Le serate di champions league a Como
Brigante23
«Alla fine sei venuto davvero», disse lei, porgendogli un bicchiere di vino. «Pensavo mi avresti piantata in asso per andare al bar con gli altri.»
«E perdermi la possibilità di vedere il Como in Champions da questo divano? Mai», rispose Luca, sedendosi. «Poi sai com’è: se perdiamo, almeno soffriamo insieme. Se vinciamo, possiamo continuare con il sogno champions.»
Elena rise e si accomodò accanto a lui, lasciando un po’ di spazio. «Ottimista, eh? Contro il Lens in trasferta non sarà una passeggiata.»
Il fischio d’inizio li trovò ancora a chiacchierare di formazione e di Fabregas. Al settimo minuto Douvikas segnò. Assist di Perrone, palla in rete.
Elena balzò in piedi. «GOL! MA SEI SERIO?!»
Luca alzò le braccia. «Uno a zero! Porca puttana, Douvikas!»
Si guardarono, ridendo come due idioti, e si diedero una pacca sulla spalla. Niente di strano. Solo due amici che esultavano.
Al diciassettesimo il VAR cancellò il rigore a Thauvin. Elena batté le mani e si lasciò ricadere sul divano, questa volta un po’ più vicina.
«Hai visto? Non ha toccato con la mano », disse.
«Speriamo di non beccare gol.», rispose Luca, ma stava già sorridendo troppo.
Al trentaduesimo Douvikas raddoppiò. Elena emise un urlo e, senza pensarci, gli afferrò il braccio.
«Due a zero! Luca, due a zero!»
«Lo so, lo so… non ci credo.»
Restò con la mano sul suo braccio qualche secondo di troppo. Quando se ne accorse, la ritirò in fretta, un po’ imbarazzata. Luca non disse niente. Solo un sorriso storto.
Al quarantesimo Nico Paz segnò il tre a zero. Elena si voltò verso di lui con gli occhi lucidi.
«Tre a zero all’intervallo. Luca… stiamo facendo la storia.»
«Sì», rispose lui, più piano. «Stasera è diversa.»
Si guardarono un attimo troppo a lungo. Poi Elena abbassò lo sguardo e rise, cercando di spezzare la tensione. «Che squadra, cazzo .»
Il secondo tempo cominciò e il Como non si fermò. Al quarantasettesimo Da Cunha segnò il quarto. Elena alzò il bicchiere.
«Alla salute di Fabregas», disse, e bevve. Poi, quasi per scherzo, gli toccò il ginocchio. «Se continuiamo così, stasera ti devo qualcosa.»
Luca la fissò. «Tipo cosa?»
Lei arrossì appena. «Non lo so. Una cena. O… vabbè, lascia stare.»
Al cinquantatreesimo Kempf di testa. Cinque a zero. Elena non esultò più a voce alta. Si limitò a girarsi verso di lui, il volto improvvisamente serio.
«Luca…», cominciò.
«Dimmi.»
«Stasera mi sento strana. Non so se è il risultato o… non lo so.»
Lui non rispose subito. Le prese piano la mano. «Anch’io.»
Al cinquantasettesimo minuto Douvikas completò la tripletta. Sei a zero.
Elena saltò in piedi con un urlo di gioia pura, si voltò verso Luca e, senza pensarci, senza calcoli, gli prese il viso tra le mani e lo baciò.
Fu un bacio improvviso, pieno, quasi violento di felicità. Labbra contro labbra, il sapore del vino e dell’euforia. Durò solo pochi secondi, ma quando si staccarono entrambi respiravano più in fretta. Elena aveva gli occhi spalancati, come se non riuscisse a credere a quello che aveva appena fatto.
«Cazzo…», sussurrò. «Scusa, io… non so cosa…»
Luca non la lasciò finire. La riprese e la baciò di nuovo, questa volta più lento, più consapevole. Le mani di Elena scivolarono sulla sua nuca. Il bacio si approfondì. Quando si staccarono la seconda volta, il telefono e la partita non esistevano più.
«Siamo amici», disse lei a voce bassa, la fronte ancora appoggiata alla sua.
«Lo so.»
«E adesso non lo siamo più.»
«No», ammise lui. «Adesso non più.»
Al sessantaduesimo Liberali segnò il settimo. Non esultarono. Continuarono a baciarsi, più profondi, le mani che cominciavano a cercare sotto le maglie. Al sessantacinquesimo Aguilar segnò per il Lens: Elena non se ne accorse nemmeno. Stava già seduta a cavalcioni sulle sue gambe, il respiro corto.
«Luca… portami in camera.»
«Adesso?»
«Adesso.»
Al sessantanovesimo Baturina segnò l’ottavo mentre loro erano già in piedi, ancora abbracciati, camminando verso la stanza senza quasi staccarsi. Il nono gol di Papaccioli, al novantesimo più uno, li trovò già nudi sul letto.
Questa volta non ci fu più niente di lento o di romantico.
Elena lo tirò sopra di sé con forza, le unghie che gli solcavano già la schiena. Luca non aspettò. Le aprì le cosce con le ginocchia e entrò in lei con una spinta secca, quasi violenta. Era calda, stretta, già completamente bagnata. Elena emise un gemito lungo e roco, la testa che si piegava all’indietro contro il cuscino.
«Cazzo… Luca…»
Lui non rispose. Cominciò a muoversi subito, con colpi profondi e regolari, le mani che le afferravano i fianchi per tenerla ferma. Ogni spinta faceva oscillare il letto. Elena alzava il bacino incontro a lui, cercando di prenderlo tutto, le unghie che gli lasciavano segni rossi sulla schiena.
Dopo qualche minuto la rovesciò di lato senza uscire da lei. Continuò a prenderla di fianco, una mano che le stringeva un seno, l’altra che le teneva una coscia alzata. Elena gemette più forte, la voce rotta.
«Più forte… non fermarti…»
Luca accelerò. Il suono umido dei loro corpi che si scontravano riempiva la stanza insieme ai respiri affannati. A un certo punto uscì da lei, la fece mettere a carponi e la prese da dietro con una spinta ancora più dura. Elena affondò il viso nel cuscino, le mani che stringevano le lenzuola, il corpo che ondeggiava a ogni colpo.
«Così… proprio così…»
Lui la afferrò pei capelli con una mano e le sollevò appena la testa, continuando a spingere. L’altra mano le scese tra le gambe e cominciò a strofinarle il clitoride con due dita, in sincronia con le spinte. Elena cominciò a tremare.
«Sto… sto per venire… non smettere…»
Luca non smise. Continuò a prenderla con lo stesso ritmo implacabile finché lei non venne con un grido soffocato, il corpo che si contrasse violentemente intorno a lui. Continuò a muoversi anche mentre lei tremava, prolungandole l’orgasmo finché Elena non gli diede una spinta indietro, il respiro troppo corto.
Si girò e lo spinse sulla schiena. Si sistemò a cavalcioni e lo prese dentro di sé con un movimento deciso, scendendo fino in fondo. Cominciò a muovere i fianchi con forza, avanti e indietro, poi su e giù, le mani appoggiate sul suo petto. Luca la guardava dal basso, gli occhi scuri, le mani che le stringevano i fianchi per aiutarla nel ritmo.
«Guardami», gli ordinò lei, ansimando. «Voglio vederti mentre mi scopi.»
Lui obbedì. La tenne ferma un attimo e cominciò a spingere dal basso, incontrando i suoi movimenti. Il ritmo diventò più caotico, più disperato. Elena piegò la schiena all’indietro, i seni che oscillavano, i capelli sciolti che le cascavano sulle spalle.
A un certo punto Luca si mise a sedere, ancora dentro di lei, e la strinse contro di sé. Continuarono a muoversi così, petto contro petto, bocche che si cercavano in baci disordinati e affamati. Le mani di Elena gli solcavano la schiena, quelle di Luca le afferravano il culo per spingerla ancora più forte contro di lui.
«Vieni dentro di me», gli sussurrò all’orecchio, la voce roca. «Voglio sentirti.»
Luca gemette contro il suo collo. Accelerò ancora, i colpi diventati corti e profondi. Elena venne di nuovo, questa volta con un gemito più lungo e rotto, il corpo che si irrigidì tra le sue braccia. Pochi secondi dopo anche Luca si abbandonò, affondando in lei fino in fondo mentre veniva, un suono gutturale che gli uscì dalla gola.
Rimasero uniti a lungo, sudati, i respiri ancora agitati, i cuori che battevano uno contro l’altro. Luca le accarezzava piano la schiena umida. Elena teneva la faccia nascosta contro il suo collo.
Dopo diversi minuti lei rise piano, la voce ancora roca.
«Nove a uno», sussurrò. «E tutto è partito da un bacio stupido sul sei a zero.»
Luca le baciò la tempia, ancora dentro di lei, ancora duro.
«La prossima volta», mormorò, «ti invito io. E stavolta non finiamo sul divano.»
Elena sollevò appena il viso e lo baciò, lenta, quasi dolce dopo tutta quella violenza.
«Chi ha detto che abbiamo finito stasera?»
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