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Sotto gli Occhi di Mio Marito


di AleCas81
12.02.2026    |    4.638    |    3 9.9
"Non era più una fantasia o un racconto notturno, stavolta sarebbe successo veramente..."
Carla aveva quarantasei anni e una vita piena di incastri: sveglie presto, agenda sul tavolo della cucina, due ragazzi che sembravano crescere di settimana in settimana. Eppure, sotto quella routine ordinata, c’era un filo teso e caldo che non si era mai spezzato. Lo sentiva soprattutto in certi giorni quando l’aria del mattino era più pungente e lei, davanti allo specchio, si concedeva due secondi in più per guardarsi davvero.
Si piaceva. Non con vanità rumorosa, ma con una consapevolezza morbida, quasi complice. Aveva occhi chiari, vivi, capaci di stare fermi su una persona quel tanto che basta a farla sentire vista. I capelli, castani con riflessi ambrati, li portava curati: a volte sciolti sulle spalle, a volte raccolti in una coda alta che scopriva la nuca e rendeva il profilo più deciso. La pelle, ancora elastica, aveva quel tono sano di chi si muove, beve acqua, dorme quando può, e sa esattamente come valorizzarsi.
Il suo corpo era quello di una donna che non chiede scusa per esistere. Il seno pieno e proporzionato, sostenuto da reggiseni scelti con attenzione, non per nascondere ma per esaltare. Il punto vita disegnato, i fianchi presenti, il sedere sodo uno di quelli che, nei jeans giusti, sembra chiamare lo sguardo e poi sfidarlo a restare educato. Le gambe erano lunghe, forti, lavorate da squat e affondi: cosce compatte, polpacci tesi, caviglie sottili. Perfette non perché giovani, ma perché sue, curate con disciplina e una certa fame di sentirsi viva.
Le mani erano sempre in ordine: crema, anelli discreti, unghie curate con un colore sobrio ma mai banale, come un dettaglio segreto che lei sola sapeva di portare addosso per tutto il giorno. I piedi… i piedi li trattava con la stessa attenzione, quasi un rituale. Pedicure regolare, pelle liscia, unghie pulite, a volte smaltate con una tonalità che faceva pensare a qualcosa di nascosto sotto un vestito elegante. Le piaceva mostrarsi, sì non per gli altri soltanto, ma per quel brivido sottile di sentirsi osservata, immaginata, desiderata senza che nessuno potesse davvero prenderla.

Andava in palestra nel tardo pomeriggio, quando il quartiere cominciava a spegnersi e lei invece si accendeva. Outfit scelti con cura: leggings che seguivano ogni linea, top aderenti quanto basta, una felpa leggera che spesso finiva aperta, quasi dimenticata. E ogni volta che incrociava il suo riflesso nel vetro una vetrina, una porta lucida, lo specchio della sala pesi si concedeva un mezzo sorriso. Non era un invito esplicito. Era qualcosa di più pericoloso: una promessa a se stessa.
A casa, la sua vita aveva un nome e un cognome, e una scrivania piena di scartoffie. Suo marito, cinquantenne, commercialista, era uno di quegli uomini che vivono dentro le scadenze: bilanci, telefonate, clienti che non capiscono mai niente e pretendono sempre tutto. Era preciso, affidabile, con quell’aria un po’ stanca di chi porta la responsabilità come una giacca che non toglie nemmeno la sera. Non era cattivo, non era distante per scelta: semplicemente, era spesso altrove, con la mente.
I figli avevano quindici e diciassette anni. Due adolescenti con i loro mondi rumorosi, le cuffie, le battute veloci, gli sbuffi, le richieste improvvise, le porte chiuse. Carla li amava con un’intensità che la commuoveva, e allo stesso tempo sentiva che la maternità non aveva cancellato il resto di lei: l’odore della sua pelle dopo la doccia, la voglia che a volte le saliva senza motivo, la fantasia di essere ancora anche solo per un attimo una donna prima di tutto.

La relazione tra Carla e suo marito era solida, pragmatica ma anche fisica: entrambi conoscevano i rispettivi corpi fin troppo bene per evitare il desiderio quando saliva.
Lei portava spesso biancheria intima sexy sotto ai vestiti reggiseni a balconcino che mettevano in risalto il seno prosperoso, slip di seta o pizzo che si potevano sentire attraverso i jeans se lui la stringeva nel modo giusto. Non era mai un invito esplicito, ma una presenza costante, come se lei volesse fargli capire che c’era sempre qualcosa da scoprire sotto quel tailleur impeccabile.
Carla adorava provocare anche solo per il brivido sottile di vedere il respiro del marito cambiare appena si chinava a prendere un bicchiere o si sedeva con le gambe leggermente divaricate. Era una seduzione lenta, costante, che li teneva entrambi sull’orlo della tensione.
A letto erano esigenti e attivi: lei adorava prenderselo in bocca fin dove riusciva senza respiro, stringendolo alla base con una mano mentre succhiava piano, la lingua che girava intorno al glande. Il marito gemeva a quel gioco, si aggrappava ai suoi capelli non per controllarla ma per sentirsi lì dentro insieme.

Lei lo prendeva tutto fino in gola e sorrideva mentre deglutiva, soddisfatta di vederlo quasi perdere il controllo. A volte lui la girava senza preavviso e la scopava a pecora, mani sui fianchi, colpi profondi e veloci che facevano cigolare il letto. Carla mugolava senza pudore, lo chiamava “troia” o “puttana” mentre entrava in lei, le guance arrossate dalla foga.
Il marito conosceva ogni linea del suo corpo: i punti dove la pelle si accapponava se sfiorati con le labbra, il punto esatto in cui premere dentro di lei per farla tremare. Carla rispondeva nello stesso modo, sapendo che il fondoschiena alto e tonico lo eccitava da morire quando la prendeva così.
Facevano l’amore come una sfida costante sempre alla ricerca della posizione perfetta, del ritmo preciso, della parola giusta a fior di labbra. E ogni volta lei si sorprendeva a pensare che non era solo sesso: era il riconoscersi senza maschere, il momento in cui entrambi tornavano interi.

In palestra invece, Carla si muoveva come se lo spazio le appartenesse. Non cercava di attirare l’attenzione in modo esplicito, eppure le piaceva — eccome — accorgersi degli sguardi. Era una cosa sottile: il riflesso negli specchi, un paio di occhi che si alzavano un istante mentre lei sistemava il tappetino, qualcuno che si fermava troppo a lungo vicino alla sua postazione. Non le dava fastidio. Le dava quella sensazione calda di essere ancora “vista”, riconosciuta come donna, non soltanto come madre o moglie.
Lo sapeva quando indossava i leggings che le disegnavano le gambe e il sedere con una precisione quasi indecente, quando il top le teneva addosso tutto in modo ordinato ma evidente. Aveva imparato a camminare con naturalezza anche dentro quel tipo di attenzione: la schiena dritta, le spalle aperte, i movimenti puliti. Non era uno sguardo buttato addosso a caso: era consapevolezza. E la consapevolezza, per Carla, era un brivido.
Il personal trainer lo notò subito.

Aveva ventisei anni, la postura di chi ha sempre energia anche quando è stanco, e un modo di sorridere che sembrava più una domanda che una gentilezza. All’inizio fu professionale: un cenno del capo, un “ciao” detto col tono giusto, l’abitudine di ricordarsi i nomi e i carichi. Ma con Carla… con Carla era diverso, come se la sua attenzione si accendesse un mezzo grado in più.
“Ti va se oggi proviamo a sistemare la postura su questo?” le disse una sera, indicando un esercizio che lei conosceva già.
Carla annuì, e quel semplice sì le parve più intimo di quanto avrebbe voluto ammettere.
Lui si mise accanto, non davanti. La osservò mentre iniziava, senza interromperla subito, lasciandole il tempo di sentire addosso quella presenza. Poi parlò piano, vicino quanto basta da non dover alzare la voce nel rumore della sala.
“Così. Perfetto. Solo… prova a scendere un filo più lenta.”
Carla seguì. E mentre lo faceva, si accorse di una cosa: lui non guardava in giro. Guardava lei. Il suo controllo, i dettagli, la disciplina. Ma anche inevitabilmente tutto il resto.
I giorni dopo la dinamica si ripeté: correzioni piccole, sempre pertinenti, sempre rispettose. Un “bravissima” detto senza esagerare, ma con un’intenzione chiara. Carla, dal canto suo, iniziò a scegliere gli orari in cui sapeva di trovarlo. Senza dirlo a nessuno, nemmeno a se stessa in modo netto. Era solo… praticità, si raccontava. Solo comodità.
Poi arrivò il messaggio.
Non uno di quelli invadenti. Un messaggio utile, apparentemente innocuo: un promemoria con una scheda aggiornata, una nota su un recupero, un video breve con la spiegazione di un movimento. Carla lo lesse in cucina, mentre i figli erano in camera e suo marito era ancora al computer. E le sembrò strano che una cosa così piccola potesse farle cambiare il respiro.
Rispose con un “grazie!” semplice. Lui replicò quasi subito, con una battuta leggera e precisa, come se stesse camminando su un filo: abbastanza vicino da farsi sentire, abbastanza lontano da poter fingere che non fosse niente.
Da quel momento, i messaggi presero un ritmo. Rari, mai troppo. Sempre giustificabili. Ma con quelle crepe sottili dentro cui si infilava la complicità: un “come ti sei sentita oggi?”, un “sei stata fortissima ieri”, un “ti ho vista concentrata, mi piace”.
Carla non rispondeva subito. Si dava un contegno. Lasciava passare qualche minuto, a volte un’ora, come per ricordarsi chi era e dove si trovava. Ma poi rispondeva. Sempre.
In palestra, intanto, il loro linguaggio cambiò senza che nessuno potesse indicare il momento esatto. Lui, quando le spiegava un esercizio, si avvicinava quel poco che bastava a farle percepire il calore della presenza. Un gesto rapido per indicarle la linea delle spalle. Una mano che sfiorava appena il gomito per correggere l’angolo. Un “ferma così” detto con una calma che sembrava costruita apposta per farla restare immobile un secondo in più.
Carla sentiva quei micro-contatti come segnali: niente di apertamente fuori posto, niente che potesse essere contestato. Eppure, dentro di lei, ogni volta lasciavano una traccia.
E più la traccia si ripeteva, più diventava difficile fingere che fosse solo palestra.
Carla invece di nascondere tutto, ogni volta tornava a casa dall’allenamento con un mix di eccitazione repressa e sollievo.
Si sedeva sul divano accanto al marito, si scioglieva i capelli ancora umidi dalla doccia della palestra, e raccontava tutto. Ogni dettaglio sembrava uscire più facilmente del previsto: la postura precisa che il trainer le faceva assumere, la vicinanza delle sue mani quando correggevano l’angolo di un esercizio, lo sfiorarsi inevitabile dei corpi durante le serie più impegnative.
Il marito ascoltava attento, senza mai interrompere. A volte chiedeva solo un “e poi?” con il respiro che accelerava leggermente. E ogni volta Carla si scopriva a descrivere non solo la palestra, ma anche le sensazioni: la pressione dell’asta contro la schiena mentre lei era piegata in avanti sullo step, l’impulso improvviso di voltarsi e prenderglielo tra le mani senza pensare alle conseguenze.
Lui sorrideva allora, con una luce negli occhi che non riusciva a nascondere.

“E se te lo facessi sentire io?” le diceva piano. E si chinava su di lei, iniziando a baciarle il collo con la stessa intensità con cui Carla aveva descritto le mani del trainer.

La sera stessa si ritrovavano in camera da letto, già mezzi nudi prima ancora che lui richiudesse la porta dietro di sé. Carla si appoggiò al muro come se stesse eseguendo un movimento a palestra: gambe divaricate, fianchi spinti leggermente all’indietro, collo piegato per esporre meglio il punto dove le sue labbra scendevano.
Il marito entrò dentro di lei con forza, la prese dai capelli senza delicatezza e spinse fino in fondo, come se volesse marchiarla. Carla non si tirò indietro: incassava ogni colpo gemendo più forte, mentre con una mano si toccava tra le gambe per aumentare il piacere.
“Sì… così…” ansimava lui contro il suo collo, “raccontami di nuovo la sensazione che provi quando lui ti sta dietro. Dimmi esattamente come vorresti prenderglielo in bocca.”
Carla non si fece pregare: descrisse tutto, ogni dettaglio che prima aveva solo pensato durante l’allenamento. E mentre il marito scopava più veloce e profondo, lei venne con un grido strozzato, la testa sbattuta piano contro il muro.
Lui continuò ancora per un attimo, poi la seguì nell’orgasmo senza uscire, godendo dentro di lei con un gemito gutturale che sembrava un ringhio animale.
Rimasero accaldati e ansimanti uno contro l’altra. Carla sorrise tra sé: non aveva mai pensato che confessare tutto potesse unirli in quel modo. Ma la voce del marito roca, calda, curiosa le fece desiderare di tornare alla palestra il giorno dopo, anche solo per avere nuove cose da raccontargli la sera stessa. Il gioco stava diventando più intenso… e lei voleva giocare fino in fondo.

La sera successiva Carla si ritrovò sul letto con il marito ancora più carica di emozioni contrastanti: eccitazione, confusione, voglia. E stavolta fu lui a parlare mentre la penetrava con forza.
“Dimmi…” iniziò, voce roca contro il suo collo, “ti è mai passato per la testa di farlo davvero?”
Carla lo fissò negli occhi.
“Fare cosa?” rispose lei sfidando la domanda aperta.
Lui spinse ancora più a fondo e le prese i polsi tra le mani per bloccarla sotto di sé.
“Lasciarlo fare… il trainer. In macchina, magari. E io resto nascosto dietro al vetro, a guardarvi.”
Le parole suonarono dure, ma la voce tradiva una richiesta quasi supplichevole.
Carla sentì un brivido salirle dalla pancia fino alle guance: non era solo l’idea, ma il tono con cui glielo stava chiedendo. Come se fosse un regalo che voleva disperatamente accettare senza doverlo chiedere.
“E cosa guadagneresti tu?” disse lei tra un ansimo e l’altro, mentre iniziava a muoversi in sincrono con i suoi colpi.
Il marito si chinò ancora di più su di lei, la lingua sul suo orecchio.
“Guadagnerei te che torni qui… tutta accaldata, sporca, frastornata. E io ti scoperei come non mai. Per punirti e per ringraziarti.”
La mano scese allora tra i loro corpi e prese ad accarezzarle il clitoride con precisione.
Carla gemette più forte: l’immagine mentale di essere presa contro il finestrino della macchina dal trainer, mentre il marito la guardava da fuori, si fece vivida nella sua testa. Si immaginò le mani del ragazzo su di lei, i respiri corti, la pelle che scivolava sulla pelle…
“Forse…” disse solo, senza smettere di spingere contro di lui.
Il marito sorrise a quella risposta evasiva ma carica di sottintesi: sapeva riconoscere un sì quando lo sentiva uscire dalle labbra della moglie anche se mascherato.
Prese allora a scoparla con ancora più foga, tenendole le gambe sollevate e aperte per entrare fino in fondo. Carla gli graffiò la schiena mentre veniva forte, veloce, come una scarica elettrica tra gambe e petto — e lui la seguì subito dopo con un ruggito sordo nella sua spalla.
Rimasero avvinghiati per minuti, entrambi sudati, ansimanti, senza parlare.
Poi lei gli mordicchiò il collo piano e disse solo: “Mi presterai la tua macchina?”
Il marito rise contro la sua bocca. E in quel preciso istante, il gioco divenne realtà. Non importava dove sarebbe successo: importante era che stesse per succedere veramente.

Il giorno dopo Carla si mise d’accordo col marito di incontrarsi alle 22 precise in un parcheggio dietro a un supermercato chiuso per la notte. Lui sarebbe rimasto nascosto finché lei non avesse abbassato i finestrini: solo allora sarebbe sceso, pronto ad assistere senza essere visto.
Si scambiarono le macchine con naturalezza lei prese la sua auto, lui salì sulla propria. E mentre guidava verso la palestra, Carla si sorprese a sorridere tra sé. Non era più una fantasia o un racconto notturno, stavolta sarebbe successo veramente.
Entrò in palestra come se niente fosse e salutò il trainer con disinvoltura, iniziando subito la solita routine di esercizi. Ma questa volta il suo corpo rispondeva diverso alle mani del ragazzo sul suo fianco, alla pressione delle gambe contro le sue mentre si piegava sul bilanciere.
A un certo punto, senza pensarci troppo, lo affrontò direttamente.
“Senti… hai da fare stasera?”
Lui si irrigidì per una frazione di secondo, poi replicò titubante: “Sì, in realtà sì. perchè?”
Carla sorrise ancora, più sicura stavolta.
“Beh, se cambiassi programma… ti andrebbe di accompagnarmi da una parte?”
Il trainer rimase sbalordito. Si passò la mano sulla nuca prima di rispondere.
“E dove?” disse alla fine, voce un po’ più bassa del solito.
Lei fece spallucce.
“È una sorpresa.”
Lui annuì piano, senza riuscire a nascondere un sorrisetto curioso che gli si disegnava sul viso.
Finirono l’allenamento con una certa frenesia entrambi consapevoli di avere la mente altrove. Si salutarono nella hall della palestra e poi salirono in macchina, uno dietro l’altro.
Il viaggio fu breve, punteggiato da silenzi carichi di tensione e parole spezzate che restavano sospese nell’aria. Carla guidava con le mani strette sul volante: dentro di lei si alternavano l’eccitazione al senso di colpa, la voglia di farlo e il timore di essere scoperta.

Arrivati a destinazione, il parcheggio era deserto e immerso nella penombra solo una lampada fioca illuminava parte dell’asfalto. Lei accostò e spense il motore. Per un attimo nessuno dei due si mosse. Poi lei fece cenno di entrare nella sua macchina.
Il trainer annuì, scese dalla macchina con movimenti controllati, il cuore che gli batteva forte contro le costole.
Il trainer aprì la portiera del lato passeggero con cautela, il respiro già accelerato dal solo gesto di salire a bordo.
Carla rimase seduta immobile, lo sguardo fisso sullo specchietto retrovisore dove piano piano compariva la sagoma del marito, nascosto dietro a un pilastro di cemento. Era ancora in tempo per fermarsi… ma non voleva farlo.
Il finestrino abbassato lasciava entrare l’aria fredda della sera insieme al calore della presenza che saliva dall’altro lato dell’auto. Carla sorrise a entrambi uno dentro la macchina, uno nascosto fuori e aprì le braccia in un gesto di benvenuto che includeva tutti loro in quello che stava per succedere.
Carla lo fissò in silenzio gli occhi scuri riflettevano la penombra del parcheggio vuoto. Le sue labbra si aprirono piano, ma non disse nulla.
Lui sorrise allora, leggermente imbarazzato sotto quel sguardo.
“E… e quindi?” iniziò senza sapere bene cosa volesse dire.
Lei inclinò il capo di lato e continuò a fissarlo ancora un istante prima di parlare sottovoce: “Vieni qui.”
Il ragazzo non esitò. Si chinò verso di lei, appoggiando la mano sul sedile tra le loro gambe. I loro visi si avvicinarono piano fiato caldo contro fiato caldo, labbra che quasi si sfioravano senza toccarsi.
Lei lo prese per la nuca e lo attirò verso di sé: le loro bocche si incontrarono finalmente calde, umide, affamate. Si baciarono con una foga che lasciava intendere tutto ciò che avevano represso fino a quel momento. Carla sentì il sapore della sua lingua contro i denti mentre lui la esplorava senza pudore.
Poi lei si scostò leggermente e lo spinse piano sul sedile del passeggero, salendogli cavalcioni sopra senza esitare.
“Sai cosa mi è piaciuto di più oggi durante l’allenamento?” gli mormorò contro il collo mentre le sue mani iniziavano a slacciargli la cintura.
Il trainer gemette piano alla pressione delle sue dita e scosse il capo in segno di negazione, incapace di articolare una risposta coerente.
“La sensazione della tua erezione contro il mio culo quando mi correggevi.”
Lo disse piano, quasi in un sussurro roco che gli fece perdere il controllo. Lei continuò a parlare mentre le sue mani scendevano più giù, slacciando i pantaloni sportivi e scoprendo la pelle calda sotto.
“E non hai idea di quanto mi è piaciuto immaginare di voltarmi… e prenderlo in bocca senza chiedere il permesso.”
Il ragazzo rabbrividì mentre lei pronunciava quelle parole: Carla poteva sentire chiaramente il battito del suo cuore sotto i palmi delle mani.
Lo accarezzò allora piano, seguendo la linea soda dei muscoli mentre lui si abbandonava completamente alla sua voce e alle sue carezze.
Lei continuò a parlare sottovoce anche mentre le sue labbra scendevano sul collo di lui, mordicchiando piano la pelle tesa:
“Che sapore hai..?”
Il trainer ansimò forte quando lei lo prese tra le dita e iniziò ad accarezzarlo piano su e giù con movimenti controllati che lo fecero gemere più forte.
Carla sorrise soddisfatta contro la sua pelle, poi scese ancora di più fino a raggiungere il sesso eretto con la bocca. Lo leccò piano, senza fretta, dalla base alla punta assaporando ogni millimetro di lui con un desiderio crescente che le faceva tremare le gambe.

Il ragazzo si aggrappò ai bordi del sedile mentre lei lo prendeva finalmente in bocca e iniziava a succhiare con una intensità quasi dolorosa, la lingua che girava intorno al glande in una spirale lenta.
Dalla parte posteriore dell’auto il marito osservava ogni singolo gesto attraverso il vetro appannato il respiro gli si spezzò contro le labbra mentre vedeva chiaramente il capo della moglie muoversi su e giù sulla pelle abbronzata del ragazzo, la saliva che brillava alla luce fioca dei lampioni del parcheggio.
Il trainer non riuscì più a trattenersi: venne dentro la sua bocca con un grido strozzato, i fianchi che si sollevavano dal sedile mentre Carla ingoiava tutto senza smettere di succhiare fino all’ultima goccia. Si tirò su piano poi lo baciò ancora per fargli assaporare il suo stesso sapore amaro sulla lingua.
“Non hai idea di quanto mi sia piaciuto” gli sussurrò contro le labbra prima di voltarsi e chinarsi sul sedile del guidatore, offrendo il fondoschiena al ragazzo che già si riprendeva.

Il marito dietro il vetro trattenne un gemito: vedeva chiaramente il seno prosperoso della moglie premere contro la pelle morbida del poggiatesta mentre lei si piegava in avanti e sollevava l’orlo del vestito fino alla vita, scoprendo le natiche tonde e sode che aspettavano solo di essere prese.
Il trainer non esitò. Si sistemò alle sue spalle con un movimento fluido e la penetrò da dietro con una sola spinta decisa. Carla gridò piano, la voce attutita contro il sedile mentre lui iniziava a muoversi dentro di lei con colpi sempre più profondi e veloci.
“Sì… così… scopami forte” lo incitava sottovoce ogni volta che il bacino del ragazzo si schiantava contro il suo fondoschiena, le mani strette ai bordi del sedile per non perdere l’equilibrio.
Il marito fuori dall’auto sentiva il rumore della carne contro la carne misto alle voci ansimanti dei due mentre si accarezzava freneticamente attraverso i pantaloni, incapace di resistere oltre alla vista di sua moglie scopata così brutalmente da un altro uomo che lei stessa aveva portato in quel luogo.

Il trainer continuò ancora per minuti ogni colpo entrava più a fondo, ogni spinta sollevava il corpo intero di Carla sul sedile. La sentì tremare tutta mentre si avvicinava all’orgasmo: allora spinse ancora più forte, affondando le dita nei fianchi della donna fino quasi a lasciarle i segni sulla pelle.
“Vengo…” ansimò lui a denti stretti.
Carla non disse nulla. Si limitò ad aprire le gambe appena di più e spingere il fondoschiena ancora di più contro il bacino del ragazzo, invitandolo ad entrare fino in fondo.
Il trainer esplose dentro di lei con un ruggito sordo: il seme caldo si riversava tra le pareti strette del suo sesso mentre i muscoli di Carla si contraevano intorno al membro pulsante come se volessero succhiarlo completamente. La donna venne subito dopo, la testa sbattuta contro il poggiatesta mentre un grido acuto sfuggiva dalle sue labbra tremanti.

Rimasero entrambi immobili per un po’ lui ancora dentro di lei, ansimante, le mani appoggiate alla schiena sudata della moglie; lei accasciata sul sedile, il vestito tirato su fino alla vita e il sesso bagnato che continuava a sgocciolare sulla pelle morbida delle cosce.
Nessuno dei due parlò subito. Si guardarono negli occhi per un lungo istante prima di sorridere entrambi, soddisfatti.
Solo allora Carla abbassò piano il finestrino completamente — l’aria fredda della notte entrò insieme all’odore acre del sesso appena consumato che si mischiava alla pelle sudata dei loro corpi. E rimase così, esposta al buio e allo sguardo nascosto del marito che ancora ansimava dietro il vetro.
Il trainer le accarezzò i capelli mentre lei si rimetteva seduta composta sul sedile, sistemandosi il vestito con gesti lenti e calmi.
“Ci vediamo domani” fu l’unica frase che riuscì a pronunciare prima di sparire.
Carla rimase lì seduta ancora un po’ — il motore acceso, le mani sul volante.
Sorrise a se stessa nello specchietto retrovisore prima di mettere la freccia e ripartire piano verso casa.

E così fu: Tornati insieme a casa, scoprirono nuovi modi di toccarsi, nuove parole da dirsi mentre ancora sentivano sulle proprie labbra il sapore dell’altro. E mentre il mattino arrivava piano attraverso le tende socchiuse, entrambi sapevano che la loro vita — e la loro relazione — aveva preso una nuova rotta.

Non si parlarono mai della notte trascorsa nel dettaglio: non fu necessario. Bastarono gli sguardi, i gesti rallentati durante il giorno, l’intesa sottile di chi ha condiviso un segreto che non viene pronunciato ma resta sospeso tra le pieghe dei vestiti e la memoria dei corpi.

E così andò avanti per mesi: una danza fatta di silenzi scelti, incontri rubati in parcheggi deserti, sguardi scambiati durante gli allenamenti sotto lo sguardo del marito che fingeva di non capire ma capiva tutto. Carla si scoprì più viva dentro il proprio corpo grazie alla presenza dell’altro nella sua vita, al rischio sottile che correva ogni volta che saliva in macchina con lui e ogni volta che tornava a casa sapendo di portare addosso il suo odore.
Il marito, dal canto suo, iniziò piano ad ammettere con se stesso che quella situazione lo eccitava più di quanto avesse mai potuto confessare...
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