Gay & Bisex
Il giovane gelataio
06.09.2025 |
9.203 |
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"Mi immaginavo intanto i clienti in coda per un gelato, ma fu un pensiero passeggero..."
Vidi Matteo per la prima volta un giorno di luglio quando andai a prendere un gelato nel nuovo locale che avevano aperto davanti a casa mia. Avevo finito gli esami del primo anno con largo anticipo e avevo deciso di trascorrere due mesi in montagna a casa dei miei, in attesa del nuovo anno accademico. Matteo aveva diciotto anni compiuti da poco, un fisico asciutto e ancora acerbo, capelli neri, ricci e stirati come fosse un calciatore, viso con lineamenti sottili e ben definiti e carnagione leggermente scura (o forse ero io ad essere troppo pallido).
Fin dai primi giorni, capii che qualcosa non andava. Appena lo vedevo, sentivo le farfalle ovunque, il cuore che accelerava, le parole che andavano per conto proprio, rendendo il mio discorso buffo, sconclusionato, impacciato. Ad aggravare la situazione c’era il mio tentativo di fare il simpatico con inutili battutine, cercando di carpire inutili informazioni da lui, informazioni che si trasformavano puntualmente in fantasie e seghe appena tornavo a casa.
Il peggio lo toccai quando proposi di scambiarci il contatto Instagram e, dandogli il mio (Leonardo19), gli dissi che 19 non era il numero dei miei anni, sperando di suscitare in lui un qualche interesse.
Ad ogni mio tentativo le reazioni di Matteo erano sempre un misto di scazzo post-adolescenziale, noia, e interminabili scrollate su Instagram e Whatsapp mentre preparava coni gelato.
Per i primi dieci giorni, comunque, mi presentai alle tre del pomeriggio a prendere un gelato chiedendo sempre li stessi gusti, sperando così di farmi notare o almeno di farlo ridere ma, nonostante i miei sforzi, lo scazzo di Matteo al massimo lasciava appunto spazio all’imbarazzo o alla noia di vivere. A questo si aggiungeva che il gelato non mi era mai piaciuto troppo, per cui, appena comprato, lo buttavo nel primo bidone che incontravo, spesso senza averlo neanche toccato.
La svolta si ebbe un pomeriggio come un altro, in cui per qualche minuto rimasi il solo cliente del chiosco/gelateria. Dopo che ebbi preso il gelato e finto di interessarmi ai test di scuola guida che Matteo stava facendo, venni preso in contropiede: per la prima volta Matteo mi sorrise, denti bianchissimi e curati, occhi che ridevano come le labbra, come le spalle, come tutto il corpo e mi disse: "Guarda che ti ho visto che butti il gelato! Se vuoi venire a fare due chiacchiere, non è necessario che compri il gelato tutti i giorni".
Fu il punto di rottura.
Dopo essere sprofondato sottoterra, decisi che non sarei più andato a prendere il gelato e forse me ne sarei tornato in città, sperando così di dimenticare la figura di merda.
Purtroppo però non sono mai stato una persona di parola.
Infatti il giorno seguente alle tre ero di nuovo davanti alla gelateria. Questa volta Matteo non mi fece nessun gelato ma, sorridente e allegro, iniziò a chiacchierare e mi propose, quando arrivarono un po’ di clienti rompi palle, di andarlo a prendere alle sette, finito il turno in negozio, per accompagnarlo a casa. Così feci e così continuammo a fare per qualche giorno. Chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere. Lui pronto ad affrontare l’ultimo anno di liceo, io il mio secondo anno di università, suo padre che aveva aperto questa gelateria per farlo lavorare d’estate, i miei che ogni tanto salivano a vedere se fossi ancora vivo, il calcio, tanto, tantissimo calcio! Parlava solo di quello, mi faceva vedere i video sullo smartphone di lui che giocava o dei gol di Cristiano Ronaldo, o della nazionale, o di qualsiasi cosa riguardasse il pallone! Argomenti da non toccare: la situazione sentimentale (di entrambi) e il mio desiderio nascono di vedergli il pisello.
Giorno dopo giorno, seduti dentro il chiosco tra un cliente e l’altro, o sulla panchina prima di andare a casa, i nostri corpi si avvicinavano sempre di più, entravano uno nella sfera privata dell’altro, negli odori, nell’intimità, e le nostre gambe atletiche e un po’ pelosette, nude nei pantaloncini corti, iniziavano a sfiorarsi, a intrecciare i peli, prima per sbaglio e poi cercandosi con ingenuità e indifferenza.
Qualche volta, nel flusso della conversazione su qualche giocatore che piaceva a me ma non a Matteo, gli mettevo una mano sulla coscia scoperta, gli dicevo che "non era possibile", e intanto una forte scossa animava il mio cazzo e sentivo la sua pelle ritrarsi e i suoi occhi intensi e dolcissimi guardarmi con quell’espressione simile a un “cazzo stai facendo?”.
Diventammo drogati l’uno dell’altro, ci mandavamo messaggi languidi e folli per tutta la notte, passando le ore a condividere sogni e risate.
Quel suo essere così freddo e assente quando serviva i clienti, e così dolce e sensibile quando era con me, mi faceva impazzire.
Una mattina mi mandò un messaggio proponendomi di accompagnarlo, prima dell’apertura, a portare in giro il cane, un piccolo bassotto marroncino, che stranamente non mi abbaiava a prima vista. Camminammo un po’ in un boschetto vicino a casa sua, fino ad arrivare a una piccola radura in cui liberò del tutto Dybala (ebbene sì, il cane si chiamava così) e nella quale trovammo una panchina per sederci. Aveva piovuto da poco e in giro non c’era molta gente. Restammo lì per un po' a guardare Dybala che inseguiva le farfalle e all’improvviso sembrò che non avessimo più argomenti di cui parlare e l’imbarazzo fosse diventato un pesante muro tra di noi. Nonostante non riuscissi più ad alzare lo sguardo da terra, capii che qualcosa stava succedendo, i nostri corpi erano sempre più vicini, le ginocchia ora si toccavano nettamente e anche le nostre braccia iniziavano ad intrecciarsi. Mi feci coraggio e alzai di colpo lo sguardo, trovandomi di fronte, a un millimetro di distanza, gli occhi vivaci e intensi di Matteo, il suo sorriso divertito, i suoi denti bianchissimi. Le nostre labbra si avvicinarono e iniziammo a baciarsi con delicatezza, senza peso, ma con una strana forza che rendeva impossibile staccarci. Mentre sentivo l’umidità delle sue labbra, il loro sapore fresco e giovanile, decisi di allungare la mia mano, prima sulla sua coscia nuda, poi sui suoi pantaloncini, proprio lì, proprio all’altezza del cazzo. I pantaloncini da calcio che indossava erano un sottile velo morbido per cui la mia mano potè sentire distintamente il cazzo duro e lungo, accarezzarne i confini, massaggiare dove pensavo ci fosse la cappella e scendere alla ricerca delle palle. Avrei voluto tirarglielo fuori, vederglielo, ma non osai interrompere quel momento di infinita dolcezza.
Matteo intanto mi infilò tutta la lingua in bocca, in modo brutale, quasi con violenza. Sentii la sua lingua raggiungere la mia, intrecciarsi, cercare di entrare dentro il mio palato. Ormai eravamo un tutt’uno, la mia mano, seppur restando fuori dai pantaloncini, continuava a toccargli il cazzo duro come il marmo, le nostre gambe si intrecciavano come i rami di un albero mentre la sua lingua mi profanava la bocca in modo sempre più violento. Allungò una mano e la mise dietro la mia nuca, bloccandomi di fatto la testa e permettendo così alla sua lingua di entrare fino in fondo nella mia bocca e di scoparmela. Andammo avanti per un po’, finché Matteo si bloccò di colpo, la sua lingua diventò più delicata, si intrecciò silenziosamente alla mia, emise un piccolo verso di piacere e sentii i suoi pantaloni bagnarsi e quel bastone che c’era dentro emettere degli schizzi trattenuti a stento dalle mutande. Continuammo a baciarci, finché Matteo si staccò, tirò un respirone, sorrise imbarazzato, guardandosi il pacco tutto bagnato, e osservò che Dybala, chissà da quanto, si era seduto vicino a noi, osservandoci innamorato.
Qualche giorno e mille scazzi in gelateria dopo la sega nel bosco, Matteo mi comunicò che il lunedì pomeriggio seguente sarebbe stato libero e che sarebbe potuto venire da me. Niente di male, se non gli avessi detto diverse volte che quella settimana ero solo a casa perché i miei erano occupati in città.
Ossessionato dall’idea che questa volta gli avrei visto l’uccello, decisi di farmi una doccia prima che arrivasse e di attenderlo in accappatoio. Appena suonò, andai ad aprirgli con solo l’accappatoio addosso, godendomi la sua faccia sorpresa e stupita. A volte mi sembrava così ingenuo, rispetto al ragazzo duro che si presentava in gelateria, che avevo paura di turbarlo. La paura passò subito. Entrò, mi guardò con un sorriso che sapeva di universo, e si buttò su di me iniziando a baciarmi. Prima sulle labbra e poi con la lingua. Slinguammo così in piedi per un bel po’, con il mio cazzo che, in erezione, uscì dall’accappatoio. Mi spostai verso il divano del soggiorno e, senza staccarmi un momento dalla sua bocca, gli misi le mani sotto la maglietta, toccando per la prima volta quel petto snello e duro, senza neanche un pelo. Ormai l’accappatoio era tutto aperto, il mio cazzo abbastanza lungo, anche se sottile e appuntito, era duro e pulsava, Matteo lo guardò un momento, mi disse: "Adesso capisco Leonardo 19" , dopodiché si tolse la maglietta e fece scendere per terra il mio accappatoio. Ero completamente nudo, con le spalle contro un mobile e la sua lingua che mi stuprava la bocca. Gli misi una mano sui pantaloncini, ma questa volta non avevo intenzione di fermarmi. Feci scivolare la mano fino ai boxer. Il suo cazzo era umido e turgido.
Matteo si tolse i pantaloni e i boxer e li lanciò via con i piedi, rimanendo completamente nudo anche lui. Aveva un fisico pazzesco, che non si intravvedeva da vestito: addominali duri e definiti, muscoletti sottili ma nei posti giusti, peli pubici neri, folti e molto curati, cazzo leggermente scuro, sottile, 16 centimetri che ora volevo tutti per me. Ci guardammo per un attimo, giusto il tempo per dirgli che aveva davvero un bel fisico, e di vederlo arrossire e imbarazzarsi, prima di tornare a baciarci. Mentre le nostre lingue si intrecciavano selvaggiamente e le salive dell’uno e dell’altro iniziavano a mescolarsi e colare dalle nostre bocche, Matteo mi mise una mano sul cazzo, quasi come volesse castrarmi, strizzandomi ben bene l’asta e le palle. Mi spinse sul divano. Ora ci guardavamo negli occhi. Io ero seduto, lui in piedi, con le gambe leggermente divaricate. Non mi feci pregare, mi buttai su quel cazzo già umido e iniziai a succhiarglielo. Facendo una leggera pressione con le labbra, glielo scappellai e gli succhiai avidamente il glande che era pieno di presborra.
Mi fermai a guardarlo, scappellato, con una cappella rossa che risaltava su quell’asta un po’ scura. Mi passai il glande sulla faccia, cercando avidamente di bagnarmi il volto con la sua presborra, annusando quel pisello che finalmente sapeva di pisello, pulito, ma con il profumo da maschio vero appena uscito dall’adolescenza. Matteo ogni tanto emetteva un gemito soffuso, soffocato, finché si sedette anche lui sul letto, vicino a me, i nostri corpi che si toccavano. Mi buttai per terra e iniziai a leccargli i piedi. Prima il collo, poi la pianta e infine passai la lingua nelle fessure tra un dito e l'altro, succhiandogli gli alluci e annusando avidamente quell'odore di sudore che, nonostante una doccia recente, le scarpe e i calzini avevano lasciato.
Ancora inebriato dall'odore dei suoi piedi, aprii un cassetto e tirai fuori un preservativo e un tubetto di lubrificante. Matteo mi prese subito dalle mani il goldone e cercò di infilarselo. Mi bloccai a guardarlo mentre srotolava il preservativo e con qualche esitazione lo faceva scorrere fino in fondo all’asta. Mi lubrificai l’ano e ripresi a baciarlo. Si sdraiò con il cazzo durissimo, io mi coricai su di lui e iniziai a strusciarmi, finché sentii che il suo pisello si stava appoggiando al mio culo. Mi spinsi ancora un po’ indietro, mettendomi a candela e lasciando che il suo cazzo scivolasse ben dentro di me. Sentii un dolore forte e acuto, tutto si apriva e qualcosa mi stava violando. Iniziai ad andare su e giù, il mio cazzo duro gli sbatteva sugli addominali, mentre il suo mi penetrava con forza. Ad un certo punto ci bloccammo. Matteo strinse gli zigomi, lo sguardo lontano, si sfilò e mi mise sotto. Mi alzò le gambe e me le aprii così forte da farmi tirare le parti interne delle cosce. Le sue mani mi tenevano dalle caviglie e me le spingevano all’infuori, finché con un colpo secco mi infilò tutto il cazzo dentro. Iniziai a bruciare e tentare di divincolarmi ma in quella posizione non riuscivo. Lui prese a scoparmi così, affondando i colpi in profondità e con durezza. Il suo cazzo sembrava un bastone duro che spaccava un asse di legno. Oggi volta che entrava oltre lo sfintere, mi sentivo bruciare tutto. Iniziai a gemere, come una vacca, sempre più forte; ritmavo i miei versi con i colpi del suo cazzo che entrava e usciva da me, sempre più forte, sempre più violentemente. Ad un certo punto gemetti così forte che Matteo prese un cuscino e me lo mise in faccia per evitare che i vicini arrivassero preoccupati. Con il cuscino in faccia, il culo che pulsava e bruciava e Matteo dentro di me, iniziai a sentire caldo dappertutto, a sudare, a sentire le gocce di sudore di Matteo che mi cadevano sul petto, ad implorarlo di tirarlo fuori e due secondi dopo di scoparmi ancora più forte. Matteo aumentò, se possibile, i colpi, buttò via il cuscino, mi fissò diritto negli occhi, mi mise una mano sul collo, stringendolo, come a voler dimostrare che ero solo suo, e più stringeva, più mi chiedeva se lo volevo tutto dentro. Sembrava un toro impazzito. Ovviamente non me lo feci ripetere troppo, nonostante la mano che mi stringeva la gola, urlai di sì. Lui si fermò un attimo, tolse il cazzo dal mio culo, si sfilò il preservativo e rinfilò con violenza il suo cazzo nel mio buco. L’attrito senza preservativo fu ancora più forte, ma bastarono quattro colpi a fondo perché Matteo iniziasse a schizzare come un idrante. Mi stava riempendo, tanto che mentre aveva ancora il cazzo dentro che mi dava gli ultimi colpi, iniziò a colarmi fuori la sua sborra, a finire sul divano, sulla mie gambe, insomma dappertutto. Quando smise di sborrare, rimase qualche minuto col cazzo dentro, tornò a sorridermi come quando parlavamo di calcio sulle panchine, mi diede un bacio e si coricò esausto, sudato, e un po’ puzzolente accanto a me. Lo abbracciai, tenendolo stretto, accarezzandogli i capezzoli duri, guardando il mio pene che diventava barzotto e pensando al mio culo che era in fiamme e bruciava da matti.
Passammo un’ora buona così, abbracciati, sfiorandoci, chiacchierando di tutt’altro, come se non mi avesse appena scopato a sangue, finché Matteo mi chiese se mi fosse piaciuto. Domanda retorica. Parlammo un altro po’ e gli dissi che l’unico aspetto negativo era il mio buco che bruciava tantissimo e che probabilmente si era rotto. Mi chiese di farglielo vedere e, senza accorgerci, ci trovammo nella posizione del 69. Presi coraggio e glielo spinsi verso la bocca. In un attimo il mio cazzo era nella sua bocca e il suo nella mia, le nostre lingue sulle cappelle, le labbra che si aprivano e chiudevano rapidamente, la saliva che colava dappertutto, i nostri corpi che vibravano. Il mio cazzo era durissimo, pieno all’inverosimile, e così mentre succhiavo furiosamente la sua asta dura e bagnata ancora dalla scopata di prima, gli schizzai in bocca senza poterlo avvisare e senza potermi fermare. Lo riempii talmente bene che ci dovemmo staccare per permettergli di sputare il mio sperma sul pavimento prima di soffocare o ingoiare.
In piedi davanti a me, con ancora un po’ di sborra e saliva che gli colavano dalla bocca, con il cazzo duro, scappellato, insoddisfatto, mi disse che ero stato un po’ stronzo a venirgli in bocca senza dirglielo e che adesso avrei pagato.
L’idea di essere punito mi spaventava ma in realtà mi eccitava moltissimo. Non c’era più tempo per troppe chiacchiere perché il suo cazzo era quasi allo stremo e pieno. Mi girò a pancia all’ingiù sul divano, mi prese dai fianchi per farmi mettere a quattro zampe e senza troppi preliminari mi ficcò tutto il cazzo in culo, senza preservativo e senza lubrificante. Stavolta ero convinto mi avesse spaccato lo sfintere, ma ancora non sapevo che eravamo solo all'inizio. Mi mise una mano sulla nuca, mi prese dai capelli e iniziò a scoparmi con violenza come fosse una bestia in calore. Sentivo il suo cazzo crudo entrare e uscire, finché si coricò su di me, costringendomi a scivolare sul divano come fossi una tavola. La sua bocca si attaccò al mio collo rabbiosamente e iniziò a farmi un succhiotto, mentre il mio corpo era bloccato dalle sue braccia e il mio culo era pieno del suo pisello che mi penetrava senza pause, incurante che ormai il buco fosse rosso come un peperone e in fiamme. Io gemevo e mordevo la fodera del divano per resistere, finché mi avvisò che mi avrebbe riempito e iniziò a schizzarmi dentro, costringendomi a tenere la sua sborra in culo fino a quando non sfilò del tutto il suo uccello da me. Si rivestì, mi riempì di tenerezze, di sorrisi, di frasi simpatiche, mentre io rimasi nudo sul divano con il buco che mi pulsava e bruciava e il culo spaccato.
Nei giorni successivi continuammo a vederci prima e dopo il suo orario in gelateria, a parlare di tutto, a pensare alle rose delle nuove squadre di serie A, a commentare lo sguardo annoiato e scazzato con cui guardava i clienti, a sentirmi dire che gli sguardi dolci li teneva solo per me, a tenerci appena possibile per mano, a intrecciare le dita, a sfiorarci gamba contro gamba…
Arrivò anche fine luglio e Matteo, con un messaggino serale, mi comunicò che quel fine settimana sarebbe andato con i suoi amici in vacanza in Liguria.
Il peggior fine settimana della mia vita, davo di matto, parlavo da solo, continuavo a guardare Instagram alla ricerca di una storia di Matteo, immaginandolo a scopare con tutti e tutte tra una discoteca e l’altra. Per fortuna lunedì tornò e riprendemmo a passare il nostro tempo insieme e, nonostante chiedessi informazioni sulla vacanza al mare, lui si limitava a generici racconti e si chiudeva in un interessante mutismo selettivo.
Il lunedì, poi, in gelateria, in montagna, con il gelataio stanco e ancora con la testa al mare, era uno dei giorni più inutili della storia, così, ad un certo punto, mi disse di entrare anche io nel chiosco dato che gli erano mancate in quei due giorni le nostre chiacchierate. Mentre mi stavo ancor sciogliendo per l’emozione, mi disse di seguirlo. Era la prima volta che entravo nel retro del negozio: tutto era stretto, con qualche scatola ammassata qui e là. In un attimo le nostre bocche erano di nuovo a contatto, prima con calma e poi baciandosi furiosamente. Mi immaginavo intanto i clienti in coda per un gelato, ma fu un pensiero passeggero.
Appena ci staccammo, Matteo mi mise le mani sulle spalle, spingendomi verso il basso. Mi inginocchiai. Ero esattamente davanti al suo cazzo e a quei pantaloncini che ormai ben conoscevo. Mi aggrappai ai suoi fianchi e gli tirai giù in un colpo solo pantaloni e boxer, lasciandoli all’altezza delle caviglie. Il suo cazzo era già duro e la stanza si riempì velocemente dell’odore dei suoi ormoni e del suo pisello. Lo presi in bocca, mi sembrò di sentire un vago odore di pipì invadermi il palato. I miei denti gli tirarono giù il prepuzio e iniziai a succhiare quella cappella enorme e vogliosa. Matteo gemeva silenziosamente, ma il suo viso era trasformato dal piacere che gli stava dando la mia lingua sul glande. Intanto che succhiavo, in ginocchio, me lo tirai fuori, duro e rigido, iniziando a segarmi. Dopo poco, Matteo tirò fuori il suo cazzo dalla mia bocca, mi tirò su dalle ascelle, mi fece girare e mi appoggiò al muro.
Si avvicinò al mio orecchio e mi chiese se gli fossi mancato. Non ebbi tempo di rispondere che già il suo uccello premeva contro il mio buco. Mentre le sue gambe si inserirono tra le mie, costringendole ad aprirsi un po’, lui prese una piccola rincorsa inarcando gli addominali e mi sbatté l’uccello nel culo. Il mio buco era ancora dolorante dall’ultima scopata e piuttosto secco, per cui feci fatica a prenderlo così diretto e senza lubrificante. Matteo mi spinse tutto contro il muro, il mio cazzo si schiacciava contro la parete, mentre il suo entrò finalmente dentro, almeno per metà. Iniziò a scoparmi velocemente, dentro-fuori, dentro - fuori, sempre più a fondo, sempre più infiammando le mie pareti, sempre più godendo.
Dopo pochi minuti, la sua sborra invase il mio buchetto ed ebbi la certezza che da un po’ di giorni non veniva. La presi tutta, geloso di avere il suo seme, di essere il suo sborratoio, di portare i segni del nostro amore. Si tirò su i pantaloni e mi lasciò aperto e dolorante contro la parete, tornando in negozio a servire i clienti in coda da qualche minuto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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