Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Racconti Erotici > tradimenti > La caccia ai trofei
tradimenti

La caccia ai trofei


di Distratta
01.09.2026    |    1.760    |    8 9.7
"Signori maturi, forse sui sessanta, entrambi alti, ben tenuti, con un’aria distinta..."
Il giorno successivo ci svegliammo ancora più carichi, se possibile. Il ricordo della violenta apertura, dello sperma estraneo sulla mia pelle e sulla lingua di Marco, era diventato una droga. Non volevamo più relax. Volevamo essere maiali. Porci senza vergogna, guidati solo dal desiderio più basso e puro.
Ci vestimmo, se così si poteva dire, solo con gli accappatoi dell'hotel. Niente sotto. Camminammo per il corridoio verso gli ascensori con una nonchalance da criminali. Il mio accappatoio era legato con un nodo così sciolto che ad ogni passo si apriva, sventagliando lampi di pelle nuda contro il velluto bordeaux delle pareti. Quello di Marco era completamente aperto, e il suo passo era scandito dal pendolo pesante del suo cazzo, già semiduro e promettente.
Arrivati davanti agli ascensori, il brivido del possibile scoprimento era già una carezza elettrica sulla pelle. Prememmo il pulsante. Le porte si aprirono su una cabina vuota. Un sospiro di delusione? No. Un’opportunità.
Prima che le porte potessero richiudersi, mi voltai verso Marco. La mia mano scivolò dentro il suo accappatoio, afferrando quella carne calda che sotto la mia stretta si irrigidì completamente, diventando un’asta di marmo pulsante. Il rischio che qualcuno apparisse in quel momento ci eccitava all’inverosimile.
Nessuno venne.
Le porte si chiusero con un ding soffice. L’ascensore iniziò a scendere.
«Adesso», sussurrai.
Mi inginocchiai sul pavimento di marmo freddo, spingendo indietro l’accappatoio di Marco. Senza preamboli, presi tutto il suo cazzo in bocca, succhiandolo con una voracità che sapeva di fame. Era veloce, umido, rumoroso. La mia lingua si concentrò sulla punta, raccogliendo le prime gocce salate di pre-sperma.
Poi mi alzai. Con un gesto fluido, scostai il mio accappatoio di lato, offrendomi completamente. Marco mi afferrò per i fianchi e, con un solo colpo secco e profondo, mi penetrò. Non c’era delicatezza, solo il bisogno urgente di sentirci uniti, di marcare quel momento proibito. Il suo cazzo mi riempì in un modo che mi fece gemere contro la parete specchiata, il calore che si diffondeva dal mio centro in onde concentriche di piacere.
L’ascensore rallentò. Primo piano.
Ci staccammo in fretta. Mi ricomposi l’accappatoio con mani tremanti, appena in tempo prima che le porte si aprissero.
Un uomo entrò. Sulla quarantina, asciutto, con un accappatoio simile al nostro. Ci salutò con un cenno della testa. «Area wellness?»
«Sì», rispose Marco, la voce stranamente calma.
L’ascensore riprese a scendere. Nella luce diffusa e negli infiniti riflessi degli specchi, sentii più che vidi lo sguardo dell’uomo su di me. Si era posizionato leggermente dietro. Dagli specchi di fronte, vidi i suoi occhi scendere lungo il mio corpo, fermarsi. Con quella luce, il tessuto sottile del mio accappatoio era praticamente trasparente. La mia vulva glabra era chiaramente visibile, un’ombra netta e invitante.
Non feci nulla per nascondermi. Anzi, con una scusa goffa, feci finta di sistemare la cintura, allentandola ulteriormente. Il gesto aprì il tessuto sul davanti, offrendo non solo la vista completa della mia fica, ma anche un lampo dei miei seni, dei capezzoli già duri per l’eccitazione.
Vidi, nello specchio, il suo respiro farsi più profondo. Il suo accappatoio si muoveva lievemente davanti.
Le porte si aprirono sul piano wellness. Marco e io uscimmo da una parte, l’uomo si diresse verso la sauna.
Marco si distese su un lettino in un angolo appartato, prese un libro. Sembrava immerso nella lettura, ma conoscevo quella tensione nelle sue spalle. Era vigile. Era in attesa.
«Vado a prendere un po’ d’acqua», dissi, alzandomi.
«Fai pure», rispose senza alzare lo sguardo dal libro.
Camminai verso l’area ristoro, sentendo il peso dello sguardo alle mie spalle prima ancora di sentire i passi. L’uomo mi aveva seguita.
Alla macchina dell’acqua, mi voltai. Lui era lì.
«Permetti… mi chiamo Andrea», cominciò, con un sorriso educato che non riusciva a nascondere l’avidità negli occhi.
Non risposi al saluto. Con un movimento brusco, afferrai la cintura del suo accappatoio e lo aprii.
E lì, libero, c’era il motivo del suo sguardo fisso. Un cazzo enorme. Davvero enorme. Depilato, lungo, spesso, con una circonferenza che mi fece quasi esitare. Era a riposo, ma già impressionante. La caccia, istintivamente, si focalizzò. Quello. Volevo quello dentro di me. Subito.
«Seguimi», ordinai, voltandomi.
Lui obbedì senza fiatare.
Tornai da Marco, che fece finta di svegliarsi dal libro. «Marco», dissi, senza preamboli, la voce un po’ roca. «Mi dai le chiavi della camera? Ho voglia di scopare con questo uomo.»
Mentre lo dicevo, mi voltai verso Andrea e gli spalancai completamente l’accappatoio, mostrando a Marco quel monumento di carne in tutta la sua gloria.
Marco non batté ciglio. Posò il libro. Poi fece un cenno ad Andrea. «Avvicinati.»
Andrea, un po’ confuso, fece un passo verso il lettino. Marco si sporse, allungò una mano e afferrò quel cazzo enorme. Lo pesò, lo esaminò. Con il pollice, scappellò delicatamente il glande, che già trasudava umidità. Poi alzò lo sguardo verso di me. I suoi occhi erano bui, intensi.
«Non perdere neanche una goccia», disse, la voce un comando calmo e assoluto.
Presi le chiavi dalla sua mano. «Non preoccuparti.»
La salita in camera fu un silenzio carico. Andrea, ora che l’iniziativa era passata a me, sembrava quasi intimidito. In camera, spensi le luci principali, lasciando solo una lampada accanto al letto.
Il rapporto, devo ammettere, fu deludente. Nonostante l’attrezzo fosse magnifico, Andrea mancava completamente di trasporto, di fuoco. Era meccanico, silenzioso, come se stesse eseguendo un compito. In mezz’ora, riuscì a farmi venire solo una volta, con le dita, mentre lui mi penetrava con movimenti lenti e prevedibili. La delusione si mischiava alla frustrazione. Avevo un trofeo, ma la caccia era stata troppo facile, la preda senza spirito.
Alla fine, quando annunciò di essere vicino, gli ordinai di venirmi in bocca. Si ritirò e io inghiottii la sua scarica, calda e abbondante ma senza sapore di conquista. Trattenni il liquido in bocca, senza deglutire.
«Grazie», dissi, senza sentirlo. «Puoi andare.»
Scesi di corsa al piano wellness, la bocca ancora piena. Marco si era assopito sul lettino. Lo scossi delicatamente.
«Marco.»
Aprì gli occhi. Senza una parola, mi afferrò la nuca e mi attirò a sé. Le nostre labbra si incontrarono e io gli passai in bocca tutto lo sperma di Andrea, lentamente, come un’ostia profana. Lui inghiottì, ogni singola goccia, senza esitazione, i suoi occhi fissi nei miei.
Quando finii, mi staccai. «Fino all’ultima goccia. Come volevi tu.»
Lui si leccò le labbra, un gesto animalesco. Poi i suoi occhi si accesero di una fame rinnovata, più intensa. «Ne voglio ancora», ringhiò. «VAI!»
Il suo ordine era una scossa elettrica. Ero ancora insoddisfatta, ancora vuota nonostante il cazzo enorme. Volevo sentire un altro uomo dentro di me, un uomo che mi facesse sentire viva, e portare a Marco un nuovo trofeo, migliore.
I miei occhi vagarono per la zona relax e si posarono su una coppia. Signori maturi, forse sui sessanta, entrambi alti, ben tenuti, con un’aria distinta. Tedeschi, scoprii dopo. Uno brizzolato, l'altro con capelli argento a caschetto. Li osservai apertamente, senza vergogna, seduta sul bordo del lettino. Marco era dietro di me, una presenza silenziosa e incoraggiante.
Con la mano, scivolai sotto il mio accappatoio, tra le mie cosce. Mi toccai, lentamente, gli occhi fissi su di loro. Li guardai mentre mi infilavo due dita dentro, le estraevo lucide, me le leccavo.
Videro. Si scambiarono una parola. Poi, con decisione, si alzarono e vennero verso di noi.
Arrivarono davanti a me. I loro accappatoi erano aperti. Entrambi erano depilati. Entrambi avevano cazzi bellissimi, forti, di buona misura, già reattivi.
L’uomo parlò in un italiano stentato ma chiarissimo: «Noi… vorremmo scopare. Con te. E con lui.»
Marco, alle mie spalle, non si presentò. Si alzò e, con gesti naturali, allungò le mani. Con la destra accarezzò un cazzo e con la sinistra l'altro. Un sorriso di complicità gli sfiorò le labbra.
«Camera nostra», dissi io, alzandomi. «Adesso.»
Nella nostra camera, l’aria divenne subito pesante di desiderio. Gli accappatoi caddero a terra. Senza cerimonie, senza discussioni, mi misi a pecorina sul letto, offrendomi completamente. Non mi importava chi sarebbe entrato per primo, o dove. Volevo essere riempita, usata.
Sentii un cazzo – più spesso, probabilmente quello di lui – che mi penetrò in un unico, profondo movimento. Gemetti, spingendo indietro il bacino per prenderlo tutto. Era caldo, duro, e sapeva di quello che voleva.
Poi sentii Marco, la voce roca e piena di sorpresa gioiosa: «Oh, sì… glielo sto mettendo nel culo!»
Era rivolto all’uomo tedesco. Stavano scopando tra di loro.
«Io lo sto prendendo in figa, tesoro!», gridai, muovendomi sul cazzo che mi trapanava. «E quanto sto godendo!»
La sinfonia dei nostri gemiti riempì la camera. Dopo un po’, l'uomo si staccò da Marco e venne verso di me. Mi offrì il suo cazzo, più snello ma non meno duro, alla mia bocca. Aprii le labbra e lo accolsi, succhiandolo mentre l’altro continuava a scoparmi da dietro. Avevo un cazzo in figa e uno in bocca, ed era una pienezza gloriosa, animalesca.
Poi sentii Marco avvicinarsi. Si mise accanto a me e, senza chiedere, prese in bocca il cazzo insieme a me. Le nostre lingue si sfioravano attorno a quella carne. Era una visione oscena, bellissima.
«Ich komme…», gemette l’uomo dietro a me.
Marco si girò, mise una mano sotto la mia figa mentre l’uomo veniva nella mia vagina. Una volta finito, l'uomo si sfilò e Marco raccolse tutto lo sperma sulla mano e se la portò in bocca, leccando tutto.
Poco dopo, l'uomo davanti a me annunciò a sua volta l’orgasmo. Marco fu di nuovo lì, pronto, raccogliendo la sua scarica dalla mia bocca e dalla punta del suo cazzo con una devozione da sommelier.
Quando i due tedeschi, sorridenti e un po’ traballanti, si prepararono ad andarsene, feci un ultimo gesto. Presi il cazzo dell’uomo, ancora umido, e lo pulii con la bocca, raccogliendo le ultime gocce di sperma. Poi feci lo stesso anche con l'altro. Solo quando furono perfettamente puliti li lasciai andare.
La porta si chiuse. Mi voltai verso Marco.
Era in piedi al centro della camera, nudo, il suo cazzo durissimo e orgoglioso. La sua bocca era piena, le guance gonfie. Non poteva parlare. Ma i suoi occhi dicevano tutto. Bruciavano di un desiderio che non si era nemmeno lontanamente placato. Voleva che lo facessi venire. Ora.
Capii. Mi distesi sul letto, aprii la bocca.
Lui si chinò sopra di me e, lentamente, lasciò colare nella mia bocca tutto lo sperma misto che aveva raccolto. Un fiume caldo e salato mi riempì la bocca.
Poi, mentre io trattenevo quel liquido prezioso, lui cominciò a segarsi. Lo guardai, i miei occhi fissi sui suoi, mentre la sua mano veloce saliva e scendeva lungo la sua asta. Quando il suo respiro divenne un rantolo e il suo corpo si tese, mi sollevai e presi la punta del suo cazzo in bocca proprio mentre esplodeva. Il suo sperma, caldo e familiare, si mischiò al cocktail salato che già avevo in bocca.
Una volta finito, Marco, senza dire una parola, si girò e si mise a pecorina sul letto, offrendomi il suo culo. Ormai c’era un’affinità mentale tale che non servivano parole.
Andai alla valigia, presi il lubrificante. Mi bagnai tre dita per mano, sei in totale. Mi inginocchiai dietro di lui e, lentamente, gliele infilai tutte dentro il suo ano già ben allenato ma mai così sollecitato. Lo aprii, lo preparai, sentendo i suoi muscoli cedere alle mie dita.
Poi, quando fu sufficientemente aperto, mi chinai. Con la bocca ancora piena del miscuglio di sperma dei due tedeschi, di Marco – avvicinai le labbra al suo sfintere dilatato.
E sputai.
Tutto il liquido bianco e viscoso colò dentro di lui, scomparendo nelle sue profondità come in un pozzo sacrificale. Estrassi lentamente le mie sei dita, e il suo buco rimase aperto per un istante, umido e luccicante, prima di contrarsi leggermente, inghiottendo l’ultima traccia.
Marco si girò verso di me, il viso solcato da una soddisfazione profonda, primordiale.
«Tra un’ora scendiamo», disse, la voce roca. «Voglio ancora fare il porco con te.»
Quelle parole furono musica. Una promessa, un rituale, una direzione. Capii che la nostra voglia non si sarebbe placata. Stava crescendo, alimentandosi di sé stessa, in un circolo vizioso e glorioso. La caccia era appena iniziata. E chissà dove, e fino a dove, ci avrebbe portati.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
9.7
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per La caccia ai trofei:

Altri Racconti Erotici in tradimenti:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni