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Liberi nel tradimento Parte 3


di Lauretta_Stefano
17.12.2025    |    725    |    3 9.6
""Ma questa volta le mutandine non lasciarle nella borsetta, dalle a me!" Veronica sente il mondo fermarsi..."
L’aria nell’ufficio è pesante, satura di quel silenzio ovattato che precede le tempeste. Le pareti grige, i monitor spenti, le sedie vuote, tutto sembra trattenere il respiro, come se anche l’ambiente sapesse che qualcosa sta per cambiare. Veronica è seduta alla sua scrivania, le dita che tamburellano sulla tastiera in un ritmo irregolare, un tic nervoso che tradisce l’agitazione che le serpeggia dentro. Lo schermo del computer è aperto su una tabella Excel, numeri e grafici che si fondono in una macchia indistinta davanti ai suoi occhi. Non sta lavorando. Non sta davvero guardando nulla, ma sta solo contando le ore.
Ormai è venerdì, mancano solo due giorni, e poi quel volo, quel maledetto e necessario volo per Parigi partirà alle 16:00 di domenica. L’orario le brucia nella mente come una data tatuata sulla pelle perché sa che Rodolfo sarà lì, lo sa. Lo sente. E lei deve esserci, a ogni costo perché non è più una questione di scelta, ormai. È una necessità fisica, un bisogno che le divora le viscere, che le fa stringere le cosce sotto la gonna attillata, che le fa mordere il labbro inferiore fino a farlo sanguinare.
Il telefono vibra sul tavolo, ma lei lo ignora, il cuore che batte all’impazzata. È un messaggio di Daniele, sicuramente parole banali, domande sul week-end, su cosa vorrà mangiare stasera, su quando tornerà a casa. Veronica non risponde. Non può. Non ora. Ora c’è solo quel pensiero fisso, quel nome che le martella in testa da giorni, da quando l’ha visto per la prima volta sull’aereo, da quando il suo sguardo le è caduto addosso come una carezza proibita, incandescente. "Non sono un uomo che fa attenzione," le aveva detto, e lei lo sa, lo sente nelle ossa: lui è un uomo che prende, che divora, che ti usa e ti distrugge, ti lascia senza fiato, sfatta e piena di un piacere che brucia, fino alla prossima volta. Il suo respiro si fa affannoso, la pelle si accende, e quel nome, Rodolfo, le risuona dentro come una promessa pericolosa, irresistibile.
Rodolfo. Il suono del suo nome le squarcia lo stomaco, un’onda di calore che le sale dal basso. Lo vede, con le spalle larghe che tendono la camicia bianca su misura, le mani forti che stringono il bracciolo del sedile come se volessero dominarlo, quel profumo di legno e spezie che le invade i sensi quando si china verso di lei, troppo vicino, troppo intenzionale. La sua voce, bassa e roca, le sfiora l’orecchio, un sussurro che è una promessa e una minaccia: "Sono un uomo che si diverte in molti modi, ma poi torno sempre a casa." Sente il calore del suo fiato sulla pelle, un brivido che le percorre la schiena, il corpo che risponde senza permesso, umido e tremante, pronto a essere preso, consumato, e poi riposto in un cassetto. Il cuore le batte all’impazzata mentre il desiderio la divora, sapendo che lui avrebbe potuto averla subito, ma ha scelto di non farlo, almeno non ancora. “Sicuramente sarò qui Domenica, volo delle 16:00 per a Parigi.” Veronica sa che è stato il suo modo per mettere alla prova il suo desiderio.
Un rumore secco di qualcosa che cade, o di una porta sbattuta, la strappa dai suoi pensieri. Sobbalza, con il cuore che le balza in gola. Si volta di scatto verso il corridoio, dove le luci al neon riverberano sul pavimento grigio. L’ufficio del capo è lì, alla fine del corridoio, la porta socchiusa. Di solito è chiusa e quando è chiusa, significa che non si deve disturbare. Ma ora è aperta, solo di uno spiraglio, e da lì filtra una voce alterata, parole spezzate, un tono che non promette nulla di buono.
Veronica si alza. Non sa perché, non ci pensa, ma è come se una forza esterna la tirasse in piedi, la spingesse a muoversi, passo dopo passo, verso quella porta. Le gambe le tremano leggermente, ma lei avanza lo stesso, le scarpe con il tacco che picchiano sul pavimento in un ritmo troppo veloce, troppo deciso. Si ferma davanti all’ufficio. Respira. Ascolta.
"Non posso credere che abbiano fatto una cosa del genere! Due anni di trattative, due anni, e ora questo?!" La voce del capo, il signor Bianchi, è un ringhio strozzato e Veronica non l’ha mai sentito così. È un uomo che di solito mantiene un controllo glaciale, anche nelle crisi, ma ora sembra sul punto di esplodere. "Dov’è quella maledetta pratica? Dove cazzo è finita?"
Un altro tonfo. Qualcosa viene sbattuto sulla scrivania. Veronica trattiene il fiato, sa che dovrebbe andare via, che non sono affari suoi. Ma c’è qualcosa, in quell’energia caotica, che le dice che questa è la sua occasione. La sua occasione.
Si schiarisce la voce, non troppo forte. Solo abbastanza perché lui la senta.
Silenzio.
Poi, lentamente, la porta si apre del tutto. Il signor Bianchi è in piedi, la cravatta allentata, il viso paonazzo, gli occhi iniettati di sangue. Quando la vede, si ferma, la fissa, non con sorpresa, ma con qualcosa di più cupo, di più calcolatore. Come se si stesse chiedendo se lei sia la soluzione o solo un altro problema.
"Veronica," dice, la voce ancora tesa, ma più controllata. "Che ci fai qui?"
Lei non esita. Non ora. Non quando sente l’adrenalina scorrere nelle vene, non quando sa che il destino le sta offrendo un’occasione, una via d’uscita. Una via verso di lui.
"Ho sentito rumore," mente, con una scrollata di spalle che spera sembri naturale. "Va tutto bene?"
Lui la guarda per un lungo momento, poi sbuffa, passa una mano tra i capelli grigi, disordinati per la prima volta che lei ricordi. "No," ammette, amaro. "No, non va affatto bene. C’è un casino a Parigi. Un cliente importante ha appena fatto marcia indietro su un contratto. Un contratto enorme."
Si volta, afferra un fascicolo dalla scrivania e lo lancia sul tavolo con un gesto stizzito. "Dovrei essere lì lunedì, cazzo. Ma ho una riunione con gli azionisti lunedì mattina. Non posso muovermi."
Veronica sente il battito del cuore accelerare. Parigi. Lunedì.
"Potrebbe andare qualcun altro," suggerisce, con la voce troppo calma, troppo misurata, mentre dentro di sé urla.
Bianchi la fissa di nuovo. Studia il suo viso, i suoi occhi, come se stesse valutando se può fidarsi di lei. Poi scuote la testa. "No. Non c’è tempo per preparare qualcuno. E poi..." Esita. "È una situazione delicata. Servirebbe qualcuno che sappia gestire la pressione. Qualcuno che non si faccia intimidire."
Veronica trattiene il respiro. Sa cosa sta per dire. Lo sa prima che lui lo dica.
"Tu sei libera questo weekend?"
Sì. Dio, sì.
"Sì," risponde, la voce ferma. "Sono libera."
Lui la guarda ancora per un istante, poi annuisce, come se avesse preso una decisione. "Bene. Allora vai tu. Partenza domenica per essere già là lunedì mattina. Ti mando i dettagli per e-mail." Si volta, già distratto, già passato al problema successivo. "E Veronica ..."
Lei si ferma, la mano già sulla maniglia della porta.
"Non deludermi."
Non lo deluderà. Non deluderà lui, non deluderà Rodolfo e, soprattutto, non deluderà sé stessa.

Domenica mattina, la valigia è aperta sul letto, un mosaico di desideri e promesse. Il tubino nero, corto fino a metà coscia, svela più di quanto nasconda, con una scollatura profonda che invita a perdersi. La lampo dorata, che corre lungo la schiena, per tutta la sua lunghezza, è un dettaglio che brilla come un segreto. I sandali dorati, con il loro tacco vertiginoso e sottilissimo, metallico, di 12 centimetri, sono un’arma di seduzione con un filo di pelle dorata che avvolge le dita, quasi invisibile, mentre una catenella alla caviglia sussurra eleganza e audacia. Sono le scarpe che la fanno sentire invincibile, desiderata, ammirata. E Veronica vuole che Rodolfo la ammiri, prima di prenderla, di possederla, di devastare il suo corpo con la sua passione.
Si muove come in trance, le mani che tremano mentre piega una camicetta di seta nera, mettendola con cura tra i vestiti. Non sa nemmeno cosa sta mettendo dentro, e non le importa. L’unica cosa che conta è che tra meno di sei ore sarà su quell’aereo, che tra meno di sei ore lo rivedrà. Ha già preparato i vestiti per il viaggio, scegliendo ogni pezzo con un’attenzione che rasenta l’ossessione. La gonna azzurra, stretta ed elastica, esalta le curve del suo corpo atletico, il culetto sodo e i fianchi stretti. La canotta bianca, aderente, contiene a stento il suo seno prorompente, mentre la camicia leggera, da portare sopra, aggiunge un tocco di innocenza che contrasta con la sua intenzione. E poi i tacchi, delle décolleté bianche e azzurre, 12 centimetri di potere. Non solo per sembrare più alta vicino a lui, ma per sentirsi più forte, più donna, più sua. Perché quei tacchi la fanno sentire più troia e più desiderabile quando lui è vicino.
Daniele non c’è, è alla solita partita di calcetto, ignaro di tutto. Non ha idea dei tormenti che la consumano, del suo bisogno disperato di essere posseduta con ferocia, senza la minima traccia di dolcezza. Non sa che questo viaggio è solo un pretesto, un sacrificio che lei stessa ha orchestrato sull’altare del piacere più oscuro e proibito.

Si siede sul bordo del letto, le mani che stringono il materasso con una forza che tradisce la sua tensione. Chiude gli occhi, e la sua mente si riempie di lui. Rodolfo. La sua presenza imponente, il modo in cui domina lo spazio intorno a sé, come se lui potesse prenderla per diritto divino. Il ricordo del suo sguardo sull’aereo la travolge: penetrante, quasi capace di vedere attraverso i suoi vestiti, la sua pelle, fino al nucleo ardente del suo desiderio. "Non sono un uomo che fa attenzione", aveva detto, e quelle parole risuonano come una promessa, un’eco che accende il suo corpo.
Sì! Dio si, non vuole attenzione. Vuole essere sua, completamente, senza remore, senza pensieri, senza paure. Vuole che la prenda, che la consumi, che la renda sua in un modo che Daniele non potrebbe mai comprendere.
Apre gli occhi di scatto, il respiro corto e affannoso, come se avesse appena corso una gara. Si alza, i suoi passi leggeri la portano verso lo specchio dell’armadio. Si guarda, e il suo riflesso la cattura: i capelli biondi, mossi, le cadono sulle spalle in onde dorate che sembrano danzare alla luce soffusa della stanza. Gli occhi blu, intensi e luminosi, brillano di un desiderio che non riesce a contenere. Le labbra, carnose e gonfie, ancora pulsano del morso che si è inflitta poco fa, senza rendersene conto. Il seno, enorme e pesante, si solleva ad ogni respiro, premuto contro la stoffa sottile della canotta grigia, quasi a voler liberarsi dalla costrizione.
Con un gesto lento e sensuale, si passa una mano sui capezzoli, già duri, già doloranti. Li pizzica appena, e un gemito le sfugge, caldo e vellutato.
Lui. Vuole che sia lui a farlo. Immagina le sue mani forti e autoritarie su di lei, a guidarla, a possederla. Vuole sentirsi spinta contro un muro, il suo corpo premuto con forza, mentre la sua voce profonda le sussurra parole proibite: "Sei la mia puttana, la mia troia, la mia bambola da usare e gettare via". Vuole essere scopata con una passione che le tolga il fiato, che la lasci tremante e incapace di camminare il giorno dopo. Vuole essere riempita, posseduta, distrutta da lui, dal suo desiderio, dalla sua dominanza.
E non prova nessuna colpa. Nessuna. Perché Daniele è dolce, Daniele è gentile, Daniele la ama e lei lo ama con ogni cellula del suo corpo. Ma Daniele non la fa sentire viva come Rodolfo con un solo sguardo, con un solo tocco promesso. Daniele non la fa bagnare solo con la sua presenza, con il suo odore maschile e penetrante. Daniele non la chiamerebbe mai "puttana" mentre le tira i capelli, mentre le ordina di ingoiare, di arrendersi completamente a lui. Con Rodolfo, invece, ogni pensiero è una fiamma che divampa, ogni sguardo una promessa di piacere estremo, di abbandono totale.

Si allontana dallo specchio, il viso arrossato, le gambe che tremano. Va in bagno, chiude la porta a chiave e si siede sul bordo della vasca, le mutandine sono già fradice, e si tocca. Non è mai stata così eccitata in vita sua. Non è mai stata così disperatamente bisognosa di piacere.
Chiude gli occhi e immagina le sue mani. Le mani di Rodolfo. Grandi, potenti, che le afferrano i fianchi, che le strappano via i vestiti, che le stringono la gola mentre la penetra da dietro, senza preavviso, senza gentilezza. Immagina il dolore, il piacere, la vergogna, l’umiliazione. Immagina di essere in ginocchio davanti a lui, la bocca aperta, pronta a prendere tutto ciò che lui vuole darle. Immagina di essere usata. Solo usata.
L'orgasmo la colpisce come un’onda, violento, improvviso, le fa inarcare la schiena, le fa mordere il pugno per non urlare, e viene con il nome di Rodolfo sulle labbra, con le unghie conficcate nei palmi, con le lacrime che le bruciano agli angoli degli occhi.
Quando si riprende, è sudata. Tremante. Vuota.
Ma sa che non sarà vuota a lungo.

L’aeroporto è un caos di luci, voci, valigie che rotolano su pavimenti lucidi. Veronica cammina a passo svelto, il trolley che rimbalza dietro di lei, le cuffie nelle orecchie per isolarsi dal rumore. Non ascolta musica. Non vuole distrarsi. Vuole sentire ogni suono, ogni voce, ogni annuncio. Vuole essere pronta.
È arrivata presto. Troppo presto ma non voleva che Daniele la vedesse, che sentisse il suo profumo Chanel mescolato all'odore del desiderio. E non voleva rischiare di arrivare in ritardo. Non oggi.
Si ferma davanti al tabellone delle partenze, gli occhi che scorrono sulle destinazioni. Parigi. Gate B12. Imbarco tra 120 minuti.
Respira. Si volta. Osserva la folla per un tempo indefinito.
E poi lo vede.
È lì. In piedi, vicino a un pilastro, la valigia ai suoi piedi, il telefono in mano. Indossa un completo grigio scuro, la camicia bianca chiusa da una cravatta in tinta con l'abito, un nodo perfetto, marziale, la barba di tre giorni che gli ombreggia la mascella squadrata. È più alto di quanto ricordasse. Più largo. Più presente. Come se occupasse più spazio di qualsiasi altro uomo nell'aeroporto.
E accanto a lui, c’è lei.
Erika.
La moglie.
Veronica trattiene il fiato.
Erika è bellissima. Alta, slanciata, i capelli neri con quel caschetto perfetto, che incornicia quel viso quasi etereo ed allo stesso tempo sensuale e dai tratti eleganti come lei non avrà mai, e poi quegli occhi verdi allegri, attenti, maledettamente vivi. Indossa un tailleur verde che le aderisce al corpo come fosse disegnato su quel corpo dannatamente perfetto, i tacchi alti che allungano le gambe lunghissime. È il tipo di donna che sembra uscita da una rivista di moda, raffinata, sicura di sé, irraggiungibile.
Rodolfo le sta parlando, la voce bassa, la mano che le sfiora il braccio in un gesto intimo, possessivo. Erika ride, inclina la testa all’indietro, e lui si china, le labbra che sfiorano la sua bocca, un bacio leggero, tenero, carico di amore, ma allo stesso tempo sembra una promessa di passione, inalterata nel tempo.
Veronica dovrebbe sentirsi male. Dovrebbe provare gelosia, rabbia, risentimento e invece sente solo una stretta allo stomaco, un calore umido tra le gambe.
È così che la bacia.
È così che la tocca.
Ma lei non vuole quei baci e quelle carezze, quelle le ha già. Vuole essere quella su cui le sue mani si posano con rabbia passionale. Vuole essere quella che lui spinge contro un muro, quella su cui affonda le dita nei fianchi, quella a cui ordina di aprire le gambe.
Veronica sa di non volersi sostituirsi a Erika. Non vuole rubargli il marito.
Vuole solo che lui la usi quando ne ha voglia. Quando la moglie non c’è. Quando ha bisogno di qualcosa di più rude, di più sporco, di più perverso. E poi vuole tornare dal suo Daniele, finché lui non la userà di nuovo.
Li osserva mentre si salutano. Erika gli sistema il colletto della camicia, un gesto amorevole, affettuoso. Lui le prende la mano, se la porta alle labbra, bacia le sue nocche con una reverenza che sembra fuori luogo in un uomo così grande, così potente. Poi Erika si volta, si allontana, ancheggia leggermente, abbastanza da emanare sensualità, ma con una eleganza che sembra innata, fuori dal tempo, quasi irreale e Rodolfo resta lì, a guardarla, fino a quando non scompare tra la folla.
Solo allora si volta.
Solo allora i suoi occhi incontrano quelli di Veronica.
E lei sa, sa che l’ha vista fin dal primo momento.
Sa che l’ha osservata mentre li guardava.
Sa che lui è perfettamente consapevole del perché lei è lì.
Un sorrisetto lento, pericoloso, gli curva le labbra. Non le fa cenno. Non le dice nulla. Ma non ce n’è bisogno.
Il messaggio è chiaro.
Ti ho vista. So che mi desideri.E so che farò di te quello che voglio.
Veronica deglutisce. Si costringe a distogliere lo sguardo, a camminare verso il gate, le gambe che tremano sotto la gonna. Sa che lui la sta seguendo con gli occhi. Sa che sta contando i secondi prima di raggiungerla.
E quando sale sull’aereo, quando trova il suo posto, quando si siede e allaccia la cintura, il cuore le batte così forte che teme si percepisca in tutta la cabina.
Poi lo sente. Il suo profumo, quello stesso profumo di legno e spezie, di mascolinità pura, inconfondibile.
Si volta. Lui è lì, in piedi nel corridoio che la fissa con quegli occhi scuri, penetranti, che sembrano vedere attraverso ogni sua menzogna, ogni suo desiderio.
Poi si siede accanto a lei. Troppo vicino. Le loro cosce si sfiorano e il calore del suo corpo le brucia attraverso il tessuto della gonna.
"Ciao, Veronica," dice, la voce bassa, solo per lei.
Lei non riesce a parlare. Non riesce a respirare.
Lui si china, ancora più vicino, le labbra che le sfiorano l’orecchio.
"Ti è piaciuto guardarmi salutare mia moglie?"
Veronica chiude gli occhi.
Sente il proprio corpo rispondere, umido, tremante, pronto. Sente il futuro aprirsi davanti a lei, oscuro, pericoloso, inevitabile.
E sa che non tornerà indietro.

L’aereo si libra nel cielo primaverile, un colosso d’acciaio che fende l’aria con un ronzio costante, quasi ipnotico. Le luci soffuse della cabina proiettano ombre tremolanti sui volti dei passeggeri, avvolti in una quiete ovattata, rotta solo dal fruscio delle cinture che sfiorano i tessuti dei sedili e dal respiro regolare di chi, vincolato dalla stanchezza o dall’alcol, si è già abbandonato a un sonno leggero. Veronica non dorme. Non potrebbe, nemmeno se lo volesse. Ogni terminazione nervosa del suo corpo è accesa, vibrante, come se una corrente elettrica le scorresse sotto la pelle, risvegliando sensazioni che aveva sepolto chissà dove, in qualche angolo remoto della sua mente dove la ragione teneva a bada gli istinti.
Si appoggia allo schienale del sedile, le palpebre chiuse, ma non per riposare. Vuole solo assaporare, senza distrazioni, il peso di quello che sta accadendo. Il tessuto freddo della poltrona in pelle preme contro le sue scapole, un contrasto con il calore che le divampa dentro, lento e inesorabile come lava. Le labbra sono leggermente dischiuse, quasi a cercare ossigeno in un’atmosfera che, improvvisamente, le sembra troppo densa, satura di un profumo maschile che non è quello di Daniele. È qualcosa di più selvatico: un mix di legno, spezie, ma con una nota metallica, quasi ferrosa, che le evoca immagini di corpi che si sfiorano in una lotta silenziosa di potere. È l’odore di Rodolfo. E ora qui, in questo spazio ristretto dove l’aria è filtrata e riciclata, quel profumo la avvolge, la marca, le ricorda che non è più padrona di sé.
È la seconda volta che si trova in questa situazione, ma questa volta il suo corpo trema di un’attesa febbrile, come se ogni cellula sapesse esattamente cosa sta per accadere. Una settimana fa, su un altro volo, in un altro frangente della sua vita che ora le sembra così lontano, era stata travolta da un desiderio improvviso e violento, un’onda che l’aveva lasciata senza fiato, incapace di resistere. Ora, invece, sa esattamente cosa l’aspetta. Lo ha cercato, questo momento, lo ha bramato nelle notti insonni, quando Daniele dormiva al suo fianco, ignaro del turbine che la divorava. Si contorceva tra le lenzuola, le cosce strette intorno al vibratore, il nome di Rodolfo che le usciva dalle labbra come un sussurro disperato, un mantra che la portava sull’orlo del baratro. Sempre lui. Sempre quel nome a farle perdere il controllo, a farle desiderare di essere distrutta, mattone dopo mattone, per poi essere ricostruita, libera di tornare alla dolce monotonia della vita con Daniele, fino alla prossima volta. Ma ora non c’è più monotonia, solo l’attesa ardente di quel nome, di quell’uomo, di quel potere che la fa sentire viva, anche se solo per un istante. Perché quello non è amore. Veronica lo sa. L’amore è un’altra cosa. L’amore è Daniele, con i suoi occhi dolci e le sue mani che la accarezzano come se fosse fatta di porcellana, con la sua pazienza infinita e la sua capacità di farla sentire al sicuro. L’amore è la stabilità, la certezza di un domani che, anche se noioso, è prevedibile e rassicurante. Questo, invece, è qualcos’altro. È fame. È sete. È il bisogno viscerale di essere consumata, divelta, ridotta a brandelli di carne tremante sotto il peso di un corpo che non le chiede permesso, ma prende. Prende tutto.
Rodolfo è seduto accanto a lei, la sua presenza ingombrante nonostante la distanza di pochi centimetri che li separa. Non si toccano. Non ancora. Ma Veronica sente il calore che emana da lui, un’onda che le lambisce il braccio, risale lungo la spalla, si insinua sotto il colletto della camicetta di seta che indossa, troppo leggera per essere un’armatura, troppo trasparente per nascondere qualcosa. Il tessuto aderisce ai suoi seni, generosi e pesanti, che ora sembrano ancora più gonfi, più sensibili, come se ogni terminazione nervosa fosse esposta, pronta a ricevere il minimo sfioramento e a tradurlo in un brivido che le percorre la schiena. Il reggiseno le stringe appena, ma è inutile: i capezzoli sono duri, puntuti, visibili anche attraverso la stoffa. E lei sa che lui lo sa. Rodolfo sa sempre tutto.
Un leggero tremito percorre la carlinga, quasi impercettibile, ma sufficiente a farle contrarre i muscoli delle cosce. Il motore cambia tonalità, un brontolio più profondo che le risuona nello stomaco, amplificando quella sensazione di vuoto che ha dentro, un vuoto che solo lui può riempire perché è il vuoto che lei sta lasciando libero per lui. Veronica trattiene il fiato, le dita che si aggrappano ai braccioli, le unghie che affondano nella pelle morbida. Non osa guardarlo. Non ancora. Sa che, se incrocia il suo sguardo, sarà la fine. Sarà l’inizio di qualcosa che non potrà più fermare.
Ma non ha bisogno di guardarlo per sentirlo, perché Rodolfo è lì, immobile, eppure in movimento costante. È nel modo in cui il suo ginocchio sfiora il suo per un istante, così fugace che potrebbe essere casuale, se non fosse per la pressione deliberata, appena accennata, che lascia dietro di sé una scia di fuoco. È nel respiro che le accarezza la nuca quando si china in avanti, fingendo di sistemarsi la cravatta, le labbra così vicine all’orecchio da farle venire la pelle d’oca. “Ti piace, vero?” Le parole non vengono pronunciate, ma Veronica le sente lo stesso, impastate nel silenzio, nel modo in cui l’aria si fa più pesante ogni volta che lui si muove.
E poi c’è la voce. Bassa, roca, un sussurro che le penetra nelle ossa. “Hai caldo, Veronica?” La domanda è innocente, quasi paterna, ma il tono è tutto fuorché innocuo. È una sfida. Una provocazione. Una promessa. Veronica deglutisce, la gola secca. “No,” vorrebbe rispondere, ma la bugia le muore in gola. Ha caldo. Brucia. Il sudore le imperla la fronte, scivola tra i seni, si raccoglie nell’incavo del collo, dove il profumo di Rodolfo si mescola al suo, creando un aroma intossicante che le fa girare la testa. Le mutandine sono un disastro, un pezzo di stoffa inutile appiccicato alla sua pelle bagnata, intrisa di un umore che non riesce a contenere. Ogni volta che si muove, anche solo per respirare, sente il tessuto aderire alle labbra gonfie, sensibili, e un brivido le percorre la schiena, facendole serrare le cosce in un tentativo futile di alleviare la pressione che le pulsa tra le gambe.
Rodolfo lo sa. Lo sa eccome. Perché è lui la causa di tutto questo. È lui che, con un semplice sguardo, l’ha ridotta in questo stato. E ora gioca con lei, come un gatto con un topo, godendosi ogni istante della sua agonia. “Forse dovresti slacciare un bottone,” suggerisce, e la sua mano sfiora il polso di Veronica, un tocco così leggero che potrebbe essere il vento. Ma non è il vento. È lui. È sempre lui. E Veronica obbedisce, le dita tremanti che aprono il primo bottone della camicetta, poi il secondo, rivelando la scollatura profonda, il solco tra i seni dove la pelle è così bianca da sembrare luminosa sotto le luci artificiali della cabina. Non osa guardarlo, ma sente i suoi occhi su di sé, pesanti come mani, che la accarezzano, la esplorano, la possiedono senza nemmeno sfiorarla.
“Meglio?” La sua voce è un filo di seta che le avvolge il collo, stringe appena, abbastanza da farle venire voglia di annaspare. Veronica annuisce, le labbra serrate, perché sa che, se aprisse la bocca ne uscirebbe un gemito, un suono animalesco che tradirebbe tutto il suo autocontrollo. Ma Rodolfo non ha bisogno di sentirlo per sapere. Lui sa. Sa che lei è bagnata. Sa che sta tremando. Sa che, in questo momento, l’unica cosa a cui riesce a pensare è al modo in cui le sue dita grandi, ruvide, esperte, potrebbero affondare tra le sue cosce, strapparle via quel pezzo di stoffa inutile e trovare quello che gli appartiene.
“Ti piace giocare, Veronica,” mormora, e questa volta il suo alito le solletica l’orecchio, caldo e umido, facendole venire la pelle d’oca lungo tutto il corpo. “Ma i giochi hanno delle regole.” Lei trattiene il fiato, perché sa cosa sta per dire. Lo sa da quando è salita su questo aereo. Lo sa da quando ha accettato di sedersi accanto a lui, di respirare la sua stessa aria, di lasciarsi avvolgere dal suo profumo. “E tu, Bambolina, non hai ancora capito qual è la prima.”
Veronica chiude gli occhi, le dita che si stringono intorno ai braccioli, le unghie che affondano nel cuoio. “Qual… qual è?” La sua voce è un filo, quasi impercettibile, ma lui la sente. Rodolfo ride, un suono basso, vibrante, che le risuona nel petto. “Che non sei tu a decidere quando inizia il gioco.” Le sue parole le scivolano addosso come olio bollente, le bruciano la pelle, le entrano dentro. “Io decido. Sempre.”
E poi, il colpo di grazia. La sua mano, grande, calda, possente, si posa sulla sua coscia, appena sopra il ginocchio. Non stringe. Non accarezza. Possiede. E Veronica sente il suo corpo reagire istantaneamente, le pareti interne che si contraggono, vuote, bisognose, il clitoride che pulsa, gonfio, dolorante. Vorrebbe chiudere le gambe, trattenere quel desiderio che minaccia di travolgere tutto, ma non oserebbe mai. Non ora. Non quando lui la sta guardando. Non quando sa che, se solo provasse a muoversi, a resistere, lui la fermerebbe con un solo sguardo.
“Hai bisogno di andare in bagno, come l'altra volta,” le ordina, e la sua voce è così bassa che Veronica quasi non la sente. Ma la sente. Oh, se la sente. È un comando che le trapassa il cranio, le scende lungo la spina dorsale, le fa capire che già allora aveva giocato con lei.
"Ma questa volta le mutandine non lasciarle nella borsetta, dalle a me!"
Veronica sente il mondo fermarsi. Il ronzio dei motori svanisce. Il respiro dei passeggeri intorno a lei si azzera. C’è solo lui. Solo la sua voce. Solo il suo comando. E lei, che trema, che brucia, che si sente esattamente come vuole, una Bambolina nelle sue mani, e obbedisce.
Si alza lentamente, le gambe che tremano appena, il corpo che pulsa di un desiderio così intenso da farle male. Non guarda nessuno. Non osa, perché sa che, se incrociasse lo sguardo di qualcuno, di una hostess, di un passeggero, di chiunque, vedrebbero. Vedrebbero tutto. Vedrebbero quanto è eccitata, quanto è sua, quanto è volutamente e consapevolmente fragile.
Cammina lungo il corridoio stretto, i tacchi che affondano nella moquette morbida, le mani che stringono la borsa come se fosse un’ancora di salvezza. Il bagno è vuoto, per fortuna. O forse no. Forse è tutto calcolato. Forse Rodolfo ha già pensato a tutto, come sempre. Chiude la porta dietro di sé, il meccanismo che scatta lasciando il mondo fuori, ma non lui perché Lui è lì anche adesso. Si appoggia al lavandino, le mani che tremano, lo sguardo fisso sul proprio riflesso nello specchio, e non si riconosce.
Gli occhi sono lucidi, le pupille dilatate, le guance arrossate. Le labbra sono gonfie, rosse, come se qualcuno le avesse già baciate, morse, succhiate. I capelli, biondi e mossi, sono leggermente spettinati, alcune ciocche attorcigliate. Si passa una mano sul collo, sentendo il battito del cuore sotto la pelle, così forte che sembra volerle esplodere fuori.
E poi, lentamente, si alza la gonna, aderente ed elastica, come una puttana di strada pronta a farsi scopare. Il tessuto scivola su lungo i fianchi, si raccoglie sul suo ventre come una barriera color del cielo. Le mutandine sono peggio di quanto pensasse, completamente inzuppate, il pizzo candido appiccicato alle labbra gonfie, il cotone interno intriso di un umore che cola ancora, lento, inarrestabile. Se chiudesse gli occhi, potrebbe fingere che sia lui a farle questo, che sia la sua lingua, la sua bocca, le sue dita a strapparle via ogni briciolo di dignità.
Ma non chiude gli occhi. Si sfila le mutandine con un gesto lento, quasi cerimoniale, sentendo il tessuto freddo staccarsi dalla pelle bagnata. Un brivido la percorre, non di freddo, ma di eccitazione pura, selvaggia. Si porta il pezzo di stoffa al naso e inala profondamente. L’odore è intenso, muschiato, dolce e salato allo stesso tempo. È il suo odore. È l’odore del suo desiderio, della sua sottomissione.
E ora gliele deve dare. Le stringe nel pugno, sentendo il tessuto umido aderire al palmo, e poi esce dal bagno, la gonna sistemata malamente, più corta, con le gambe nude più esposte e leggermente tremanti. Non importa se qualcuno la vede. Non importa se qualcuno capisce. L’unica cosa che conta è lui. L’unica persona che conta è Rodolfo.

Torna al suo posto, i passi incerti su quei tacchi che in quel momento sente oscenamente alti, il cuore che le martella nelle tempie. Lui è lì, immobile, lo sguardo fisso su di lei mentre si siede lentamente, le cosce che si aprono appena, come se fosse pronta ad essere sua, anche ora, anche qui, davanti a tutti. Non dice nulla. Non ne ha bisogno. Il suo silenzio è più eloquente di qualsiasi parola.
Veronica allunga la mano, le dita che tremano appena, e deposita le mutandine umide sul palmo aperto di lui. Rodolfo le chiude attorno, lentamente, come se stesse sigillando un patto. Poi le porta al naso, inala profondamente, gli occhi che si chiudono per un istante, come per assaporare un vino pregiato. Quando li riapre, il suo sguardo è nero. Vuoto di ogni pietà. Pieno di promesse.
“Brava Bambolina,” dice, e la sua voce è una carezza che le brucia la pelle. “Molto brava.”
Veronica sente le lacrime pungere gli occhi, ma non sono lacrime di tristezza. Sono lacrime di sollievo. Di liberazione. Perché ora lo sa. Non c'è più ritorno, lei non è più Veronica, lei è Bambolina, la sua bambolina e le sue mutandine fradice di piacere sono il pegno per essere sua. Senza più ritorno.

Veronica freme, vorrebbe le sue mani su di sé, ovunque, desidera il suo corpo, adesso, subito, lì in mezzo agli altri passeggeri. Ma lui no, lui la lascia sospesa in quel limbo di attesa, forse un preludio a ciò che sarà da domani, a ciò che le toccherà dopo essere stata usata senza pietà alcuna. Come vivrà il passaggio da Veronica a "Bambolina"? La domanda la tormenta, mentre il suo sguardo si perde nel vuoto, immaginando già il peso della sua dominazione.

Rodolfo, apparentemente un uomo qualunque, conversa amabilmente con lei, chiedendole del lavoro, dei suoi hobby, del suo fidanzato. Il suo ghigno, però, tradisce un’intenzione nascosta, una promessa che ancora non vuole mantenere. Poi, improvvisamente, la sua voce si fa più tagliente: "Ma che scusa ha usato la mia Bambolina per essere qui?"
Veronica sente l’eccitazione salire, come un brivido che le percorre la schiena. Quella domanda è un lampo, la conferma che lui ha controllato il "gioco" fin dal primo momento. La sua voce trema leggermente mentre risponde: "È capitata un’emergenza e mi sono offerta." Offerta, sì, ma non al suo capo, non all’azienda. A lui, esattamente come lui vuole e pretende.
La sua mano torna a posarsi sul suo ginocchio, questa volta più pressante, più autoritaria. "E quale emergenza, se posso chiedere," dice, ma il tono è una finzione. Entrambi sanno che lui non ha più bisogno di chiedere, il potere è tutto nelle sue mani. Veronica sorride, un sorriso che nasconde una resa volontaria.
"Un potenziale cliente, con cui l’azienda sta trattando da due anni, ha fatto un passo indietro all’ultimo momento. Devo trovare il modo di portare a casa il contratto," spiega, le parole che le escono quasi senza controllo, come se fosse l’unica cosa che la sua mente le permetta di dire. Lui la fissa dritta negli occhi, e ogni sua cellula freme per quello sguardo profondo, penetrante, devastante.
"Beh, ho una certa dimestichezza con queste situazioni," dice Rodolfo, la voce calma ma carica di autorità. "Dovrai essere autorevole, trovare la chiave per farti dire cosa li sta fermando veramente, e poi colpisci, con semplicità, come se i loro dubbi fossero sciocche paure infantili. Perché ciò che offre la tua azienda è l’essere specializzata proprio in quello che loro dubitano possa fare. Dovrai essere ferma, diretta. E dovrai essere spudoratamente donna. Non rinunciare alla femminilità, la devi esaltare, usala come arma di distrazione. Tacchi alti, postura fiera, abito formale ma che non nasconda le tue forme. Camicia leggermente aperta, un pendaglio che sbatta tra l’unione delle tue tette enormi, una gonna che accarezzi la forma del tuo culo, così ogni volta che ti volterai di spalle, loro lo ammireranno e lo brameranno."
La sua voce si abbassa, diventando un sussurro carico di promessa, mentre le parole dipingono un’immagine che Veronica sente già sulla pelle, come un brivido che le percorre la schiena. "Ricorda, Bambolina, il potere non è solo nelle parole, ma nel modo in cui le sussurri, nel modo in cui il tuo corpo si muove, nel fuoco che accendi con uno sguardo. Trasforma i loro dubbi in desiderio, la loro resistenza in resa totale." La sua voce è velluto, un incantesimo che la avvolge, e Veronica si sente come se stesse bevendo ogni sua parola, assetata di quel controllo, di quella strategia che sembra così ovvia, così perfetta.
Veronica è completamente rapita, come se quelle parole fossero una mappa tracciata direttamente sulla sua anima. Sa che potrebbe usare quel potere con chiunque, ma non con lui. Perché lui ne è immune, lui l’ha già conquistata, fin dal primo istante in cui i loro sguardi si sono incrociati su quel volo, una settimana fa. Lui ha già fatto tutto questo, e molto di più, con lei. "Grazie, lo farò," sussurra, la voce rotta dall’eccitazione, dal piacere che le pulsa nelle vene come un’onda inarrestabile.
"Brava, Bambolina," risponde lui, la voce calda e soddisfatta, quasi vellutata, mentre i suoi occhi scuri si posano su di lei con un’intensità che la fa tremare. "Ma le mie lezioni hanno un costo," aggiunge, e in quelle parole Veronica sente il peso di una promessa sospesa, il sapore dolce e amaro della resa. È pronta, pronta a tutto pur di farsi prendere, pur di pagare quel prezzo, anche se non sa ancora di cosa si tratti.
"Non ne dubitavo," risponde, la voce che le sembra appartenere a un’altra, a Bambolina, non a Veronica. "E io sono sempre pronta a pagare per una lezione di qualità," aggiunge, con un sorriso che tradisce un’ombra di sfida, mentre le dita si stringono nervosamente intorno al tessuto della camicia.
"A tempo debito, pagherai," replica lui, con un tono che non ammette repliche, e ancora una volta la lascia lì, sospesa in un’attesa che le accelera il battito del cuore e le fa tremare il corpo. I suoi occhi si abbassano, come se stesse già immaginando il momento in cui il debito verrà saldato, e Veronica sente il calore salire lungo la schiena, un’anticipazione che la rende ancora più impaziente.

L'aereo atterra con un tonfo sordo, e Rodolfo si allontana, come se nulla fosse, come se non fosse responsabile di quell’incendio che divora Veronica. Eppure, le sue mutandine, ancora umide del suo piacere, bruciano nella tasca della sua giacca, ma lui continua a giocare con il tempo, a lasciarla sospesa in un’attesa che la consuma. Dovrebbe essere furiosa, esausta di questo continuo saliscendi di emozioni, eppure ne è assuefatta, perché è lui a volerlo, e lei si sente viva solo nel suo controllo, nel suo dominio.
"Dimmi, Bambolina, in quale albergo alloggi?" La sua voce è un ordine velato da dolcezza, e quel nomignolo la fa tremare. Bambolina. È suo, solo suo, un sigillo che la marca come proprietà.
"L’Etoile Cachée," risponde, la voce tremante.
"Interessante. Lo conosco bene. Piccolo, discreto, con una SPA intima. Non è un posto per viaggiatori d’affari. Come lo hai scoperto?" I suoi occhi la trapassano, e Veronica si sente nuda, esposta. "Daniele ha chiesto in azienda. Tra i nomi c’era anche questo. Mi ha attirato il nome," mente, mentre un brivido le percorre la schiena. Sa che solo Erika, la moglie di Rodolfo, può aver dato quel nome a Daniele, e ancora una volta si sente parte di un gioco che va avanti da molto più tempo di quanto lei possa capire, e il sorriso di lui che si allarga, compiaciuto, ne è la prova "Che coincidenza fortunata, non trovi, Bambolina?"
Quello sguardo, quel ghigno che promette possesso, la fa sentire sua, completamente. Il cuore le martella nel petto, e tra le cosce il calore si fa liquido, scivolando lungo le gambe.
"Le valigie sono arrivate. Andiamo, Bambolina." Non è un invito, è un comando. E lei obbedisce, il respiro affannoso, il corpo già pronto a cedere di nuovo.
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