tradimenti
Cornuta e in attesa
10.07.2026 |
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Erano entrati e subito si erano accorti dei bisbigli — chi era quella donna, non era la solita moglie..."
Le ultime foto erano arrivate poco dopo mezzanotte.Le rilessi tre volte sul telefono, sdraiata sul letto con la luce spenta. Marco con la mano dentro le mutandine di Deborah, intento a leccarle un orecchio. Lei con il vestitino ultra corto, il pizzo delle autoreggenti visibile, il cappotto spalancato di proposito come una quinta teatrale. Entrambi che entravano nel club.
Prima ancora, le foto dal parcheggio — sorridenti, abbracciati, con quell'aria di chi sta per iniziare qualcosa.
Posai il telefono sul cuscino e rimasi a fissare il soffitto.
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Deborah era entrata nella nostra vita per gradi, come entrano le cose che restano.
L'avevamo conosciuta insieme, frequentata insieme, e poi — quasi naturalmente — anche separatamente, secondo le disponibilità di ciascuno dei tre. Era più Marco che la vedeva, perché i loro tempi liberi si incastravano meglio. Ma quando potevo anch'io mi concedevo il piacere di stare con lei — effusioni femminili, risate, una complicità che aveva qualcosa di diverso da tutto il resto.
Quando avevamo proposto la serata al club — lei e Marco come coppia, io a casa in attesa — la cosa aveva eccitato tutti e tre in modo immediato e viscerale. Anche me, che sarei rimasta sul divano a immaginare.
Sotto la doccia, prima che uscissero, mi ero masturbata pensando esattamente a questo.
L'orgasmo che ne era seguito aveva lasciato un desiderio di averne ancora — e la serata era appena cominciata.
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Le prime ore passarono bene.
L'eccitazione aveva una texture precisa — calda, diffusa, con quel bordo dolce della gelosia consapevole che non morde sul serio perché sai esattamente dove sta andando a parare.
Poi le ore passarono ancora.
Niente foto. Niente messaggi.
L'eccitazione cominciò a spostarsi. Prima in dubbio. Poi in qualcosa che assomigliava alla preoccupazione. Poi, verso le due passate, in una gelosia che non aveva più quel bordo dolce — era qualcosa di più grezzo, meno controllabile, che non riuscivo a mettere a posto con il ragionamento.
*Stanno bene. Sono al club. Sanno quello che fanno.*
Lo sapevo. Eppure continuavo a guardare il telefono.
Alle tre arrivò la foto.
Loro due in macchina, appena risaliti. Deborah con il trucco distrutto nel modo bello in cui si distrugge il trucco quando ci si è divertiti davvero. Marco sudato, dall'aria stravolta, con quella espressione di chi ha dato tutto.
Scrissi: *State bene?*
Lui rispose in quattro parole: *Fra poco a casa. Ti racconto.*
La preoccupazione sparì.
La gelosia tornò al suo posto — quella dolce, quella che sapevo gestire — e sotto le lenzuola sentii la vagina tornare a pulsare.
La lasciai fare. Aspettai.
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La chiave nella porta.
Passi nel corridoio. La porta della camera che si apriva senza che lui si fosse nemmeno fermato a spogliarsi.
Venne diretto da me e mi baciò — un bacio lungo, con la lingua, il tipo di bacio che racconta una serata intera senza usare parole.
Quando si staccò commentai sottovoce che sapeva ancora di lei.
«Sì», disse. «Ma anche di qualcos'altro.»
«Fai la doccia e poi raccontami tutto.»
Si alzò. Aprì l'acqua.
Poi ci ripensai.
«Torna indietro.»
Chiuse l'acqua. Tornò.
Mi abbassai. Annusai. Dissi che si sentiva che era stato usato molto, che mi ricordava la fica di Deborah. Lo dissi così, a voce alta, godendo del suono di quelle parole nell'aria della camera. Lui accennò un morso che non arrivò — si trasformò in una leccata, poi in un ingoio profondo.
Con il pisello ancora in bocca capii che voleva iniziare a raccontare ma che non voleva vedermi in faccia.
Mi spostai in posizione sessantanove sopra di lui — la fica volutamente fuori portata, abbastanza in alto da non poterla raggiungere senza sforzo. Lo sentivo provarci, con la lingua che cercava e non trovava. Capì il gioco. Smise di insistere.
E iniziò a raccontare.
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Erano entrati e subito si erano accorti dei bisbigli — chi era quella donna, non era la solita moglie. Quella cosa li faceva ridere e li eccitava al tempo stesso. Avevano salutato tutti apposta, passando tra i tavoli come una coppia nuova che voleva essere vista.
Deborah aveva trovato il palo della lap dance come se fosse casa sua.
Si era spogliata e rivestita più volte, coinvolgendo i singoli a turno, qualche marito che veniva subito redarguito dalla moglie e tornava da lei con la coda tra le gambe. Gli uomini aumentavano. I commenti anche. Quando cominciarono a farsi volgari, Deborah cambiò registro.
Prese Marco per mano e trascinò via anche un singolo che aveva adocchiato — giovane, il più discreto tra quelli che li circondavano — e li portò entrambi in una stanza. Chiuse la porta a chiave. Rispose alle ultime offese con qualcosa in rima prima di sparire dentro.
Si dedicò a entrambi senza cerimoniali.
Spompinava Marco mentre il singolo la scopava a pecora. Marco chiese di andare sotto in sessantanove — voleva guardare dal basso il cazzo di quell'uomo che entrava e usciva dalla fica di Deborah. Mentre leccava, il cazzo uscì un momento e finì dritto in bocca a Marco. Che lo succhiò — gli umori di lei sulla cappella — prima di restituirlo.
Poi si alternarono. Marco sotto, il singolo sopra di lei. Poi Marco a pecora su quel culo rotondo e sodo che faceva girare tutti, mentre il singolo sotto riceveva a turno il pompino di Deborah e qualcos'altro.
Poi Deborah li volle entrambi dentro.
Il singolo nella fica, Marco che cercava di entrare insieme a lui nella posizione più scomoda del mondo. Il singolo non riusciva quasi a muoversi con lei sopra. Marco sì — e strusciava la cappella contro quella dell'altro.
L'orgasmo di entrambi fu quasi simultaneo.
Quando uscirono, lei volle che svuotassero i preservativi sul suo corpo — dal seno fino alla clitoride. Spalmò tutto con le mani, occhi chiusi. Li tenne accanto a sé e li baciò a turno.
Prima di uscire scambiò il numero con il singolo. Lui aveva risposto di sì con un entusiasmo quasi incredulo per quell'epilogo.
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Quel racconto accese in me qualcosa che non avevo previsto nella sua intensità.
Gelosia — quella vera, quella che pizzica sul serio — perché avrei voluto essere io al posto di Deborah. Non necessariamente a fare tutto quello che aveva fatto lei. Ma lì. In quella stanza. Con Marco che mi guardava dal basso.
Iniziai a sfregare la vagina e le labbra contro il viso di lui che non riusciva a raggiungerla come avrebbe voluto. Mi teneva per i fianchi e si gettava contro di me con tutta la forza, leccando con una perizia che aveva dentro qualcosa di quasi cattivo — come se anche lui stesse scaricando qualcosa che aveva accumulato per ore.
L'orgasmo fu violento. Lo cacciai fuori ad alta voce e non mi importò di niente.
Lui, benché dolorante, ebbe un moto di erezione che lo portò quasi subito all'orgasmo — incompleta, velocissima, inaspettata.
Poi finalmente la doccia.
Tornò da me che ero ancora sveglia. Si infilò sotto le lenzuola e mi cercò — tutto il corpo contro il mio, ogni centimetro di contatto rivendicato. Mi addormentai stringendogli il braccio intorno alla vita.
*Mio*, pensai. *Nonostante tutto. Anzi, grazie a tutto.*
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L'indomani chiamò Deborah.
Ridemmo della serata per venti minuti buoni — i commenti volgari, il singolo incredulo, la faccia dei mariti redarguiti.
Poi, verso la fine, disse qualcosa che non mi aspettavo.
«A questo punto la mia curiosità è portarti al club. Con me. Le parti si invertono.»
Risi.
«E Marco?»
«Marco aspetta a casa.»
Rimasi in silenzio qualche secondo.
«Non so se parlargliene», dissi.
Ma mentre lo dicevo stavo già immaginando la sua faccia quando l'avrei fatto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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