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Il regalo per gli ANTA - p1


di Xiqu
07.11.2025    |    5.814    |    0 9.0
"Infilami altre dita nella figa mentre mi sevizi il clitoride con la lingua, adesso infilami tutta la mano nella figa»..."
Ieri sera mi ha chiamato la Franci, la mia amica più intima, quella alla quale chiedo consiglio anche per le cazzate e alla quale racconto tutto, ma proprio tutto. Un paio di mesi fa, però, abbiamo scoperto che entrambe non ci eravamo confidate un segreto: Un martedì sera, di ritorno da una gita sul Lago di Garda, decidemmo di fermarci in un club di scambisti dalle parti di Brescia e lì, in maniera veramente casuale, ci siamo incontrate. Il primo istante è stato da panico: infatti ce ne siamo uscite entrambe con un imbarazzante «Ma che ci fai qui?».
Poi, una illuminazione. Venti anni di confidenze mi esplosero nella testa: la Franci, che mi descriveva dettagli sul cazzo e le performance da gran porco di Antonio, suo marito – «Cazzo se ce l’ha grosso, Robi… mi spacca la figa e non ti dico il dolore la prima volta che mi ha inculato, ma adesso non ne posso più fare a meno, mi riempie fino a farmi urlare» – e io che annuivo, bagnandomi solo a immaginarlo. Ora era lì, a meno di un metro da me.

La Franci non disse nulla. Mi prese la mano, la fece scivolare sotto la cintura di Antonio: era caldo, duro, pulsante. Insieme iniziammo a segarlo piano, attraverso i pantaloni, sentendo la cappella gonfia spingere contro il tessuto. La Franci vide nei miei occhi la lussuria e, senza parlare, mi consegnò il suo uomo.

Ci stavamo dirigendo in una saletta appartata quando Antonio, senza fiatare, mi prese da dietro, mi sbatté contro la parete e, sollevato l’abito quel tanto che bastava, mi lubrificò lo sfintere con della saliva e mi infilò il cazzo su per il culo. Quando fu tutto dentro, ansimò: «Sì… finalmente sono dieci anni che sogno di ficcarti la verga nel culo».

«E io sono dieci anni che sogno di prenderlo», risposi. Quindi cominciò a sbattermi violentemente contro il muro, come in preda a un raptus, mentre io urlavo: «Sì, sì, ancora più forte… sfondamelo, voglio sentirlo tutto dentro!». Era una scena inusuale anche per un club, al punto che si era creato un discreto capannello di curiosi e di segaioli.

Da quella piacevole sera non c’è weekend che non passiamo insieme: lei gentilmente mi fa "usare" suo marito a patto che io le trovi un bel cazzo o una bella coppia con cui farsi sbattere e sollazzarsi.

Torniamo a ieri sera.
Con la scusa di rinnovarmi gli auguri per la mia entrata trionfale negli «anta», mi dice: «E allora, com’è andata la festa di compleanno? Dai, su, racconta, non tenermi sulle spine: ho passato tutta la sera a pensare a te. Antonio era parecchio incazzato perché smettevo continuamente di succhiargli il cazzo per chiedergli “chissà dove ha portato la Robi”, “e adesso cosa starà facendo la Robi?”».

Dovete sapere che domenica è stato il mio compleanno.
Daniele mi aveva confezionato un regalo che non dimenticherò per parecchio tempo: aveva prenotato una luxury suite al Four Seasons, dove abbiamo pasteggiato a ostriche, aragosta e champagne al lume di candela.
Poi, a fine cena, con la scusa di portare dell'altro Champagne, entro nella Suite quello che pensavo fosse un cameriere. Era bellissimo: alto, biondo e si intuiva un fisico possente, palestrato.

Ma dagli atteggiamenti e dagli sguardi che si scambiò con Daniele, non impiegai molto a capire che il mio regalo di compleanno non era stata ne la cena ne lo champagne, ma lo pseudo-cameriere: un’offerta vivente di carne e fuoco.

Lo ringraziai con un sorriso e un cuoricino, che Daniele contraccambiò felice.

Lui si eccitava a rivedere le mie performance, non voleva perdersi un cazzo di gemito e così registrava tutto: aveva già piazzato tre telecamere fisse e stava sistemando i microfoni per catturare ogni respiro affannato e ogni schizzo di sborra, trasformando la mia lussuria in arte eterna.

Alberto – così si chiamava – mi invitò a ballare. Daniele, con uno skip non casuale sulla nostra playlist, atterrò su «Fade to Black» (Dire Straits, 1991). Sapeva che quel brano faceva scattare in me la lussuria: la musica era lenta, sensuale, profonda. Mi lasciai trasportare, eccitata dai pensieri peccaminosi che mi frullavano in testa, quando sentii la sua mano scorrere lungo la schiena; improvvisamente mi arpionò una chiappa con tale forza che un dito mi penetrò nel culo e, piegando leggermente le ginocchia, mi strusciò il suo cazzo duro sulla figa. Un contatto che accese fuochi liquidi dentro di me. Era talmente duro che dovetti accertarmi con la mano che fosse effettivamente il suo cazzo, palpandolo come un frutto proibito.

«Senti come ce l’ho duro? È per te: aprilo con la bocca e ingoialo tutto!», mi ringhiò all’orecchio, parole che mi trafissero come dardi di miele.

Wow, la serata – e non solo quella – si stava scaldando… Iniziai a sfregare la mia mano su quel cazzo. Era rivolto all’insù e gli arrivava abbondantemente sopra l’ombelico; una colonna di carne che evocava templi antichi di piacere.

«Cazzo, è una barra di ferro, spingimelo contro la figa, mi sto bagnando tutta!», lo supplicai eccitata.

Sentivo la figa pulsare e bagnarsi, un fiume interiore che cercava di unirsi al suo. Iniziai a baciarlo avidamente e lui lo stesso. Mi tormentava il collo al punto che mi lasciò due succhiotti come ricordo: marchi d’amore che bruciavano! Poi, mordendomi l’orecchio, mi sussurrò:

«Succhiamelo, dai, fammi vedere come lo fai sparire in quella bocca senza fondo».

Chiariamo, non che stessi aspettando la sua autorizzazione, ma mi eccitava vedere le sue smorfie e il suo ansimare mentre glielo "segavo" sotto i pantaloni. Gli slacciai la cintura e i pantaloni caddero a terra, liberando il suo membro come un dio pagano.

«Sì, adesso dammelo in gola, fammi soffocare col tuo cazzo ricurvo!», gli risposi, sempre più eccitata.

Il suo cazzo era maestoso: duro e completamente ricurvo verso l’alto, quasi innaturale, al punto che dovevo sfregare contro il suo ventre per prenderlo in bocca.

Lo afferrai avidamente, lo scappellai e vidi che era già umido di pre-sborra.

«Che gran bel cazzo che hai», gli dissi.

«Ora ti pentirai di avermi chiesto di succhiartelo: non ti darò tregua finché non avrò ingoiato l’ultima goccia di sborra».

«Fammi vedere quanto sei troia, ingoialo tutto e succhiami le palle!», mi ordinò.

Me lo infilai in bocca senza esitare. Gli leccai ben bene la cappella e poi la succhiai per assaporare tutti i suoi umori, un banchetto di sensi dove il salato si mescolava al dolce del mio desiderio.

«Lecca più forte, puttana, fai uscire altra pre-sborra!», gemette: più una supplica che un ordine.

Tu sai che la specialità di Daniele, dissi alla Franci, sono i primi piani: quando riguardiamo i filmini mi sembra di rivivere la scena. Il problema è che mentre sono con quel pezzo di carne in gola, ecco Daniele con la sua GoPro a due centimetri dalla mia bocca deformata dal cazzo:

«Sorridi amore, fai vedere quanto sei troia», mi diceva, sconcentrandomi – in quel momento io volevo e pensavo solo a quel cazzo che mi riempiva la bocca!

Era salato e abbondante.

«Bravo», gli dissi, «vedo che hai fatto i compiti a casa… ma ne voglio ancora, e non sai quanto!».

Iniziai a leccare e succhiare con forza la cappella mentre gli segavo l’asta con due mani.

«Dai, succhia più forte», mi spronava.

«Fammi vedere a cosa servono queste tette gonfie», sollecitandomi una spagnola. Obbedii subito. Gli avvolsi la verga con le tette e lui cominciò a pompare: quando spingeva, l’uccello gli si scappellava e la mia bocca era pronta ad accoglierlo e succhiarlo. Una goduria.

«Sì… così… scappella e succhia, scappella e succhia. Pompami più forte con le tette, troia, voglio sentire la cappella che sbuca e te la infili in bocca! Fammi sborrare», mi implorò.

«Eh no!», dissi io interrompendo la spagnola, non senza dispiacermene.

«La festa la devi fare tu a me: non è ancora ora di sborrare».

«Sei proprio una grandissima troia», mi disse.

Daniele, dietro alla telecamera sempre attento a cogliere le scene più piccanti, sorridendo annuì.

Succhiai avida gli umori che il cazzo di Alberto aveva prodotto e gli dissi:

«Adesso leccami la figa. È tutta bagnata: sento le gocce che mi scendono giù dalle cosce».

Non avevo ancora finito di pronunciare la frase che mi aveva già sbattuto sulla poltrona e, divaricatemi le gambe, disse:

«Cazzo hai ragione, sta grondando di piacere, ora te la succhio per bene: è un peccato perdere questi umori», rispose lussuriosamente.

«Leccami più forte, porco, fai squirtare questa figa! Infila la lingua nel buco e bevimi tutta!», gli ordinai.

Raccolse i miei umori e li condivise depositandomeli in bocca con un bacio bagnato, iniziò a mordicchiarmi alternativamente l’interno cosce e le grandi labbra mentre con le mani mi spremeva sapientemente le tette e strizzava i capezzoli tra pollice e indice.

«Mordimi più forte, porco, fammi male alle tette mentre mi lecchi la figa!», mugolai.

Il mio ventre si contorceva sotto i suoi morsi delicati; poi con i pollici mi allargò le labbra, espose il clitoride e iniziò a succhiarlo avidamente, a stringerlo tra lingua e palato facendomi gemere di piacere. Con la lingua esplorava ogni piega della mia figa che pulsava turgida. Le sue dita lunghe esploravano sapientemente l’interno: prima una, poi due, in avanscoperta, quasi timide e apparentemente inesperte.

«Sì, dai bravo, ficcami le dita nella figa, così, più lento. Ruotale, trova il mio piacere, fammi godere. Adesso di più. Infilami altre dita nella figa mentre mi sevizi il clitoride con la lingua, adesso infilami tutta la mano nella figa».

Ero eccitatissima, mugolavo come una puttana in calore dando istruzioni a raffica ad Alberto:

«Sì, così, più lento… esci la mano, fammela succhiare, hmm sì, i miei umori, baciami: voglio condividerli con te, infilami di nuovo le dita nella figa: ruotale dentro, trova il mio punto G, fammi squirtare! Ora più forte, mordimi il clitoride… e ora di nuovo voglio tutta la mano nella figa, più su, spingila più su, sfondami dai, sììì, godo!».

E questo nonostante Daniele rompesse il cazzo con le sue inquadrature. Eh oh… quando ci vuole… ci vuole!

La bocca sapiente di Alberto e le sue mani da pianista assorbivano tutti i miei pensieri. E non dimentichiamo il suo gran bel cazzo che io impugnavo a mo’ di scettro, che strizzavo al ritmo dei suoi affondi.

«Segamelo più forte mentre ti infilo tutta la mano nella figa, troia, voglio sentirti gemere!», mi disse.

La mia figa grondava di succhi ed Alberto pensò bene di usarli per lubrificarsi il pollice; in un affondo me lo infilò diritto in culo.

Rimase deluso dalla mia debole, se non nulla, reazione.

«Tutto qui», gli dissi, «spero tu sappia fare di meglio perché sono anni che mi faccio impalare, e da cazzi ben più grossi del tuo: fammi vedere se sei capace a farmi godere anche con il lato “B”!».

Dopo un attimo di smarrimento e dopo essersi masturbato per un attimo l’uccello per farlo tornare duro, mi mise a pecorina, lubrificò lo sfintere con della saliva e con un movimento secco di bacino mi infilò tutto il cazzo in culo.

«Ti sfondo il culo fino a farti piangere, grandissima troia! Senti come ti apro, prendi tutto il mio cazzo!», rispose lui ringhiando, e riprendendo in mano, se non la situazione, almeno il suo ego ferito.

Devo ammettere che lo sentii, forte e chiaro. Ma non volevo dargli soddisfazione e mi trattenni dal gemere. Sotto i suoi affondi decisi, profondi e ravvicinati facevo fatica a resistere:

«Dai più forte, sfondamelo questo culo! Non sai fare di meglio… se non riesci a farmi godere a questa età cosa farai tra 20 anni?».

Lo istigavo, anche se in realtà era una delle migliori inculate che ricordavo: la mia mente era talmente annebbiata che mi era sembrato di sentire le campane a festa mentre me lo sfondava.

«Sì, martellami più profondo, fammi sentire le palle che sbattono!», gli urlai.

--Fine della prima parte--

Cari famelici divoratori di lussuria,
prima di farvi scivolare via con un sospiro, ditemi: siete un LUI che stringe i denti mentre legge, o una LEI che inumidisce le labbra tra una riga e l’altra… o siete così perversi da leggerlo assieme?

Mandatemi un messaggio o un commento: una vocale, un “M” o una “F”… e io saprò come farvi tremare meglio la prossima volta.

E se, tra un fremito e l’altro, vi viene in mente una situazione proibita da trasformare in inchiostro bollente, sussurratemela pure.
Proverò a usarla per farvi arrossire… o gemere.

Aspetto il vostro marchio.
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