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Lui & Lei

La festa privata.


di Blackjack26
08.09.2026    |    676    |    0 8.9
"Ma ti pare possibile che io ti lasci scappare? E chi ti lascia più!» ​Mi alzai d'impatto dalla poltrona e la baciai fortemente, stringendola a me in un abbraccio che sapeva di futuro..."
Ero poco più che un universitario e facevo il DJ nei night club della costa per pagarmi i libri e le spese. Una notte, al Désirée, ho conosciuto un noto e potente Avvocato della Pescara che mi prese in simpatia.
Anni dopo, ormai laureato e titolare di un avviato studio di consulenza aziendale, la consolle era diventata soltanto un ricordo sfocato. Ma l'Avvocato ricomparve all'improvviso proprio nel mio ufficio: non cercava una perizia contabile, voleva di nuovo me alla consolle per un evento strettamente privato. Nonostante le mie fortissime resistenze e il fatto che fossi fuori dal giro da tempo, insistette con fare arrogante. Per liquidarlo gli confessai che in taverna conservavo ancora il vecchio impianto, la consolle valigia e i miei fidati vinili d'epoca; lui chiuse la partita al volo, proponendomi di saldare il compenso facendo figurare l'importo come una normale consulenza professionale.
​La sera dell'evento percorsi una stradina brecciata e isolata tra i pini e la vegetazione collinare, fino a raggiungere una villa imponente e blindata. Sceso nella taverna, allestita in tutto e per tutto come un club d'élite con luci soffuse e divani in pelle, trovai sul piatto del piatto giradischi una pesante maschera di pelle integrale. Solo in quel momento l'Avvocato mi svelò la vera natura della serata: la festa era un'orgia privata per una quindicina di coppie mascherate — volti noti di giudici, primari e politici della città — e a me spettava il solo compito di garantire la musica e un silenzio di tomba.
​A notte fonda, mentre il vinile faceva da sottofondo a urla soffocate, stridolini e corpi svestiti avvinghiati sui divani, una donna visibilmente sconvolta cercò riparo nell'angolo della mia consolle. Piangendo disperata, con i suoi splendidi occhi marroni che spuntavano dal cuoio, mi confidò di essere stata ingannata con la scusa di un aperitivo elegate da un amico sulla natura dell'evento. Poco dopo, il soggetto, totalmente privo di inibizioni e visibilmente alterato, cercò di afferrarla per un braccio per trascinarla via con la forza; mi interposi d'istinto con fermezza per difenderla, mettendolo in fuga con lo sguardo e lasciandola al sicuro, protetta al mio fianco dietro i giradischi.
​Per me la situazione era ormai diventata insopportabile. Mi ero stancato, non di mixare, ma di tutta quella finzione, delle urla e della decadenza di quella stanza. Presi un CD con una traccia lounge molto lunga, lo feci partire nel lettore per lasciare una scia sonora continua, presi per mano la ragazza e la guidai verso l'uscita secondaria. Una bell'aria fresca e pulita ci accolse all'esterno. La feci salire sulla mia auto, misi in moto e ci allontanammo per sempre da quel posto.
​«Io sono Mauro» dissi allungando una mano verso di lei mentre guidavo.
«Daniela» rispose lei con la voce ancora tremante, stringendomi forte le dita.
«Sei gelata... e ora puoi finalmente togliere quella roba dal viso» dissi sorridendo per rassicurarla.
​Daniela si sfilò la maschera di pelle. Era di una bellezza stupenda, genuina, con occhi marroni profondi che finalmente non piangevano più, capaci di regalare uno sguardo penetrante e ammaliante.
​«Senti, credo che tu ti possa fidare di me... sono quasi le 5, troviamo un bar notturno, ce ne sono tanti a Pescara. Un cornetto caldo e un cappuccino ti rimetteranno in sesto.»
​Seduti al tavolino nell'angolo di un bar aperto H24 chiacchierammo per più di un'ora come due vecchi amici. Io però non riuscivo a staccare gli occhi dal suo viso. Mi raccontò di essere un medico del suo lavoro estenuante in ospedale, del rientro in Abruzzo e del bisogno viscerale di ritrovare le sue radici.
​«Senti» dissi ad un certo punto, sporgendomi verso di lei, «vuoi vedere l'alba da una posizione davvero privilegiata?»
«Ma da dove?» chiese lei incuriosita.
«Ti fidi?»
«Sì... mi fido.»
«Il mio ufficio è a soli 500 metri da qui, al quinto piano di quel famoso palazzo a vetrate di cui tutti parlano.»
​«Ok» disse senza esitare.

Entrammo nello studio che era ancora penombra. L'ufficio profumava di pelle, carta stampata e cera per legno. Attraversammo la stanza principale mentre la luce azzurrina dell'alba iniziava ad arrampicarsi sulle pareti. Quando aprii la grande porta a vetri della terrazza, l'aria fredda e salmastra del mare ci investì in pieno, spazzando via ogni residuo di sonno e la pesantezza di quelle ore passate tra i fumi della villa.
​Daniela si avvicinò al parapetto in marmo. Si appoggiò con i gomiti, chiudendo gli occhi per qualche secondo mentre la brezza le muoveva i capelli neri sul viso. La guardai da dietro: la linea del suo collo, le spalle scoperte, la curva morbida dei fianchi disegnata dal tessuto leggero dell'abito. Non era solo un bel corpo; era una presenza viva, forte, capitata per caso nel mio spazio più intimo.
​Mi avvicinai piano. Sentivo il calore che emanava. Appoggiai le mani sul parapetto, appena ai lati della sua vita, senza toccarla subito.
​«Ti autorizzo a darmi una sberla ed urlare» le sussurrai, abbassandomi verso il suo orecchio.
​Daniela si voltò leggermente, inclinando la testa. «Perché?»
​Con le dita le scostai delicatamente la ciocca di capelli che le copriva la spalla destra. Mi chinai e appoggiai le labbra sulla pelle calda del collo, proprio sul punto dove si sente battere la pulsazione. Era soffice, profumava di un essenza leggera e di sapone pulito. Le diedi un bacio lento, poi un altro poco più in alto, dietro il lobo, sentendola rabbrividire.
​Lei si voltò di scatto con tutto il corpo, appoggiando la schiena contro il davanzale. I suoi occhi marroni erano vicinissimi ai miei, profondi, senza più traccia di paura.
​«E ti dovrei dare una sberla per questo?» disse con un filo di voce, un piccolo sorriso che le piegava l'angolo della bocca. «E se ti dico che non aspettavo altro?»
​Non le lasciai il tempo di aggiungere una parola. La presi in braccio di netto, facendole emettere un piccolo sospiro di sorpresa. Lei d'istinto allacciò le braccia intorno al mio collo, stringendomi con forza mentre la portavo dentro, al riparo dal vento.
​La adagiai al centro del grande tavolo presidenziale in noce scuro. Il contrasto tra la solennità di quel tavolo — dove di solito firmavo contratti ed esaminavo bilanci — e la nostra urgenza rendeva l'aria densa, quasi elettrica. Daniela mi fissava. Le sue mani salirono alla cerniera posteriore del vestito: con un gesto fluido lo fece scivolare lungo le spalle e le braccia, lasciandolo cadere sul legno.
​Rimase davanti a me in intimo. Mi avvicinai al bordo del tavolo, mettendomi tra le sue gambe. Le afferrai le cosce, alzandole delicatamente per sfilarle il perizoma di pizzo nero. Era già pesantemente bagnato dei suoi umori caldi. Glielo sfilai facendolo scorrere lungo le gambe affusolate e lo lasciai cadere a terra.
​L'eccitazione mi faceva tremare le dita. Il mio cazzo era duro, pulsante, teso contro i pantaloni. Sbottonai rapidamente la cintura e mi liberai, posizionandomi proprio all'ingresso della sua fica, bagnata e aperta.
​Spinsi piano, entrando con una lentezza calcolata. La sua carne calda mi avvolse, stretta e accogliente. Daniela chiuse gli occhi per un secondo, inarcando leggermente la schiena sul legno del tavolo e lasciando sfuggire un piccolo gemito soffocato. Iniziai a muovermi dentro di lei con colpi lunghi, misurati, profondi. Non volevo andare di fretta; volevo sentire ogni singolo millimetro del suo calore.
​Ma più del contatto fisico, era il suo viso a tenermi prigioniero. Guardavo le sue sopracciglia incresparsi appena per il piacere, le labbra socchiuse che cercavano aria, le sue pupille che si dilatavano ogni volta che affondavo del tutto. Le sue mani cercarono le mie sul tavolo, intrecciando le dita alle mie con una presa salda, quasi disperata.
​Sotto di me la sentivo fremere. Aumentai il ritmo. Le spinte si fecero più veloci, ritmiche, decise. Ad ogni affondo il tavolo emetteva un leggero scricchiolio, mentre il suono dei nostri corpi e il suo respiro affannato riempivano la stanza. Volevo vederla cedere del tutto, spingerla oltre quel limite di contegno che si portava dietro.
​Di colpo feci un passo indietro, uscendone completamente. Il freddo dell'aria sulla pelle mi fece trasalire per un istante. Impugnai saldamente il mio cazzo e continuai a segarmi di fronte a lei con colpi rapidi e decisi. Daniela rimase con le cosce spalancate, il petto che saliva e scendeva rapidamente, guardandomi senza fiato.
​Pochi secondi dopo l'orgasmo mi travolse. Venni con forza, bagnandola sul ventre piatto e sulle cosce con getti densi e caldi. Daniela non si mosse. Con una lentezza carica di sensualità, portò una mano sulla pancia, affondando le dita nello sperma ancora caldo e iniziando a spalmarlo sulla pelle liscia con movimenti circolari, senza mai staccare i suoi occhi dai miei.
​Appena ripresi un minimo di fiato, le sorrisi. «Qui siamo attrezzati per tutto. Vieni, ho la doccia che ci attende nel bagno privato... la uso quando vado a fare footing sulla spiaggia prima di lavorare.»
​La sollevai di nuovo tra le braccia. Daniela si strinse a me, affondando il viso nel mio collo come se volesse proteggersi da tutto il resto. Entrammo nel bagno. L'acqua bollente del getto ci avvolse completamente, lavando via il sudore, lo sperma, l'odore della villa e tutta la sporcizia di quella notte assurda. Restammo sotto l'acqua calda in un abbraccio silenzioso, lasciando che il vapore riempisse la stanza.
​Usciti dalla doccia, le avvolsi le spalle nel mio pesante accappatoio di spugna bianca, mentre io mi legai un ampio telo attorno alla vita. La ripresi in braccio, la portai nel salone adiacente e la adagiai su una profonda poltrona in pelle nera.
​Daniela mi guardò con uno sguardo del tutto nuovo: audace, partecipe, privo di qualsiasi inibizione. Con gesti lenti sciolse la cintura dell'accappatoio e lo aprì completamente, spalancando le gambe bagnate davanti a me. Portò due dita alla fica ancora gonfi e lucida, iniziando ad accarezzarsi.
​«Ora tocca a me» mormorò con voce bassa e roca. «Mi hai guardata e scrutata per tutto il rapporto... mi sono sentita scopata due volte, prima con i tuoi occhi e poi dal tuo corpo. Ora voglio vedere io il tuo viso mentre ti masturbi per me.»
​Restai un secondo in silenzio, pietrificato da quell'immagine. Non me lo sarei mai aspettato. Impugnai il mio cazzo, già di nuovo teso, e iniziai a toccarmi con movimenti lenti, cadenzati, ritmici. Non staccavo gli occhi da lei.
​Daniela infilò due dita nella fica, muovendole con lentezza, poi uscì per andare ad accarezzare il clitoride, stringendolo leggermente tra le dita prima di affondare di nuovo dentro di sé. Prese un dito bagnato dei suoi umori e lo portò dietro, strofinandolo lentamente con movimenti circolari sull'ano, per poi spingerlo ed entrarci piano, continuando un ritmo regolare dentro e fuori. Con l'altra mano si afferrava un seno, stringendolo e lavorandone il capezzolo teso. Ma i suoi occhi marroni non lasciarono mai il mio viso, studiando ogni mia smorfia di piacere.
​La vista di lei che si possedeva da sola in quel modo fu devastante. Me ne venni per la seconda volta, lasciando andare un lamento profondo che mi risalì dalla gola, mentre i muscoli del mio viso si contraevano nell'estasi.
​Quando finii, mi pulii rapidamente con il telo. La guardai: lei continuava a toccarsi sulla poltrona, vicina al limite.
​«Non è ancora finita qui» le dissi.
​Mi inginocchiai sul pavimento davanti alla poltrona. Le afferrai il polso con delicatezza, spostandole la mano dalla fica, e posai la bocca direttamente tra le sue cosce. Iniziai a leccarla con colpi di lingua lunghi, dal basso verso l'alto, assaporando il suo gusto denso e caldo. Con le dita le allargai le grandi labbra e infilai la punta della lingua dentro, penetrandola ritmo costante. Sentivo i suoi gemiti farsi sempre più acuti e frequenti.
​Spinsi leggermente il suo bacino verso il basso per esporre del tutto la zona posteriore. Portai la bocca sull'ano e iniziai a giocarci con la punta della lingua, leccandolo con movimenti piccoli e continui, mentre con un dito ben bagnato lo infilavo dentro. Daniela fremeva, sussultava, affondando i talloni nella pelle della poltrona.
​Dopo qualche minuto mi spostai del tutto sul clitoride. Lo avvolsi con la bocca, leccandolo con fermezza, poi lo strinsi leggermente tra i denti per poi riprendere a succhiarlo senza sosta. Daniela perse completamente il controllo. Accavallò d'istinto le gambe intorno alla mia testa, stringendomi il collo con le cosce e spingendo il bacino con forza contro la mia faccia.
​Un urlo soffocato e lunghissimo le uscì dalla gola. Il suo corpo fu scosso da spasmi violenti, incontrollabili. Con le mani mi afferrò i capelli, spingendomi via ma tenendomi allo stesso tempo incollato a sé.
​«Fermati... fermati ti prego! È troppo... è troppo!» gridò tra i respiri spezzati, tremando da capo a piedi finché l'onda dell'orgasmo non iniziò lentamente a placarsi.
Mi sdraiai sull'altra poltrona accanto a lei e le dissi a cuore aperto:
«Daniela, non pensare minimamente di scapparmi... sembra strano e folle, ma mi sono innamorato di te nell'esatto istante in cui ho visto i tuoi occhi spuntare da quella maschera. Non ho mai provata una cosa del genere.»
​Daniela si voltò a guardarmi:
«Dai, non scherzare... ma ti pare una cosa possibile...» e si fermò all'improvviso. Per un secondo gelido il mondo mi stava cadendo addosso, travolto da una delusione tremenda. Ma Daniela continuò, sfoggiando un sorriso bellissimo:
«...ma ti pare possibile che io ti lasci scappare? E chi ti lascia più!»
​Mi alzai d'impatto dalla poltrona e la baciai fortemente, stringendola a me in un abbraccio che sapeva di futuro.
​Sono passati 5 anni da quella notte e Daniela è diventata mia moglie. A chiunque ci domandi dove ci siamo conosciuti, non potremo mai dire la verità, ovvero che ci siamo trovati nel bel mezzo di un'orgia. Sorridiamo ogni volta, stringendoci la mano sotto il tavolo, e lasciamo credere a tutti la nostra versione ufficiale: una festa privata d'altri tempi, con bella musica e un indimenticabile colpo di fulmine al sorgere dell'alba.

Daniela.
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