tradimenti
La Servitù parte 3
06.09.2025 |
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"«Voglio questo cazzo in bocca, in gola, sfondami le tonsille!» ringhiò, succhiando la cappella con una foga che non le conoscevo..."
Quando uscii dalla stanza, il corridoio mi accolse con uno spettacolo che mi fece quasi cadere la mascella. Una brunetta inginocchiata, con un culo da far invidia a Sophie, stava masturbando due ragazzi della mia età. I loro membri, duri come spranghe, erano lavorati dalle sue mani esperte, mentre lei rideva e li provocava: «Forza, nonnini, venitemi in faccia, che ho sete!»Uno dei due grugnì: «Cazzo, continua così e ti inondo, grandissima pompinara!»
Rimasi fermo, il membro che, nonostante tutto, dava segni di vita. Un rumore di gemiti mi attirò verso una porta socchiusa. Mi affacciai e vidi una scena da porno d’autore. Cinque ragazzi, due dei quali neri come la pece, stavano riempiendo ogni orifizio di due signore in carne, inguainate in guepière di pizzo nero. Una si faceva penetrare la vagina da un membro enorme mentre un altro le sfondava il culo, e urlava: «SÌ, più forte, spaccatemi!»
L’altra, inginocchiata, aveva un membro in bocca e uno in ogni mano, il viso stravolto dal piacere. L’odore di sesso mi colpì come un pugno, e il mio membro, traditore, si risvegliò di nuovo.
Scendendo verso la scala, inciampai quasi in un’altra scena. Una donna formosa, sdraiata su un ragazzo che non aveva nemmeno trent’anni, si faceva riempire la vagina con spinte selvagge. Un signore distinto, con l’aria da manager, le pompava il culo con un ritmo preciso, come se stesse firmando un contratto.
Lei gemeva, la voce rotta: «Cazzo, SÌ, scopatemi insieme, fatemi venire!»
Il ragazzo sotto di lei ringhiò: «Troia, sei stretta come un guanto, continua a muoverti!»
Porca puttana, altro che feste: Jean organizzava orge da far impallidire un bordello di lusso. «Diavolo di un Jean,» pensai, «questo figlio di puttana sa come divertirsi!» La mia mente già galoppava: dovevo assolutamente farmi invitare a queste serate esclusive, solitamente riservate a chi aveva i coglioni e il portafoglio per entrare in questo paradiso del cazzo.
Mi avventurai nei saloni al piano terra, che durante le mie visite erano vuoti e silenziosi. Ora erano un bordello vivente. Tavoli coperti di preservativi, lubrificanti, dildo e vibratori di ogni forma e dimensione, come un buffet del sesso. Coppie e gruppi si aggrovigliavano su divani, poltrone e tappeti, in un caos di corpi nudi, gemiti e odori che mi facevano girare la testa.
Un tizio si faceva succhiare il membro da due bionde mentre chiacchierava con un altro che penetrava una rossa a pecorina. «Cazzo, che festa,» pensai, «questo è il fottuto paradiso!»
Il salone di destra era “riservato” alle coppie: etero, gay, bisex, tutti mischiati in un groviglio di corpi. Una ragazza con tette enormi cavalcava un membro mentre un’altra le leccava il clitoride, gridando: «SÌ, succhiamelo, fammi venire!»
Nel salone di sinistra, invece, era un tripudio saffico: donne che si leccavano, si masturbavano e si infilavano dildo, con gemiti che sembravano un coro. Una mora con un tatuaggio sul culo si contorceva sotto la lingua di un’altra, urlando: «Cazzo, continua, sto venendo!»
Una sala più piccola, con un cartello che diceva “BDSM”, era off-limits per me, visto che non avevo l’abbigliamento giusto, ma dai gemiti e dai colpi di frusta che sentivo, capii che lì dentro si giocava pesante.
Continuai a girare, il membro che pulsava nei pantaloni nonostante fosse sfinito. Ogni angolo della villa era impregnato di umori: vagina, sperma, sudore, un odore che mi faceva venir voglia di strapparmi i vestiti e unirmi alla festa. Mi avvicinai a un tavolo, presi un preservativo e lo rigirai tra le mani, pensando: «Devo parlare con Jean. Devo essere parte di questo cazzo di circo.»
Erano quasi le quattro e mezza, e la festa iniziava a perdere colpi, con alcuni ospiti che, come me, si preparavano a levare le tende. Mentre scendevo lo scalone di sinistra, intravidi Jean che si avvicinava, il suo ghigno da gran figlio di puttana stampato in faccia.
«Bella festa, eh, Giovanni?» disse, sornione, come se stesse parlando di un tè delle cinque.
«Festa? Questa è un’orgia galattica, cazzo!» ribattei, ancora con l’odore di sesso che mi intasava il cervello. «Un bordello del genere non l’ho mai visto, Jean, sei un fottuto genio!»
«Beh, diciamo che è un posticino dove ci si diverte senza freni,» rispose, con un occhiolino che mi fece capire che c’era dell’altro sotto.
«Ti è piaciuto il nostro piccolo circo, vero?»
«Cazzo, SÌ,» dissi, con il membro che, nonostante fosse sfinito, fremeva ancora al pensiero di Sophie. «E dimmi, come si fa a farsi invitare a queste scopate esclusive? Non basta conoscere il padrone di casa, immagino… o sbaglio?» lo incalzai, cercando di strappargli il segreto.
«Non sbagli, non sbagli,» rispose, ridacchiando, lasciandomi con un palmo di naso e un’erezione di curiosità.
In quel momento, con la coda dell’occhio, vidi una figura che avrei riconosciuto tra mille avvicinarsi dalla mia sinistra. Era Sophie, porca miseria, una visione celestiale con quel corpo da dea del sesso, ancora più provocante di come me la ricordavo poche ore prima. Camminava mano nella mano con una donna sensuale, capelli corvini lunghi fino al culo, passo da pantera, un’aura che urlava “voglio scopare”. Mi ci volle un secondo per riconoscerla: Vivienne, la proprietaria dell’Auberge des Étoiles.
Il sangue mi si gelò. «Cazzo, sono fottuto,» pensai. Vivienne avrebbe spifferato tutto ad Anna. La serata più porca della mia vita, rovinata da un dettaglio del cazzo. «Stronzo, te ne fossi andato cinque minuti prima!» mi rimproverai, mentre il panico mi stringeva le palle.
Abbozzai un: «Buonasera, anche lei qui?» con un tono che implorava un patto tacito: io non dico niente a tuo marito, tu non dici niente a mia moglie.
Ma poi un pensiero mi colpì come un pugno: Anna mi aveva detto che sarebbe stata con Vivienne fino a tardi. Potrebbe essere qui anche lei! «Ma no, la mia Anna in questo posto? Impossibile!» mi rassicurai. «Vivienne l’avrà accompagnata a casa e poi è venuta qui. Abitiamo a trecento metri, è logico, no?»
Prima che potessi riprendere fiato, le due donne si spostarono di lato, e una terza figura apparve, minuta, con i capelli mossi e un trucco pesante che la rendeva quasi irriconoscibile.
Porca troia, era Anna. Mia moglie, vestita come una regina del porno, con un abito attillato che le modellava il corpo come non l’avevo mai visto. Il cuore mi salì in gola, il cervello in corto circuito. «Sono morto,» pensai. «Non c’è scusa che tenga.»
In dieci secondi, tutta la mia vita con Anna mi passò davanti agli occhi: le cene silenziose, le risate, il letto freddo, e ora questa cazzo di orgia che avrebbe mandato tutto a puttane.
Ma poi… Anna mi sorrise. Non era incazzata. Anzi, aveva un’aria maliziosa, come se sapesse qualcosa che io non sapevo. Sophie e Vivienne scoppiarono a ridere, e Jean si unì, con una risata che sembrava dire: «Benvenuto nel club, coglione.» Ero il pollo della situazione, e lo capii in un istante.
Il sollievo mi travolse, ma ero ancora incazzato e confuso. «Che cazzo sta succedendo?» sbottai, guardando Jean. «Sei tu il burattinaio, vero?»
Jean alzò le mani, con un sorriso da stronzo soddisfatto. «Calma, Giovanni, ti sembrerà strano… ma hai fatto tutto tu,» disse, appoggiandosi allo scalone come un re del porno. «Ti racconto tutto, ma preparati, perché il tuo cazzo non è l’unico protagonista di questa storia.»
«Fin dall’università, sapevo che Vivienne era bisex e non poteva vivere senza vagina,» iniziò, con un tono da cospiratore. «Qualche mese fa, dopo una cena all’Auberge, Vivienne mi confidò che era in crisi con la sua amante perché questa aveva perso la testa per Sophie. Io l’avevo tranquillizzata, dicendo che Sophie non aveva mai ricevuto avances da una donna che corrispondeva a quella descrizione, altrimenti me l’avrebbe detto, visto il nostro rapporto aperto. Per accertarcene, una sera siamo andati al ristorante insieme, e Sophie ha confermato di non aver mai visto quella donna.»
«Ma sei stato tu a darmi il tassello finale, Giovanni. Quando mi hai detto che tua moglie era la maître dell’Auberge, ho capito tutto. Non era una sconosciuta a correre dietro a Sophie… era Anna, tua moglie. Aveva una cotta per lei, e Vivienne era gelosa marcia,» disse Jean.
Ero senza parole, il membro che pulsava di nuovo nonostante fosse sfinito. Anna, la mia Anna, che fantasticava su Sophie?
«Cazzo, e quindi?» lo incalzai, mentre Sophie e Vivienne si avvicinavano, ridacchiando.
«Quindi,» disse Jean, «ho fatto la stessa offerta a tua moglie, tramite Vivienne, che avevo fatto a te. Una scopata con Sophie in cambio della servitù. E Anna, beh, non ha detto di no.»
Sophie si intromise, leccandosi le labbra come una gatta che ha appena bevuto il latte. «Tua moglie, Giovanni, è una fottuta bomba erotica,» disse, con un tono che mi fece quasi venire nei pantaloni. «Quando Jean mi ha portato via da te, non era per scoparmi. Mi ha portato nella stanza di Vivienne e Anna. E porca puttana, tua moglie mi ha fatto squirtare come una fontana, non una, ma tre volte. Ha una lingua che dovrebbe essere brevettata e una voglia che mi ha mandato in orbita.»
Anna, che fino a quel momento era rimasta in silenzio, si avvicinò e mi mise una mano sul petto, guardandomi con occhi che bruciavano di una sensualità che avevo dimenticato. «Giovanni, non essere incazzato,» sussurrò, con un sorriso che era metà dolce e metà troia. «Volevo dirtelo, ma Jean non voleva rischiare che una tua reazione potesse far saltare l’affare.»
Si girò verso Vivienne, che le accarezzò il culo con un gesto possessivo, facendomi quasi esplodere di gelosia ed eccitazione insieme.
Jean riprese: «Vedi, io e Sophie abbiamo un rapporto aperto. Io scopo chi voglio, e lei, da brava bisex, si porta a letto uomini e donne a piacimento. Tu l’avevi incuriosita, ma non per quelle cazzate sull’astronomia. La storia del telescopio ce la siamo inventata dopo aver trovato un vecchio rottame in cantina. Sophie ti aveva notato mentre la seguivi come un cane in calore ogni volta che usciva per il jogging o con il cane.»
«Inizialmente ti aveva preso per quel segaiolo che eri, ma poi, vista la tua dedizione, le eri entrato in simpatia, e quando le ho detto del nostro ‘affare’, è stata subito al gioco. Ci siamo divertiti un mondo a orchestrare questa scopata cosmica, in cui tu eri il protagonista.»
«Porca troia,» balbettai, mentre il mio cervello cercava di elaborare tutto. «Quindi mi avete preso per il culo dall’inizio?»
«Non proprio,» disse Sophie, avvicinandosi e sfiorandomi il membro sopra i pantaloni, facendomi sobbalzare. «Mi sei piaciuto davvero, prof. E quel tuo cazzo… beh, non è male per un cinquantenne.»
Ridacchiò, mentre Anna mi guardava con un misto di divertimento e desiderio e mi prese per mano, il suo tocco caldo e deciso, e mi trascinò su un divano in un angolo del salone, lontano dal caos di gemiti e corpi nudi. I suoi occhi, ancora accesi da una lussuria che non le conoscevo, mi fissavano con un misto di dolcezza e sfacciataggine.
«Giovanni, sono felice che tu abbia scopato Sophie stanotte,» iniziò, con una voce bassa che mi fece rizzare i peli. «E ti ringrazio, davvero, per non avermi mai tradito fino a oggi, anche se il nostro letto è un cazzo di deserto da quindici anni.»
Ero senza parole, il membro che pulsava nei pantaloni nonostante fosse sfinito. Anna, con il suo corpo più minuto e meno esplosivo rispetto a Sophie e Vivienne, sembrava tesa, quasi fragile, mentre si metteva a pecorina, offrendo la sua vagina a portata della mia bocca, voltando le spalle alle altre due donne, come se temesse di non reggere il confronto.
«Giovanni,» mi implorò, la voce che tremava di desiderio ma anche di insicurezza, «voglio la tua bocca, voglio che mi lecchi, che mi sgrilletti, che mi scopi fino a farmi urlare.»
Non me lo feci dire due volte. La sua vagina era lì, gocciolante, il clitoride gonfio che implorava attenzione. Affondai la lingua sul suo clitoride, leccandolo lentamente, poi più veloce, assaporando il suo sapore dolce e salato. «SÌ, amore, così!» ansimò, spingendo il bacino contro la mia bocca, ma il suo corpo tradiva un’ombra di disagio, come se sentisse il peso di quelle due troie che mi succhiavano il cazzo alle sue spalle.
Infilai due dita nella sua vagina, sentendola contrarsi, bagnata fradicia, e ruotai piano, spingendo più in profondità mentre lei gemeva, premendomi la testa contro il clitoride. «Cazzo, Giovanni, più veloce, fammi dimenticare tutto!» implorava, e io accelerai, la lingua che bruciava, le dita che la scopavano senza sosta.
Sophie e Vivienne, nel frattempo, continuavano a lavorare il mio cazzo, le loro bocche che si alternavano, succhiando e sputando, le mani che segavano l’asta con una foga che mi faceva tremare. Ma Anna, con le spalle voltate, sembrava voler reclamare ogni briciolo della mia attenzione, la sua vagina che colava umori mentre si contorceva sotto la mia lingua.
Pochi secondi dopo, il suo corpo si irrigidì, poi tremò violentemente, e un fiotto di umori mi inzuppò la mano e la faccia. «Porca troia, Anna!» gemetti, offrendole le dita bagnate dei suoi umori, ma lei, con un guizzo negli occhi, aveva altro in mente, pronta a prendere il controllo.
Si avventò sul mio cazzo, duro come una spranga, e lo afferrò con entrambe le mani. «Voglio questo cazzo in bocca, in gola, sfondami le tonsille!» ringhiò, succhiando la cappella con una foga che non le conoscevo. Le sue labbra scivolavano lungo l’asta, la lingua che danzava, estraendo ogni goccia di umori.
«Voglio la tua sborra, Giovanni, quella dolce e salata, fammi bere tutto! Ho sete di te!» mugolava, mentre io le ordinavo: «Succhialo, troia, spingilo tutto dentro!»
Ma non ci fu tempo: quindici anni di astinenza con Anna mi avevano mandato in tilt. «Sto venendo!» urlai, e lei, pronta, non si perse nemmeno uno schizzo e li ingoiò con avida ingordigia, gemendo come se fosse nettare.
«Cazzo, Anna, sei la mia troia,» dissi, mentre ci baciavamo, la sua bocca che sapeva di me, un bacio che non facevamo da una vita.
Sophie e Vivienne, vedendosi estromesse (momentaneamente) da Anna, si erano messe a sgrillettarsi a vicenda, le loro vagine bagnate che producevano suoni osceni. Sembravano due gemelle del porno, a parte i capelli: Sophie bionda, Vivienne corvina, con tette così enormi che quando provavano a baciarsi, riuscivano solo a sfiorarsi con la punta della lingua.
«Guardale, Giovanni,» sussurrò Anna, con un guizzo negli occhi. «Voglio che ci divertiamo con Sophie. L’abbiamo desiderata entrambi dal primo giorno, no?»
Non serviva dirlo due volte. Sophie, che non aveva mai distolto lo sguardo dal mio cazzo, sdraiata accanto a noi, si sgrillettava il clitoride, eccitata dalla nostra performance. Anna le si avvicinò, leccandole l’interno delle cosce, alternando destra e sinistra, sempre più vicina alla vagina tumida e gocciolante.
Sophie smise di toccarsi, inarcando la schiena per offrire la sua fregna ad Anna, che non si fece pregare: iniziò a succhiarle il clitoride, infilando due dita nella vagina, poi tre, poi tutta la mano, ruotandola con maestria.
«Cazzo, Anna, sfondami!» gemeva Sophie, mentre io mi avvicinavo, massaggiandole le tette turgide, succhiando i capezzoli fino a farli diventare duri come sassi. Li pizzicavo tra pollice e indice, e Sophie miagolava di piacere.
«Giovanni, mantieni la promessa di prima,» sussurrò, con voce roca. «Impalami!»
«Eccomi, puttana,» ringhiai, il cazzo duro come non mai. Mi sdraiai contro il muro, e Anna e Sophie lubrificarono la mia verga, leccandola e pompandola insieme, le loro lingue che si intrecciavano sulla cappella.
Sophie si mise a cavalcioni sul mio ventre, la vagina gocciolante esposta ad Anna, che iniziò a fistarla con l’intera mano, mentre le succhiava il clitoride. «SÌ, sfondami la vagina!» urlava Sophie, e Anna accelerava, la mano che ruotava, la lingua che danzava.
Quando sentii che Sophie era al culmine, la afferrai per i fianchi. «Ora ti impalo,» dissi, e con un colpo di reni superai la resistenza del suo culo, infilandoglielo fino in fondo. Lei non gemette, ma miagolò: «Puttana, quanti cazzi hai preso in questo culo?!»
«Tanti, ne ho preso tanti, non sai quanti! Ma ne voglio ancora!» ansimò Sophie. «Sfondami, Giovanni, e tu, Anna, continua a fistarmi!»
Io e Anna coordinammo i movimenti, io che le pompavo il culo con tutta la forza che avevo, Anna che le devastava la vagina con la mano e la lingua. Sophie venne con un urlo, inondando la faccia e la mano di Anna, che raccolse i suoi umori e li spalmò sul seno di Sophie, succhiandoli avidamente mentre continuava a sgrillettarla.
Io non smisi di sfondarle il culo, volevo che venisse una seconda volta, ma il mio cazzo non resse: «Sto venendo!» urlai, e Anna e Sophie si avventarono sulla mia cappella, dividendosi la sborra come due sorelle di scopata, passandosela di bocca in bocca prima di ingoiarla.
«Che troie siete!» commentai, e loro, all’unisono: «SÌ, siamo le tue troie!»
Prima di rivestirci, ci buttammo sotto la doccia insieme, l’acqua che scivolava sui nostri corpi esausti. Sophie e Anna commentavano il mio cazzo, ancora mezzo duro: «È uno spreco lasciarlo così, quel cazzo ancora dritto,» scherzava Sophie, leccandosi le labbra come una troia.
Ma lei, Anna e Vivienne avevano le vagine sfinite, zuppe di umori e scopate fino al midollo, pronte a crollare dopo aver succhiato e cavalcato come porche.
Mentre mi rivestivo, sentii Sophie sussurrare ad Anna: «Prometti che me lo presti almeno una volta al mese.»
Anna, con un sorriso da maiala, rispose: «Ok, ma se mi va, partecipo anch’io, da sola o con Vivienne.»
«Affare fatto,» disse Sophie, strizzandomi l’occhio. Incredibile: ieri sera ero un segaiolo sfigato, e dopo dodici ore le donne più arrapanti che abbia mai visto si contendevano il mio cazzo come se fosse l’ultimo su questa terra!
Tornati a casa, ci buttammo sul letto, sfiniti ma felici e con i corpi ancora carichi di un’elettricità che puzzava di sesso, sudore e umori mischiati in un cocktail che mi mandava il cervello in pappa. Anna, con i capelli scompigliati e le labbra gonfie dai baci rubati in macchina, si strusciò contro di me, la sua vagina calda che premeva sul mio fianco, lasciando una scia bagnata che mi fece gemere.
Osservammo il soffitto in silenzio per un attimo, i respiri pesanti che dicevano tutto: quella notte aveva acceso un fuoco che non si sarebbe spento mai. Poi, Anna si avvicinò, la sua mano che scivolava sul mio petto, graffiandomi piano con le unghie fino a raggiungere l’uccello, che, porca troia, stava già dando segni di vita nonostante la maratona.
«Il tuo cazzo è una meraviglia, Giovanni,» sussurrò, mordicchiandomi l’orecchio, la lingua che tracciava linee di fuoco sulla mia pelle. «Rimpiango di essermelo perso tutto questo tempo per anni. Possiamo recuperare, amore? Voglio sentirlo ovunque, voglio che mi riempia come non ha fatto per troppo tempo.»
«Cazzo, SÌ,» risposi, il sangue che ribolliva come lava. La sua mano afferrò il mio uccello, scappellandolo con un tocco lento e deciso, segandolo piano mentre mi guardava con occhi da troia che non le conoscevo.
«Dimmi cosa vuoi, puttana mia,» ringhiai, già duro come una spranga.
«Voglio darti il mio culo,» mormorò, la voce roca, leccandosi le labbra mentre si strusciava contro di me, la vagina gocciolante che lubrificava la mia coscia. «Ti andrebbe di sfondarmi? Ma piano, è ancora vergine, e voglio che sia tu il primo ad averlo, a riempirmi piano piano fino a farmi urlare di piacere.»
«Perché il primo e non l’unico?» chiesi con sospetto.
Il sorriso furbo di Anna fu più esplicativo di mille parole: la mia Anna si era trasformata in una gran troia, o forse lo era sempre stata e mi aveva raccontato una montagna di cazzate? Non lo avrei mai saputo con certezza e questo mi mandò in tilt: il cazzo che pulsava nella sua mano mentre lei lo lavorava, sputandoci sopra per lubrificarlo, la saliva che colava lungo l’asta.
La girai, baciandola con foga, la lingua che si intrecciava alla sua, le mani che le strizzavano il culo sodo, un dito che scivolava tra le chiappe per stuzzicarle lo sfintere stretto. Lei gemette, spingendosi contro di me, con la vagina che colava umori sui miei fianchi.
«Cazzo, Anna, sei una fontana,» dissi, mentre lei si metteva a cavalcioni, strusciando la vagina sull’asta del mio cazzo, lubrificandolo con i suoi succhi mentre lo segava con una mano esperta.
«Scopami, Giovanni, impalami,» ansimò, succhiandomi la cappella, la lingua che girava intorno al bordo, estraendo ogni goccia di liquido come una troia affamata.
«Sei la mia porca,» ringhiai, sdraiandomi mentre lei saliva su di me, il suo culo perfetto che sfiorava la punta del mio cazzo, pronto a scendere e prenderlo tutto.
Ma, cazzo, prima di deflorarle quel culo vergine, dovevo prepararla come si deve – il mio uccello è largo, porca puttana, e non volevo farle male. «Aspetta, amore,» dissi, girandola delicatamente. «Non voglio farti male. Lascia che ti prepari, che ti allarghi piano.»
Lei annuì, gemendo mentre le leccavo il buco del culo, la lingua che girava intorno allo sfintere stretto, lubrificandolo con saliva. «SÌ, Giovanni, leccamelo,» mugolò, spingendosi contro la mia bocca.
Infilai un dito, piano, sentendola contrarsi, poi un altro, ruotandoli per allargarla, mentre con l’altra mano le sgrillettavo la vagina bagnata. «Cazzo, è stretto, ma lo allargo per te,» dissi, aggiungendo un terzo dito, spingendo con dolcezza mentre lei ansimava: «Più profondo, amore, fammi sentire pronta per il tuo cazzo largo.»
Era una deflorazione anale in piena regola, lenta e porca, con lei che si contorceva dal piacere misto a un pizzico di dolore, i suoi umori che colavano sulle mie dita. «Ora sono pronta,» implorò, il culo che pulsava intorno alle mie dita. «Impala la tua troia, Giovanni, riempimi!»
Ma aspettate un fottuto secondo: pensate che sia uno di quei coglioni che spiffera ogni dettaglio, ogni spinta, ogni gemito osceno? No, porca troia, io sono un gentiluomo vero! Quello che succede sotto le lenzuola, tra me e la mia troia, resta sigillato tra queste quattro mura, lontano dai vostri occhi da guardoni arrapati e dalle vostre orecchie da pettegoli curiosi. Andate a farvi una sega – io non vi dirò un cazzo!
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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