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Il tormento di un padre - So dove abita - 4
11.08.2025 |
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"Che il rosso era fuori dall’acquario che faceva oscillare la mano sotto la cintola..."
A Capital World il silenzio non svuotava: soffocava.Calava sul penitenziario denso e viscoso, simile a un sudario che copre senza dissolvere.
Il Guercio passò più volte dinanzi alla porta di vetro, poi allungò a Sahid il vassoio della cena e scomparve.
Non osai neppure domandare se mi fosse concesso andare a mangiare.
Nell’acquario, infatti, il silenzio si spezzava a tratti.
L’orologio ticchettava in modo irregolare e il suono delle lancette sembrava muovere da un fondale remoto.
Il mio compagno non aveva proferito parola dopo che la guardia s’era congedata.
Occupava il lavello e si dedicatva alla toletta.
I capelli.
Le ascelle.
Il cazzo grosso esposto in modo osceno su metà del lavandino.
Rideva attraverso lo specchio e ostentava la fila dei denti scintillanti.
La zuppa si freddava in terra.
Io pure tacevo.
Seduto sul letto fissavo il vuoto.
Il pensiero era rivolto ad Annibale, l’amore della mia vita, il fuoco dei miei lombi.
Sarebbe venuto a trovarmi il giorno dopo.
Come si svolgono le visite in questo posto di merda?
Avremmo potuto avere un po' di intimità?
“Puoi avere un colloquio privato o farlo entrare qui, nell’acquario. Il programma speciale lo prevede. I familiari si rendono conto di dove vivete”. Aveva detto la Guardia. “Non devi deciderlo adesso … Pensaci, ce lo fai sapere domani stesso”.
Io chiederò un incontro riservato, mi dissi.
Così ci lasceranno in pace, quei bastardi non devono neppure vederlo mio figlio.
Dio, quanto ho aspettato.
Potrò riabbracciarlo, sentire il suo odore, il profumo di casa che gli è rimasto addosso tra il collo e l’orecchio.
E forse … Se ci sarà occasione … Magari!
Ma intanto devo sopravvivere alla notte. Non è possibile che lo stronzo non abbia notato il coltello di plastica.
Stanotte me la farà pagare.
Un’ombra di terrore mi attraversò il viso.
Signore, ti prego, non proprio ora … Fa che almeno domani possa riuscire vedere Annibale, pregai. Solo un altro giorno, e poi posso anche morire.
Quando le luci si spensero nella prigione di massima sicurezza il sonno non venne.
L’emozione era troppo forte.
Scalpitavo.
All’altezza dello stomaco, poi, la fame mordeva insieme alla paura.
La sensazione che qualcosa potesse andare storto mi pesava addosso. Quasi faticavo a respirare quando le parole di Sahid rimbombarono nella cella come colpi di pistola.
“Domani lo fai venire qua”. Tuonò. La voce era un graffio.
Avevo ragione! Mi dissi. Sapevo che avrei dovuto aspettarmi quel tipo di pressione.
“Scordatelo”. Risposi facendo mostra di un coraggio che non avevo. “Non m’importa di morire. Annibale qui non entra, stai sicuro!”
La branda di sopra cigolò.
Il nero balzò in terra e venne a sdraiarsi accanto a me.
Era nudo, il suo corpo occupava quasi tutto il materasso. Emanava un odore acre, di sudore misto a tabacco.
Schiacciati contro la parete, la sua pelle dava fuoco alla mia.
Ero scomodo, respiravo odore di calce.
Nel tentativo di prendere ossigeno feci per trovare una posizione più confortevole ma lui non me lo permise. “Da quando stai dimagrendo sei ancora più attraente”. Rise.
E intanto mi abbassò i calzoni del pigiama spingendomi ancora più vicino al muro.
“S-a-h-i-d”.
Lesse accarezzando con la punta del dito le lettere che m’aveva tagliato addosso.
A voce alta.
Per farlo sentire a tutta Capitalworld.
Sahid aveva il cazzo duro.
Trafficava sulla branda senza temere di romperla.
“Adesso mi fai finire quello che ho iniziato”. Disse mentre, senza convenevoli, mi posava l’uccello contro lo sfintere.
Era la terza volta in due giorni che mi riservava quel trattamento.
Le mie viscere avevano preso la forma del suo corpo.
Lo ingoiarono come medicina.
Poi appoggiai le mani contro la superficie per evitare che il porco mi schiacciasse.
“Inarca la schiena”. Mi ordinò mentre mi conficcava le unghie nei fianchi.
E intanto prese a montare, incurante del rumore.
Lo lasciai fare.
Sapevo che i vetri del penitenziario si stavano appannando.
Che il rosso era fuori dall’acquario che faceva oscillare la mano sotto la cintola.
“Che chiavata” Mugolava. “Che chiavata”.
Aveva sollevato la coscia per farmi sentire l’ingombro dei coglioni che sbattevano contro il perineo.
Ha due palle gigantesche, pensai, sorpreso da quella sensazione tra le natiche .
Mi accarezzò il ventre e risalì fino ai capezzoli, ghermendo il petto come se fosse un seno.
Avvicinò le labbra all’ orecchio e vi rovesciò parole sciolte come lava.
“Ti stai facendo proprio … carina”. Disse ansimando. “E mi piace molto quando obbedisci”.
Gli offrii il sedere per dare fuoco al suo desiderio.
Volevo era che finisse il prima possibile.
Lui m’incalzò. “È per questo che domani farai venire tuo figlio qua, insieme a noi, e me lo presenterai”. Sentenziò. Era eccitato e soffiava come un gatto in calore. “Se solo ha il culo caldo come il tuo, amore … mmmh!”.
Avvertii un brivido lungo la schiena e la fronte si imperlò di sudore.
Annibale, l’unica cosa riuscita di tutta la mia esistenza, non finirà mai tra le mani di quest’animale, mi dissi.
S’è mangiato la madre e ha messo il padre in frigo per Natale, mai, mai!
“Sahid”. Risposi. “Ti prego! Accontentati di questo”.
La voce esitava in tono supplichevole.
Iniziai a muovermi sul suo cazzo per farlo sborrare. “Sarò il tuo schiavo, farò quello che vuoi. Ma ti scongiuro, tieni fuori mio figlio … Non lo farò entrare a visitare gli acquari. Non ho paura delle conseguenze”
Lui sorrise.
La mia disperazione lo accendeva.
“Che troia!” Mugolò divertito. “Mi ecciti quando fai il maschio. Un paparino amorevole con trenta centimetri di carne nel culo”.
Prese a spingere più forte.
Voleva farmi credere che mi puniva per la resistenza ma era chiaro che cercava l’orgasmo.
Mentre pompava mi afferrò i capelli e schiacciò il viso contro il muro.
Le grosse cosce erano tese, serrate attorno al bacino come tronchi morti.
“Cazzò, così mi rompi”. Gemetti.
Ma lui non si fermò.
Continuava a ficcare in preda a un attacco epilettico.
“Lui domani verrà qui”. Insistette ansimando.
Ogni colpo era un pugno dentro le budella. “E se non verrà le conseguenze non riguarderanno te. Hai capito o no, troia?”
Sbiancai.
Non è possibile, pensai, non è possibile.
È serio? Mi domandai.
“So dove abiti”. Aggiunse. “Dove abita, anzi”.
Era sul punto di esplodere.
Il cazzo, duro e febbrile, pulsava dentro di me come un cuore estraneo.
Ogni affondo bruciava e non sapevo più se per la rabbia o per lo sfregamento.
E se dicesse la verità? Dio mio… Annibale.
“O lo fai venire o non lo vedrai mai più”. Sputò e insieme alle parole mi morse la schiena, strappando carne come se avesse ancora fame.
Poi iniziò a tremare, identico alla notte precedente.
Restò teso un istante, sospeso sull’orlo, e infine assestò un colpo di reni che risalì fino all’intestino.
L’urlo gli esplose in gola e un fiotto incandescente mi incendiò le viscere.
“Aaaah… Aaaaa… Cazzo, sì! Che chiavata! Che chiavata!”
Rimase in quella posizione fintanto che il respiro non tornò normale.
Il sesso si ammorbidì e il seme scivolò abbondante tra le cosce, freddo e denso come latte materno.
Capitalworld sprofondò nel suo solito silenzio.
Dentro di me, però, un urlo di disperazione esplose con la forza di una detonazione.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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