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Elena, mia moglie. Parte 2 -Giada-
24.07.2026 |
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"«Super etero» lo ripeteva quasi come un mantra, ridendo, ma dentro di sé sapeva che era anche un confine che lo rassicurava..."
Qualche settimana dopo il weekend in Puglia, Elena si trovava a Milano per un pomeriggio di commissioni. L’estate era ancora calda e la città vibrava di quel ritmo lento tipico di fine luglio, quando molti erano già in vacanza. Entrò in una piccola libreria nel Brera, un posto elegante e silenzioso con scaffali di legno scuro e l’odore di carta vecchia e cera per mobili.Dietro il bancone c’era Giada.
Quarantotto anni, portamento da donna che aveva imparato a muoversi nel mondo con grazia calcolata. Capelli castani con fili d’argento raccolti in uno chignon morbido, occhiali sottili dalla montatura dorata, un abito di lino beige che le cadeva addosso con naturale eleganza, sottolineando un seno pieno e fianchi morbidi ma controllati. Aveva una voce bassa, leggermente roca, di chi ha fumato poco ma vissuto molto.
«Posso aiutarla?» chiese con un sorriso che sembrava già conoscere la risposta.
Elena cercava un libro di fotografia erotica degli anni ’70. Giada inclinò leggermente la testa, come se quell’argomento le avesse acceso qualcosa negli occhi verdi-oro.
«Una scelta interessante. Venga, ho proprio quello che fa per lei.»
La guidò tra gli scaffali stretti. Il corridoio era così angusto che le loro braccia si sfiorarono più volte. Ogni volta Elena sentiva un piccolo brivido. Giada non si scostava. Anzi, sembrava rallentare apposta, lasciando che il suo profumo — un misto di vaniglia, legno di sandalo e qualcosa di più caldo, quasi animale — avvolgesse Elena.
Quando Giada si allungò verso lo scaffale più alto, il vestito le risalì leggermente sulle cosce. Elena non riuscì a non guardare la curva della gamba, la pelle ancora liscia, l’attaccatura del ginocchio. Immaginò di passarci la mano, lentamente, sentendo il calore.
Giada prese il volume e glielo porse. Le loro dita si toccarono di nuovo. Questa volta nessuna delle due ritrasse la mano subito.
«Lei ha l’aria di chi non cerca solo immagini,» mormorò Giada, la voce appena più bassa. «Cerca sensazioni.»
Elena arrossì, ma sostenne lo sguardo. «Forse.»
Rimasero lì, tra i libri, con il mondo fuori che sembrava lontanissimo. Giada aprì il volume su una pagina doppia: due donne nude, una più giovane distesa, l’altra più matura china su di lei, la bocca sul suo seno, una mano tra le gambe.
«Questa è una delle mie preferite,» disse Giada piano, quasi in un sussurro. «Guardi come la donna più grande sa esattamente cosa sta facendo. Nessuna fretta. Sa che il corpo di una donna va assaporato.»
Elena sentì il calore salirle dal basso ventre. Nella sua mente la scena cambiò: non erano più le due modelle del libro. Era lei, sdraiata su un divano di velluto nella libreria chiusa, e Giada sopra di lei. Le immaginò le dita eleganti di Giada che le slacciavano lentamente i bottoni della camicetta, scoprendo il reggiseno di pizzo chiaro. Immaginò quella bocca matura, esperta, che si chiudeva intorno a un capezzolo, succhiando con calma mentre la mano risaliva sotto la gonna.
Elena contrasse istintivamente i muscoli interni. Era già bagnata.
Giada sembrò percepire tutto. Chiuse il libro ma non lo rimise a posto. Invece, si avvicinò di un passo. I loro corpi quasi si toccavano.
«Sa,» disse con quel tono complice, «le donne come lei… hanno uno sguardo particolare. Come se portassero un segreto bello e un po’ pericoloso.»
Elena deglutì. Nella fantasia, Giada l’aveva già spinta delicatamente contro lo scaffale. Le aveva sollevato la gonna sui fianchi, si era inginocchiata con eleganza sul pavimento di legno antico, e ora le stava abbassando gli slip con una lentezza esasperante. Elena vedeva la testa di Giada tra le sue cosce, i capelli con i fili d’argento che le sfioravano la pelle. Sentiva la lingua calda, esperta, che tracciava cerchi lenti intorno al clitoride, poi scendeva più giù, assaporandola tutta, entrando appena dentro di lei per poi risalire. Giada non chiedeva. Sapeva. Leccava con una precisione quasi chirurgica, alternando pressione e leggerezza, mentre due dita la penetravano lentamente, curvandosi nel punto giusto.
Nella testa di Elena, Marco era lì, seduto in poltrona poco distante, lo sguardo scuro di eccitazione e possesso. Si toccava guardando la moglie che si perdeva nella bocca di un’altra donna, geloso e follemente eccitato allo stesso tempo.
Elena tornò alla realtà con il respiro corto. Giada la stava osservando con un mezzo sorriso, come se avesse seguito ogni fotogramma della fantasia.
«Le prendo il libro,» disse semplicemente. «E se un giorno volesse… approfondire la conversazione, la libreria chiude alle sette. Io resto spesso fino a tardi a riordinare.»
Non c’era stato nessun tocco esplicito. Nessun bacio. Solo sguardi, parole sospese e quell’atteggiamento complice, elegante, quasi aristocratico di Giada.
Elena uscì dalla libreria con il sacchetto in mano, le gambe instabili e le mutandine fradice. Nel taxi verso casa, chiuse gli occhi e lasciò che la fantasia continuasse: lei e Giada nel retro della libreria, corpi nudi tra pile di libri antichi, la bocca matura di Giada che la faceva venire in silenzio, mentre fuori passavano le luci della città.
Quando arrivò a casa, Marco era in cucina. Le bastò uno sguardo per capire che lui aveva già capito. Elena gli si avvicinò, lo baciò con fame e gli sussurrò all’orecchio:
«Ho incontrato una donna…»
Marco sorrise contro le sue labbra, già duro.
«Raccontami tutto.»
La porta socchiusa stava diventando sempre più aperta.
Marco aveva sempre pensato che la loro fedeltà fosse una fortezza inespugnabile. A trentasei anni si sentiva ancora l’uomo che Elena aveva scelto: solido, protettivo, virile. Il suo ruolo era chiaro: essere il centro del suo piacere, l’unico che la faceva tremare, l’unico che la possedeva. «Super etero» lo ripeteva quasi come un mantra, ridendo, ma dentro di sé sapeva che era anche un confine che lo rassicurava.
Fino a quella sera.
Quando Elena tornò dalla libreria e gli raccontò di Giada, Marco sentì qualcosa dentro di sé rompersi e ricomporsi contemporaneamente.
Erano finiti in camera da letto. Elena era seduta sul bordo del letto, ancora vestita, le guance arrossate. Lui era in piedi di fronte a lei, le braccia incrociate, il cuore che batteva troppo forte.
«…e mentre mi parlava, io immaginavo la sua bocca su di me,» confessò Elena a bassa voce, guardandolo negli occhi senza fuggire. «Non era solo desiderio. Era… preciso. Sapevo che lei avrebbe saputo esattamente come toccarmi.»
Marco deglutì. Il cazzo gli era diventato di marmo nei pantaloni. Non era solo eccitazione fisica. Era un nodo complesso: gelosia bruciante, orgoglio maschile ferito, e un’eccitazione oscura, profonda, che lo spaventava e lo attirava allo stesso tempo.
Si sedette accanto a lei. Le mise una mano sulla coscia, stringendo appena.
«Dimmi di più,» disse con voce roca. «Voglio sapere tutto quello che hai pensato.»
Elena gli descrisse la fantasia: Giada inginocchiata tra le sue gambe nella libreria, la lingua lenta ed esperta, le dita eleganti che la penetravano mentre lei cercava di non gemere. Marco ascoltava, il respiro pesante. Elena con la schiena contro gli scaffali, la gonna alzata, le mutandine abbassate alle caviglie. Giada, composta ed elegante anche mentre leccava la moglie di un altro uomo, che la guardava dal basso con quegli occhi maturi, sapienti. Vedeva Elena che cercava di trattenersi, le dita tra i capelli di Giada, i fianchi che si muovevano involontariamente verso quella bocca.
E lui… lui era lì, seduto in un angolo, a guardare.
Quell’immagine lo faceva impazzire. Sentiva una gelosia primitiva, quasi animale — quella è mia moglie — ma proprio quella gelosia si trasformava in un’eccitazione feroce. Vedere Elena abbandonarsi a un piacere che lui non poteva darle completamente, vedere il suo viso trasformarsi in qualcosa di selvaggio e libero, lo faceva sentire vivo come non mai.
«Ti eccita l’idea che io guardi?» le chiese, la mano che saliva sotto la gonna di Elena, trovandola fradicia.
«Sì,» sussurrò lei. «Voglio che tu veda quanto posso essere tua… anche quando sono di un’altra.»
Marco chiuse gli occhi un istante. Il suo ruolo stava cambiando. Non era più solo “l’uomo di Elena”. Stava diventando il guardiano del suo piacere, colui che aveva il potere di concederle o negarle quell’esperienza.
E quella responsabilità lo eccitava da morire.
Quella notte prese Elena con una passione quasi aggressiva. La mise a quattro zampe, la penetrò da dietro mentre le sussurrava all’orecchio:
«Immagina che Giada sia sotto di te. Che ti lecchi il clitoride mentre io ti scopo. Immagina la sua lingua che ti assaggia mentre senti il mio cazzo che ti riempie.»
Elena venne violentemente, stringendo le lenzuola. Marco la seguì poco dopo, ma dentro di sé sentiva che qualcosa era cambiato.
Nei giorni successivi, Marco si scoprì ossessionato. Al lavoro si ritrovava a fantasticare. Immaginava di organizzare l’incontro: lui che sceglieva il posto, lui che guardava da vicino, lui che decideva quando intervenire. Non voleva essere escluso. Voleva essere parte del gioco, ma dal suo ruolo: quello dell’uomo che possiede, che controlla, che alla fine reclama.
C’era paura, certo. Paura che Giada (o qualsiasi altra donna) desse ad Elena un tipo di intimità emotiva e sensuale che lui, per quanto bravo, non poteva replicare del tutto. Paura che quel “completamento” diventasse una crepa. Ma c’era anche una strana euforia: la possibilità di conoscere Elena in modo più profondo, di vederla intera, senza filtri. Di amarla in modo più complesso. Di essere più liberi.
Una sera, mentre erano sul divano, Marco le disse:
«Se succederà… voglio essere presente. Non nascosto. Voglio guardare. Voglio vederti perdere il controllo. E poi voglio prenderti io, mentre sei ancora scossa dal piacere che lei ti ha dato. Voglio sentirti ancora più bagnata, ancora più aperta… perché sai che alla fine torni da me.»
Elena lo baciò, commossa ed eccitata.
Marco aveva capito il suo nuovo ruolo: non più solo il compagno fedele e possessivo, ma il complice consapevole, il regista e lo spettatore privilegiato del risveglio sessuale di sua moglie. Un ruolo che lo terrorizzava e lo eccitava in egual misura.
E più lo accettava, più il desiderio diventava impossibile da ignorare.
La porta socchiusa non era più solo di Elena. Era diventata la loro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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