Lui & Lei
Siediti
20.01.2026 |
2.046 |
2
"Il terzo, il quarto, il quinto furono talmente veloci che non mi diedero nemmeno il tempo di realizzare il dolore..."
Ci sono intese che non è facile dimenticare. Possono passare anni, eppure la fiducia che lega me e Riccardo non è mai stata scalfita.Io sono Marta, una studentessa universitaria, sempre con la testa immersa nei libri, apparentemente composta, quasi invisibile. Eppure, sotto quella superficie ordinata, ho sempre nascosto un mondo fatto di desideri taciuti, di tentazioni che non ho mai osato confessare ad alta voce.
Riccardo, invece, è un docente.
Giovane, affascinante, con quell’aria sicura di chi osserva prima ancora di parlare.
Dal primo incontro aveva capito che dentro di me c’era molto di più di quello che lasciavo trapelare, e senza mai forzarmi aveva iniziato, lentamente, a spingermi verso un’apertura che sapevo essere pericolosa quanto inevitabile.
Ci eravamo conosciuti al mio terzo anno di università. Poi, per una serie di coincidenze e rinunce, le nostre strade si erano separate. Fino al giorno in cui decisi di riprendere gli studi.
Quando mi rivide, Riccardo ebbe per un istante l’espressione di chi ha davanti un fantasma. E forse, in un certo senso, lo ero davvero.
Lo incontrai per caso. O forse no.
Certe coincidenze sembrano tali solo in apparenza: in realtà sono trappole perfette del destino.
Era tardo pomeriggio, il dipartimento quasi deserto. La luce dorata filtrava dalle finestre e tagliava le scale in diagonale, mentre i miei passi risuonavano nel silenzio.
Avevo fretta, la testa piena di pensieri, quando lui comparve sul pianerottolo. Camminava con calma, senza bisogno di accelerare per affermare la sua presenza. Giacca scura, camicia impeccabile, lo zainetto di pelle portato con naturale eleganza su una spalla. I capelli leggermente arruffati, come se la cura fosse solo apparente.
Mi spostai per lasciarlo passare.
Lui sorrise. Non un sorriso di cortesia, ma di chi ha già intuito qualcosa.
“Buonasera”, disse, con quella voce bassa e calda che mi fece restare sospesa tra tensione e curiosità, erano passati anni e non sapevo, benché lo sperassi, se mi aveva riconosciuta.
«Buonasera, professore», risposi, cercando di mantenere il distacco. Ma dentro di me speravo che quell’incontro non sarebbe rimasto isolato.
Bastarono pochi secondi. Uno sguardo trattenuto più del necessario, un tono di voce misurato, un’attenzione che non poteva essere neutra. Quando svoltai l’angolo, sentii ancora addosso il peso della sua osservazione, come se ogni mio gesto fosse già stato previsto.
Nei giorni successivi iniziai a incontrarlo spesso, a volte nei corridoi secondari, quelli che pochi percorrono. Sempre elegante, sempre controllato. Aveva alcuni anni più di me, ma quella distanza non lo rendeva lontano: lo rendeva pericolosamente presente.
Ricordavo il suo modo di parlare, lento, ipnotico, che mi costringeva ad ascoltare ogni sua parola come se fosse necessaria.
Una mattina, all’uscita dall’aula, mentre io passavo casualmente, mi fermo con una scusa per poi pronunciare “ti va un caffè?”.
Un invito semplice, pronunciato con la naturalezza di chi è abituato a guidare.
Eppure io ancora non capivo.
In piedi davanti al bancone, il mondo sembrò scomparire. Parlava del corso, di un seminario, ma ogni pausa, ogni inflessione della voce portava con sé una tensione sottile. Quando prese lo zucchero, la sua mano sfiorò la mia. Un contatto leggero, studiato. Non mi ritrassi.
Sorrise appena.
“Stai imparando a mantenere la concentrazione”, disse. E il significato andava ben oltre le parole.
Capivo che qualcosa era già iniziato. Un gioco silenzioso, fatto di controllo e attesa.
“Quante volte ti sei chiesta cosa succederebbe se non ci fossero regole?” mi domandò, con un sorriso appena accennato.
Non risposi. Il silenzio fece il resto. Si alzò, avvicinandosi quel tanto che bastava a farmi sentire completamente esposta, senza toccarmi davvero.
“Ti osservavo oggi”, disse piano. “Sai fingere bene il distacco. Ma i tuoi occhi ti tradiscono.”
Quando sfiorò la mia guancia con il dorso della mano, non fu una carezza. Fu una verifica. Il respiro mi si spezzò. Lui lo sentì.
“Così… brava”, sussurrò.
Poi si allontanò, lasciandomi sospesa.
“L’attesa è la parte più difficile”, disse, tornando al tono del professore. “Ma anche la più importante.”
Prima che me ne andassi, aggiunse soltanto:
“Non pensare che sia finita qui.”
Aveva ragione.
Perché certe tensioni non si sciolgono. Si coltivano. E io sapevo già che, da quel momento in poi, ogni incontro sulle scale avrebbe portato con sé la promessa di ciò che ancora doveva accadere.
Non fu un incontro immediato.
Riccardo non era uomo da afferrare ciò che desiderava senza prima averne saggiato la resa.
La proposta arrivò qualche giorno dopo, con la stessa naturalezza con cui avrebbe potuto assegnarmi una lettura obbligatoria.
“Passa nel mio studio, domani pomeriggio. Porta il quaderno.”
Nulla di più.
Nessuna spiegazione. Nessuna inflessione ambigua.
Eppure il modo in cui lo disse trasformò quella frase in un ordine.
Entrai nel suo studio con il cuore già in anticipo sul corpo.
L’ambiente era essenziale: una scrivania ordinata, una libreria che sapeva di carta vissuta, la luce bassa del tardo pomeriggio che disegnava ombre nette sulle pareti.
Lui era lì, in piedi, la giacca appoggiata allo schienale della sedia, le maniche della camicia leggermente arrotolate.
“Chiudi la porta.”
Obbedii.
Il clic della serratura mi attraversò come una dichiarazione.
“Siediti.”
Mi indicò la sedia di fronte alla scrivania. Non quella per gli studenti. Quella più bassa. Solo allora compresi che non ero lì per parlare di studio.
Mi osservò a lungo, senza fretta. Lo sguardo calmo, analitico. Non c’era desiderio evidente, e proprio per questo era impossibile sottrarsi.
“Dimmi”, disse infine, “a cosa stai pensando adesso.” Esitai.
Lui sorrise appena. E rispose:
“Lo so già.”
Si avvicinò lentamente, appoggiandosi alla scrivania, riducendo la distanza quel tanto che bastava a farmi sentire la sua presenza senza che mi sfiorasse.
“Il primo gioco”, disse, “è questo: restare ferma.”
Posò due dita sul bordo del tavolo, a pochi centimetri dalle mie mani.
“Non muoverti. Non parlarmi. Respira.”
Ogni secondo diventava più denso. Il corpo reagiva, ma non poteva agire. Era lui a decidere il ritmo, la durata, persino il momento in cui concedere un gesto.
Quando finalmente sfiorò il mio polso, fu come se avesse acceso qualcosa che già bruciava da tempo. Il tocco era leggero, quasi didattico, ma carico di intenzione.
“Vedi”, mormorò, “non serve spogliarsi per sentirsi esposta.”
Si allontanò di nuovo, lasciandomi incompleta.
La frustrazione era parte del gioco.
Ricordo che quel pomeriggio sembrava interminabile, finché decise di venire dietro di me e con fare sicuro e deciso di chi ha il controllo completo.
Mi sfiorò il collo, mentre io ero ancora lì con le mani sulla scrivania, impietrita. Avevo dato il mio consenso accettando quel gioco perverso. Attendevo soltanto che continuasse quello che orami era cominciato.
Ed eccolo sento il suo sospiro sul mio collo, poi un morso che non mi aspettavo. Iniziò a scostare la camicia, aprendola sul mio seno, per poi infilare una mano e stringere forte i capezzoli. Il mio respiro era sempre più affannoso. Portò una mano al mio collo e la strinse, con l’altra si portò sulle mie labbra e fece in modo che le inumidissi con la saliva per poi portarle tra le mie cosce e iniziare a toccarmi.
Ormai ero già un lago.
Mi diede il permesso di alzarmi ma solo dopo capii perché mi voleva china sulla scrivania.
Si stacciò la cintura, ma non i pantaloni.
Fece scorrere il cuoio sulla mia schiena, poi sulle mie natiche. Ed ecco che con tono fermo e deciso mi chiese di dire un numero tra 18 e 30.
Scelsi 25.
Il primo colpo fu quasi uno shock per me.
Un suono secco ruppe il silenzio, io mi morsi le labbra ma non urlai, né tanto meno uscì niente dalla mia bocca.
Ma questo a lui non piacque. Voleva sentirmi, ed è per questo che il secondo fu ancora più forte.
Un bruciore fortissimo mi prese per tutto il corpo, ma se lui voleva giocare io non avrei di certo rotto il silenzio per così poco.
Sorrise e mi disse “brava, ora vediamo cosa succede”
E ricolpì nello stesso identico punto di prima.
Fece male, tento male. Affondai i miei denti nel mio labbro quasi a farmi sanguinare.
Il terzo, il quarto, il quinto furono talmente veloci che non mi diedero nemmeno il tempo di realizzare il dolore. Bruciava e la pelle si arrossava.
Mi disse che mai nessuna si era comportata così e che 25 colpi erano comunque tanti, ma meritava un premio.
Si bagno la mano con la sua saliva, si abbassò la patta dei pantaloni e iniziò a scoparmi li di quella scrivania come mai mi sarei immaginata.
Gli altri colpi di cintura me li diede col suo cazzo dentro di me. Schiena, fianchi, cosce. Non sapevo dove stesse colpendo ma il fatto che mentre lo faceva mi scopava mi fece dimenticare del dolore e pensavo soltanto a godere.
Quando finì, col 25esimo colpo, uscì e mi fece girare: “sei mia, ricordalo”
Richiuse la patta dei pantaloni, mi prese per il viso, un semplice bacio e mi chiese di ricompormi.
Andai via, ma ne seguirono altri di giochi, nei giorni successivi.
Ordini dati a bassa voce. Attese studiate. Incontri brevi, mai abbastanza lunghi da placare davvero il desiderio. Mi insegnava a rispondere a un cenno, a uno sguardo, a una parola detta nel momento esatto.
Una volta mi fece alzare in piedi, al centro del suo studio, senza toccarmi, e mi fece restare così mentre lui camminava intorno a me, lento, misurato.
“Sei consapevole di ogni parte di te adesso”, disse, “spogliati e toccati per me”
Ero lì in piedi davanti a lui, che mi osservava fare senza intervenire finché non venni. Fu in quel momento che mi prese per il collo e mi spinse al muro. Uno schiaffo in faccia, il pollice tra le mia labbra, un morso sul seno.
Pochi gesti che mi facevano ancor di più desiderare di farmi possedere da lui. Lo capii e mi fece mettere faccia al muro. Una mano tra i miei lunghi capelli neri, l’altra a graffiarmi la schiena, ed eccola che lì dentro di me, colpi dopo colpo mi annullavo e diventavo completamente sua.
Un’altra volta mi fece sedere sulla scrivania, completamente vestita, solo per poi voltarsi e riprendere a scrivere, come se nulla fosse.
Il controllo stava tutto lì: nel farmi sentire desiderata e sospesa, senza concedermi nulla se non la sua attenzione.
Quella volta, prima che uscissi dal suo studio, mi fermò con una sola parola:
“Aspetta.”
Si avvicinò, così vicino che sentivo il suo respiro, e disse piano:
“Non ho bisogno di chiederti nulla, tutto ciò che voglio lo avrò.”
Aprii la porta, e mi disse semplicemente:
“Vai.”
Uscii tremando, consapevole di una verità semplice e irreversibile:
non era il contatto a legarmi a lui,
ma la sua capacità di guidare ogni mio pensiero.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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