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Gay & Bisex

Il tovagliolo umano


di femboyinesperto
11.09.2026    |    2.242    |    8 8.8
"Gli lecco le palle con più fervore, sentendo il sapore misto di noi due, sentendo il sudore, il peso, l'umiliazione perfetta..."
Entro dal portone e salgo le scale con calma. Non corro: se corro arrivo sudato, e se arrivo sudato poi mi vergogno di più... quindi dovrei correre?
Questo è il tipo di ragionamenti assurdi che fa il mio cervello quando sono in questo stato: pre-arrapato, pre-umiliato, già sottomesso prima ancora di bussare.

Alla porta respiro a fondo. Non è solo il cazzo che è duro: è tutto il corpo ad essere teso, in attesa. So già che quando uscirò di qui mi odierò. Lo so da ora. Ma in questo momento, con il pollice che preme il campanello, non riesco a pensare ad altro che a quanto ne ho bisogno.

Mi apre subito. Indossa jeans e maglietta. Anch'io. Per un attimo sembra un incontro tra amici. Poi i suoi occhi scendono, vedono l'ombra del mio inguine contro i pantaloni, e sorride.

"Entra."

Entro. L'appartamento è ordinato, anonimo. Non guardo in giro. Non ho il diritto di curiosare. Sono qui per essere usato, non per conoscere la sua vita.

"Allora" dice, appoggiandosi allo schienale di una sedia. "Ti spogli da solo o devo dirtelo io?"

Mi tolgo le scarpe e la maglietta, poi i pantaloni. Resto in boxer e calzini. Mi fermo. Non per imbarazzo, ma perché so che il momento in cui sarò completamente nudo sarà il punto di non ritorno.

"Continua."

Mi tolgo i calzini. Poi i boxer. Il mio cazzo salta fuori, già duro, gocciolante alla punta. Non mi tocco. Non posso. Se mi tocco viene subito, e se viene subito è finita. Il post-nut mi colpirebbe prima ancora di iniziare, e sarebbe terribile, un mix di disgusto e rimpianto che rovinerebbe tutto.

"Nudo come un verme" dice. Non è un insulto. È una constatazione. E io annuisco, perché è vero. Sono un verme, in piedi nel suo soggiorno, con il cazzo che punta verso l'alto e gocciola sul parquet.

"In ginocchio, verme."

Scendo e rispondo "Sissignore". Il pavimento è freddo. Da questa posizione guardo i suoi jeans, all'altezza dei miei occhi. Non si è ancora svestito. Questa è la prima umiliazione: io nudo, lui vestito. La disparità mi eccita così tanto che sento il nodo in gola, la voglia di venire che preme già.

"Parla solo se interpellato" dice. "Hai tre parole bonus. 'Grazie', 'per favore', e 'sì'. Usale con saggezza."

Annuisco. Non parlo. Devo stare attento.

Si alza. Si avvicina. Si ferma a un palmo dal mio viso. Non mi tocca ma sento il calore del suo corpo, sento l'odore dei jeans che ha indossato tutta la mattina. Non puzza. Ma non è saponato. È l'odore di un uomo, concentrato.

"Annusa" dice.

Avvicino il naso al suo inguine. Respiro. Il tessuto ha assorbito il calore, l'umidità, l'odore naturale. Non è sgradevole. È potente. Chiudo gli occhi e riempio i polmoni, sentendo il mio cazzo che pulsa senza essere toccato. Sto già gocciolando sul pavimento. Lo so senza guardare.

Si abbassa i pantaloni. Il cazzo esce, semi-eretto, pesante. Le palle sono gonfie, basse. L'odore cambia, diventa più intenso, più vicino.

"Puoi annusare le palle" dice. "Ma non toccare."

Obbedisco. Avvicino il viso, infilo il naso tra i suoi testicoli, respiro a fondo. La pelle è calda, ruvida. L'odore mi invade, mi stordisce. Il mio cazzo è duro, dolorante, pronto a esplodere. Devo concentrarmi su qualcosa, sui numeri, sui nomi dei giorni della settimana, per non venire. Non ancora. Non ora.

"Ti piace?" chiede.

"Sì" dico. Mi chiedo se conti come parola bonus... ma credo di no.

"Bravo."

Si allontana leggermente. Il cazzo ora è completamente eretto, puntato verso il mio viso. La punta è lucida di precum. Lo guardo, ipnotizzato. Voglio leccare, ma aspetto il permesso.

"Ti sbatto il cazzo in faccia" dice. Non è una domanda.

Lo fa. Mi colpisce la guancia sinistra. Poi la destra. Poi la fronte. Ogni volta sento il peso, il calore, la consistenza. L'odore del suo precum si mescola al mio sudore. Lui ride dicendo che mi sta timbrando. Sono umiliato, segnato, usato come oggetto. E il mio cazzo ne è felice, duro, gocciolante.

"Se vieni ora" dice, "diventi un problema. Perché poi sarai triste, vero? E io non voglio un sottomesso triste. Voglio un sottomesso che mi faccia venire, e poi magari piange. Ma dopo."

Annuisco. Ha ragione. Se vengo ora, è finita. La post-nut clarity mi colpirebbe e sarei inutile.

"Allora resisti" dice. "E apri la bocca."

Obbedisco. Prende la mia testa con entrambe le mani, mi guida verso il suo cazzo. Lo prendo in bocca. È grosso, mi riempie. Non faccio deepthroat, non posso, ma uso la lingua, le labbra. Il sapore è salato, metallico, maschile. Lui non si muove. Sono io che devo lavorare, che devo impegnarmi, che devo farlo godere.

"Guarda il tuo cazzo" dice.

Guardo giù. È durissimo, puntato verso l'alto, gocciola sul pavimento. Una pozza di precum si sta formando sotto di me.

"Gli piace così tanto" continua lui, la voce calma, quasi didascalica. "Ti piace così tanto essere il mio giocattolo che non si tocca nemmeno e sta per esplodere. Sei proprio portato a fare il sottomesso, eh?"

Non rispondo. Non posso. Ho la bocca piena. Ma annuisco leggermente, con gli occhi che lacrimano per lo sforzo di non venire.

Lui inizia a muovere i fianchi, lentamente. Mi scopa la bocca con calma, deciso. Non violento, ma inevitabile. Sono solo un buco caldo per il suo piacere. E questa consapevolezza, questa riduzione a oggetto, mi porta al limite.

"Resisti" dice, come se leggesse nei miei pensieri. "Se vieni prima di me, me ne fotto se diventi triste: ti sfotto e poi ti struscio il cazzo in faccia da moscio, per vedere che effetto ti fa."

La minaccia è perfetta. Mi fa paura, mi eccita, mi blocca l'orgasmo. Continuo a succhiare, a leccare, ad adorare. Le sue palle battono sul mio mento. L'odore è ovunque.

"Sono vicino" dice. "E tu? Stai per venire da solo, verme?"

Non rispondo. Sono concentrato a trattenere, a resistere. Il mio cazzo è dolorante, contratto, pronto a esplodere da un momento all'altro. Ma resisto. Devo resistere.

Lui accelera. Il cazzo si ingrossa in bocca. Poi sento il primo getto, caldo, denso. Ingoio, sento il sapore che si espande. Lui geme, stringe la mia testa, continua a spingere, a venire, a usare la mia bocca per il suo piacere.

Quando finisce di venire, non si sfila subito. Resta in bocca, semi-molle, pesante. Il sapore è cambiato, più amaro, più intenso. Lui afferra la mia testa con entrambe le mani e inizia a muovere i fianchi lentamente, pulendosi il cazzo sulla mia lingua, sulle mie guance, sul mio viso. Mi sfrega il residuo sulle guance come fosse un tovagliolo umano.

Poi si stacca. Il cazzo mi esce dalla bocca con un suono umido. Lui si gira e cammina verso la camera da letto, senza guardarmi.

"Mi hai fatto venire bene. Il bravo verme ora ha gli arti: mettiti a gattoni" dice.

Obbedisco. Mi metto a quattro zampe sul pavimento freddo e lo seguo. Il mio cazzo è ancora duro, puntato verso il basso, gocciolante. Le ginocchia mi fanno male sul legno, ma continuo. Lo raggiungo in camera.

"Supino" ordina.

Mi stendo sulla schiena sul tappeto accanto al letto. Guardo verso l'alto, verso di lui che mi sovrasta. Le sue palle sono umide, pendenti, coperte di una miscela della mia saliva e del suo sperma. Si abbassa sopra di me, si accovaccia, e le appoggia sul mio viso.

"Teabag" dice.

Le sento sulle guance, sul naso, sulle labbra. Sono pesanti, calde, umide, con l'odore concentrato del sesso appena consumato. Sono bagnate di me e di lui. Respiro con difficoltà, il viso sepolto sotto il suo scroto, e inspiro l'odore che mi stordisce. Le lecco, le bacio, le adoro mentre lui si appoggia completamente, schiacciandomi il viso con il suo peso.

"Anche a me viene la post-nut" dice, la voce calma dall'alto. Mi spiega: "Infatti in questo momento metterti le palle in bocca non mi eccita, ma mi diverte umiliarti. È solo sadismo, non sesso."

Le parole mi colpiscono più del peso delle sue palle. Lo so che è vero. Non ha il cazzo duro, non ha lo sguardo trance. È lucido, calmo, annoiato quasi. E proprio per questo è più degradante. Non è un animale in calore che mi usa. È un uomo che sceglie di umiliarmi perché si diverte a vedermi annaspare sotto le sue palle, vedermi leccare per obbedienza, non per passione. Il potere puro, freddo, assoluto.

Il mio cazzo però è durissimo. Più lui è freddo e distaccato, più io sono eccitato. Sono solo un oggetto per il suo divertimento sadico e questa consapevolezza mi porta al limite. Gli lecco le palle con più fervore, sentendo il sapore misto di noi due, sentendo il sudore, il peso, l'umiliazione perfetta.

Il tempo si dilata. Sono solo il suo tappeto umano, il suo oggetto da usare per passare il tempo mentre il suo cazzo si riposa. E io sono felice di essere questo. Il dolore alla mascella, il sudore, il mancare d'aria: tutto diventa piacere perché è esattamente quello che merito.

"Sul letto. Sdraiato."

Mi alzo, salgo sul letto, mi stendo sulla schiena. Il lenzuolo è fresco contro la mia pelle nuda. Il mio cazzo è durissimo, dolorante, puntato verso l'alto.

Lui si siede sul bordo, il cazzo ancora moscio ma puntato contro il mio viso.

"Prendilo" dice.

Obbedisco. Mi sollevo a gomiti, apro la bocca, e lo prendo di nuovo. La mascella mi fa male, un dolore sordo che pulsa, il sapore è intenso, salato, amaro, solo cazzo, solo lui. Sono felice. Il mio cazzo ne è felice, duro, pronto. Non penso al post-nut. Non penso a dopo. Penso solo al peso di lui in bocca, all'umiliazione perfetta.

"Resta così" dice. "Tienilo in bocca finché non mi ritorna duro."

Obbedisco. Il cazzo è un po' più duro, un po' più grosso, mi riempie la bocca in modo diverso, più pesante, più vulnerabile. La mascella mi fa male, un dolore sordo che si irradia dalle tempie. Non posso chiudere la bocca, non posso deglutire bene. Il sapore di lui è ovunque: sulla lingua, sulle gengive, in gola. Solo cazzo, solo il suo odore, il suo sapore, la sua presenza.

Lui mi guarda dall'alto, indifferente, mentre il suo sesso si rigonfia lentamente tra le mie labbra. Non mi tocca, non mi incoraggia. Sono solo un contenitore caldo, un oggetto per mantenere il suo piacere pronto. Non penso al post-nut. Non penso a dopo. In questo momento, con il suo cazzo che ritorna duro in bocca e il dolore alla mascella che mi ricorda esattamente dove sono, sono felice. Sono usato. Sono al mio posto.

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