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Il Meglio va Condiviso
22.07.2026 |
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"Il sangue correva veloce nel mio corpo, così mi avvicinai al suo orecchio e le dissi con un tono che poco lasciava all’immaginazione..."
Capitolo 1: Al "Solito Posto"Quella sera io e Ale eravamo riusciti, dopo mille e più tentativi andati a vuoto, a organizzarci per bere finalmente qualcosa insieme. La vita, con i suoi ritmi frenetici e distanze a volte incolmabili, ci aveva divisi per un po', ma ora, riaverlo lì davanti a me era come se non ci fossimo mai persi di vista. Alessandro è il mio amico più vecchio, quello con cui ho diviso le bravate dell’adolescenza, i primi segreti, le serate finite all'alba. Quella persona che puoi non vedere per anni ma che quando ritrovi, vieni travolto dallo stesso affiatamento di sempre.
Per l'occasione avevo deciso di portarlo al “Solito Posto”, una piccola vineria nascosta tra i vicoli di Milano. Un posto intimo, dalle luci calde e soffuse, dove i taglieri misti si sciolgono in bocca e il vino scende leggero. Il gestore, Roberto, è un tipo burbero ma preparato: se gli stai antipatico ti ringhia contro, ma se entri nelle sue grazie ti fa svoltare la serata. Per mia fortuna, appartenevo alla seconda categoria. Quella sera ci aveva servito un Sangiovese della casa: un vino che sembrava leggero al primo assaggio, ma che poi faceva emergere tutto il suo essere un rosso di corpo e carattere.
Eravamo seduti al mio solito tavolino vicino alle vetrate che davano sulla strada. Ale era in uno stato di grazia: felice, frizzante, espansivo. Mi raccontava, con gli occhi che gli brillavano di una luce nuova, della sua nuova storia con una ragazza di cui era cotto fin dalle scuole medie. Aveva voglia di spaccare il mondo, e io ero felice per lui.
Stavamo ordinando una seconda bottiglia di vino quando sentimmo la porta del locale aprirsi e un allegro vociare entrare, che andò a rompere quel dolce silenzio fino ad ora interrotto solo dalle nostre chiacchiere.
Entrarono un gruppo di quattro ragazze. Erano tutte giovani, allegre e molto carine, ma una in particolare aveva letteralmente catturato la mia attenzione. Capelli neri, corti, che le incorniciavano un viso dai tratti decisi, labbra disegnate da un gloss lucido sulle quali mi persi subito in pensieri di baci rubati e uno sguardo di una sicurezza quasi sfacciata. Indossava una camicetta di cotone leggero, molto più ampia rispetto alla sua fisicità ma che si modellava perfettamente sulla linea del suo seno che un bottone slacciato di troppo lasciava volutamente e insolentemente intravedere, e un paio di pantaloncini molto più attillati che esaltavano la curva morbida e netta dei suoi fianchi. Ogni suo movimento sembrava calcolato per attirare l'attenzione.
Ovviamente, non passarono inosservate. Ale, con la sua euforia contagiosa, aveva subito notato una biondina solare e chiacchierona. Io, invece, non riuscivo a staccare gli occhi dalla moretta. C'era qualcosa di magnetico ed estremamente erotico in lei, un'energia che mi eccitava prima ancora di averci scambiato una parola.
Proprio mentre le amiche, menu alla mano, richiamavano l’attenzione per scegliere il vino, lei ha girato lentamente la testa verso di me. Quando ha incrociato il mio sguardo, si è fermata, senza abbassare mai gli occhi; li ha tenuti fissi nei miei per un battito di ciglia di troppo, con una mezza piega di sfida sulle labbra, prima di voltarsi al richiamo delle amiche. In quel preciso istante, la purezza della chiacchierata con il mio migliore amico è stata spazzata via da un pensiero caldo e proibito che ha iniziato a pulsarmi sotto la cintura.
Roberto si stava avvicinando al loro tavolo con la sua solita espressione scocciata, infastidito dal chiasso allegro che le quattro ragazze avevano portato nel locale. Decisi che era il momento di muovermi per vedere se la moretta avrebbe apprezzato la sana intraprendenza di un giovane seduttore.
Capitolo 2: L'arte della provocazione
Mi alzai facendo un cenno di intesa ad Ale come già molte altre volte avevamo fatto in passato durante le nostre notti brave, e mi diressi verso il bancone. Mi appoggiai al legno scuro, proprio a ridosso del loro gruppo. Quando Roberto mi guardò interrogativo, gli sorrisi dicendogli “Roberto, lascia stare la carta dei vini. Se le ragazze volessero provare qualcosa di davvero buono porta loro una bottiglia di quel Sangiovese riserva che hai aperto anche per noi. La prima la offro io così se poi non è gradito sarà mia premura rimediare con un consiglio più mirato.”
Le ragazze si voltarono quasi all'unisono. Sorrisero con gusto, sorprese e lusingate da quel gesto d'altri tempi. Ringraziarono in coro con voci squillanti, ma i miei occhi erano solo per lei. La moretta si era voltata più lentamente delle altre, alzandosi dal tavolo e venendo verso il bancone. Si appoggiò con la schiena e senza mai smettere di avere quel sorriso sulle labbra mi studiò con uno sguardo intenso e profondo, mentre la bottiglia veniva stappata e il vino veniva versato nei calici.
“Un Sangiovese riserva...” commentò lei, sollevando il bicchiere all'altezza degli occhi e guardandomi attraverso il riflesso del vetro e il rosso del vino. “Un inizio decisamente… audace. Grazie mille.”
“Immagino sia la prima volta che veniate qui ed essendo io invece un cliente un po' più abitudinario penso che il meglio vada fatto conoscere e condiviso insieme”, risposi, sostenendo con naturalezza il suo sguardo.
Allora il tempo smise di correre e si prese una pausa. Intorno a noi le amiche chiacchieravano e Ale, rimasto al tavolo, ci osservava con un sorriso sornione, divertito dalla mia intraprendenza, mentre dietro ai suoi occhi prendevano forma le immagini di tante serate trascorse insieme tra risate, divertimento e buonumore. Io intanto continuavo a scivolare pericolosamente lungo le linee del corpo di lei: la camicetta leggera che si muoveva ad ogni suo respiro, il suo collo così liscio e provocante, le sue labbra dal movimento ipnotico e la sua voce che correva lungo i miei nervi. Immaginavo la consistenza della sua pelle sotto quel cotone e il calore del suo respiro sulle mie labbra se l'avessi spinta contro il legno del bancone in quel preciso istante.
Dopo un tempo indefinito, fatto di risate collettive e bicchieri che si svuotavano troppo in fretta, il gruppo decise di muoversi. Fu proprio lei a fare un passo verso di me per ringraziarmi nuovamente della prima bottiglia a cui poi ne fecero seguire un'altra in pochissimo tempo. Mi si avvicinò più del necessario, tanto da permettermi di respirare il suo profumo: una miscela calda di vaniglia e legno d’oriente.
“Noi stiamo andando a ballare per il compleanno della mia amica”, disse, indicando con un cenno della testa la bionda che stava già recuperando la borsa. Poi, abbassò impercettibilmente il tono di voce, e si avvicinò ancora di un soffio, rendendo le sue parole un segreto solo nostro. “Se poi decidessi di fare un salto anche tu, potrei trovare il modo di sdebitarmi per la bottiglia.”
Me lo disse fissandomi dritta negli occhi, mentre si mordeva il labbro inferiore, con il tono di una sfida aperta e consapevole. Sapeva perfettamente quale effetto stesse provocando su di me; in quel momento si stava nutrendo del mio desiderio e della sua capacità di destabilizzarmi.
Le ragazze uscirono dal locale in una scia di profumo e allegria. Io rimasi fermo al bancone per qualche secondo, guardandole andare via, per poi ritornare dal mio amico fraterno.
Ale mi guardò, con gli occhi lucidi di vino e divertimento.
“Allora? Che facciamo?”
“Aspettiamo un'oretta”, risposi, versando l'ultimo goccio di Sangiovese nei nostri bicchieri. “Se la ragazza vuole giocare, deve prima capire che non sono uno che corre al primo fischio. Ognuno deve seguire la propria tattica, ma di sicuro non me la lascio sfuggire stasera.”
Capitolo 3: Il gioco di Lucia
Un'ora dopo, stavamo parcheggiando la macchina davanti al locale che ci aveva indicato prima. L'ingresso della discoteca ci accolse con il suo battito cupo e profondo di bassi che facevano vibrare tutto il corpo. Il locale era saturo di odori, luci e corpi in movimento. Ale era pura adrenalina, amava l’atmosfera coinvolgente delle discoteche, ma io avevo un unico obiettivo. Così mi feci largo tra i corpi, muovendomi verso il bancone centrale, e per un meraviglioso gioco di coincidenze lei era proprio lì.
Era appoggiata al bancone, con un cocktail ghiacciato tra le dita. Quando i nostri sguardi si incrociarono attraverso l’aria densa, non sembrò affatto sorpresa di vedermi. Al contrario, mi rivolse un sorriso lento, complice, che sembrava tradurre un unico, chiarissimo pensiero: “Lo sapevo che saresti arrivato… sei mio”.
Senza mai interrompere il contatto visivo, diede un ultimo lungo sorso al suo cocktail, poi posò il bicchiere, si voltò e si immerse nella pista da ballo, facendomi un cenno quasi invisibile con le dita di seguirla e io non me lo feci ripetere.
La pista era un mare in tempesta di corpi aggrappati al profondo ritmo dei bassi, ma per me esisteva solo la scia del suo profumo che disegnava un percorso ben preciso che conduceva verso quella novella sirena. Mi feci largo finché non me la trovai. Ballava con una lentezza ipnotica, assecondando la musica come se fosse un prolungamento del suo stesso corpo. Quando avvertì la mia presenza, non si girò, ma si limitò a inclinare la testa all'indietro, regalandomi un sorriso bagnato dal gloss che brillava sotto i lampi delle luci del locale.
Il fatto di aver bevuto meno di lei mi dava un lucido vantaggio strategico, ma bastarono cinque minuti di sguardi e del movimento del suo corpo per far vacillare ogni mia razionalità. Cercai e trovai il contatto con lei. Le mie mani si mossero sotto i lembi della sua camicia fino ad appoggiarsi sui suoi fianchi, scoprendo sotto quel tessuto leggero pelle morbida e caldissima. Lei si lasciò guidare, flessuosa, alticcia e bellissima.
Mi avvicinai al suo collo, sfiorando la sua pelle liscia con il respiro, senza baciarla, assaporando i suoi brividi. Poi, la razionalità si spense del tutto. La strinsi forte a me, annullando ogni distanza, come se fossimo soli al centro di quella stanza satura. La mia mano destra scese con decisione, afferrando la curva piena del suo sedere attraverso il tessuto attillato dei suoi pantaloncini, e la tirai con fermezza contro il mio bacino. Fu in quel momento che la baciai in un bacio lento, profondo, affamato, che sapeva di alcol e sudore. Le morsi la lingua, sentendola rispondere con la stessa foga selvaggia. Eravamo entrambi eccitatissimi, persi in un desiderio che non lasciava spazio ai pensieri.
«Mi chiamo, Lucia», mi sussurrò sulle labbra, e quel nome, in mezzo a quel caos, mi suonò come una promessa di assoluta perdizione.
Ci allontanammo dalla pista per riprendere fiato e incrociammo Ale. Era poco lontano da noi con le amiche di lei, impegnato in un gioco dialettico di sguardi e sorrisi che però, conoscendolo bene, capii subito non avrebbe portato a nulla di concreto; la biondina rideva, parlava, ma non era il suo tipo, troppo timida e poco partecipe al suo gioco e lui non era coinvolto da quella situazione immobile.
Io mi voltai verso Lucia. Il sangue correva veloce nel mio corpo, così mi avvicinai al suo orecchio e le dissi con un tono che poco lasciava all’immaginazione. “Andiamo via. C'è solo un problema... dobbiamo prima accompagnare il mio amico a casa. Non posso lasciarlo a piedi”
Allora Lucia si voltò a guardare Ale. Lo studiò per qualche secondo, poi i suoi occhi scuri tornarono su di me, carichi di una malizia disarmante che mi fece gelare il sangue. “Il tuo amico è carino”, disse, con una calma senza mai variare il tono. “Per me non è un problema se guarda.”
Capitolo 4: Sotto le stelle di Milano
Quando il senso esatto di quelle parole superò la barriera dei miei pensieri, una scarica di adrenalina pura mi attraversò la schiena, violenta come una scossa elettrica. Guardare, condividere. Il gioco non era più mio; Lucia aveva appena preso la scacchiera e l'aveva scaraventata a terra, dettando le sue regole.
Senza neppure aspettare una mia risposta si voltò e si avvicinò al suo gruppo per salutare. La biondina, intuendo le sue intenzioni, accennò un'espressione risentita, ma Lucia la anticipò prendendole il viso tra le mani e dandole un lungo bacio sulle labbra. “Ci vediamo domani tesoro” le sussurrò a fior di labbra.
Ale si unì a noi e uscimmo nel parcheggio della discoteca. L'aria della notte milanese era pungente, ma dentro di noi c'era un incendio. Ale ci seguiva a poca distanza ancora ignaro di tutto. Lo fermai prima che salisse dal lato guidatore, lo fissai negli occhi e gli dissi quello che Lucia aveva appena proposto. Vidi lo sguardo del mio amico di sempre cambiare in un istante: lo stupore lasciò subito il posto a una tensione primitiva, la stessa che legava noi due fin dalle nostre notti più folli.
Sorridendo salì e mise in moto l’auto, mentre Lucia mi prese per la camicia e mi tirò con sé sul sedile posteriore. La portiera posteriore si chiuse con un tonfo sordo, isolandoci dal mondo esterno. Ale innestò la marcia e l'auto scivolò fluida nell'oscurità dei viali milanesi. Davanti, il silenzio di Ale era carico, denso; dietro, lo spazio si fece subito rovente.
Lucia non perse tempo. Le sue dita calde corsero subito lungo i bottoni della mia camicia, strappandoli quasi, mentre io mi avventai sul suo collo, scendendo con la bocca fino al petto. La sua camicetta era diventata una barriera troppo scomoda per la mia ricerca e in un secondo scomparve tra i sedili. Il suo seno, finalmente libero, era un invito alla lussuria più pura: lo leccai, lo morsi con delicatezza, stringendole i capezzoli turgidi tra i denti. Lei inarcava la schiena, emettendo dei gemiti soffocati che andarono ad infrangersi direttamente contro il suo riflesso nel vetro dello specchietto retrovisore, dove gli occhi di Ale erano fissi, spalancati, rapiti da quei movimenti di carne ed eros.
Senza dire una parola, Lucia si staccò dalla mia bocca, chinandosi su di me con una fluidità felina. Mi slacciò i pantaloni e mi liberò, accogliendomi tra le sue labbra umide e desiderose del mio sapore. Sapeva esattamente cosa fare. Il contrasto tra il calore della sua bocca e l'aria fresca dell'abitacolo mi fece stringere i pugni preso da una tensione fortissima. Quando tornò col respiro regolare a salire sull'asta, appoggiai la mano sulla sua nuca per guidare il ritmo, ma lei mi guardò con aria di sfida, appoggiando delicatamente i denti sul mio sesso, facendomi capire che il gioco e il ritmo lo comandava lei e io la lasciai fare con piacere.
Ale finalmente svoltò in quel parcheggio isolato che conoscevamo fin da ragazzi, immerso nel silenzio della periferia. Eravamo soli a parte qualche auto vuota, parcheggiata per la mattina. Spense i fari. Nel buio dell'abitacolo, sentii il rumore metallico della sua cintura che si slacciava e della zip che scendeva. Un sospiro più forte degli altri mi fece capire che si stava godendo lo spettacolo dal sedile anteriore incominciando a ricercare il suo piacere.
Capitolo 5: Condivisione in tre
Gli slip di Lucia volarono sul cruscotto quando salì a cavalcioni su di me. Era già fradicia, bagnata dal suo stesso desiderio; il mio sesso entrò in lei senza incontrare resistenza, accolto da un suo gemito acuto che riempì l'abitacolo. Era una furia. Cavalcava tenendo le mani inchiodate alle mie spalle, godendo di ogni centimetro che accoglieva dentro di sé e cercando la mia bocca alla ricerca di baci bagnati e rumorosi. Dal sedile davanti, la mano di Ale si allungò nello spazio tra i sedili, appoggiandosi sulla carne tesa del sedere di lei. Lucia non si ritrasse; al contrario, spinse ancora più a fondo contro di me, assecondando quella carezza estranea.
Bagnai un dito nei nostri umori e lo passai tra le sue natiche alla ricerca di quel piccolo anello di carne che desideravo fin dal primo sguardo in vineria. Lucia sussultò al contatto con le mie carezze, interrompendo il ritmo per un istante. “Sì… cazzo sì… mi fai impazzire”, ansimò con la voce ridotta a un sussurro roco.
La feci girare di spalle, appoggiando la sua schiena nuda contro il mio petto sudato. Puntai il mio sesso bagnato e caldissimo sul suo secondo ingresso. Allora lei si abbassò lentamente, millimetro dopo millimetro, espirando tutto il fiato che aveva in gola mentre mi accoglieva dentro di lei in una sensazione primitiva ed incredibilmente intensa. Intanto le stringevo i fianchi con forza per darle il giusto equilibrio, mentre la mano di Ale dal davanti si allungava per accarezzarle il clitoride, stringendolo con delicatezza prima di infilarle le dita bagnate nel sesso.
La situazione era surreale, un quadro di puro eros: ero nel retro dell'auto del mio migliore amico, dentro una donna meravigliosa appena conosciuta, mentre lui la possedeva con le dita e si toccava guardandoci.
“Andiamo fuori”, le sussurrai all'orecchio, con la gola secca. Ormai ero al limite, e il piacere stava per esplodere in un'onda impossibile da arginare.
Uscimmo nell'aria fresca della notte. Stesi la mia giacca a terra, sul cemento del parcheggio, offrendole un comodo appoggio. Lucia si inginocchiò senza esitare, con i capelli spettinati e gli occhi lucidi. Guardai Ale che era in piedi davanti a lei, accanto a me, col sesso teso tra le dita. Ci guardammo per un solo istante, riconoscendo nei nostri occhi la stessa identica, antica complicità. Ci toccammo per pochi, interminabili secondi, prima di venire copiosamente su di lei, bagnando quel corpo divino sotto le stelle di Milano.
Risaliti in macchina rimanemmo lì, esausti, nel silenzio interrotto solo dai nostri respiri. Ale le passò dei fazzoletti per pulirsi, con un gesto di inaspettata dolcezza. Ci ricomponemmo in silenzio, quasi con rispetto per quello che era appena successo. Poi, una volta in macchina, a metà strada per il ritorno, i nostri sguardi si incrociarono nello specchietto. E scoppiammo a ridere. Una risata fragorosa, liberatoria, complice. La risata di chi sa di aver condiviso una serata meravigliosa ed un segreto indissolubile.
La riaccompagnammo sotto casa. Scesi per aprirle la portiera e ci scambiammo un ultimo bacio: questa volta dolce, lento, quasi casto. Mi guardò con quegli occhi scuri, ora incredibilmente dolci, e sussurrò: “Scrivimi” e un attimo dopo era già oltre il portone.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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