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Mio marito mi ha regalata al suo collega


di AleCas81
05.06.2026    |    169    |    2 9.0
""Che bella vista" aveva sussurrato, toccando il liquido che mi colava dalle gambe..."
Non ho mai capito perché, ma gli insegnanti mi hanno sempre intimorito.
Forse è il potere. O la sicurezza con cui si muovono. O semplicemente quel modo di guardarti come se potessero leggerti dentro.Stefano era diverso, però. Stefano insegnava economia aziendale all'università, ma quando l'ho conosciuto attraverso Matteo, mio marito, suo collega non era quello che m'aspettavo. Non era un uomo rigido dietro una cattedra. Era un uomo che ti guardava come se fossi l'unica persona nella stanza. I capelli grigi alle tempie, gli occhi scuri che sapevano sorridere, le mani che gesticolavano quando parlava di cose che lo appassionavano.
Matteo aveva suggerito una sera che potevamo seguire uno dei corsi di Stefano come ospiti. Una cosa formale, accademica. Io avevo rifiutato subito.
"Non mi interessa l'economia" avevo detto, mentendo palesemente.
Matteo aveva riso, quel riso che significa che sa che stai mentendo ma non ti farà una scenata. "Dai, Sara. Ti farebbe bene conoscere qualcosa di più sul mondo della finanza. E poi Stefano è molto bravo. Rende tutto interessante."
Avevo capito cosa voleva dire con quel tono. Negli ultimi mesi, il nostro sesso era diventato così... prevedibile. Lui mi faceva il solito preliminare, io arrivavo al solito orgasmo, lui finiva. Niente di male, niente di male, ma neanche niente di particolarmente eccitante.
"No" avevo ribadito, ma con meno convinzione.
Poi, una settimana dopo, Matteo aveva ricevuto una mail da Stefano. Lezioni private per chi volesse approfondire. Stefano aveva uno studio presso la università, disponibile mercoledì sera dalle sette alle otto.
Matteo me l'aveva mostrata con una semplicità che mi aveva fatto capire subito che non era casuale. "Potremmo andarci insieme, no? Tu e io. Mercoledì sera."
Avevo guardato quella mail per un tempo interminabile.
"Sono impegnata mercoledì sera" avevo mentito di nuovo.
Matteo non aveva insistito. Aveva solo chiuso il computer e mi aveva guardato con quegli occhi che dicevano: "Sai bene che non è vero."
Ma il mercoledì dopo ero in ufficio fino alle sei, e quando Matteo mi aveva chiamato alle 18:45 dicendo "Stefano ci aspetta", non avevo trovato una scusa convincente. Così mi ero ritrovata a seguirlo verso l'università, il cuore che batteva in modo strano.
Lo studio di Stefano era al terzo piano, stanza 307. Quando siamo entrati, lui era seduto alla sua scrivania, circondato da libri e giornali economici. Si è alzato per salutarci con una semplicità che mi ha rilassata e tesa al contempo.
"Sara! Finalmente conosco la moglie di Matteo. Matteo mi parlava sempre di te, ma non mi aveva mai detto che sei così..." ha fatto una pausa, scegliendo la parola con cura, "...intelligente negli occhi."
Avevo sentito le guance scaldarsi. Era un complimento strano, obliquo. Esattamente il tipo di cosa che Matteo voleva che succedesse.
La lezione è stata interessante, malgrado tutto. Stefano insegnava come raccontasse una storia. Trasformava i grafici in narrative, i numeri in destini. A un certo punto, spiegando come il denaro fluisce nell'economia come il sangue nel corpo umano, mi aveva guardata direttamente negli occhi. Avevo sentito Matteo stringermi leggermente la mano sul mio ginocchio.
Quando la lezione è finita, Stefano ha detto: "Magari potreste venire anche la prossima settimana? Abbiamo appena iniziato."
Avevo annuito, incapace di parlare.
In auto, sulla via di casa, Matteo aveva poggiato una mano sulla mia coscia. Sotto i jeans, la pelle era viva, consapevole di ogni punto di contatto.
"Ti è piaciuto?" aveva chiesto.
"È stato..." non sapevo come definirlo. "Interessante."
"Ti sei accorta di come ti guardava?"
"Matteo..."
"Dico solo che... è un bell'uomo. E tu sei una bella donna. Sarebbe strano se non se ne accorgesse."
Avevo tolto la sua mano dalla mia coscia, ma non con violenza. Solo per respingere l'idea, non per rifiutare completamente.
Il mercoledì successivo ero da sola.
Mi ero vestita di proposito per questa occasione, una gonna nera a tubino con uno spacco laterale che rivelava la mia coscia nuda ad ogni passo, un top scuro senza reggiseno, sapendo che i miei capezzoli sarebbero stati visibili sotto il tessuto sottile. Scarpe con tacco alto che allungavano le gambe.
Matteo aveva detto all'ultimo momento che aveva una riunione, che non poteva venire. Ma aveva insistito che io andassi comunque. "Ti sta piacendo, dai. Continua."
Così mi ero ritrovata sola in quello studio con Stefano.
Lui aveva offerto un caffè. Io avevo accettato. Avevamo parlato mentre bevevamo, di cose leggere, di film, di libri. A un certo punto mi aveva chiesto se conoscessi la storia dell'economia antica.
"No" avevo risposto.
"Te la racconto?" aveva chiesto, trascinando una sedia accanto a me, sedendosi così vicino che potevo sentire il suo profumo.
Mi aveva raccontato come i mercanti veneziani inventavano nuove forme di credito, di fiducia. Come il denaro era fondamentalmente una storia che le persone concordavano di credere.
"Proprio come la fiducia tra due persone" aveva detto. "Tutto poggia su un accordo tacito di credere alla stessa storia."
Avevo sentito il mio respiro farsi più pesante.
"Cosa stai cercando di dirmi?" avevo chiesto.
Me ne resi conto troppo tardi...
quando era sceso in ginocchio davanti a me, mi aveva tolto la gonna con un movimento deciso. Il perizoma nero trasparente era tutto quello che mi separava dal nulla, e poteva vedere chiaramente il profilo dei miei grandi labbra, l'umidità che aveva reso il tessuto ancora più trasparente.
"Perfetto" aveva sussurrato, leccando attraverso il tessuto bagnato del perizoma, la saliva che si mescolava ai miei fluidi.
"Toglilo" aveva ordinato, non chiesto.
Quando la sua bocca aveva toccato direttamente la mia carne, senza più nulla di mezzo, avevo sentito il brivido che mi attraversava. La lingua larga che iniziava dal basso della mia vulva, leccando lentamente verso l'alto. Ogni movimento deliberato, ogni pressione calibrata come se leggesse una mappa del mio piacere che conoscenteva meglio di me stessa.
Dopo alcuni minuti di tortura dolce, aveva spinto un dito dentro di me. Poi due. Il movimento era ipnotico dentro, fuori, il ritmo che non cambiava, come se sapesse esattamente quale ritmo mi farebbe perdere il controllo.
Quando ero venuta, ero venuta forte, i fluidi che avevano bagnato il suo viso e la sua mano.
Ma poi si era alzato. E quando aveva tirato fuori il cazzo, era stato come guardare un'arma.
Era grande. Molto grande. Spesso. Il cazzo con le vene che percorrevano l'asta. Le palle grosse e piene.
"Aprila bene" aveva ordinato, tenendo il cazzo in una mano.
Quando aveva spinto dentro della mia bocca, avevo sentito il pre-sperma sulla mia lingua. Il cazzo era troppo grande per prenderlo tutto, ma lui mi aveva guidato la testa, le mani che affondavano nei miei capelli.
"Succhia bene. Come una brava moglie."
Aveva scopato la mia bocca per alcuni minuti, il cazzo che entrava e usciva, il suono bagnato che riempiva lo studio silenzioso. Poi mi aveva tolto il cazzo dalla bocca e mi aveva aiutata a stare in piedi.
"Adesso sul tavolo. Schiena."
Quando mi aveva messa di schiena sulla scrivania, aveva tirato i miei fianchi verso di lui fino al bordo, le mie gambe che pendevano nel vuoto. Poi, senza preamboli, senza gentilezza, era entrato dentro con una spinta brutale che mi aveva tolto il respiro.
Non era lento. Non era tenero. Era possessivo e brutale, e mi stava schiacciando contro il tavolo con ogni spinta. Le sue mani mi tenevano i fianchi, le dita che affondavano nella carne creando lividi il marchio del suo possesso.
"Senti come è il vero sesso?" aveva chiesto, il ritmo che aumentava, violento, incontrollabile. "Senti come il tuo corpo sa che questo è quello che meriti?"
Avevo gridato, il tavolo che oscillava ad ogni spinta. Libri e penne che cadevano sul pavimento. Il suono dello slap bagnato del suo cazzo contro il mio buchetto riempiva la stanza, volgare e perfetto.
Aveva accelerato ancora. Le spinte diventavano sempre più brutali, più profonde, più possessive. Io venivo un orgasmo violento, incontrollabile, il mio corpo che si contraeva involontariamente mentre lui continuava a scoparmi.
"Che bella" aveva sussurrato contro il mio collo, baciandomi duramente, il cazzo che non smetteva mai di muoversi. "Vieni pure per me. Vieni intorno al mio cazzo."
Dopo diversi minuti di movimento frenetico, mi aveva tolto il cazzo e mi aveva girata. A quattro zampe sul tavolo, il culo esposto, tutto esposto.
"Pensi che Matteo ti amerà ancora dopo quello che farò adesso?" aveva chiesto, posizionandosi dietro di me.
"Sì" avevo gemito, sapendo perfettamente cosa stava per succedere.
Lui si era piegato in avanti e aveva sputato direttamente sulla mia apertura anale. Non era delicato. Non era romantico. Era territoriale, marcante, volgare. Aveva sputato di nuovo, la saliva calda che lubrificava quella zona. Poi aveva usato le dita per spalmare il liquido, preparandomi.
"Respira" aveva ordinato, il primo dito che iniziava a penetrare il mio culo, il muscolo che inizialmente si contraeva ma poi iniziava a rilassarsi. "Lasciati aprire per me."
Aveva aggiunto un secondo dito, lentamente, permettendomi di adattarmi. Avevo sentito il dolore iniziale trasformarsi in una sensazione strana di piacere e stress mescolati insieme.
"Bellissimo. Vedi come si apre il tuo culo per me? Vedi come sa quello che vuoi veramente?"
Poi aveva tolto le dita e aveva posizionato la punta del cazzo contro l'apertura dilatata. Con movimenti lenti e controllati, iniziava a spingere dentro. Non era veloce. Non era brutale come prima.
Avevo sentito il cazzo che entrava lentamente dentro del mio culo, centimetro per centimetro. Era una sensazione completamente diversa più interna, più profonda, più invasiva. Il buchetto del mio culo che si allargava per accogliere quello spessore.
"Mio Dio, che bello" gemeva, una volta completamente dentro. "Che bello il tuo culo intorno al mio cazzo."
Aveva iniziato a muoversi, le spinte lente all'inizio, ma poi il ritmo era aumentato. Il cazzo che entrava e usciva dal mio culo, il movimento che era brutale ma consapevole.
"Sì, proprio così. Prendi il mio cazzo nel culo. Prendi tutto quello che ho da darti."
Dopo alcuni minuti, il ritmo era diventato di nuovo frenetico. Lui aveva afferrato i miei capelli, tirandoli all'indietro, il mio corpo che era piegato ad un angolo innaturale ma straordinariamente eccitante.
"Sto per venire" aveva annunciato. "Voglio venire dentro del tuo culo. Voglio riempirlo del mio sperma."
"Sì. Fallo. Riempimi" avevo gridato.
Poche spinte ancora, e poi aveva urlato. Il cazzo che pulsava dentro del mio culo, gli schizzi dello sperma caldo che mi riempivano uno, due, tre spinte mentre veniva dentro di me, il suo corpo che tremava di intensità.
Rimase dentro per alcuni secondi, poi lentamente usciva. Lo sperma che iniziava subito a colarmi dal culo, il buchetto che rimaneva dilatato, leggermente aperto, ancora pulsante.
"Bellissima" aveva sussurrato, toccando lo sperma che mi colava tra le gambe.
Quando ero tornata a casa, Matteo era già lì ad aspettarmi. Sapeva già quello che era successo dal mio modo di muovermi, dalle gambe leggermente divaricate per evitare che lo sperma mi colasse direttamente sui vestiti.
Mi aveva spogliata nel corridoio, prima ancora di salire le scale. La gonna, il top, tutto tolto velocemente.
"Mi racconti tutto?" aveva chiesto, gli occhi che brillavano mentre guardava il mio buchetto, gonfio e rosso, e il mio culo dove lo sperma continuava a colarmi lentamente.
Io gliel'avevo raccontata, ogni dettaglio. Come mi aveva leccato. Come mi aveva scopato brutalmente sul tavolo. Come aveva sputato sul mio culo per allargarlo. Come era venuto dentro di me. E mentre raccontavo, il suo cazzo era diventato sempre più duro nei suoi pantaloni.
Mi aveva spinta sul divano, le gambe sollevate, le gambe che pendevano da entrambi i lati mentre lui si posizionava dentro di me. Non era stato dolce. È stato come se stesse reclamando quello che era suo, come se lo sperma di un altro uomo lo stesse rendendo ancora più possessivo.
Mi aveva scopato duramente, le mani che mi tenevano i fianchi. Il suo cazzo che entrava e usciva freneticamente, il ritmo che era selvaggio.
"Ti piace sapere che un altro uomo ti ha riempito?" aveva chiesto, le spinte che aumentavano di intensità.
"Sì" avevo gemito.
"Ti piace essere il nostro giocattolo condiviso?"
"Sì. Voglio essere vostra. Voglio sentirmi usata da entrambi."
Era venuto così tanto, urlando, il suo sperma che si mescolava a quello di Stefano dentro di me.
Quando era finito, era rimasto dentro per alcuni secondi, poi è uscito lentamente. Lo sperma di entrambi i uomini che mi colava tra le gambe, il buchetto completamente saturo di due diverse eiaculazioni.
"Che bella vista" aveva sussurrato, toccando il liquido che mi colava dalle gambe. "Che troia che sei, piena di sborra."
La settimana successiva, di nuovo nello studio. Stavolta Stefano aveva acquistato un divano, uno di quei divani costosi giustificato solo da quello che stava per farne.
Mi aveva tolto i vestiti prima di salutarmi. Niente preliminari. Mi aveva messa a sedere sul divano, le gambe divaricate, il buchetto completamente esposto.
"Raccontami esattamente quello che ti ha fatto Matteo" aveva ordinato, scendendo in ginocchio.
Avevo iniziato a raccontare mentre la sua lingua iniziava il suo lavoro. Come mi aveva scopato. Come il mio buchetto era pieno di sperma di entrambi. Come mi aveva trovato completamente usata e bagnata.
"E come ti ha fatto sentire?" aveva chiesto, le dita dentro di me, il ritmo che aumentava.
"Mi ha fatto sentire di proprietà. Mi ha fatto sentire che meritavo di essere usata."
"E adesso come ti senti?" aveva chiesto, il movimento che accelerava.
"Come se dovessi venire" avevo gemito.
E quando sono venuta, sono venuta così forte che i fluidi sono schizzati fuori, bagnando il suo viso e il suo corpo.
"Bellissima" aveva sussurrato, alzandosi. "Adesso voglio il tuo culo di nuovo. Voglio allargarlo ancora più che posso."
Mi aveva messa a quattro zampe sul divano, il culo esposto, il buchetto ancora vibrante dal mio orgasmo. Aveva sputato sulla mia apertura anale di nuovo, il dito che iniziava a prepararmi.
"Questa volta voglio farti sentire quello che Matteo ha sentito" aveva detto. "Voglio farvi sentire entrambi il mio cazzo nel tuo culo."
Quando era entrato, era stato più aggressivo di prima. Le spinte che erano violente, brutali, senza pietà. Il mio culo che veniva dilatato ulteriormente, i muscoli che cedevano sotto la pressione della sua aggressività consensuale.
Lui aveva continuato per diversi minuti, il ritmo che era selvaggio, incontrollabile. Poi aveva venuto di nuovo, il cazzo che pulsava dentro del mio culo, lo sperma caldo che mi riempiva di nuovo.
Quando era uscito, mi era crollata sul divano, il buchetto del culo che rimaneva aperto, la sborra che mi colava fuori. Lui mi aveva guardato un sorriso sporco, di proprietà.
"La prossima settimana il tuo culo sarà ancora più aperto" aveva detto. "Già lo vedo."

La Domenica, Mi ero seduta sul divano con Matteo, le gambe aperte in modo che potesse vedere chiaramente il mio buchetto, ancora visibilmente dilatato, ancora sporco dei fluidi di Stefano.
"Raccontami" aveva sussurrato, il cazzo già duro sotto i pantaloni.
"Mi ha messo a quattro zampe subito. Ha sputato sul mio culo. Ha usato le dita per prepararmi. E poi è entrato, Matteo. È entrato così veloce, così brutalmente."
Il suo cazzo era diventato ancora più duro nel sentire quelle parole.
"Quanto era duro?" aveva chiesto.
"Più duro di te. Molto più duro."
Aveva tirato fuori il cazzo e aveva iniziato a segarselo mentre io raccontavo. Come Stefano mi aveva fatto male, piacevolmente. Come mi aveva fatto sentire di proprietà. Come il mio culo era rimasto aperto dopo che era venuto dentro.
"Mostrami" aveva ordinato.
Mi ero piegata in avanti, il culo verso di lui, permettendogli di vedere chiaramente l'apertura dilatata, ancora leggermente aperta, ancora visibilmente usata.
"Mio Dio" aveva gemito, venendo sulla mia schiena, lo sperma che scorreva giù verso le mie natiche.
Quella era la nostra vita adesso.
Mercoledì: Stefano mi scopava, aggressivamente, brutalmente, lasciandomi piena di sperma.
Domenica Raccontavo tutto a Matteo mentre lui mi scopava anche lui, la gelosia mescolata con l'eccitazione.
E lunedì mattina, quando tornavo al lavoro, camminavo leggermente diversamente. Il mio buchetto ancora sensibile, ancora consapevole. E sapevo che nessuno se ne accorgeva, ma io sì.
Io lo sapevo che appartenevo a entrambi.
E lo stavo amando ogni secondo di questa nuova vita.
Finché il mercoledì successivo non arrivava di nuovo.
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