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Gay & Bisex

Maschio e grezzo


di PiccMI
27.11.2025    |    5.408    |    10 9.8
"Luca gemette in risposta, il suono vibrante attorno all’asta che gli riempiva la bocca..."
Il sole del pomeriggio scaldava l’asfalto, facendolo luccicare come se fosse sudato. Luca camminava lungo il marciapiede stretto, senza una meta precisa ma con il solo desiderio di rilassarsi, lasciandosi trasportare dal ritmo lento della città in quell’ora pigra. L’aria era afosa e lui respirava a fondo, come se volesse riempirsi i polmoni di qualcosa di più concreto dei suoi pensieri. Fu allora che lo vide.
Un furgone bianco, macchiato di ruggine sui parafanghi, era parcheggiato di traverso tra due posti auto con il motore ancora acceso, un brontolio sordo che vibrava nell’aria. Dietro il volante, un uomo. Non un ragazzo, non uno di quelli curati che incrociava nei locali, ma un tipo grosso, con le spalle larghe e le braccia coperte da una peluria scura e folta che si perdeva sotto le maniche arrotolate. La barba, nera e ispida, lasciava intravedere solo la mascella squadrata e le labbra carnose, leggermente dischiuse. Una sigaretta penzolava all’angolo della bocca.
Luca si fermò. Non era la prima volta che era attratto da quel tipo di virilità grezza, da corpi dediti al lavoro manuale, ma c’era qualcosa in quell’uomo, nel modo in cui teneva il volante con una mano sola, nell’aria scazzata che emanava, che lo attrasse come un magnete. I suoi occhi si incollarono alle braccia dell’autista, seguendo la linea scura dei peli, immaginando come dovessero essere ruvidi al tatto, come avrebbero graffiato la sua pelle se solo avesse avuto il coraggio di avvicinarsi. E poi l’uomo si voltò.
Non con un movimento lento, ma con uno scatto secco, come se avesse sentito lo sguardo di Luca addosso. Gli occhi scuri, quasi neri, lo trapassarono con un’intensità che gli mozzò il fiato. Tolse la sigaretta dalle labbra e per un istante ci fu il silenzio, rotto solo dal rombo del motore. Poi la voce, una voce maschia e profonda, lo colpì: "Che cazzo vuoi?".
La domanda non era una domanda. Era una minaccia, un avvertimento. Ma Luca non si mosse. Non distolse lo sguardo. Sentì il battito del cuore martellargli nelle tempie, il sangue che gli pulsava nelle vene, e quando aprì la bocca, la voce gli uscì più ferma di quanto si aspettasse: "Il tuo".
L’uomo rimase immobile per un secondo, come se non avesse capito. Poi un ghigno lento, carnivoro, gli spaccò la barba in due, rivelando denti inaspettatamente bianchi. "Sei un frocetto a cui piace il cazzo allora".
“Sì, molto, specie quello di un maschio come te”, rispose stupendosi della sua spavalderia.
“Allora sali che ti accontento”, ordinò l’autista senza temere un rifiuto.
Luca si fece coraggio e montò sull’automezzo. Un mix di odori lo avvolse prima ancora che la porta si richiudesse alle sue spalle: era puzza di sudore, di olio motore e di fumo di sigaretta. Gli riempì le narici, facendogli girare la testa.
Il furgone partì con uno stridio di gomme, buttando Luca contro il sedile di pelle consumata. L’uomo non disse nulla, gli occhi fissi sulla strada, ma la sua mano libera si posò sulla coscia di Luca, le dita si insinuarono sotto l’orlo dei jeans, sfiorando la pelle nuda con una rudezza che gli fece venire la pelle d’oca.
"Dove… dove mi porti?", chiese Luca con un lieve tremore nella voce. Non era così sicuro di aver fatto bene ad accettare l’invito.
L’uomo rise con un suono gutturale. "In un posto dove nessuno ti sentirà urlare mentre ti scopo".
Dopo un quarto d’ora raggiunsero un capannone abbandonato in periferia, le pareti di lamiera arrugginita, il soffitto scrostato in più punti. La luce del sole filtrava a brandelli attraverso le fessure, disegnando strisce polverose sul pavimento di cemento. Scatoloni e attrezzi arrugginiti erano accatastati lungo le pareti, e l’aria calda sapeva di metallo. L’uomo spense il motore, il silenzio che seguì fu così improvviso che Luca sentì il proprio respiro rimbombargli nelle orecchie.
Non ebbe il tempo di guardarsi intorno. Una mano gli afferrò la nuca, spingendolo in ginocchio con forza. L’uomo era già davanti a lui, le gambe divaricate, le dita che slacciavano la cintura con un suono secco. Il respiro di Luca si fece affannoso quando il bottone dei pantaloni cedette, la zip che scendeva con un sibilo metallico. Poi, maestoso, il cazzo venne fuori, grosso e pesante, le vene gonfie che pulsavano sotto la pelle scura.
"Apri la bocca e succhia", ordinò l’uomo.
Luca obbedì senza esitare. Le sue labbra si schiusero, la lingua si protese per leccare glande e asta. Il sapore era muschiato, intenso. Poi le dita dell’uomo si intrecciarono nei suoi capelli, premendo contro il cuoio capelluto, e la bocca di Luca venne spinta giù, lungo il cazzo rovente. E lui lo prese tutto.
La gola gli bruciò quando la punta sfiorò l’ugola, ma non si tirò indietro. Le labbra si allungarono attorno alla circonferenza massiccia, la saliva che colava dagli angoli della bocca, gocciolando sulle palle dell’uomo, pesanti e coperte di peli. Le mani del maschio guidavano il suo viso su e giù con colpi ritmati. Ogni affondo gli mozzava il fiato, ma Luca non si fermò. Anzi, allungò le mani per afferrare i fianchi dell’uomo, le dita che si conficcavano nella carne soda sotto la maglietta, come se volesse ancorarsi a lui, fondersi con quel corpo possente che lo stava usando.
"Cazzo, sì… così, piccola troietta". La voce dell’uomo era un ringhio, le parole pronunciate tra i denti, mentre i suoi fianchi cominciavano a muoversi, spingendo il cazzo sempre più a fondo.
"Ti piace, eh? Ti piace succhiare il cazzo a uno come me, vero?".
Luca gemette in risposta, il suono vibrante attorno all’asta che gli riempiva la bocca. Sì. Amava quel cazzo sulla lingua, il sapore selvatico della pelle, il modo in cui l’uomo lo trattava, come un oggetto, come qualcosa di suo, da usare e piegare a proprio piacimento. Le lacrime gli bruciavano agli angoli degli occhi per lo sforzo, ma non importava. Niente importava, tranne quella sensazione di essere riempito, posseduto, ridotto a nulla se non a una bocca bagnata e disponibile.
Poi le dita dell’uomo si strinsero ancora di più nei suoi capelli, tirandogli la testa all’indietro con un colpo secco. Il cazzo uscì dalla sua bocca con un pop umido, la punta che gli sfiorava le labbra, ancora dura come la pietra.
"Alzati". L’ordine fu un colpo di frusta.
Luca ubbidì, le gambe tremanti mentre si rialzava. Non fece in tempo a riprendere equilibrio che già veniva spinto contro uno scaffale di legno, la schiena che sbatteva contro le assi ruvide. Le mani dell’uomo furono su di lui in un istante, strappandogli la cintura, abbassandogli jeans e boxer in un solo strattone. L’aria fresca del magazzino gli accarezzò il culo nudo, e poi sentì le dita callose dell’uomo che gli spalancavano le natiche, un pollice che premeva contro il suo buco ancora chiuso, bagnandolo di saliva.
"Hai voglia di prenderlo, vero?". La domanda non aspettava risposta. L’uomo sputò sul palmo della mano, strofinandola sul suo cazzo già lucido di saliva, poi lo guidò contro l’entrata stretta di Luca. Non fu brutale, lo spinse con lentezza permettendo a Luca di dilatarsi per accogliere quel grosso membro. Quando entrò tutto, un’ondata di piacere travolse il ragazzo.
"Ah!", gemette. Le dita si aggrapparono allo scaffale per stabilizzarsi. L’uomo gli diede il tempo di abituarsi, poi cominciò a pompare, i fianchi che sbattevano contro il suo culo con colpi ora secchi ora lenti, e a ogni spinta lo spingeva più a fondo, fino a quando Luca non sentì il cazzo dell’uomo pulsargli dentro come un secondo cuore.
"Sei una puttanella perfetta", ringhiò l’uomo contro il suo orecchio, la barba che graffiava la guancia del ragazzo mentre si chinava su di lui, con una mano che gli serrava la gola, per fargli sentire chi comandasse. "Ti sto scopando come meriti, eh? Come una che non vede l’ora di essere riempita."
Luca non riuscì a rispondere a parole. Poté solo gemere, il corpo scosso da ogni spinta, il cazzo duro che batteva contro lo scaffale. Le dita dell’uomo si strinsero attorno al suo collo, poi scesero, afferrandogli i capezzoli tra pollice e indice e facendoli vibrare. Il piacere si moltiplicò come un cocktail esplosivo.
"Adesso voglio che vieni. Voglio sentirti stringermi mentre ti riempio", ordinò l’uomo.
Non ci volle altro. Le parole, la voce profonda, il cazzo che lo penetrava, il corpo possente del maschio addosso a lui: fu troppo. Luca sentì l’orgasmo esplodergli nelle vene, il seme che schizzava contro lo scaffale, il corpo scosso da spasmi violenti mentre l’uomo continuava a fotterlo, i colpi che diventavano sempre più irregolari, più profondi, fino a quando anche lui non emise un ruggito, le dita che si conficcavano nelle natiche, tenendolo fermo mentre veniva dentro di lui, riempiendolo.
Poi il silenzio. L’uomo si tirò indietro, il cazzo che usciva dal suo corpo con un suono umido, lasciandolo vuoto. Luca rimase lì per un po', appoggiato allo scaffale, il respiro affannoso. L’altro non disse nulla. Si pulirono entrambi con dei fazzolettini di carta.
Poi, sempre in silenzio, si rivestirono e salirono sul furgone. Percorsero la strada a ritroso, senza dire una parola. Il maschio lasciò il ragazzo dove lo aveva prelevato. Si salutarono con un semplice ciao, freddo e impersonale. Poi l’automezzo ripartì e sparì dalla vista del ragazzo.
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