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Gay & Bisex

Pregiudizio


di Membro VIP di Annunci69.it Nobilis69
15.05.2026    |    1.656    |    4 9.7
"Arturo sentì un dolore atroce quando la grossa cappella di Simone superò la soglia, ma subito dopo quell'enorme palo che lo apriva in due era tutto quello che voleva..."
Arturo arrivò presto nel suo ufficio, come al solito. Amava quell'oretta di tempo prima dell'arrivo degli impiegati, perché gli consentiva di appropriarsi del suo spazio e dei suoi pensieri per poter pianificare la giornata. Un caffè dalla sua macchinetta privata, il rito dell'apertura delle finestre e un'occhiata ai giornali. Era un top manager di un'azienda informatica con commesse in tutto il mondo e non se la passava male. Aveva denaro, potere e una buona vita. Per i suoi 45 anni, un buon successo.
​Pensare che solo 15 anni prima puliva i vetri dei negozi.
​La svolta arrivò un giorno in cui stava lavorando presso un negozio del centro. Le commesse e il titolare erano alle prese con l'applicativo che non funzionava. Le avevano provate tutte, ma niente da fare.
— Posso provare io? — aveva detto con un po' di timore.
— Prova pure, tanto peggio non potrà andare.
​Arturo allora si era messo davanti al PC. Pochi minuti dopo, individuato il problema, aveva sistemato tutto.
— Grazie Arturo! Ci hai salvato la vita!
— Per così poco... — e tornò fuori a pulire la vetrina.
​Dal negozio uscì un cliente che aveva assistito a tutta la scena e lo avvicinò.
— Mi scusi... Arturo, vero?
— Sì, mi dica.
— Ha una bella capacità nel gestire i computer.
— Sono laureato in informatica, ma ancora non ho trovato una collocazione e mi mantengo pulendo i vetri.
— Piacere, Edoardo. Sono il titolare di un'azienda di servizi informatici. Venga domani per un colloquio. — E diede ad Arturo l'indirizzo.
​Arturo non ci poteva credere!
​La mattina dopo si presentò da Edoardo. Quando lo vide si sentì in soggezione: alto, pizzetto brizzolato, occhi chiari e penetranti, bel fisico. Sprizzava dinamismo. Il colloquio durò circa un'ora, ma non fu seguito dalla solita frase "le faremo sapere". Invece, fu invitato ad andare in amministrazione per le pratiche di assunzione. Ce l'aveva fatta! Niente più vetrine!
​La sua carriera era andata avanti bene, con una progressione incredibile, fino a diventare un top manager responsabile del team operativo. C'era un però: la sua vita privata.
Arturo era gay e questo aveva comportato una certa riservatezza nei suoi costumi. Non dava mai troppa confidenza; non voleva mescolare il lavoro con il suo privato. Per tutto il resto, si rifugiava in incontri occasionali, spesso con marchettari. Tutto sommato, comunque, aveva raggiunto un discreto equilibrio. Viveva in un bell'appartamento pieno di diavolerie domotiche, girava nudo per casa ed era contento. In ufficio era il top manager perfetto, quello che ascoltava e che teneva in considerazione gli altri; in privato era altro.

​Quella mattina Arturo avrebbe avuto dei colloqui per nuove assunzioni. Alle nove la segretaria annunciò che dei tre candidati se ne era presentato uno soltanto.
— Bene Lisa, così ci sbrighiamo prima. Lo faccia venire da me, grazie.
​Un lieve bussare alla porta ed ecco Lisa con il candidato.
— Dottore, Simone Lisetti per lei.
​Arturo era di spalle e, quando si girò, lo vide. Restò folgorato. Davanti a lui c'era un giovane bellissimo, benissimo vestito e nerissimo!
Arturo dopo un attimo si riscosse.
— Prego Simone, si accomodi. Mi parli dei suoi studi.
​Simone era in imbarazzo, ma cominciò a parlare. Laureato in informatica, aveva cercato una collocazione in varie aziende, ma aveva ricevuto sempre risposte negative.
— Si è mai chiesto perché, o le hanno mai detto il motivo?
— Non mi hanno mai detto perché, ma io una risposta me la sono data. Ho competenza, so fare le cose, ma il mio colore è un ostacolo. — disse a testa bassa.
— Mi riesce difficile crederlo, Simone. Non al giorno d'oggi. — disse Arturo.
— Purtroppo è così, dottore. Più di quanto non creda. Io sono nato in Italia. I miei genitori mi hanno adottato da neonato. Ho un nome e un cognome italiani, ma sono nero. C'è poco altro da dire.
— Bene. Allora mi dimostri che è in grado di lavorare per noi. Lisa le darà un compito da svolgere. Tra una settimana tornerà con il lavoro fatto e giudicherò; ma, mi creda, per me il suo colore è insignificante.

​Si alzarono, Simone ringraziò ed uscì. Arturo restò in piedi, un po' colpito dalle parole del ragazzo e forse anche un po' infastidito da quel colloquio, come se Simone avesse voluto impietosirlo. Fatto sta che quel ragazzo gli aveva mosso dentro qualcosa. Cazzo, era di una bellezza inaudita. Lineamenti del volto proporzionati, degli occhi incantevoli color nocciola. Chissà com'era nudo... e le dimensioni del cazzo... mio Dio, com'era bello...

​Come fu, passò la settimana. Simone tornò con il lavoro. Arturo esaminò attentamente i risultati e ne restò sorpreso. Non solo Simone aveva svolto il compito, ma si era portato ulteriormente in avanti, dimostrando una competenza non comune.
— Bravo davvero... — Alzò il telefono: — Lisa, mi mandi il candidato, per favore.
​Simone entrò. Quella mattina aveva una polo blu su pantaloni beige. Un figo da urlo.
— Senta Simone, anzi senti: gran bel lavoro. Onestamente non mi aspettavo questo sviluppo del progetto che ti ho dato. Mi hai veramente stupito. Darò disposizione all'amministrazione per la tua assunzione. Congratulazioni.
​Simone si ritrovò con le lacrime agli occhi.
— Grazie dottore! Grazie. Non sa che onore sarà lavorare per questa azienda.
— Te lo meriti. Fai tutte le pratiche, ma stasera voglio festeggiare. Siccome farai parte del mio team, andiamo a mangiare fuori io e te, così ci conosciamo meglio. Ok? Ovviamente pago io.
— Grazie dottore! Ci sarò!

​Arturo fece prenotare un ristorante da Lisa, pregandola di non esagerare con il livello: non voleva mettere in imbarazzo Simone.

​Fu una cena piacevole. Arturo raccontò per sommi capi la sua storia e Simone la sua. Era veramente un buon conversatore, anche piuttosto colto, notò Arturo. Amava il jazz come lui e questo fece sì che dopo cena andassero in un locale dove si faceva appunto jazz. Passarono una piacevole serata.

​Al mattino dopo Arturo arrivò, come al solito, presto in ufficio. Ma notò che nella stanza a metà corridoio c'era la luce accesa. Bussò ed entrò, trovando Simone già alla scrivania.
— Buongiorno! Dopo il jazz, anche questo ci accomuna.
— Buongiorno dottore. Mi piace iniziare quando c'è calma...
— Anche a me. Impagabile. Vieni nel mio ufficio, ti offro un caffè.

​E così, passando i giorni, il loro rapporto era diventato amichevole. Simone però non sapeva che Arturo si ammazzava di seghe pensando al suo corpo. Ed Arturo, a sua volta, ignorava che Simone faceva lo stesso pensando al suo... Bastava la parola "jazz" pronunciata da Arturo perché Simone sapesse che la sera sarebbero andati in quel locale a bere un po' e ad ascoltare quella musica che viene dall'estro dei musicisti.

​Arturo non ne poteva più. Era cotto perso. Quel ragazzo l'aveva stregato. Dopo la solita serata jazz, aveva rotto gli indugi.
— Vuoi venire a casa mia? Abito qui vicino. Ho un paio di dischi da farti ascoltare.
— Certo capo! Volentieri.

​Arrivarono a casa. Arturo mise su un LP di Coltrane e la casa si riempì di musica. Ad un certo punto si sentì toccare una spalla. Simone si era avvicinato, lo fece girare e, naturalmente, lo baciò. Un bacio profondo, umido, bello. Di quelli che non puoi dimenticare.
— Non sai quanto lo desideravo, Simone...
— Anche io... — e si baciarono di nuovo.
​Simone poi cominciò a spogliare Arturo, lentamente, e mentre gli toglieva la camicia non smetteva di baciarlo. Dio, com'era buona quella sua lingua... Anche Arturo cominciò a spogliare Simone. Quando gli tolse la polo, si trovò di fronte un Bronzo di Riace in carne ed ossa. Muscoli perfetti, definiti, guizzanti. La pelle color dell'ebano che profumava di pulito e di sesso. Simone era naturalmente glabro e questo era per Arturo motivo di ulteriore eccitazione. Sentiva il cazzo esplodere dentro le mutande. Non ne poteva proprio più. Prese per mano Simone e lo portò in camera da letto. Lì finirono di spogliarsi.
​Ed Arturo credette di svenire. Simone aveva un cazzo da urlo, lungo e grosso, rigorosamente circonciso. La cappella esposta aveva già una goccia di precum. Le palle erano perfette. Tutto intorno, una peluria riccia e morbida circondava quello splendore.
— Wow! — disse Arturo. — Sei magnifico!
— Anche tu capo. Sei bellissimo. Non resistevo più.

​E ripresero a baciarsi. Simone poi prese l'iniziativa. Cominciò a leccare i capezzoli di Arturo, che ansimava dal piacere, poi si dedicò al suo pisello. Lo leccò piano, delicatamente, per poi prenderlo tutto in bocca fino alle palle. Arturo era in estasi. Il pompino fu lungo e lento.
​Alla fine Arturo prese in bocca quella meraviglia. "Mio Dio è enorme", pensò Arturo mentre si deliziava del sapore salato del precum. Nel mentre, Simone cominciò a leccargli il buco con quella sua sapiente lingua che poco prima gli aveva esplorato tutta la bocca. Dopo un po' Arturo disse:
— Simone prendimi. Ti voglio.
​Il ragazzo non si fece pregare. Mise Arturo nella posizione del missionario e cominciò la penetrazione. Arturo sentì un dolore atroce quando la grossa cappella di Simone superò la soglia, ma subito dopo quell'enorme palo che lo apriva in due era tutto quello che voleva. Lo voleva tutto dentro. Simone lo scopava piano, facendogli sentire tutto quel randello dentro di sé. Arturo non capiva più nulla. Era in balia di quella potenza. Godeva come non aveva mai goduto.
— Arturo, sto per venire... — disse Simone.
— Vieni, vienimi dentro... fottimi fottimi fottimi...
​Simone lo inondò. Lo riempì. Arturo sentì gli schizzi uno ad uno, tantissimi. Arturo non ce la fece più e sborrò copiosamente anche lui, tutto sul petto e sulle lenzuola. Simone leccò la sborra di Arturo e poi lo baciò di nuovo.
— Mio Dio Simone, dov'eri fino ad ora... — disse Arturo. Non aveva mai goduto così tanto in tutta la sua vita.

​Simone lo guardava sorridendo.
— Ora cosa facciamo, capo?
— Intanto piantala di chiamarmi capo. Mi chiamo Arturo. Poi vediamo. Intanto baciami ancora...

​E ripresero a baciarsi. Dopo un po' i loro membri ripresero vigore, chiedendo soddisfazione. Fu la volta di Arturo di prendere Simone, che aveva un culo perfetto. Due mele rotonde e sode da rendere difficile reprimere l'istinto di morderle. Lo prese a pecora.
— Dai Arturo scopami, fammi sentire tuo, ahhh, così... così ancora, ancora ahhhhh... oddio...

​E Arturo non si fece pregare. Lo trapanò a lungo finché, esausto, non venne. Anche Simone aveva goduto come un pazzo. Restarono ad ansimare abbracciati nel letto, a guardarsi per lungo tempo. C'era chimica in quello sguardo, un magnetismo che li attraeva l'uno all'altro.

​Passarono la notte insieme. L'indomani era festa, per cui non dovevano lavorare. Dopo colazione Simone disse:
— E adesso che facciamo?
— Si prende la macchina e si va al mare.
— Come? Io non ho nulla per andarci!
— Tranquillo. Hai tutto quello che ti serve, al resto penso io.
​Partirono ed arrivarono in un'area di costa dove era consentito stare nudi. Era una giornata tranquilla, senza tanta gente. E lì si misero a prendere il sole, nudi.
— Ora ho capito quando mi hai detto che avevo tutto quello che mi serve... — disse Simone.
— Ahahahah, visto? Più chiaro di così!
​Passarono una piacevole giornata. Durante il viaggio di ritorno, Simone era un po' taciturno.
— Che succede, Simone? Qualcosa non va?
— È che sono pensieroso su come affronteremo questa cosa in ufficio. Non so si se ti sei accorto, ma per qualcuno sono già diventato "il nero". Figurati se uscisse fuori la storia con te. Potrebbe danneggiarti. E questo non lo vorrei.
— Tranquillo. In ufficio ci comporteremo come sempre. Tu cerca di essere comunque sempre all'altezza dei compiti, in maniera da non creare dissapori nel team. Io ti tratterò come sempre. Ma fuori di lì esistiamo solo noi. Ok?
​Simone parve rasserenato. Gli tornò il suo disarmante sorriso. Restò da Arturo anche quella notte e fu il secondo round di una seduta di sesso sfrenato. Il giorno dopo andarono in ufficio separatamente.

​Per alcuni mesi la vita scorse tranquilla. Simone sempre più spesso passava la notte da Arturo. Notti bollenti di jazz, sesso ed amore.

​Poi cominciarono le voci.
⁸Arturo fu chiamato dall'AD che gliene chiese conto. Si incazzò parecchio.
— Quello che faccio fuori di qui non deve interessare l'azienda. Mi dà parecchio fastidio che lei mi chiami a seguito di voci di corridoio. Mi auguro che questo colloquio chiarisca la cosa.
— Bene Arturo. Come crede, ma penso che forse sarebbe meglio se Simone si dimettesse. Sa, per tacitare le malelingue.
— Questa poi! Ed io dovrei convincere il migliore dei nostri informatici ad andarsene perché c'è qualcuno che non si fa gli affari suoi? Da lei non me lo aspettavo.

​Si alzò ed uscì sbattendo la porta. Arrivò nel suo ufficio e convocò la segretaria.
— Lisa, convochi tra mezz'ora una riunione urgente del personale a me assegnato.
— Motivo, dottore?
— Lo sentirà anche lei al momento. Faccia quello che le ho detto senza ulteriori domande.

​Dopo mezz'ora erano tutti in sala riunioni. Anche Simone. Lisa aveva la penna in mano per fare il verbale. Facce cupe. Una riunione così portava di solito guai.
— Lisa, non occorre il verbale. Quello che devo dire riguarda un aspetto che travalica questi uffici. Da qualche tempo corrono voci che io abbia una relazione con una persona che è in questa stanza. Vi ricordo che io ho sempre lasciato il mio privato fuori di qui, mentre qualcuno di voi l'ha portato dentro di forza. —

Pausa, occhi attenti.

— Ebbene, visto che interessa molto, vi comunico ufficialmente che quello che viene detto è assolutamente vero. Io ho una relazione con Simone da qualche mese. Siamo entrambi adulti, consenzienti e gay, e la nostra vita si completa perfettamente. Siamo innamorati, di un amore che auguro a ciascuno di voi. Quello che è fastidioso è doverlo dire forzatamente. Avete violato un diritto che è quello dell'autodeterminazione, costringendo me a dichiarare non liberamente quello che sono. In questo avete trascinato anche Simone, che si impegna più di tutti voi, portando dei risultati che molti di voi si sognano. Con l'aggravante di definirlo "il nero". Conoscete voi l'etimologia della parola pregiudizio? Significa giudicare prima. Voi ne avete portati due: il pregiudizio sull'omosessualità e quello del colore della pelle. Questo avete fatto. Oltretutto, sono aspetti della vita di altri che non vi riguardavano. Quindi, adesso ci sono due strade: io e Simone restiamo e tutto torna alla normalità, oppure ce ne andiamo entrambi, non solo Simone come invece mi è stato suggerito dall'azienda. Questo è il danno che avete provocato.

​Silenzio e sguardi bassi.

​— Avanti, c'è qualcuno che ha da dire qualcosa? Siamo tutti abbastanza adulti per parlarne liberamente.

​Lisa alzò la mano.
— Dottore, se posso, personalmente la prego di restare. Negli ultimi mesi, effettivamente, la situazione dell'azienda è ulteriormente migliorata. Se lei e Simone usciste, penso che sarebbe un danno per tutti.
— Altri?

​Si alzò Susanna.

— Dottore, ci deve scusare. Anche tu, Simone. Siamo stati leggeri ed invadenti. Restate.
​Arturo era soddisfatto. Comunque il suo team era solido.
— Bene. Comunicherò questa decisione al consiglio di amministrazione.
Resta solo un'ultima cosa. Simone, mi vuoi sposare?
​Simone sgranò gli occhi.
— C... cosa? Ma... io... certo che lo voglio!
​Si baciarono così, semplicemente, davanti a tutti. E in sala riunioni scrosciò l'applauso.
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