Gay & Bisex
Qualcuno sta giardando. 2
27.03.2026 |
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"E proprio per questo, in qualche modo, sentiva che qualcuno lo stava facendo davvero..."
Il bar non aveva niente di interessante.Ed era proprio questo il problema.
Nessuna luce studiata, nessuna estetica da rubare, nessun angolo da trasformare in contenuto. Solo tavolini, bicchieri, conversazioni che iniziavano e finivano senza lasciare traccia.
Gian entrò e, per un attimo, si sentì fuori posto nel modo più onesto possibile.
Non c’era niente da interpretare lì.
Scelse un tavolo laterale. Non il migliore. Non il peggiore. Una via di mezzo che non gli apparteneva.
Si sedette. Aspettò.
Il telefono, sul tavolo, sembrava più vivo di tutto il resto.
Vibrò.
“Sei dentro.”
Non era una domanda.
Gian rispose:
“Sì.”
“Descrivi.”
Gian alzò lo sguardo. Una coppia che litigava piano, come se avessero paura di disturbare la propria fine. Un uomo da solo al bancone, con quella postura tipica di chi non sa più dove mettere le mani. Una cameriera veloce, neutra, quasi invisibile.
Scrisse:
“Non succede niente.”
Risposta:
“Meglio.”
Passarono minuti strani. Non vuoti, ma sospesi.
Gian si accorse che, senza volerlo, stava osservando davvero. Non per raccontare, non per trasformare. Solo… guardando.
E questo, per lui, era quasi indecente.
“C’è qualcuno che ti guarda?” arrivò.
Gian fece un mezzo sorriso.
“Non credo.”
Tre puntini.
“Controlla meglio.”
E lì successe una cosa minuscola, ma precisa.
Gian si raddrizzò appena. Non in modo teatrale, ma come quando senti qualcosa che non sai ancora nominare.
Scansionó il locale.
Non cercava qualcuno di bello. Né qualcuno di interessante.
Cercava… uno sguardo. E lo trovò.
Non subito. Non in modo evidente.
Un uomo seduto poco distante, niente di memorabile. Né particolarmente curato, né trascurato. Una presenza che, normalmente, Gian avrebbe archiviato in mezzo secondo.
Ma c’era qualcosa. Non lo stava fissando.
Stava… restando.
Come se Gian fosse entrato nel suo campo visivo e lì fosse rimasto, senza bisogno di fare altro.
Gian abbassò gli occhi, poi li rialzò.
Ancora lì.
Non uno sguardo invadente. Non una richiesta.
Una specie di attenzione calma, ostinata.
Il telefono vibrò.
“Lo hai trovato.”
Gian sentì qualcosa stringersi, ma non era disagio.
Era riconoscimento.
“Chi è?” scrisse.
Risposta:
“Non importa.”
Gian inspirò piano.
Per la prima volta, non aveva voglia di controllare la scena.
Non voleva trasformare quell’uomo in qualcosa di più interessante, né ridurlo a qualcosa di meno.
Lo lasciò essere.
E restò.
“Adesso non fare niente,” arrivò.
Gian sorrise appena.
Quella, per lui, era la richiesta più difficile di tutte.
Passarono secondi. O minuti. O qualcosa nel mezzo.
Lo sguardo tra loro non era continuo. Si sfiorava, si perdeva, tornava. Come una conversazione senza parole, ma con una grammatica precisa.
Nessuno dei due si muoveva davvero.
Eppure qualcosa stava succedendo.
“Cosa senti?” vibrò il telefono.
Gian ci pensò.
Non scrisse subito.
Perché, finalmente, non aveva una risposta pronta.
Poi digitò:
“Non sto cercando di piacere.”
Silenzio.
Poi:
“E quindi?”
Gian guardò di nuovo quell’uomo.
Per la prima volta, senza filtri.
“Sono più visibile.”
Questa volta i tre puntini durarono più a lungo del solito.
Poi arrivò:
“Adesso puoi andare.”
Gian rimase seduto ancora qualche secondo.
Non per obbedire.
Perché non voleva rompere subito quella cosa fragile che si era creata.
Poi si alzò. Pagò. Uscì.
Fuori, l’aria era diversa. O forse era lui.
Il telefono, di nuovo.
“Domani non scrivere.”
Gian sorrise, camminando senza una direzione precisa.
“E cosa faccio?”
Risposta:
“Niente.”
Pausa.
Poi:
“Vediamo cosa resta quando smetti.”
Gian infilò il telefono in tasca.
Per la prima volta, non aveva voglia di controllare se qualcuno lo stesse guardando.
E proprio per questo, in qualche modo, sentiva che qualcuno lo stava facendo davvero.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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