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Gay & Bisex

Cronaca nera


di Membro VIP di Annunci69.it Nobilis69
13.05.2026    |    709    |    1 9.3
"Beh, non le nascondo la mia sorpresa, anche perché Ettore non mi aveva mai parlato di lei..."
Storia Noir. Totalmente di fantasia.

Si era svegliato male quella mattina. Aveva dormito in maniera pessima la notte, un sonno disturbato da sogni inquietanti di cui, però, non ricordava nulla. Sapeva solo che erano stati inquietanti. Con questo stato d'animo aveva fatto colazione, si era sbarbato, aveva fatto la doccia e si era vestito. Dopo aver portato fuori il cane, si era fatta l'ora di andare al lavoro. Così salì sulla sua vetusta 500 e partì.

Marco, 60 anni, era un anatomopatologo con una buona fama, un matrimonio fallito alle spalle con una donna morta di cancro poco dopo il divorzio e due figli che vivevano negli Stati Uniti e si guardavano bene dall'avere un rapporto con il padre. Qualche videochiamata e stop.

Quello che tutti non sapevano era la causa del divorzio: la moglie aveva scoperto che a Marco piacevano anche gli uomini. Negli anni aveva intrattenuto incontri occasionali con molti ragazzi, fino a quando la moglie non lo aveva scoperto e, di conseguenza, mollato.
Tra tutti i ragazzi incontrati, però, ce n'era stato uno che gli aveva fatto battere il cuore e con il quale aveva vissuto una vera relazione. Il suo nome era Ettore. L'aveva conosciuto in un locale l'estate del divorzio. Erano finiti a letto molte volte, per poi capire che la loro era diventata una storia importante. Tra Marco ed Ettore c'erano una decina di anni di differenza: quando si conobbero Marco ne aveva 45 ed Ettore 35. Ettore era bellissimo: moro, alto, dallo sguardo penetrante e con un bel fisico definito dalla palestra, ma senza esagerazione. In più era molto ben dotato e sapeva usare questa sua dote molto bene. Anche Marco era un bell'uomo, ben messo in tutti i sensi, e sfruttava al massimo un assoluto magnetismo che esercitava a piene mani. La loro intesa sotto le lenzuola era totale, così come totale era il loro amore. Non avevano ruoli definiti, per cui i loro incontri di sesso risultavano per entrambi eccitanti, appaganti e mai scontati.

Poi però, come succede, dopo qualche anno qualcosa si ruppe. Ettore perse il lavoro e cominciò a lasciarsi andare. Iniziò a bere e a usare droghe. Era diventato anche violento e Marco, un paio di volte, si era ritrovato con qualche livido di troppo. Così, alla fine, si erano lasciati. La vita di Marco era andata avanti e di Ettore non aveva saputo più nulla.

Parcheggiò la 500 davanti alla porta dell'istituto ed entrò. Solito rito del caffè alla macchinetta, con le battute del tecnico e le evidenti avances della sua assistente, da sempre follemente innamorata di lui dopo che se l'era scopata un paio di volte.
«Buongiorno Gino» disse Marco al tecnico. «Cosa abbiamo oggi?»
«Abbiamo un cinquantenne, incidente stradale. Forse era ubriaco o strafatto.»
«Gino, mi perdoni, ma abbiamo anche il nome del cinquantenne?»
«No, dottore. Auto rubata e niente documenti.»
«Stupendo, ottimo inizio di giornata. Saremo pressati dalla Polizia e dalla Procura. Sappiamo la dinamica?»
«Aspetti che guardo... Sì, ecco. Nel rapporto c'è scritto che ha centrato un albero con la macchina. Non ha coinvolto nessun altro. Ah, dimenticavo: se ne occupa l'ispettore Morelli.»

Meno male, pensò Marco.

«Forza Gino, mettiamoci al lavoro.»
«Già tutto pronto, dottore: cadavere ed arnesi.»
«Che dire, Gino, la sua efficienza mi stupisce ogni volta.»

Marco si vestì e andò in sala settoria. Davanti a lui c'era il cadavere semicoperto dell'uomo, che praticamente non aveva più la testa.
«Cazzo, se non è schedato con le impronte digitali sarà difficile riconoscerlo. Gino! Ha preso le impronte?»
«Sì, dottore, ma è un casino. I polpastrelli sono come abrasi.»
«Come sarebbe abrasi?!»
«Sì, dottore, come se fossero stati cancellati.»
Questa poi... pensò Marco.
Arrivò il momento di scoprire il morto. Davanti a Marco c'era un bell'uomo di mezza età, tonico e abbronzato pur nel pallore cadaverico. Poi lo vide e gli si gelò il sangue: vicino al pube c'era un piccolissimo tatuaggio che Marco riconobbe subito.
Il morto era Ettore! Se lo era fatto fare quando stavano insieme e rappresentava il simbolo dell'infinito.
«Dottore, tutto bene? È sbiancato...»
«Sì, sì, Gino, tutto ok. Procediamo, ma lei avvisi l'ispettore Morelli di venire subito. La storia dei polpastrelli non mi convince.»

Cominciò l'esame autoptico, che non evidenziò nulla di particolare. Contusioni varie. La causa della morte era stata il trauma devastante alla testa, che non gli aveva dato scampo: morte pressoché istantanea. Prese i campioni per il tossicologico, come di prassi, e lasciò la sala settoria.
Era sconvolto, ma consapevole di non aver tralasciato nulla. In particolare si era dedicato ai polpastrelli, che apparivano non abrasi, bensì ustionati, probabilmente con dell'acido. Tutti e dieci! Strano. Troppo, troppo strano.

Arrivò Morelli. Cinquant'anni, un metro e novanta di muscoli, biondo con gli occhi chiari e con i vestiti perennemente stazzonati.
«Dottore! Buongiorno. Che succede?»
«Succede che conosco il morto, Morelli. Le basta?»
«Come sarebbe! Che storia è questa?»
«Venga nella mia stanza, Morelli, e chiuda a chiave la porta.»

Entrati nella stanza, Morelli chiuse a chiave, si avvicinò a Marco, lo cinse alla vita e lo baciò con passione. Ebbene sì: Morelli e Marco avevano una storia.
«Fermati, Luigi» disse Marco. «Questa storia è un casino.»
«Spiegami perché, a me sembra tutto chiaro.»
«Non lo è per niente. Cominciamo dall'inizio: il morto si chiamava Ettore Lucidi. Più o meno cinquant'anni, come te. In passato viveva in città. Dopo il mio divorzio ha convissuto con me per un po' di tempo, poi, a seguito del licenziamento, si era lasciato andare e aveva iniziato a bere e a drogarsi. Ci siamo lasciati perché era diventato anche violento. Ne ho perse le tracce tempo fa, anche se sapevo che era entrato in strani giri. E stamattina me lo trovo qui, con la testa fracassata e i polpastrelli bruciati con l'acido.»
«Che cazzo dici! Gli hanno bruciato i polpastrelli?»
«Sì. Credo perché non volevano che fosse identificato. L'auto era rubata e lui non aveva documenti.»
«Cazzo. Un bel casino.»
«Già. Qualcuno lo voleva morto. E non voleva collegamenti, se mi capisci...»
«Certo, certo. È evidente.»
«Fammi avere le foto della scena dell'incidente e della macchina. Mi servono per capire alcune cose. La morte è stata causata dal trauma alla testa che ha praticamente cancellato il volto, ma c'è qualcosa che non mi torna. Ho la sensazione che ci sia altro.»
«Ok, Marco. Ti faccio avere tutto. Pensi che ce la facciamo a vederci stasera?»
«Penso di sì, così ne parliamo meglio. Vieni tu da me.»
Morelli lo baciò di nuovo, aprì la porta e andò via.

Erano quasi le venti quando Morelli arrivò a casa di Marco. Neanche si salutarono: si avvinghiarono in un bacio feroce, urgente e liberatorio. La giornata era stata pesante per entrambi. Finirono a letto. Scoparono a lungo, giocando con i rispettivi corpi come ormai erano abituati a fare. Si fecero del bene, insomma. Luigi, con il suo bel pisello, si prese il culo di Marco fino allo sfinimento. Ci voleva.

Poi cenarono. Dopo cena, Morelli mostrò a Marco le foto richieste. La macchina, una vecchia Panda, era andata a sbattere contro un albero in una curva. L'urto era avvenuto a discreta velocità, perché l'auto aveva il frontale fracassato e il volante era andato all'indietro, devastando il volto di Ettore. Niente cintura allacciata, nessun segno di frenata. Morelli, poi, fece notare che una cinquantina di metri prima sull'asfalto c'erano i segni di una sgommata e che la macchina era stata trovata con la prima marcia innestata.

«Sai che penso?» disse Marco. «Penso che Ettore fosse già morto e che l'auto sia stata lanciata da altri contro l'albero. Si spiegherebbero la prima innestata e la sgommata, come se la frizione fosse stata lasciata di scatto. In più, Ettore aveva anche una frattura posteriore sul cranio che, con la dinamica dell'incidente, non trova molte spiegazioni.»
«Ha una sua logica quello che dici» fece Morelli. «Indagheremo anche in tal senso.»
Si baciarono di nuovo e di nuovo si ritrovarono sul letto. Questa volta fu Marco a possedere Luigi, a lungo. Luigi Morelli rimase a dormire; anche lui non aveva nessuno che lo aspettasse a casa.
La mattina dopo fecero colazione insieme.
«Sai che ti dico, Luigi? Potresti far finta di non sapere il nome del morto. Ti darebbe più libertà di movimento e non insospettiresti gli assassini.»
«Sì, lo farò. In questi casi è meglio.»
«Bene. Io vado in Istituto. Sentiamoci se escono fuori novità, ok?»
«Ok, Marco. Ti faccio sapere quello che trovo.»
«Torna a dormire qui stasera. Ti va?»
«Mi va...» E si baciarono di nuovo.

Qualche giorno dopo, in istituto, arrivò Gino:
«Dottore, è arrivato il tossicologico del cinquantenne.»
«Me lo porti, Gino, lo guardo subito.»
Quando lo lesse, Marco capì di aver avuto ragione: Ettore non era né ubriaco né strafatto. Era pulito. Quindi era stato ammazzato. Prese il telefono e chiamò Morelli.
«Luigi, il tossicologico è negativo. Vediamoci.»

La sera, a casa di Marco, fecero il punto della situazione. Dalle indagini era emerso che Ettore aveva fatto il salto di qualità: da consumatore era diventato un venditore di droga, ma non al dettaglio. Si era conquistato una fetta di territorio e aveva evidentemente pestato i piedi a qualcuno di più grosso di lui. Commerciava in droghe sintetiche, ketamina ed altre porcherie. Probabilmente qualcuno gliel'aveva giurata e l'aveva fatto fuori. Si trattava solo di sapere chi.

Luigi restò a dormire anche quella notte da Marco. Dormirono abbracciati, senza fare niente, ognuno perso nei propri pensieri e nei ricordi. In particolare Marco, che rivedeva e riviveva i bellissimi momenti passati con Ettore.

La mattina dopo, Gino entrò nella stanza di Marco:
«Dottore, c'è una persona che chiede di lei.»
«La faccia passare, Gino, grazie.»
Marco si era accorto di un certo turbamento in Gino e si chiese il perché. Appena vide la persona entrare, capì e restò a bocca aperta: davanti a lui c'era Ettore!

«Mi scusi, dottore, se sono venuto senza avvertire. Mi chiamo Achille Lucidi. So che lei conosceva il mio gemello, Ettore. Da qualche tempo si era messo in giri strani e mi chiedevo se lei ne avesse notizie. Io sono rientrato dall'Olanda due giorni fa.»
«Buongiorno, signor Lucidi. Beh, non le nascondo la mia sorpresa, anche perché Ettore non mi aveva mai parlato di lei.»
«Immagino. Abbiamo scoperto l'esistenza l'uno dell'altro solo da pochi anni. I nostri genitori si erano separati quando eravamo piccolissimi: io sono cresciuto con nostro padre ed Ettore con la mamma. Ho sempre vissuto in un'altra città e poi in Olanda. Alla morte di mio padre ho saputo di avere un gemello; l'ho cercato e incontrato. Mi ha raccontato tutto, anche della relazione con lei, dottore, finita poi male e della quale si sentiva in colpa. Era ancora innamorato, così mi ha detto. Parlando, ho poi capito che trafficava in droga. Un paio di settimane fa mi ha chiamato dicendomi che era in pericolo e che sarebbe voluto venire da me. Doveva sparire per un po'. Da allora, più nulla. Ecco perché sono qui.»

Marco era rimasto senza parole. E ora? Che fare? Dirgli che Ettore era nella stanza attigua dentro il frigorifero o tacere per favorire le indagini? Mentre stava pensando a questo, squillò il telefono.
«Marco! Sono Luigi! C'è in giro un clone di Ettore. Credo sia il suo gemello. Se viene da te, bloccalo lì e avvisami.»
«Allora vieni subito. È qui da me» disse Marco.
Nel giro di dieci minuti Morelli arrivò.

«Cosa significa tutto questo?» chiese Achille. «Che succede?»
«Si sieda, Achille» disse Luigi. «Suo fratello è morto. Probabilmente assassinato. Non abbiamo fatto trapelare la notizia per essere agevolati nelle indagini. Solo il dottore l'ha riconosciuto da un tatuaggio e con lui abbiamo concordato la linea da tenere. Ora compare lei che fa domande in giro: se gli assassini la vedono, potrebbe essere in pericolo.»
«Cazzo... Cosa devo fare?»
«Si chiuda nella sua camera d'albergo e resti lì.»
«Posso almeno vederlo?»
Marco si alzò e gli fece cenno di seguirlo. Aprì il frigo ed estrasse la salma di Ettore. Achille si mise a piangere. Lacrime vere, sincere. Si girò verso Marco e Luigi e, senza dire una parola, andò via.

Dopo un attimo di silenzio, Luigi disse:
«Marco, ci siamo quasi. Tieni duro quarantotto ore.»

Due giorni dopo la Polizia catturò una serie di narcotrafficanti. Uno di questi, convinto di ottenere dei benefici, fece nomi e cognomi delle persone che avevano partecipato all'omicidio. Avevano preso Ettore e l'avevano colpito alla testa da dietro. Mentre era privo di sensi, o forse già morto, gli avevano bruciato i polpastrelli con l'acido per ostacolare il riconoscimento e poi avevano inscenato l'incidente.

La sera dopo si ritrovarono Marco e Luigi. Da soli. Achille aveva seppellito il fratello ed era ripartito. Erano contenti di aver risolto il caso; Luigi era stato proposto per un encomio. Cenarono distrattamente, poi finirono a letto.
Questa volta si amarono veramente. Si esplorarono come mai avevano fatto prima. Si procurarono quel piacere che non è solo piacere, ma profondo amore. In ogni gesto c'erano ammirazione, rispetto, condivisione, scambio. E non era un atto urgente, ma vero, reale, riconoscente.
Quella brutta storia aveva cementato la loro relazione. Marco e Luigi si erano trovati, e non si sarebbero lasciati mai più.
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