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Scambio di Coppia

La Servitù parte 1


di Xiqu
24.08.2025    |    3.133    |    0 9.8
"Il culo era veramente fantastico: non faticavo a immaginarlo sotto quei jeans attillatissimi..."
Li avevo notati subito, dal giorno stesso in cui si erano trasferiti in quella cazzo di mega villa in fondo alla nostra strada. Aveva cancelli dorati e un giardino che sembrava uscito da una rivista per ricconi.
Siamo una coppia sulla cinquantina, di quelle che non fanno girare la testa a nessuno.
Io, Giovanni, sono un impiegato con pochi capelli e una pancetta che mi ricorda ogni birra di troppo. Ho sogni sporchi che non ho mai confessato. Cazzo, passo le giornate a fantasticare su tette enormi che mi soffocano e una bocca calda che mi succhia il cazzo fino a farmi implorare. Ma nella vita reale mi accontento di una sega sotto la doccia.
Anna, la mia dolce metà, è minuta, con capelli mossi e un’eleganza da signora che mi fa ancora battere il cuore. Sembra la classica mogliettina che si eccita con un bacio sul collo e una carezza romantica. O almeno, così pensavo. Ma il nostro letto negli anni è diventato un deserto. È tenuto insieme da routine, risate e qualche rimpianto per le scopate che non ci siamo mai dati.
Loro, Sophie e Jean, erano di un altro pianeta. Sulla quarantina, forse meno, con quell’aria da francesi del cazzo che ti fanno sentire un povero stronzo. Molto alla moda, auto di lusso. Lui, sempre in completi sartoriali, con un ghigno che ti sfidava a guardarlo negli occhi.
Lei, una fottuta pantera con tacchi a spillo e curve che ti facevano venire voglia di inginocchiarti e leccarle i piedi. Aveva un sorriso che prometteva guai e una camminata che ti ipnotizzava il cazzo. A quanto pare, molto festaioli. Praticamente ogni weekend dalla loro villa arrivavano bassi che facevano tremare i vetri fino a notte fonda.
Ciò che mi faceva drizzare l’uccello era proprio lei. Sophie: alta, bionda, capelli lunghissimi, sempre elegantissima ma provocante. Aveva due tette enormi che sfidavano la gravità. Rifatte, certo, ma talmente bene che si integravano armoniosamente in quel corpo perfetto e sinuoso, nonostante la misura poco realistica.
Non era solo il suo corpo a stregarmi. Era quel modo di muoversi, come se il mondo le appartenesse. Mi faceva sentire piccolo, un signor nessuno che fantasticava su una dea. “Hai presente il colpo di fulmine, quello che ti fa perdere la testa per una donna al primo sguardo? Ecco. Io avevo il ‘colpo di cazzo’,” pensavo.
Ogni volta che Sophie passava davanti casa, con quel culo sodo che ancheggiava come una troia in calore nei leggings stretti, le sue tette enormi ballonzolavano a ogni passo. Sembrava volessero strapparle la maglietta. Quando si chinava a raccogliere la merda del suo cane, il mio uccello si drizzava come una spranga e schizzava da solo, senza bisogno di una sega. Era come se la mia cappella urlasse: “Quella figa è nata per farmi esplodere!”
Sophie era molto sulle sue, altera, riservata. Sembrava gentile, ma non incrociava lo sguardo e non salutava nessuno. La sua inaccessibilità la rendeva ancora più desiderabile. A volte, guardandola, mi chiedevo come fossi finito in questa vita. Un tempo sognavo di essere un artista, di viaggiare, ma poi il lavoro, le bollette, il mutuo.
Anna era il mio porto sicuro. Ma Sophie… lei era il mare in tempesta che non avevo mai avuto il coraggio di navigare. Così, mi rifugiavo nelle mie fantasie. Avevo pur bisogno di qualche attività per svuotare lo scroto!
Era ricorrente immaginare di incontrarla mentre portavo fuori la spazzatura e lei era a spasso con il cane.
Come nei migliori porno d’annata, senza apparente motivo, me la ritrovavo abbarbicata al cazzo. Mi segava e spompinava con quella bocca minuta. Ma ogni volta in modo diverso, sorprendente. Tanto da farmi sborrare in pochi istanti.
La mia fantasia preferita, però, prevedeva che ci incontrassimo casualmente mentre facevamo jogging. Io, alla vista di quelle enormi ma perfette tette che sobbalzavano a ogni passo, come se si muovessero al rallentatore, mi attardavo a osservarle.
Inciampavo e cadevo goffamente a terra. Lei, da brava sexy-crocerossina, interveniva prontamente per soccorrermi. Si metteva a cavalcioni su di me, ma invece di farmi la respirazione bocca a bocca, iniziava a segarmi e a pomparmi: Prima lentamente, poi, vedendo che non reagivo, con sempre più foga e profondità. Nessuna reazione.
Allora urlava: “Lo stiamo perdendo!” Ma, invece di farmi il massaggio cardiaco, si strappava una parte dei pants. Si sputava sulla mano e se la passava sulla figa scoperta per lubrificarla. Poi si infilava senza esitazione la mia verga, sbattendosi al ritmo di “mille, milleuno, milledue, milletre, millequattro, millecinque…”
Niente da fare. “Non reagisce! Proviamo con la stimolazione anale!” diceva. Senza esitare, si infilava due dita nella figa per raccogliere tutti i suoi umori. In maniera decisa, me le infilava dritte nel culo ancora vergine. “Ahhh!” urlavo io, rinvenendo. “Bene, lo abbiamo ripreso!” diceva soddisfatta ma concentrata.
“Ora cerco di stabilizzarlo,” aggiungeva, ricominciando a scappellarmi l’uccello. Inframezzava ogni cinque colpi una bella e gustosa succhiata di cappella. “OK, ora è stabile, ma chiamate un’ambulanza,” diceva. Era proprio una brava infermiera. Ci teneva ad assicurarsi che le mie condizioni rimanessero stabili fino all’arrivo dell’ambulanza. Non smetteva mai di segarmi e pompinarmi, nemmeno dopo che, involontariamente, le avevo sborrato in faccia.
Anzi, mi sorrideva, dicendo: “Non si preoccupi, può capitare, la pulisco io.” Non avendo nulla a portata di mano, non esitava a usare la lingua! Che fortuna avevo avuto. Senza questa infermiera fantastica e le sue tecniche di pronto soccorso, sconosciute in Italia, sarei sicuramente morto.
E, in effetti, risvegliandomi dalla fantasia, ero quasi morto. Sfiancato dalla monumentale sega che mi ero sparato. Mi restava solo da ripulire il pavimento dagli schizzi di sborra. Le fantasie erano così appaganti che avevo rinunciato a conoscerla davvero.
Sophie viveva nel mio mondo immaginario, dove potevo evocarla a piacimento in ogni momento.
Con Lei esploravo ogni possibile pratica sessuale, certo che lei avrebbe accettato. Ma il motivo principale era un altro. Se l’avessi approcciata e fossi stato respinto, le mie fantasie sarebbero rimaste vivide o si sarebbero sciolte come neve al sole? Uscire dalla comfort zone era pericoloso: non si poteva tornare indietro. Visto che davo per scontato di non avere chance di fare colpo su Sophie, il rischio di perderla anche nei miei sogni era troppo alto per rischiare.
Eppure, una parte di me si sentiva patetica. Un cinquantenne che si masturbava fantasticando su una sconosciuta invece di affrontare la realtà. Ma cosa potevo fare? Anna non mi desiderava più. E non avevo il coraggio di chiederle perché.
Ma, un tardo pomeriggio di inizio dicembre, il marito – seppi dopo che si chiamava Jean – suonò al mio campanello. Doveva propormi un affare. Onestamente mi stava sul cazzo, e l’avrei mandato affanculo. Ma non potevo farmi scappare l’occasione di vedere da vicino quel gran pezzo di figa. Concordammo di vederci il giorno successivo, verso le 18:00.
Mi assicurai che la moglie fosse presente, anche se la domanda non aveva senso. In effetti, lo sapevo da me: Sophie, a quell’ora, stava facendo jogging. Ma io stavo già fantasticando su quell’incontro. Quando lo salutai e chiusi la porta, il cazzo mi gocciolava già.
Per l’incontro, mi tirai a lucido, come se fossi stato invitato a una serata di gala. Il completo di Armani acquistato qualche anno prima, il gel nei capelli e tutto quel profumo erano forse fuori luogo. Ma non potevo rischiare che quella gran figa di Sophie non mi notasse. Alle 18:00 spaccate, ero già con il dito sul campanello del loro cancello. Mi aprirono subito, senza accertarsi di chi fossi.
Un paio di minuti per attraversare il grande parco secolare. Salita l’imponente scalinata bianca, arrivai all’ingresso. Mi ero immaginato che mi avrebbe accolto lei, coperta solo da una vestaglia di seta nera trasparente. Che copriva a stento una guepiere, sempre nera. Scusandosi perché il marito era rimasto bloccato nel traffico per un incidente, avrebbe tardato almeno un’ora. Nel frattempo, per scusarsi, mi avrebbe seviziato e spompinato il cazzo per tutta l’attesa.
Quando, nella realtà, mi aprì Jean, rimasi molto deluso, ovviamente senza motivo. Jean mi chiese di seguirlo nel suo studio al piano di sopra. La villa era bellissima: soffitti alti, scalone a vista… Fantastica! Sul tavolo aveva già i disegni. Mi spiegò che avrebbe bisogno di creare un ingresso secondario:
Per fare questo doveva acquistare o ottenere una servitù di passaggio sulla nostra proprietà. Ma la strada avrebbe tagliato in due la porzione di terreno sul retro di casa nostra, ora prevalentemente adibito a orto. Ciò lo avrebbe reso praticamente inutilizzabile. Nonostante l’offerta economica molto generosa, espressi le mie perplessità. anche se la mia mente era più che altro impegnata a fantasticare sulle infinite modalità in cui avrei voluto scopare, inculare, leccare, succhiare, strizzare sua moglie.
Mentre stavamo valutando i pro e i contro di altre soluzioni, Sophie entrò nella stanza. Fu una visione. Indossava una tuta da jogging fluo, fascia sui capelli, una maglietta corta che lasciava scoperta la pancia tutta bagnata di sudore. Sembrava muoversi al rallentatore, ancheggiando e sbattendo i capelli a destra e sinistra. Il seno saltellava voluttuosamente a ogni passo, facendomi indurire il cazzo nei pantaloni.
“Non hai offerto nemmeno un caffè,” sgridò il marito con la sua voce celestiale, che mi resi conto non avevo mai sentito. Odio il caffè, ma all’idea di potermi trovare a pochi centimetri da quella figa stratosferica e dal suo respiro, accettai di buon grado. Mentre usciva rapida dalla stanza, non potei non notare i suoi glutei sodi ma pronunciati, perfettamente rotondi. Che avesse rifatto anche quelli?
Ma, soprattutto, mi rapì la sua camminata voluttuosa e sensuale, che non avevo mai notato durante i miei appostamenti. Che mi stesse lanciando un messaggio? “Ma no! Ti è andato in pappa il cervello!” mi dissi. Fino a cinque secondi fa, non sapeva nemmeno che esistessi!
Tornò dopo poco con tre caffè fumanti. Mi si avvicinò al punto che potevo sentire il suo odore quando mi chiese con voce angelica: “Quante zollette?” Ero in estasi, ma mi ripresi. Pensando che fosse da maschio alfa bere il caffè amaro, dissi con supponenza: “Nessuna, grazie.”
Valutammo con Jean qualche altra ipotesi che risolvesse il suo problema senza danneggiare troppo noi. Mi congedai, dicendo che non vedevo molte possibilità. Ma che comunque ne avrei parlato con mia moglie e fatto sapere nei giorni successivi. Dopo averla salutata calorosamente, non riuscivo a staccare lo sguardo dal corpo di quella grandissima figa di Sophie. Jean, che mi accompagnava alla porta, lo notò.
La sera successiva, inaspettatamente, suonò alla mia porta. Si scusò: non voleva sollecitare una risposta. Ma solo aggiornarmi sul fatto che alcune ipotesi che avevamo vagliato non erano percorribili. Sophie gli aveva suggerito di acquistare la porzione di terreno che sarebbe rimasta orfana. Così, raddoppiava la sua già generosa offerta.
Ringraziai, obiettando che non era questione di cifra. Ma che comunque avremmo valutato la sua nuova proposta. La cifra era interessante, ma i soldi fondamentalmente non ci servivano. Il mio pensiero correva alle tette di Sophie. Rifiutare la loro offerta avrebbe sicuramente azzerato le già minime possibilità di frequentare quella dea che tanto mi faceva sborrare. Ma, soprattutto temevo di farla svanire anche dalle mie fantasie.
Dopo qualche giorno, Jean mi chiamò, scusandosi per il poco preavviso. Mi chiese di raggiungerlo, possibilmente subito, perché doveva trovare una soluzione a brevissimo. Voleva sottopormi una nuova proposta. Anna era decisamente contraria, e avrei potuto comunicargli il no telefonicamente. Ma l’idea di incontrare almeno un’altra volta quella gran figa di Sophie mi fece accettare l’invito immediatamente.
Non so perché, attraversando il parco, pensavo nuovamente che mi avrebbe aperto lei in lingerie, questa volta bianca. Ma, ovviamente, fu Jean ad aprire. Nuovamente, e immotivatamente, deluso, lo seguii nello studio per discutere la nuova proposta.
Fu subito diretto, in un modo che non mi aspettavo. “Ascolta,” disse, “gioco a carte scoperte: ho assoluto bisogno di quella strada. Se, oltre alla cifra che ti ho proposto, ti faccio scopare mia moglie… possiamo chiudere?”
Rimasi (piacevolmente) sorpreso dalla proposta. Il cazzo mi si irrigidì immediatamente anche se, ufficialmente, mi sentii offeso dall’indecenza della proposta stessa. Balbettai: “Io sono una persona seria e non avrei mai nemmeno sognato di scopare tua moglie.” Anche se, in effetti, era quello che sognavo più volte al giorno da oltre sei mesi.
“Guarda che ho visto come la guardavi durante il nostro primo incontro,” disse. Imbarazzatissimo, farfugliai: “Beh, no, era solo per educazione.” “Tranquillo,” disse, “non sei l’unico. Anzi, mi meraviglio e quasi mi offendo se qualcuno non si gira: ci ho fatto l’abitudine.” “No, no, ma poi non saprei come comportarmi, e sicuramente lei non è attratta da me,” obiettai, con sempre meno convinzione: Implicitamente avevo già accettato.
“Non preoccuparti", disse: "Nel caso, sarà un mio problema convincerla e creare l’occasione ‘casuale’ per la migliore scopata della tua vita. Sbaglio, o queste sono le tue ultime cartucce?” disse. “Ma no, dai, ci ho fatto giusto due parole finora… come potrei, di punto in bianco, prenderla e scoparla?” dissi. Il tono tradiva il fatto che nemmeno io credevo alle mie parole. La mia mente fantasticava su come avrei potuto mettere il mio cazzo nella sua figa pregna di umori.
“Che le dico? ‘Buonasera, Signora, mi presta la figa 5 minuti? Gliela riempio di sborra e gliela restituisco’?” “Ma dai, non regge… io sono timido,” ribattei. “OK, aggiungo al pacchetto anche tre incontri ‘fortuiti’ per sciogliere il ghiaccio. Ci stai?” mi incalzò. “Beh… così su due piedi… mi stai prendendo per la gola, eh,” dissi. “Eh, no, ti sto prendendo per l’uccello!” ribatté, sorridendo.
Quando, nella mia mente, l’accordo era già firmato con il sangue, trasalii: “E mia moglie? Cosa le dico per farle cambiare idea, e come giustifico il mio repentino cambio di parere?” “Non ce la farò mai!” dissi. Tristissimo, quella iper-mega-ultra-scopata che da mesi immaginavo in solitudine, e che per un attimo era sembrata concretizzarsi, stava nuovamente dissolvendosi.
Jean non si perse d’animo e iniziò a chiedermi informazioni su mia moglie e sul perché fosse contraria. Gli spiegai che i motivi erano semplici e gli stessi che avevo espresso nel nostro primo incontro. Per quello sarebbe stato impossibile farle cambiare idea. Mi chiese: “La conosco?” “Boh… se non lo sai tu,” ribattei. Provai a descrivergliela: donna minuta, con i capelli lunghi mossi, poco appariscente, timida ed introversa, dolce ma razionale e decisa, più di quanto sembrerebbe a prima vista.
“Hm…” disse. “Non penso di averla mai incontrata…”
“Ma sì, adesso che ci penso, l’hai già vista sicuramente. È la maître del ristorante Auberge des Étoiles, mi ha accennato che siete clienti assidui.”
“Ah, è lei? Complimenti! Sì, sì, ora ricordo: donna minuta con grande personalità, charme e molto, molto sensuale e simpatica.” Sensuale? Anna? pensai. Forse l’aveva confusa con la titolare, quella si era un'altra gran Figa, ma il mio pensiero tornò subito a fantasticare di Sophie, che nel frattempo si era seduta di fronte a me.
Non riuscivo a distogliere lo sguardo. “Sì, ceniamo spesso lì. La proprietaria è una mia vecchia compagna di scuola,” precisò Jean. “Allora è tutto OK,” disse con aria soddisfatta. “Tutto cosa? Mia moglie è fermamente contraria!”
“Ci penso io. Tu non dire nulla a tua moglie, dammi qualche giorno… ma consideralo un problema risolto,” sentenziò.
“Ma come pensi di fare?” lo incalzai.
“Eh, eh… ognuno ha le sue armi. Fidati. Anzi, per dimostrarti che sono sicuro di quello che dico, tieniti libero per lunedì pomeriggio: ti organizzo il primo incontro con Sophie.” Bastardo… sapeva quali corde toccare per soggiogarmi completamente.
Un paio di giorni dopo, mentre pensavo a cosa dire e fare durante l’incontro con quella gran figa di Sophie, Anna iniziò un discorso che non mi aspettavo. “Sai, parlando con Annie, la cuoca anziana, ho realizzato che, con il passare dell’età, gestire l’orto diventerebbe ogni anno più faticoso,” disse. “Invece, un ascensore per passare dal garage al piano interrato fino al primo piano sarebbe sempre più utile.”
La guardai, sorpreso. Anna non era tipo da cambiare idea così, a meno che non ci avesse rimuginato per giorni. Era pragmatica, calcolatrice, e quella proposta sembrava il frutto di una riflessione che non mi aveva condiviso.
Ero certo ci fosse lo zampino di Jean in tutto questo. Per non tradirmi, fui (formalmente) inflessibile. “Ma no, dai, non ha senso accettare la proposta: vorrebbe dire rinunciare a tutta la frutta e verdura che produciamo ogni anno,” dissi. “Ma, se non sei più convinta… parliamone,” aggiunsi, per non chiudere completamente la porta. Facevo in modo che sembrasse una sua scelta.
Il lunedì si avvicinava, e io fremevo sempre più all’idea dell’incontro con quella figa-da-sborrata-istantanea di Sophie. Ero sempre più agitato, perché non sapevo da dove cominciare. Cosa le avrei detto, di cosa avrei parlato… ero in palla totale. Jean mi venne insperatamente in aiuto, mandandomi un WhatsApp striminzito ma sufficiente: “Pronto per lunedì alle 18? A lei piace parlare di astronomia.”
Bene, ora avevo un argomento. Iniziai a documentarmi. Ma, dopo una giornata spesa a imparare a memoria tutti i segni zodiacali, inclusi gli ascendenti, compresi che astronomia e astrologia non erano proprio sinonimi. Dovevo cancellare tutto e ripartire da capo!
Finalmente arrivarono le 18:00 di lunedì. Ero già davanti al cancello, ma tremavo tutto. Non ce la facevo… tornai indietro, feci quattro passi, mi fermai. “Ma no, mi sta aspettando…” Tornai verso il cancello, mi fermai di nuovo. “Ma di astronomia non so un cazzo! Che figuraccia faccio?” Tornai indietro, mi fermai nuovamente e pensai: “Ormai l’accordo l’ho fatto. Se non vado, perdo il terreno e la scopata.” Scomparsi tutti i dubbi: “Vado!”
Suonai al campanello. “Chi è?” rispose lei. “Buonasera, sono Giovanni,” dissi. Il cancello si aprì. Non resistevo, attraversai il parco di corsa, poi rallentai: non volevo arrivare alla porta con il fiatone.
Stavo arrivando, la intravidi dietro una porta del salone che dava sulla scalinata che mi attendeva. Il cuore mi salì in gola. Ero arrivato: tra un secondo, avrei potuto toccarle la mano. Le gambe quasi mi cedevano salendo la scalinata.
Mi aprì. “Buonasera,” disse con voce suadente e un sorriso dolcissimo: Aveva calato quella maschera che solitamente indossava quando usciva per strada, ma che aveva mantenuto nell’incontro di qualche giorno prima. Occhi verdi, leggermente a mandorla da cerbiatta, pelle dorata naturale, i capelli raccolti. Un paio di jeans attillati che evidenziavano un fondoschiena perfetto, due gambe lunghissime con un paio di stivali neri che la facevano sovrastare di una decina di centimetri.
Un maglione a girocollo bianco di lana, molto spesso, non riusciva a nascondere, anzi, evidenziava il seno prosperoso e i capezzoli turgidi. Mi fece fremere e indurire il cazzo all’istante. Il suo cambio di atteggiamento mi stregò.
Ora non era più la dea irraggiungibile, ma la vicina di casa strafiga che potevi sperare di scoparti, magari in piedi sul pianerottolo. Il mio cazzo si gonfiò ancora di più: lo sentivo premere contro i pantaloni. Mi curvai un poco, giusto per arretrare le gambe: non volevo che, vista la vicinanza, sbattesse casualmente sul mio cazzo teso.
Ma le sue prime parole mi sgonfiarono peggio di un preservativo bucato. “Jean mi ha detto che lei è uno dei più illustri studiosi di astronomia della regione,” disse. “Professore? Io?” dissi tra me e me. Ma che cazzo si è inventato quello stronzo? Se non ho nemmeno finito il liceo e fino a due giorni fa scambiavo astronomia e astrologia… Mi sa che questa grandissima figa mi sgama in un minuto, e poi la sua figa la vedo col binocolo.
Lei mi venne in aiuto, chiedendo: “Mi dica, prof, di quale interessantissimo progetto si sta occupando in questo momento?” Da maiale quale ero, avrei voluto rispondere che stavo cercando di capire come fosse possibile trovarmi a così poca distanza dal più bel buco nero mai incontrato in vita mia, e, nonostante la grandissima attrazione (gravitazionale), il mio cazzo non ci fosse ancora caduto dentro in un viaggio senza ritorno. Ma realizzai che avrebbe fatto saltare tutta la “copertura”.
Provai a stordirla con una delle supercazzole che mi ero studiato a memoria, da usare in caso di difficoltà. “In questo momento, stiamo analizzando le anomalie orbitali negli oggetti transnettuniani, dalla fascia di Kuiper fino alla nube di Oort, alla ricerca di conferme dell’esistenza del Pianeta 9,” dissi.
Non riuscivo a distogliere gli occhi da quel seno gonfio e turgido, che lei non smetteva di far saltellare. Se ne accorse, sorrise, portandosi la mano alla bocca, quasi a scusarsi. Ma era più forte di lei: dopo pochi secondi, ricominciò a farlo ballonzolare, forse più forte di prima.
I muscoli della prostata mi si irrigidivano, come se stessi per sborrare. In effetti, qualcosa era uscito: sentivo distintamente bagnato nelle mutande. “Oh, fantastico! Ma io sono un’astronoma dilettante: quell’argomento è molto oltre le mie conoscenze,” disse. “A me piace guardare le stelle, riconoscerle, conoscere le loro caratteristiche e soprattutto le dimensioni: alcune sono veramente enormi.”
“Pensi che sono arrivata all’astronomia interessandomi di astrologia” continuò. “Pensavo fossero la stessa cosa, ma quando ho scoperto che l’astrologia non aveva basi scientifiche, ad esempio non tiene conto della precessione degli equinozi, mi sono buttata sull’astronomia.”
“Comprendo,” risposi. “In effetti, guardare le stelle è molto più romantico che fare analisi sulle traiettorie di centinaia di migliaia di oggetti vaganti per il nostro sistema solare.” Cercavo di cambiare argomento. “Ma la vostra villa è veramente favolosa. Già quel poco che ho visto durante la mia precedente visita ha dell’incredibile,” dissi. “Davvero le piace? È una villa del ’700, costruita da non so quale Conte. Se le fa piacere, gliela mostro tutta,” rispose.
“Certamente, volentieri, grazie,” annuii. È veramente fantastica: l’ingresso molto ampio con un enorme scalone a vista che si dirama in due. A destra e a sinistra due saloni enormi con soffitti alti, finemente decorati, dai quali si può accedere ad altri saloni più piccoli e appartati. “Sembra fatta apposta per le feste,” dissi. “Sì, in effetti, l’abbiamo acquistata proprio perché fu costruita per questo scopo,” rispose. “Anche se, in 300 anni, molte cose sono cambiate e ci sono aree da ristrutturare. Ma è una villa di classe, e ce ne siamo innamorati.”
“E poi, visto il lavoro di mio marito, è l’ideale,” aggiunse. Mi resi conto che non sapevo nemmeno che lavoro facesse Jean. Ma la mia curiosità venne presto soddisfatta. Jean, mi disse, era il deus ex machina di un’importante agenzia di public relations. Questo spiegava la villa, le feste tutte le settimane, e non solo durante il weekend!
Ascoltavo la sua voce suadente e vellutata. Ma ero sempre rapito dalle sue enormi e bellissime tette, a meno di 30 centimetri dalle mie mani bramose. Questa volta, fui io a scusarmi. “Non si preoccupi,” mi rassicurò. “Anzi, mi piace quando me le guardano. Le ho fatte fare apposta così grandi. Ero timida e insicura: invece, questi due ‘meloni’ mi danno sicurezza,” spiegò.
Cosaaa? pensai. Con quel popò di fisico che ti aveva generosamente donato madre natura, ti sei fatta fare quelle due tette stratosferiche solo per vincere le tue insicurezze? Non per fare delle fantastiche spagnole ai fortunati che potranno scoparti e per far scoppiare i cazzi di tutte le persone che incontri per strada?
Al primo piano, invece, ci sono almeno una decina di stanze per ogni ala. “Vedremo come utilizzarle,” mi spiegò. Mi ero ripromesso di non indugiare troppo sui suoi seni. Ma venni rapito dal suo fondoschiena e dalle gambe lunghe e sinuose. Il culo era veramente fantastico: non faticavo a immaginarlo sotto quei jeans attillatissimi.
Anche questa volta, mi soffermai troppo. Lei se ne accorse e, sorridendo, precisò: “Queste, invece, sono tutta roba mia e merito del jogging.” Piegandosi verso di me, si schiaffeggiò voluttuosamente e con forza la chiappa destra. Cercai di trattenere il mio corpo dal fremere, ma il mio respiro affannoso mi tradì.
Lei, porca, sorridendo, sembrò apprezzare: Hmmm… vuoi vedere che, dietro questa maschera da dea irraggiungibile che ostenta in pubblico, si nasconde una grandissima troia? Una gran pompinara che non vede l’ora di farsi impalare in ogni buco? Una dea del sesso, delle gang-bang, delle doppie penetrazioni e triple prenotazioni? “Rallenta, ferma la fantasia, stai esagerando… torna sulla terra,” mi ripetei tra me e me.
Arrivammo, infine, dietro il giardino interno, a un fabbricato basso, forse adibito inizialmente agli alloggi per i domestici. Era raggiungibile solo tramite la nuova strada che Jean voleva costruire. Per la quale aveva bisogno del mio terreno o quantomeno di una servitù di passaggio.
L’ora che avevamo passato insieme era volata. Avevo avuto il cazzo in tiro per tutto il tempo, inebriato dalla sua voce, dalle sue labbra che avrei voluto riempire con la mia cappella.
I suoi seni balzellanti a ogni passo avrei voluto succhiarli avidamente, mordendo i suoi capezzoli. Una vera estasi, ma anche una tortura averla così vicino e non poterla palpeggiare, strusciare, penetrare. Dopo averlo fantasticato per mesi. Ma dovevo resistere.
Ringraziai, cercando di strapparle (ufficialmente) un altro incontro. Promettendo di preparare un argomento di discussione comune sull’astronomia. “Certamente, non vedo l’ora,” disse. Nel salutarmi, mi si avvicinò e mi baciò sulla guancia, soffiandomi nell’orecchio. Il mio respiro si fermò, sentii il suo cuore battere… stavo rischiando un infarto.
Uscii, quasi di corsa, scesi veloce la scalinata. Raggiunsi il primo albero massiccio che trovai, estrassi il cazzo dai pantaloni. In preda all’eccitazione, mi segai come non facevo da tempo. Sarei venuto comunque, e non sarebbe stato carino tornare a casa con i pantaloni sporchi di sborra.
Tornai a casa e, ripensando all’incontro, mi feci un’altra raspa, questa volta più lenta e rilassata. Mi spogliai completamente, mi misi comodo sulla poltrona e cominciai a segarmi lentamente con la mano destra. Con la sinistra mi massaggiavo il perineo e giochicchiavo con le palle, ripensando all’ora passata con lei. La mano destra fungeva da figa: opponeva resistenza quando il cazzo cercava di allargarla, stimolando la cappella. Era un movimento lento che faceva crescere l’eccitazione costantemente.
Con la sinistra, provai a esplorare anche lo sfintere. Anna, anni fa, ci aveva provato, stuzzicandomi con la lingua e un dito. Ma io, troppo rigido, non mi ero lasciato andare. Ora, però, ripensando a Sophie, mi chiedevo se non mi fossi forse perso qualcosa. Infatti, arrivai presto all’orgasmo.
Schizzai non poco, nonostante fossi già venuto meno di un’ora prima. Ma ripensare all’eccitazione di quell’incontro mi eccitava ancora. Volli segarmi per una terza volta, anche se lo sperma era terminato e l’uccello era veramente sgonfio. Terminai la sega giusto in tempo: sentii Anna aprire la porta del garage. Mi urlò: “Scendi ad aiutarmi con la spesa!”
“Non posso… sto entrando in doccia… sono già nudo,” risposi, un po’ imbarazzato. Sotto la doccia ancora fredda per non farmi scoprire. “Vedi,” disse lei, dopo che ebbi terminato la doccia, “la spesa diventa sempre più pesante con il passare del tempo. Un ascensore farebbe comodo… forse più dell’orto. È vero che la roba è genuina, ma, alla fine, ci costa di più che al negozio…”
Mi limitai a commentare: “Sì, in effetti, sotto un certo aspetto…” Avevo capito che Jean era riuscito a farle cambiare idea. Ma un grande quesito mi attanagliava: come aveva potuto riuscirci? Io ero certo che non ce l’avrei fatta, ed ero quello che la conosceva meglio di tutti. Come era riuscito lui, che non sapeva nemmeno chi fosse?
La risposta mi pesava: forse Anna aveva desideri e pensieri che non mi aveva mai confidato. Era sempre stata riservata, ma al ristorante si trasformava, brillante e sicura. Possibile che Jean avesse intuito qualcosa di lei che a me sfuggiva? La risposta era dolorosa, molto dolorosa. Significava che non ero io quello che conosceva meglio mia moglie.
Ma bastò pensare che, a breve, avrei trombato quel gran pezzo di pompinara di Sophie per far sparire quel velo di tristezza che mi aveva preso. Ogni tanto, il quesito tornava a galla. Cosa avrà fatto Jean per far cambiare idea a mia moglie? Sapevo che era un PR, ma da questo a far cambiare idea a 180 gradi a mia moglie, che, per indole e impostazione, è l’esatto contrario di Jean… ce ne voleva.
Ma il lunedì successivo arrivò in fretta. Questa volta, mi ero preparato una lezioncina sulle principali stelle visibili quella sera, dalle 18:00 alle 19:00, con qualche riferimento storico. Insomma, l’astronomia c’entrava ben poco. Ma avevo capito che Sophie non era un’esperta e me la potevo giocare.
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