Gay & Bisex
S. & M.
PiccMI
12.01.2026 |
4.368 |
8
"Le pareti del retto si adattavano al cazzo dell’uomo, lo accoglievano, ne percepivano perfettamente forma, calore e dimensioni..."
Nel seminterrato appena riscaldato, le pareti in pietra assorbivano il ronzio lontano della città e restituivano un silenzio denso, quasi palpabile. Un’unica lampada a parete tingeva l’ambiente d’una luce ambrata che sembravasciogliersi sulla pelle, rendendo ogni ombra più profonda. L’uomo barbuto - cinquant’anni portati con fierezza, torace villoso - si muoveva lentamente, godendosi il ritmo pacato dei propri passi scalzi sul parquet. Si chiamava S., ma nel piccolo tempio privato che aveva costruito non servivano nomi: bastava il titolo che i suoi adepti gli rivolgevano sottovoce, «Padrone», per accendere in lui una fiamma calda e antica.
Davanti a lui, inginocchiato ai suoi piedi da venti minuti, senza muoversi, senza parlare, c’era M., calvo, glabro, la pelle lucida di un bianco quasi trasparente. Aveva sessant’anni portati con garbo, un fisico asciutto, le vene visibili sotto la pelle sottile delle braccia. Non era giovane, eppure l’attesa di ricevere attenzione dal suo padrone lo faceva tremare come un adolescente. Quando S. si avvicinò, M. reclinò immediatamente la testa, mostrando la nuca in segni d’offerta e rispetto.
«Riprendi la posizione», ordinò S. con voce profonda.
Un brivido attraversò la schiena nuda di M.; si voltò, si appoggiò a quattro zampe, distese il petto sulle lenzuola nere, sollevò il bacino e allargò le gambe. Il culo glabro si aprì, denso di attesa e di promesse. Il passivo trattenne il respiro, sentendo l’aria fresca lambire l’anello che presto si sarebbe aperto per accogliere il maschio. Senza proferir parola, S. afferrò un flacone d’olio profumato, lo versò sul palmo della mano destra e lo scaldò tra i pollici. Il profumo di sandalo si diffuse nell’aria, caldo e speziato.
M. emise un gemito non appena le dita robuste di S. si posarono sul suo buco, un cerchio di fuoco e desiderio. Il padrone non si scompose; accarezzò lentamente la piega facendo scorrere più volte de dita, le diede un colpetto, poi spinse un polpastrello all’interno. Il passivo si arcuò, in silenzio. «Fa’ entrare il tuo padrone», sussurrò S., e con quel verbo liturgico fece scivolare prima la falange, poi l’intero dito. L’interno di M. era caldo, morbido, un guanto di velluto umido che si contraeva al ritmo dei respiri. Il master sentì l’impulso di penetrarlo immediatamente, ma seppe mantenere il controllo per proseguire la preparazione con lentezza, rendendola esasperante per M., che non desiderava altro che essere sodomizzato dal maschio. A S. piaceva sentire il partner vibrare, con quel misto di paura e voglia che rendeva carne e anima una sola cosa.
Quando ritirò la mano, M. gemette implorando un «Per favore…».
«Zitto», replicò S.. «Non ti è concesso di parlare se non per ringraziarmi alla fine». Per punire l’ardire di M., gli fece indossare una museruola in cuoio, con chiusura a zip della bocca.
Poi, con una mossa fluida, si tolse la vestaglia; il cazzo spuntò eretto, medio in lunghezza ma alquanto grosso in circonferenza. Lo cinse con la mano destra e spalmò un velo di lubrificante proprio sotto gli occhi di M., che non osava sollevare lo sguardo. «Ti piace?», chiese S., pur conoscendo perfettamente la risposta. Il passivo annuì timidamente con la testa. “Troia!”, esclamò il maschio mollandogli un ceffone. Gli puntò il membro a pochi centimetri dalla bocca prigioniera e fece scivolare più volte la mano lungo l’asta. Il passivo restò immobile, ma percorso da un desiderio incontenibile misto a un frustrante senso d’impotenza. Temeva che il suo padrone, con sommo disprezzo, avrebbe potuto decidere di non possederlo, di non introdurre in lui il suo pene, lasciandolo nella privazione più totale.
Dopo un’attesa spasmodica e crudele, nel silenzio più assoluto, S. si posizionò alle spalle di M. e fece scorrere il glande lungo la scivolosa fessura tra le chiappe, picchiettando il buco con movimenti circolari. M. era un corpo teso, il sudore gli colava lungo la nuca, le mani serravano le lenzuola.
«Ora!», mormorò il padrone, e spinse. Il buco cedette facilmente, ricevendo il glande con un lieve plop di carne calda. Entrambi restarono immobili per qualche istante, respirando intensamente, misurando la stretta nel confine tra dolore e piacere.
«Lo sento, lo sento…», gemette M. con voce spezzata.
«Sei mio», dichiarò S.. Con un affondo vigoroso, fece scivolare tutta l’asta finché il pube non toccò le natiche dello schiavo. Era dentro, al completo, sprofondato nel calore vellutato che gli stringeva il cazzo come un budello febbricitante. Per un attimo chiuse gli occhi, lasciando che il piacere si irradiasse: quella stretta morbida, umida, pulsante, si intrecciò a una vertigine di potere purissimo. Era lì, nel ventre di un uomo che lo venerava, che desiderava solo obbedirgli e dargli piacere.
M. si sentiva finalmente preso dal suo padrone, il suo cilindro di carne a dilatargli lo sfintere, con un senso di pienezza e di sottomissione al volere del maschio, che poteva disporre di lui come meglio gli piaceva.
Quando il padrone cominciò a muoversi, con colpi lenti e inesorabili, sentì vampate di godimento propagarsi nel corpo. Era riempito, invaso, e il senso di sottomissione gli si stampava nel cervello come un marchio: «Appartengo a lui, il mio corpo è suo, io sono suo, sono niente senza lui».
Le pareti del retto si adattavano al cazzo dell’uomo, lo accoglievano, ne percepivano perfettamente forma, calore e dimensioni. Il ritmo divenne più serrato. S. si aggrappò alle anche glabre di M., tirò indietro il passivo fino a mezzo busto per trovare l’angolo giusto. «Guarda come mi prendo il tuo culo, guarda», ordinò schiaffeggiandogli le chiappe. Reclinando la testa, M. vide il ventre villoso del padrone scontrarsi contro le sue natiche, la carne che ondeggiava a ogni colpo. Il suono umido e cadenzato riempiva la stanza: uno schiocco ritmico, il rumore del sesso gretto, animalesco.
«Sì, Padrone, ti prego, continua…» implorò lamentoso. Il suo cazzetto restò flaccido e non osò toccarselo per non contravvenire agli ordini.
«Non ti concedo nulla finché io non sarò sazio», grugnì S.. L’uomo abbassò il busto e affondò i denti nella spalla di M., martellandolo a colpi di cazzo.
M. percepiva la barba dell’uomo contro la pelle, si sentiva annullato dalla potenza e dalla foga dell’uomo e raggiunse una sorta di trance estatica che gli ottenebrava la mente. Ogni spinta gli faceva vibrare la prostata e un lampo di piacere elettrico saliva fino alla testa. Il padrone accelerò. Le sue cosce pelose, forti e muscolose, guizzavano avanti e indietro, il cazzo durissimo entrava e usciva dal buco bollente, gocce di sudore scivolavano tra i peli del petto, il cuore batteva come un tamburo.
«Ti riempirò di sperma», annunciò, la voce rotta da una furia crescente. «E tu resterai fermo, con il mio seme dentro». Quelle parole dettero l’impulso finale: un colpo, due, tre. S. affondò fino in fondo, tenendosi aggrappato alle spalle di M. e rilasciò il suo l’orgasmo. Il cazzo pulsò lunghi, roventi getti, riversando
il primo, il secondo, il terzo fiotto dentro quel budello stretto. Il piacere lo accecò, un’esplosione di voci e colori dietro le palpebre.
M. sentí il calore espandersi, scivolare nell’intestino come lava. Il solo pensiero – «È dentro di me, è parte di me» – bastò a farlo tremare. Senza toccarsi, sprigionò il proprio orgasmo, riversando il suo seme trasparente e denso sulle lenzuola. Il corpo si scosse in contrazioni brevi,
silenziose, mentre la mente si svuotava di ogni pensiero se non di gratitudine assoluta.
Quando S. si ritrasse, il pene uscì con un lieve schiocco; un rivolo di sperma scivolò lungo l’interno coscia di M.. L’uomo barbuto rimase in piedi, il torace che si sollevava ancora rapidamente; osservò il passivo sprofondato, immobile, il buco visibilmente arrossato e aperto che palpitava al ritmo d’un battito lontano. Espirò un sospiro soddisfatto, si passò una mano tra la peluria del petto e si asciugò il sudore. Poi raccolse con un dito lo sperma che colava dal buco di M., aprì la zip della museruola e lo porse al passivo. La lingua guizzò e leccò con voluttà il nettare denso e gelatinoso.
«Hai fatto il tuo dovere», disse alla fine S., con voce bassa e vibrante.
M. disse solo un “Grazie, Padrone” tremante, chiuso negli echi di un piacere che si stavano trasformando in un profondo senso di gratitudine.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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