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bdsm

Brama


di Coppia_AnVa
04.09.2025    |    1.377    |    0 9.5
"Ogni graffio, ogni morso, ogni schiaffo era un tassello di un gioco perverso che li stava inghiottendo..."
La storia che sto per raccontarvi avvenne una sera di tanto tempo fa.
Quella sera il bar era pieno di chiacchiere e musica, ma Elena, una ragazza appena ventenne, aveva occhi soltanto per lui, Andrea.
Andrea sedeva a pochi metri da lei, con quella calma che non era indifferenza ma potere.
La luce lo illuminava appena, vestito di tutto punto e con le gambe accavallate sorseggiava il suo drink.
Non c’era bisogno che facesse nulla: già così, con lo sguardo che si muoveva tra il bicchiere e le sue gambe accavallate, la stava possedendo.
Lei lo sentiva.
Ogni volta che incrociava quegli occhi scuri le saliva un brivido lungo la schiena, e l’idea che lui la stesse studiando, lenta e silenziosamente, la faceva fremere. Andrea non era il tipo che si affrettava: lasciava che fosse l’attesa a preparare il terreno.
Quando finalmente si alzò, Elena sentì il cuore accelerare. Si avvicinò senza fretta, le mani in tasca, il passo sicuro. Si chinò verso di lei, le labbra a pochi centimetri dall’orecchio.
“Ti diverti a giocare con me da lontano?”
Elena sorrise, piegando appena il capo.
“E se fossi io quella a cadere nel tuo gioco?”
Non rispose.
Le prese la mano, e bastò quel gesto per farle capire che non c’era ritorno. La guidò verso una porta laterale, una scala che portava a un piano di sopra semibuio, dove la musica arrivava attutita. Una stanza spoglia, un tavolo di legno, qualche sedia.
E una tensione che riempiva ogni centimetro di quella stanza.
La porta si chiuse con un tonfo secco.
Andrea la spinse piano contro il muro, senza aggressività, ma con una fermezza che le tolse il fiato.
“Questa è la parte in cui smetti di provocare con gli sguardi e inizi a provocare con il corpo.”
Le sussurro mentre le sue mani scivolarono subito lungo i fianchi, affondando nella stoffa sottile della sua camicetta.
Elena si irrigidì e gemette, non per dolore ma per la violenza con cui la sua pelle era stata reclamata.
Le dita di Andrea salirono più su, fino a stringerle il seno con decisione.
Lei ansimò, mentre le proprie unghie segnavano la sua camicia, lasciando già piccoli graffi.
Andrea rise piano, un suono basso che le fece vibrare il ventre.
“Vuoi graffiarmi? Vuoi mordermi? Allora fallo.”
Elena non se lo fece ripetere: affondò i denti nel suo collo, lasciando un segno che sarebbe rimasto.
Andrea rispose con un bacio feroce, quasi crudele, che le tolse il respiro.
Era un assalto, non una carezza.
In un solo gesto la sollevò e la posò sul tavolo. Le gambe si aprirono da sole, docili e ribelli allo stesso tempo.
Andrea rimase un istante a guardarla per poi dirle con aria di sfida:
“Guarda come ti offri. È quasi indecente.”
Elena deglutì.
“Non farmi aspettare…”
Andrea la penetrò lentamente, con una lentezza esasperante, come se volesse punirla. Ogni centimetro era una conquista, ogni spinta la faceva tremare di più. Lei gemeva, lo graffiava, lo mordeva. Ma lui non accelerava, non cedeva.
“Così impari,” sussurrò, bloccandole i polsi sopra la testa, “che il piacere va guadagnato.”
Elena era in trappola. Non poteva muoversi, non poteva comandare. Eppure, quel senso di impotenza la incendiava. Andrea affondava piano, profondo, i suoi occhi fissi nei suoi, la bocca che sfiorava il suo collo prima di morderlo con forza. Lei gemette più forte, un gemito che si confuse tra piacere e dolore.
Poi il ritmo cambiò. Andrea si fece più duro, più rapido, più feroce. Ogni affondo era un colpo che la costringeva a piegarsi, a stringersi a lui, a perdere il controllo. Elena urlò, e le sue unghie affondarono nella pelle delle sue spalle, lasciando graffi rossi e vivi.
Andrea le serrò il collo con una mano, costringendola a guardarlo. “Non abbassare lo sguardo. Voglio vederti mentre mi perdo dentro di te.”
Le lacrime le bagnavano gli occhi, ma non erano di dolore. Era l’intensità, la rabbia del piacere che stava diventando troppo.
Lei lo guardò, disperata e affamata. “Fammi tua. Davvero. Fino a farmi male.”
Un lampo di soddisfazione brillò negli occhi di Andrea. Le afferrò i capelli, li avvolse intorno al pugno e la tirò a sé. Le loro bocche si scontrarono di nuovo, tra morsi e baci roventi. Poi, con un colpo secco, le assestò una serie di schiaffi sul culo, sempre nello stesso punto. La pelle di Elena arrossì, bruciava, ma il suo corpo si apriva sempre di più.
Lei lo cavalcò con furia, mentre lui la teneva per i fianchi, spingendola ancora più giù, più forte. Il tavolo scricchiolava sotto il ritmo selvaggio, ma loro non si fermarono. Ogni graffio, ogni morso, ogni schiaffo era un tassello di un gioco perverso che li stava inghiottendo.
Quando venne, Elena lo fece con un urlo che le squarciò la gola, tremando, piegata sopra di lui. Andrea la seguì subito dopo, affondando fino in fondo, stringendola così forte da toglierle il fiato.
Rimasero lì, sudati, col fiato corto, le mani che ancora si cercavano. Andrea le accarezzò le labbra con il pollice, sporco dei loro morsi e della loro fame.
“Sei il mio peccato più bello.”
Elena rise, ancora ansimante, con lo sguardo lucido. “No, Andrea. Io sono la tua brama. E non ti passerà mai.”
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