?”
Annuii.
Non ero nato per certe regole, ma capii in quell’istante che avrei dovuto impararle in fretta.
O sparire.

Divenni il suo servo.
Gli lavavo la biancheria.
Tiravo su le lenzuola impregnate del suo odore.
Non dicevo niente quando si prendeva la libertà di rovistare tra le mie cose.
Una sera mi chiese di tagliargli le unghie dei piedi.
Non trovai la forza di negarglielo.
Avevo una paura bastarda di condividere quella cella con lui.
Quando lo sentivo russare, protetto dall’oscurità mi ritiravo sulla branda e lasciavo che i ricordi mi scavassero la carne.
Pensavo ad Annibale, alla sua pelle calda sotto le dita, al tempo che ci eravamo ripresi dopo la storia di Iryl.
Rivivevo quella promessa, appena un soffio, mentre le sirene si facevano più vicine.
“Mi dispiace lasciarti adesso,” avevo detto. “Ma papà tornerà presto.”
Nell’ombra le mani scivolavano dove non avrebbero dovuto.
Cercavo un’eco di quel legame, un sollievo.
E la testa si riempiva di immagini — il nostro appartamento in centro, le tende mosse da un vento leggero, la sua voce.

Una notte ero così preso dall’intensità dei ricordi che non mi resi conto che la branda sopra la mia s’era sgonfiata del peso del mio coinquilino.
“Che cazzo fai, ti stai segando?”
Non feci in tempo a tirarmi su le coperte.
Sahid saltò giù e si piantò davanti al mio materasso.
I suoi occhi ridevano.
“La signorina pensa alla figa…” Cominciò a dileggiarmi. “O al culo di una di quelle puttanelle che poi gonfiavi di botte?” Aggiunse cinico.
Tremavo come una foglia.
“Abbiamo tutti lo stesso problema qua dentro, tesoro.” Si abbassò la vita dei pantaloni ed estrasse il grosso membro dalle mutande.
Le mani presero a muoversi lente, un gesto sporco e studiato.
Poi si avvicinò.
L’odore del sesso era intenso.
Mi invase le narici come un profumo artificiale.
“Mettiti in ginocchio e apri la bocca.” La sua voce era piatta quasi che stesse chiedendo di passargli il sale.
Rimasi fermo.
Un istante troppo lungo.
Il colpo arrivò secco, uno schiaffo che mi fece bruciare la faccia.
“Hai capito o no che me lo devi ciucciare?”
“Mi scusi… mi scusi…”
Mi disposi ai piedi del letto e mi piegai.
Chiusi gli occhi.
Lasciai che mi usasse.
Era la prima volta che accoglievo il cazzo di un uomo.
Il gusto era amaro come la paura.
Dietro il vetro le luci di sorveglianza sembravano stelle morte sospese in un fondale nero.
“Usa la lingua. Così, brava… La punta sulla cappella. Si!”
La foga del toro montava.
I coglioni rimbalzavano pesanti contro le mie labbra.
Il membro era diventato un totem di carne, un obelisco avvolto in un fascio di vene pulsanti.
Chissà da quanto non si dedicava a quell’attività.
“Prendilo tutto, troia, prendilo… Succhiami il cazzo… Aaaaaah…” Continuava a dire.
Stantuffava così forte che alzai le mani per contenere la foga del bacino.
Lui le afferrò e se le portò sui glutei.
Il sedere era duro come il marmo e liscio come velluto.
“Bravo, toccami il culo.” Mi incitava.
Negli spazi intorno al nostro, gli occhi degli altri detenuti s’erano aperti come fari nella notte.
Erano tutti puntati su di me.
Le proboscidi pendevano tra le mani in modo osceno.
Tutti pronti a imbrattare i vetri dei loro loculi.
L’uccello di Sahid prese a gonfiarsi come se stesse respirando.
Per non perdere l’equilibrio, lo stallone si appoggiò alla traversa superiore del letto a castello e affondò la faccia dentro alle coperte per soffocarvi i gemiti.
Mi sbatteva il bacino contro la faccia, senza delicatezza, come se fosse una figa.
Ero in debito d’ossigeno. Dovevo sembrare cianotico e la saliva colava copiosa ai lati della bocca.
Poi, finalmente, accadde.
L’uomo mi afferrò per i capelli per tenermi fermo e sussurrò debolmente come se l’avessero appena ferito: “Sto venendo, amore, ecco, ti innaffio la gola. Aaaah, aaaaah…”
La bocca si riempì di un liquido denso che si mescolò alla vergogna e rimase invischiato come un groppo nella gola.
Passarono attimi infiniti prima che riuscissi a ingoiarlo.
“Brava, piccola.” commentò il toro.
Poi, ancora nudo, si voltò verso gli altri acquari, mi strattonò per i capelli vicino al vetro e mostrò ai compagni la mia testa in una mano e il cazzo molle nell’altra, come per proclamare il suo diritto di proprietà esclusiva.
Mi lasciò in ginocchio sul pavimento freddo della cella e se ne tornò sulla sua branda per sprofondare in un sonno senza interruzioni.
Non ebbi il coraggio di rialzarmi.
Avevo capito che non avrei mai potuto dire no.
Ogni notte Sahid sarebbe tornato e avrebbe preteso qualcosa di nuovo.
E ogni notte io, inchiodato alla paura, avrei dovuto dare tutto.
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