Prime Esperienze
La santa del pianerottolo
12.02.2026 |
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"Non era un pensiero “chiaro”, era peggio: una curiosità costante, una fame di capire cosa ci fosse oltre la facciata impeccabile..."
Francesco aveva trentacinque anni e una vita che, vista da fuori, sembrava tenuta insieme con ordine: lavoro vicino casa, famiglia, abitudini. Non amava complicare le cose. Gli piaceva che le giornate avessero un ritmo chiaro, qualcosa di stabile a cui appoggiarsi.Il suo negozio di computer e telefonia era a pochi minuti dal palazzo: vetrina sobria, interna pulita, scaffali in fila. Lì riparava e vendeva: portatili che non si accendevano più, telefoni con lo schermo rotto, dati da recuperare a clienti che arrivavano in ansia e con la voce già tremante. Ci lavorava con serietà e con quell’orgoglio silenzioso di chi si è costruito il posto da solo.
Era bravo soprattutto per la pazienza. Sapeva ascoltare anche chi non sapeva spiegarsi, trasformare un “non va” in domande precise, trovare il guasto senza far sentire nessuno un incapace. Tra banco e laboratorio si muoveva sicuro, con mani abituate alle viti minuscole e ai connettori delicati.
A casa, però, la vita era meno prevedibile e più piena. Era sposato con una professoressa una donna concreta, abituata a orari e responsabilità e avevano un figlio piccolo che riempiva la casa di corse, giochi e stanchezze dolci. Francesco non lo diceva spesso, ma da quando c’era lui il tempo si era accorciato: non “passava” più, si contava in gesti e momenti.
Fisicamente era normale, curato. Faceva palestra quando riusciva e correva per tenersi in forma e svuotare la testa. Non per vanità: per sentirsi presente, efficiente.
Il palazzo era la sua cornice quotidiana: atrio, scale, ascensore. Conosceva qualche faccia, pochi nomi, i saluti di rito. E a lui bastava. C’era però un luogo in cui quelle presenze diventavano un po’ più reali: la chiesa del quartiere. Lui e sua moglie la frequentavano, e lì tra una messa e l’altra capitava spesso di vedere anche altri condomini, di scambiare due parole, di riconoscersi con più calma.
Quel giorno, in negozio, Francesco si aspettava la solita routine: due riparazioni, un cliente nervoso, un preventivo da chiudere. Quando la porta si aprì e il campanellino suonò, alzò lo sguardo con il sorriso automatico.
E la vide.
Per un attimo non cambiò nulla, solo che la sua attenzione si strinse, come quando metti a fuoco un dettaglio.
Elena.
La riconobbe subito, anche se non l’aveva mai vista lì dentro. Non era “una cliente qualsiasi”: era una presenza familiare. Quella del palazzo, ma non solo.
Elena aveva quarantatré anni e un’eleganza discreta, composta, che non cercava mai di attirare lo sguardo eppure finiva spesso per fermarlo. Non per provocazione: per modo d’essere. Educata, misurata, con quella gentilezza che sembra sempre un passo indietro.
Abitava nello stesso edificio da anni e viveva una vita che molti avrebbero definito perfetta: casa curata, marito e figlia, serenità economica. Era rispettata da tutti vicini, altre madri, persone della parrocchia. In chiesa la si vedeva spesso: seduta con postura ordinata, lo sguardo basso nei momenti giusti, la stessa naturalezza di chi la fede non la ostenta ma la pratica. Anche la moglie di Francesco la conosceva di vista, e qualche volta avevano scambiato un saluto all’uscita, tra i passi lenti sul sagrato.
Elena era timida. Si capiva da come abbassava gli occhi quando qualcuno la guardava troppo a lungo, da come un complimento la metteva in imbarazzo. Non impaccio: pudore.
Aveva capelli castani morbidi, spesso raccolti con ordine, e occhi chiari tra nocciola e verde con una luce quieta. Il suo corpo, però, era più difficile da “nascondere”: forme piene e generose che anche sotto abiti sobri non sparivano del tutto. Per questo sceglieva tagli discreti e colori eleganti, sempre attenta a non dare nell’occhio.
Francesco la vide fermarsi a pochi passi dal banco, la borsa stretta tra le mani, un’esitazione gentile sul volto.
Che ci fa qui? pensò, senza dirlo. Di solito… la vedi in ascensore, o in chiesa. Non così.
Poi si raddrizzò e tornò quello di sempre: professionale, calmo, disponibile.
«Buongiorno, Elena… dimmi pure. Come posso aiutarti?»
Elena salutò con un sorriso cordiale, ma si vedeva subito che era tesa. La timidezza, su di lei, diventava quasi affanno quando qualcosa andava storto.
«Buongiorno…» disse piano, e poi aggiunse il suo nome come se fosse un’informazione utile, anche se Francesco la conosceva già.
Francesco la guardò con attenzione, senza metterle fretta. In mano teneva il telefono come si tiene un oggetto fragile, quasi colpevole.
«Si è… rotto. Non si accende più.» Le uscì tutto d’un fiato, e subito dopo deglutì. «Non so se ho fatto un danno peggiore provando a riavviarlo.»
Lui fece un cenno, calmo. «Va bene. Dimmi una cosa: è caduto? Ha preso acqua? Hai notato qualcosa prima che si spegnesse?»
Elena si strinse appena nelle spalle, come se ripassasse la scena nella testa. «È caduto ieri… dal tavolo. Non tantissimo, ma… ha fatto un colpo. All’inizio lo schermo si è acceso, poi dopo un po’ si è spento. E stamattina… niente. Non vibra, non dà segni.»
Mentre parlava, l’ansia le saliva in volto, più evidente delle parole. «Io… Francesco, mi scusi, è che dentro ho tutto. Le foto del viaggio… quelle della bambina. Non le ho salvate da nessuna parte, credo. Io» Si interruppe, il respiro corto. «Si possono recuperare?»
Francesco prese il telefono con delicatezza, lo girò tra le dita, come se già potesse leggerci qualcosa. «Guarda, non ti preoccupare. Prima lo controllo e vedo se risponde almeno in qualche modo. Farò il possibile.»
Elena si avvicinò di mezzo passo, trattenendo quasi il gesto. «Per favore… faccia di tutto. È l’unica cosa che mi interessa davvero. Il telefono… quello si cambia, ma quelle foto»
«Ho capito.» La sua voce restò tranquilla, ferma. «Vediamo cosa si può fare. A volte è solo la batteria o un connettore, altre volte serve aprirlo e lavorare con più calma. Ma non partiamo già dal peggio.»
Lei annuì più volte, come se avesse bisogno di aggrapparsi a quelle frasi. «Grazie… davvero.»
Francesco le fece compilare due dati essenziali, poi si fermò un attimo, con la penna a mezz’aria. «Senti… in teoria mi servirebbe un recapito, un numero, qualcosa per avvisarti.»
Elena si morse il labbro, ancora agitata. «Sì, certo… posso»
Lui la precedette con un mezzo sorriso, cercando di alleggerire. «Lascia stare. Qui siamo in condominio: non mi serve nemmeno un recapito. Te lo farò arrivare direttamente a casa.»
Per un attimo, Elena sembrò sorpresa poi le scappò un sorriso piccolo, involontario. Non risolse l’ansia, ma la spostò appena.
«Va bene…» disse, più piano, e quasi più normale. «Allora… grazie. Mi affido a lei.»
«Ci penso io.» Francesco annuì, e con la stessa calma aggiunse: «Ti faccio sapere appena ho capito qualcosa.»
Elena salutò di nuovo, educata e veloce, e uscì. La campanella della porta suonò una volta sola, poi il negozio tornò quieto.
Francesco rimase un secondo a guardare il telefono sul banco, come se pesasse più del suo valore. Poi si sedette, si mise i guanti sottili, collegò il dispositivo al cavo di alimentazione e iniziò subito a lavorare, concentrato, con quell’attenzione precisa che usava quando capiva che, per qualcuno, non si trattava “solo” di un oggetto.
Francesco lavorò su quel telefono per tutta la mattinata.
All’inizio fece le prove più semplici: alimentazione, porta di ricarica, tentativo di avvio forzato. Niente. Poi aprì il dispositivo con calma, come sempre, e capì quasi subito che non era una riparazione “da banco”: la scheda madre era segnata, come se un colpo secco avesse creato una frattura interna. Un danno profondo, definitivo. Il telefono, di fatto, non sarebbe tornato a vivere.
Eppure, dopo un’ora buona di controlli, Francesco trovò una strada.
Non poteva ripararlo, ma poteva salvare ciò che contava.
Con pazienza, collegò i punti giusti, usò gli strumenti che teneva per i casi difficili e, dopo diversi tentativi, riuscì a far riconoscere la memoria quel tanto che bastava per estrarre i file. Quando sullo schermo del computer comparvero le prime cartelle, gli scappò un sospiro leggero, quasi di sollievo.
Ok. Almeno questo.
Iniziò a copiare tutto su una pennetta, convinto che sarebbe bastata. Ma dopo pochi minuti si rese conto che non era nemmeno vicino: centinaia e centinaia di elementi, e poi video tanti video che facevano salire il totale in modo brutale.
«No… vabbè.» borbottò tra sé.
Prese un hard disk esterno dal cassetto, uno di quelli che usava per i backup grossi, e ricominciò la copia da capo. La barra di avanzamento divenne una linea lenta, ostinata. Intanto, sul lato, si aggiornava l’elenco dei file trasferiti: nomi, date, piccole miniature.
Ed è lì che, senza volerlo, gli si accese qualcosa.
Non era desiderio, non ancora. Era quella curiosità sporca e umana che arriva quando ti trovi davanti la vita di qualcun altro, ordinata in cartelle, pronta a essere aperta con un doppio clic. Francesco lo sapeva che non doveva. Eppure la mano rimase lì, sul mouse, come se avesse perso per un attimo la guida.
Dai, solo un controllo… giusto per vedere che la copia sia venuta bene.
Aprì una cartella a caso.
Foto di una bambina: sorrisi, giochi, facce buffe. Poi Elena, in alcuni scatti, accanto a suo marito: immagini normali, familiari, di quelle che raccontano una vita stabile. Francesco scorreva e sentiva il cuore battere più forte, senza capire perché.
Che cosa stava cercando, esattamente?
Non lo sapeva. E proprio quel non saperlo lo inquietava.
Passò a un’altra cartella. Foto di un viaggio: strade, panorami, tavoli apparecchiati, cieli larghi. Immagini belle, tranquille. Eppure lui continuava a scorrere, come se aspettasse che tra quelle normalità apparisse qualcosa che non aveva il diritto di vedere.
La porta del negozio suonò.
Francesco richiuse tutto con un gesto rapido, quasi brutale. Schermata pulita. Finestra chiusa. Nessuna traccia.
«Buongiorno,» disse al cliente, con la voce troppo normale.
Fece il suo lavoro: ascoltò, consigliò, risolse una sciocchezza in pochi minuti. Ma la testa era rimasta lì, su quell’hard disk. Sul fatto che dietro quei file c’era Elena, reale, presente e che lui, per qualche motivo, aveva appena attraversato una linea.
Appena il cliente uscì, Francesco si ritrovò davanti al computer come se ci fosse tornato da solo.
Solo per controllare che sia tutto a posto, si disse di nuovo. Una scusa identica, e sempre meno credibile.
Aprì ancora.
Scorse altre cartelle, altre date. Poi, tra le miniature, comparvero foto di mare. Niente di scandaloso, niente di “proibito” in senso stretto solo Elena in costume, una scena da vacanza. Ma bastò a farlo restare fermo.
Il costume bagnato di Elena rivela ogni dettaglio del corpo morbido, i seni rotondi premuti contro il tessuto, la curva della pancia e l’ombra tra le gambe. L’espressione disinvolta ma consapevole lo eccitò ancora di più.
Deglutì e continuò a cercare, quasi irritato da se stesso. C’era dentro una lotta: una parte che voleva richiudere tutto e tornare a essere “quello corretto”, e un’altra che spingeva, testarda, verso l’ennesima cartella.
Guardò l’ora: era già pranzo. Non gli importò.
Scorse ancora e trovò una directory con un nome Telegram e andò nella cartella Sent "inviate".
Si fermò un secondo, con il cursore sopra.
Il cuore batteva a mille, si stava eccitando come non mai.
Cliccò sulla cartella e vide Selfie di elena col seno scoperto: Elena è seduta sul divano di casa, vestaglia slacciata, collo piegato e telefono all'altezza del mento. Il suo grosso sono in primo piano, capezzoli rosa scuro e inturgiditi, pelle leggermente arrossata come se si fosse palpata.
Bingo! pensò! Finalmente Francesco trovò quello che stava cercando.
Scorre a destra e trova Elena nella sua camera da letto, completamente nuda di fronte alla grande specchiera con le gambe leggermente divaricate e il sedere spinto in fuori e una mano che cerca di aprire bene e mettere in mostra la fessura tra le chiappe. Si piega quasi a 90 mentre lei guarda verso lo smartphone che tiene con una mano.
Scorre a destra, questa volta Elena si è sdraiata sul letto e si scatta una foto con le gambe chiuse e la mano a coprire l'inguine. Sorride maliziosa.
Scorre ancora a destra e trova un video: Elena completamente nuda sul letto che geme piano piano mentre si masturba. Si mette due dita in bocca, le bagna e le porta giù per infilarle dentro la fica e il suono bagnato è ben udibile nella registrazione a bassa risoluzione. Il bacino segue i movimenti delle dita, il suo corpo si scuote mentre viene e lei ansima sempre piu forte finche non si vedono i muscoli finché non si vedono i muscoli contrarsi, e il video termina lei tremolante con un sorriso malizioso.
Francesco resta senza parole: mai avrebbe immaginato Elena, una donna apparentemente timida avesse una vita segreta tanto trasgressiva. E quel video poi… sembra quasi un messaggio d'amore lasciato alla persona giusta, peccato che lui sia capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato. O giusto? La fantasia comincia a prendere vita nella testa di Francesco...
Francesco eccitato, si chiude dentro il negozio con il cuore che batte forte e il membro dolorosamente duro dentro i jeans.
Si siede sulla piccola scrivania del negozio, si slaccia la cerniera piano e tira fuori il cazzo palpitante. Lo stringe forte nel pugno destro, si masturba lento ma deciso, il video di Elena che si tocca risuona ancora nella sua testa: i suoi gemiti, il suono bagnato delle dita dentro la fica... Francesco serra le labbra per non far rumore mentre accelera il movimento. Immagina lei a 90 sul divano del negozio culo in su gambe aperte e lui che da colpi decisi, tette premute contro il vetro della vetrina, e lui che le tira i capelli con forza.
Il piacere sale rapido, intenso e senza ritorno. Francesco viene copioso sulla scrivania, le dita sporche del suo seme mischiato a quello che resta della fantasia sul corpo immaginario di Elena. Sente il respiro pesante, il battito cardiaco ancora accelerato come se avesse corso una maratona.
Si pulisce piano con un fazzoletto e ripensa ad Elena che sotto quel viso angelico e comportamento timido si nasconde una troia segreta. Quella fantasia gli gira in testa tutto il pomeriggio finchè non arrivò la sera.
Francesco cercò un alibi pratico per avvicinarsi. E lo trovò con facilità: l’hard disk con i dati era pronto, il telefono era irrecuperabile. Poteva chiamarla, certo. Ma l’idea di bussare direttamente di risolvere “da vicino” gli sembrò improvvisamente naturale. Troppo naturale.
Si disse che era per comodità. Che erano vicini di casa. Che tanto, a consegnare in serata, avrebbe fatto solo una cosa gentile.
E così, a negozio chiuso, infilò l’hard disk in una busta, prese anche il telefono spento e risalì verso casa con un passo più rapido del solito.
Quando arrivò davanti alla porta, esitò un secondo.
Sto facendo una cosa normale, si ripeté. Solo una consegna.
Bussò.
Passarono pochi istanti e la porta si aprì. E a comparire fu proprio Elena.
«Oh buonasera.» La sua voce era cordiale, ma un filo sorpresa. Come se non si aspettasse di vederlo lì, fuori dal contesto “ascensore” o “chiesa”.
Francesco provò a restare neutro, professionale. «Ciao, Elena. Ti porto quello che mi avevi lasciato. Ho recuperato i file.»
La parola recuperato sembrò toglierle peso dalle spalle. Le si distese appena il viso. «Davvero? Grazie… grazie di cuore.»
Dentro casa si sentiva un fruscio di fogli e una vocina che chiedeva qualcosa a bassa voce. Elena si spostò di lato.
«Vuoi entrare un attimo? Sto aiutando…» fece un cenno verso l’interno, «…con i compiti.»
Francesco entrò.
La scena era domestica e semplice: tavolo apparecchiato di quaderni, matite, una bambina concentrata e un po’ stanca.
Elena era vestita “da casa”, con un abbigliamento comodo, più morbido, meno costruito di come lui la vedeva di solito. Non c’era nulla di eclatante, ma bastò un attimo perché lei si rendesse conto di come appariva: Elena abbassò lo sguardo, si tirò istintivamente il tessuto addosso, si ricompose come se avesse appena ricordato a se stessa di dover essere… Elena.
Quel gesto rapido, automatico colpì Francesco più di qualunque dettaglio.
Perché nella sua testa, ormai, l’immagine di lei non era più “solo” quella donna composta. C’erano dentro le foto il video di lei che si tocca, la sua curiosità, e soprattutto l’idea disturbante che Elena fosse più grande della parte che mostrava.
È solo una donna normale, provò a dirsi. Sono io che sto…
Elena gli indicò una sedia. «Siediti pure un attimo. Scusa il caos.»
«Tranquilla.» Francesco posò la busta sul tavolo con cura, come se quell’oggetto fosse più pesante di un hard disk. «Qui dentro ci sono tutti i file. Sono tanti, ho usato un disco esterno perché una pennetta non bastava. Il telefono invece… purtroppo no. La scheda è danneggiata in modo permanente. Ma i dati sono salvi.»
Elena appoggiò una mano al petto, come un gesto di ringraziamento trattenuto. «Non so come… davvero. Mi hai salvato.»
La bambina alzò gli occhi un secondo, curiosa, e poi tornò al quaderno.
Francesco sorrise appena, ma lo sentì finto. Perché, mentre parlava, una parte di lui continuava a guardare Elena con un’attenzione nuova, quasi indiscreta.
Elena riprese fiato e cercò di essere ospitale. «Marco non è ancora tornato, è a lavoro… se vuoi posso offrirti un caffè. O almeno un bicchiere d’acqua.»
Francesco accettò il bicchiere d’acqua. Lo prese con entrambe le mani, come per darsi un appiglio.
Elena, quasi per rendere tutto più normale, aggiunse: «Ho fatto anche un tiramisù… se ti va, un pezzetto.»
Lui esitò un attimo, poi annuì. «Volentieri. Grazie.»
Mentre lei si girava verso la cucina, Francesco si sentì improvvisamente fuori posto: l’hard disk sul tavolo, la bambina con la matita in mano, la casa che profumava di caffè e crema. Era una scena così domestica che lo incuriosiva. Che vita svolge Elena? Voleva sapere tuttoe subito di lei.
«Posso… andare un attimo in bagno a lavarmi le mani?» chiese.
Elena indicò il corridoio. «Certo, di là. La porta a sinistra.»
Appena chiuse la porta del bagno alle spalle, gli prese quella sensazione improvvisa eccitazione di essere entrato in un territorio troppo privato e brucia dalla curiosità di scoprire di più su quella che era diventata la sua ossessione.
Si guarda attorno, lo sguardo gli cadde sui piccoli dettagli: spazzolini allineati, una saponetta consumata, un asciugamano piegato con cura. Tutto parlava di ordine, di abitudini pulite. Di una vita che non gli apparteneva.
Non trova nulla di quello che cercava, ma poi nota il cesto della lavatrice dall'altro lato del bagno.
Il coperchio è appoggiato storto, come se fosse stato aperto di recente. Si avvicina piano, quasi temendo di essere scoperto lui stesso, e fruga tra i panni sporchi: magliette, pantaloni, asciugamani… poi le vede, un paio di mutande nere di cotone con macchie scure evidenti in mezzo.
Il cuore gli batte forte mentre si china per prenderle. Sono ancora tiepide di calore corporeo e odorano forte di sesso: una miscela di sapone, profumo femminile e un aroma salato che non può essere altro che quello della fica di Elena. La sua erezione diventa immediata dentro i pantaloni.
Non si trattiene; annusa profondamente le mutande come un animale selvaggio, la saliva gli riempie la bocca mentre immagina quella donna timida sul letto con un uomo tra le gambe o magari da sola che gode nello stesso modo immortalato nel video. Le infila in tasca senza pensare alle conseguenze e esce dal bagno.
Torna nella stanza dove Elena è intenta a parlare, ma lui può solo pensare all'odore di sesso ancora sul suo viso e al tessuto umido contro la sua coscia. Si domanda cosa ci sia sotto il vestito che indossa adesso, se le mutande che ha rubato siano state sostituite da un altro paio già bagnate dalla voglia o se lei stia indossando solo la nudità della sua eccitazione nascosta.
La fantasia di Francesco ora è più forte delle parole: vorrebbe trascinarla subito in camera, strapparle il vestito e leccare via ogni traccia di quello che ha odorato nelle mutande. Ma si trattiene, sorridendole invece con aria innocente mentre cerca di nascondere la propria erezione.
In cucina Elena gli porse un piattino. Il tiramisù era fatto bene, compatto, con il cacao steso uniforme.
«È buonissimo,» disse lui dopo il primo assaggio. E lo era davvero, nel modo semplice delle cose fatte in casa.
Elena sorrise, contenta e un po’ impacciata. «Meno male… a volte temo sempre che venga troppo morbido.»
La bambina borbottò qualcosa sul quaderno, Elena si chinò a leggere e le rispose con pazienza. Francesco guardò quella scena e si sentì ancora più ospite: presente, ma fuori dal loro cerchio.
Finì il dolce, bevve un altro sorso d’acqua, poi si alzò. «Grazie davvero per l’ospitalità. E… se hai problemi a collegare l’hard disk, fammi sapere. Tanto… ci vediamo.»
«Sì, certo. Grazie ancora, Francesco. Davvero.»
Si salutarono sulla porta. Lui tornò nel corridoio del pianerottolo con una calma che non aveva dentro. Rientrò a casa, chiuse, e rimase un attimo fermo, ascoltando il silenzio.
Perché quello che lo inquietava non era Elena. Era la parte di lui che, per pochi secondi, aveva rischiato di superare un limite.
L’episodio non finì quella sera.
Nei giorni dopo, Francesco provò a rimettere ogni cosa al suo posto: il lavoro, la casa, la routine. Ci riusciva per qualche ora, poi bastava poco un pianerottolo, un saluto incrociato, una messa domenicale vista da lontano per riportargli in mente Elena e quell’idea che si era infilata sotto la pelle. Non era un pensiero “chiaro”, era peggio: una curiosità costante, una fame di capire cosa ci fosse oltre la facciata impeccabile.
Passarono settimane. Poi mesi.
Di giorno Francesco era il solito: professionale, educato, preciso. Ma sotto, l’ossessione cresceva a piccoli strappi, come una radio in sottofondo che non riesci più a spegnere davvero. Elena restava “la signora del palazzo” per tutti; per lui, ormai, era anche qualcos’altro un punto interrogativo che non gli dava tregua.
E poi, un pomeriggio, il campanellino del negozio suonò.
Francesco alzò lo sguardo.
Era lei.
Elena entrò con la stessa timidezza di sempre, ma con un’aria decisa che non le aveva mai visto addosso. Si avvicinò al banco e abbassò la voce, come se stesse chiedendo una cosa importante.
«Francesco… avrei bisogno di un aiuto. Ho comprato delle telecamere di sicurezza su internet, ma non so proprio come montarle e configurarle. Mi… mi daresti una mano a casa?»
Francesco sentì lo stomaco stringersi, rapido, come se tutto quel tempo fosse stato solo un’attesa.
E disse di sì..
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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